Pollicino – Jachob y Wilhelm Grimm

Pollicino - Jachob y Wilhelm Grimm

Pollicino – Jachob y Wilhelm Grimm

Moltissimo tempo fa, quando si filava ancora la lana, nelle campagne vivevano due poveri contadini, marito e moglie. Sebbene fossero molto poveri, desideravano moltissimo d’avere un figlio.
– Pensa, moglie mia – sospirava l’uomo – come la casa sarebbe più allegra se ci tenesse compagnia vicino al fuoco un bel bambino!
– Ahimè! Marito mio – rispose la moglie fermando il suo arcolaio – anche io ne sarei molto felice.
Anche se fosse molto piccolo, guarda, non più grande del mio pollice, l’accoglierei con gioia.
Qualche mese dopo, con loro grande felicità, nacque un figlio.

Era ben fatto ed aveva una bella voce, ma di taglia piccolissima, non più grande dell’unghia di suo padre.
Il ragazzo non divenne mai grande.
Aveva un’intelligenza viva, era anche molto abile, riusciva in tutto quello che si attingeva a fare.
I suoi genitori, anche se in un primo tempo si erano preoccupati, si erano presto adattati alla sua piccola statura e lo avevano soprannominato con affetto Pollicino.

Vegliavano su questo piccolo uomo che avevano tanto desiderato, affinché non gli mancasse nulla.
Un giorno suo padre, mentre si apprestava a partire per abbattere alcuni alberi, sospirò:
– Se avessi almeno qualcuno che mi aiutasse a condurre la carretta!
– Papà! – gridò Pollicino – Lasciatemi guidare la carretta da solo. Vi raggiungerò nella radura e voi intanto guadagnerete tempo.
– Ma tu sei piccolo! – esclamò il padre sorridendo – Come potrai guidare il cavallo e prendere le redini?
– Ho un’idea – gridò il piccolo uomo – la mamma attaccherò il cavallo, poi mi isserà fino all’altezza della testa ed io scivolerò all’interno del suo orecchio. Il cavallo mi conosce bene e non avrà certamente paura, così io lo guiderò al luogo dove avrai tagliato la legna. Il padre diede infine il suo consenso, la madre attaccò il cavallo.

Il ragazzo lo guidò come un vero carrettiere, fermandosi saggiamente agli incroci.
Quando fu in vista della radura incrociò due stranieri che chiacchieravano. Poiché udirono una voce essi si voltarono.
– Hoo! Hoo! Là! Là! Stiamo per arrivare mio bravo Zeffiro – gridò in quel momento Pollicino ben nascosto nel suo strano nascondiglio.
– Sangue di Bacco! Sto sognando! – disse uno dei due – una carretta che se ne va da sola: si sente la voce del guidatore e non si vede nessuno.
– Seguiamola, non c’è dubbio che si tratta di qualche stregoneria.

Il pesante veicolo si fermò di colpo davanti alla catasta di legna.
Davanti agli occhi dei due curiosi il contadino s’avvicinò al cavallo e gli tolse dall’orecchio il minuscolo omino che, tutto vispo, venne a sedersi su un fuscello di paglia a qualche metro dai due uomini.
Nel vedere questo personaggio in miniatura così audace e pieno di risorse, i due uomini ne rimasero colpiti.
Alla fine uno dei due s’avvicinò al contadino e gli disse:

– Brav’uomo, vendeteci vostro figlio. Gli faremo guadagnare una fortuna facendolo vedere nelle fiere dei grandi villaggi.
– Vendere il mio caro figlioletto? Non se ne parla nemmeno. – rispose indignato il contadino.

Ma Pollicino, approfittando della distrazione dei due compari, occupati a contare i loro scudi, gli sussurrò:
– Papà, accetta il denaro di questi due furfanti che vogliono sfruttarmi, io scapperò prestissimo, te lo prometto.
Il brav’uomo, con il cuore un po’ grosso, lo vendette quindi per due bei scudi d’oro.

Rapidamente saltò sulla falda del vestito di uno dei due compari, s’arrampicò sulla sua spalla e infine s’installò sul bordo del suo cappello.
Camminarono così tutta la giornata e allorquando arrivarono al bordo di un campo appena mietuto, Pollicino all’improvviso gridò:

– Lasciatemi scendere a terra, vedo laggiù un coniglio selvatico preso al laccio, con il quale potremo fare un buon pranzo. Ve lo mostrerò.-
Allettato e senza alcun sospetto, l’uomo lo posò in terra.
Agile come un’anguilla, Pollicino si infilò nel buco di un topo campagnolo gridando:
– Buona sera signori e buon viaggio, ma senza di me.-
Furiosi i due uomini se ne partirono imprecando. Pollicino decise di attendere l’alba al riparo di un guscio vuoto di lumaca.

Dormiva profondamente quando un brusio di voci lo svegliò.
Due ladri si erano fermati a due passi da lui.
Uno di loro diceva:

– Come potremo rubare a questo ricco prete?
– Vi dirò io come fare – gridò molto forte Pollicino – portatemi con voi e io vi aiuterò. Abbassate gli occhi, sono qui vicino.
– Come, sei tu, piccolo diavoletto, che pretendi d’aiutarci? – dissero i due ladroni scoppiando a ridere.
– Io scivolo con facilità tra le sbarre della camera del prete – spiegò Pollicino – poi, una volta entrato, vi passo tutto quello che volete.
– Tu non sei uno stupido – disse uno dei due uomini collocandolo sulla sua spalla – che la fortuna ci assista, ma affrettiamoci perché si sta alzando la luna.

Arrivati al presbiterio, Pollicino vi entrò e si mise a gridare:
– Volete tutti i luigi d’oro e i lingotti d’argento?-
Stupiti i ladri lo supplicarono immediatamente di parlare a voce bassa, perché un tal chiasso rischiava di svegliare il prete.
Ma Pollicino fece orecchie da mercante ai consigli dei due banditi e gridò a gran voce:
– Decidetevi perdiana! I quadri e l’argenteria vi interessano o no?-

La cuoca che aveva il sonno leggero, udendo quel beccano, scese dal letto, accese la candela alle braci del focolare e si precipitò in direzione dell’ufficio.
Quando entrò nella stanza la trovò vuota.

I ladri, spaventati, erano fuggiti da sotto la finestra, mentre Pollicino, tutto tranquillo, si era rifugiato in una mangiatoia del granaio vicino.
La brava donna, rassicurata, tornò a dormire.

Al mattino, all’alba, la serva incaricata di dar da mangiare alle bestie s’impossessò di una bracciata di fieno per nutrire le mucche. Quella che aveva il vitellino ad allattare si gettò avidamente sulla mangiatoia e, hop! Pollicino, svegliatosi, fu precipitato fino in fondo allo stomaco nauseabondo del ruminante che ingurgitava grosse quantità di fieno.

– Basta fieno, basta erba! Soffoco! – gridò Pollicino.
Presa da gran spavento nel sentire la mucca parlare, la povera serva cadde riversa chiamando il prete al soccorso.
– Miio braavo papa..drone, la la.. nos…tra mu..mu…mmucca paarla que..que..sta mamaa..ttina! – balbettò la brava donna.
– Vediamo, figlia mia, voi sognate! – gridò stupito il prete alzando la sottana nella stalla tutta sporca.

Ma la voce risuonò di nuovo. Il prete si fece subito il segno della croce. – E’ senza dubbio una manovra del diavolo.
Cosparse abbondantemente d’acqua santa la stalla, la mucca e la serva.
Dopodiché (non si è mai troppo prudenti) decise di far abbattere l’animale perché continuava ostinatamente a gridare.

Effettivamente Pollicino aveva paura di morire soffocato.
La povera mucca fu dunque sacrificata e il suo stomaco fu gettato in un mucchio di detriti. Pollicino soffrì molto ad uscire da quel ventre maleodorante. Finalmente respirò il suo primo sbuffo d’aria fresca, sennonché un lupo affamato inghiotti lo stomaco della mucca ed il suo contenuto.

Ecco di nuovo il nostro sfortunato piccolo uomo in un nuovo nascondiglio poco confortevole ed inoltre tutto buio.
Egli quindi mormorò:
– Caro lupo, nell’ultima casa del villaggio c’è una dispensa ben fornita. Quando arriva la notte entra dentro dal tubo di scarico, potrai così riempirti la pancia a sazietà.
– Questo lungo digiuno – borbottò tra se il lupo – mi dà allucinazioni, infatti sento alcune voci… bah! Il consiglio non è poi così cattivo, seguiamolo.

Lo seguì così bene che quando volle andarsene il suo ventre troppo pieno gli impedì di passare attraverso il tubo.
Era rimasto in trappola.
Pollicino si mise subito a gridare, mettendo in subbuglio la casa:

– Caro papà, ammazzate questo lupo che mi tiene prigioniero nella sua pancia!-
Così avvenne e Pollicino ritrovò i suoi genitori felici di rivederlo.

Jachob Grimm – Wilhelm Grimm

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Charles Perrault

Biancaneve e i sette nani – Jachob y Wilhelm Grimm

Biancaneve e i sette nani - Jachob y Wilhelm Grimm

Biancaneve e i sette nani – Jachob y Wilhelm Grimm

Una volta, nel cuor dell’inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva, seduta accanto a una finestra, dalla cornice d’ebano.
E così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue.
Il rosso era così bello su quel candore, ch’ella pensò:

«Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!»
Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve.

E quando nacque, la regina morì.

Dopo un anno il re prese un’altra moglie; era bella, ma superba e prepotente, e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza. Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:

– Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

E lo specchio rispondeva: Nel regno, Maestà, tu sei quella.
Ed ella era contenta, perché sapeva che lo specchio diceva la verità.
Ma Biancaneve cresceva, diventava sempre più bella e a sette anni era bella come la luce del giorno e ancor più della regina.

Una volta che la regina chiese allo specchio:
Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?
lo specchio rispose: Regina, la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più.
La regina allibì e diventò verde e gialla d’invidia.

Da quel momento la vista di Biancaneve la sconvolse, tanto ella odiava la bimba.
E invidia e superbia crebbero come le male erbe, così che ella non ebbe più pace né giorno né notte.
Allora chiamò un cacciatore e disse:

– Porta la bambina nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte

Il cacciatore obbedì e condusse la bimba lontano; ma quando estrasse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse:

– Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò nella foresta selvaggia e non tornerò mai più -.

Ed era tanto bella che il cacciatore disse, impietosito:

– Và, pure, povera bambina-. «Le bestie feroci faranno presto a divorarti», pensava; ma sentiva che gli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere.
E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova.
Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò, credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve.

Ora la povera bambina era tutta sola nel gran bosco e aveva tanta paura che badava anche alle foglie degli alberi e non sapeva che fare.

Si mise a correre e corse sulle pietre aguzze e fra le spine; le bestie feroci le passavano accanto, ma senza farle alcun male.
Corse finché le ressero le gambe; era quasi sera, quando vide una casettina ed entrò per riposarsi.
Nella casetta tutto era piccino, ma lindo e leggiadro oltre ogni dire.

C’era una tavola apparecchiata con sette piattini: ogni piattino col suo cucchiaino, e sette coltellini, sette forchettine e sette bicchierini.

Lungo la parete, l’uno accanto all’altro, c’eran sette lettini, coperti di candide lenzuola.
Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, che mangiò un po’ di verdura con pane da ogni piattino, e bevve una goccia di vino da ogni bicchierino, perché non voleva portar via tutto a uno solo.

Poi era così stanca che si sdraiò in un lettino ma non ce n’era uno che andasse bene: o troppo lungo o troppo corto, finchè il settimo fu quello giusto: ci si coricò, si raccomandò a Dio e si addormentò. A buio, arrivarono i padroni di casa: erano i sette nani, che scavavano i minerali dai monti.

Accesero le loro sette candeline e, quando la casetta fu illuminata, videro che era entrato qualcuno; perché non tutto era in ordine, come l’avevan lasciato.
Il primo disse:

– Chi si è seduto sulla mia seggiolina?-
Il secondo: – Chi ha mangiato dal mio piattino?-
Il terzo: – Chi ha preso un po’ del mio panino?-
Il quarto: – Chi ha mangiato un po’ della mia verdura?-
Il quinto: – Chi ha usato la mia forchettina?-
Il sesto: – Chi ha tagliato col mio coltellino?-
Il settimo: – Chi ha bevuto dal mio bicchierino?-

Poi il primo si guardò intorno, vide che il suo letto era un po’ ammaccato e disse:

– Chi mi ha schiacciato il lettino?-

Gli altri accorsero e gridarono: – Anche nel mio c’è stato qualcuno -.

Ma il settimo scorse nel suo letto Biancaneve addormentata.
Chiamò gli altri, che accorsero e gridando di meraviglia presero le loro sette candeline e illuminarono Biancaneve.

– Ah, Dio mio! ah, Dio mio! – esclamarono: – Che bella bambina! –

Ed erano così felici che non la svegliarono e la lasciarono dormire nel lettino.
Il settimo nano dormì coi suoi compagni, un’ora con ciascuno; e la notte passò.
Al mattino, Biancaneve si svegliò e s’impaurì vedendo i sette nani.

Ma essi le chiesero gentilmente: – Come ti chiami?- Mi chiamo Biancaneve,- rispose. – Come sei venuta in casa nostra?- dissero ancora i nani.
Ella raccontò che la sua matrigna voleva farla uccidere, ma il cacciatore le aveva lasciato la vita ed ella aveva corso tutto il giorno, finchè aveva trovato la casina.

I nani dissero: – Se vuoi curare la nostra casa, cucinare, fare i letti, lavare, cucire e far la calza, e tener tutto in ordine e ben pulito, puoi rimanere con noi, e non ti mancherà nulla.
– Sì,- disse Biancaneve,- di gran cuore-.

E rimase con loro.
Teneva in ordine la casa; al mattino essi andavano nei monti, in cerca di minerali e d’oro, la sera tornavano, e la cena doveva essere pronta. Di giorno la fanciulla era sola. I nani l’ammonivano affettuosamente, dicendo:

– Guardati dalla tua matrigna; farà presto a sapere che sei qui: non lasciar entrare nessuno. Ma la regina, persuasa di aver mangiato i polmoni e il fegato di Biancaneve, non pensava ad altro, se non ch’ella era di nuovo la prima e la più bella; andò davanti allo specchio e disse:

– Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?
E lo specchio rispose: – Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.

La regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai, e si accorse che il cacciatore l’aveva ingannata e Biancaneve era ancora viva.
E allora pensò di nuovo come fare ad ucciderla: perché, s’ella non era la più bella di tutto il paese, l’invidia non le dava requie.

Pensa e ripensa, finalmente si tinse la faccia e si travestì da vecchia merciaia, in modo da rendersi del tutto irriconoscibile. Così trasformata, passò i sette monti, fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò:

– Roba bella, chi compra! chi compra!- Biancaneve diede un’occhiata dalla finestra e gridò:
– Buon giorno, brava donna, cos’avete da vendere?
– Roba buona, roba bella,- rispose la vecchia,- stringhe di tutti i colori -.

E ne tirò fuori una, di seta variopinta.

«Questa brava donna posso lasciarla entrare», pensò Biancaneve; aprì la porta e si comprò la bella stringa.
– Bambina, – disse la vecchia,- come sei conciata! Vieni, per una volta voglio allacciarti io come si deve-.
La fanciulla le si mise davanti fiduciosa e si lasciò allacciare con la stringa nuova: ma la vecchia strinse tanto e così rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde come morta.

– Ormai lo sei stata la più bella,- disse la regina, e corse via.

Presto si fece sera e tornarono i sette nani: come si spaventarono, vedendo la loro cara Biancaneve stesa a terra, rigida, come se fosse morta!
La sollevarono e, vedendo che era troppo stretta alla vita, tagliarono la stringa.
Allora ella cominciò a respirare lievemente e a poco a poco si rianimò.
Quando i nani udirono l’accaduto, le dissero:

– La vecchia merciaia altri non era che la scellerata regina; sta’ in guardia, e non lasciar entrare nessuno, se non ci siamo anche noi.

Ma la cattiva regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e chiese:

– Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

Come al solito, lo specchio rispose:

– Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.

A queste parole, il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita.
«Ma adesso,. pensò,- troverò qualcosa che sarà la tua rovina»; e, siccome s’intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l’aspetto di un’altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò:

– Roba bella! roba bella! –

Biancaneve guardò fuori e disse:

– Andate pure, non posso lasciar entrare nessuno.
– Ma guardare ti sarà permesso,- disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò.

Alla bimba piacque tanto che si lasciò sedurre e aprì la porta.
Conclusa la compera, la vecchia disse:

-Adesso voglio pettinarti per bene-.

La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare; ma non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi.

– Portento di bellezza!- disse la cattiva matrigna: – è finita per te!- e se ne andò.

Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare. Quando videro Biancaneve giacer come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l’ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto.
Di nuovo l’ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno.
A casa, la regina si mise allo specchio e disse:

– Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?
Come al solito, lo specchio rispose:
– Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.

A tali parole, ella rabbrividì e tremò di collera.

– Biancaneve morirà,- gridò,- dovesse costarmi la vita -.

Andò in una stanza segreta dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima.
Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire.
Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e così passò i sette monti fino alla casa dei sette nani.

Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse:

– Non posso lasciar entrare nessuno, i sette anni me l’hanno proibito.
– Non importa,- rispose la contadina,- le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una.
– No,- rispose Biancaneve,- non posso accettar nulla.
– Hai paura del veleno?- disse la vecchia.- Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca -.

Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata.
Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non potè più resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata.
Ma al primo boccone cadde a terra morta.
La regina l’osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo:

– Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l’ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più -.

A casa, domandò allo specchio:

– Da muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella ?

E finalmente lo specchio rispose: – Nel regno, Maestà, tu sei quella.
Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può esse pace per un cuore invidioso.

I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara bambina era morta e non si ridestò.

La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancora fresca, come se fosse viva. Dissero: – Non possiamo seppellirla dentro la terra nera,- e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d’oro, e scrissero che era figlia di re.

Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a pianger Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella. Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano.

Ma un bel giorno capitò nel bosco un principe e andò a pernottare nella casa dei nani.
Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d’oro.

Allora disse ai nani: – Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete -.
Ma i nani risposero: – Non la cediamo per tutto l’oro del mondo

– Regalatemela, allora,- egli disse,- non posso vivere senza veder Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo.-

A sentirlo, i buoni nani s’impietosirono e gli donarono la bara.
Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle.
Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le uscì dalla gola.

E poco dopo ella aprì gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita.
-Ah Dio, dove sono?- gridò.

Il principe disse, pieno di gioia: – Sei con me,- e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: – Ti amo sopra ogni cosa del mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa-.

Biancaneve acconsentì e andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore.
Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Indossate le sue belle vesti, ella andò allo specchio e disse:

– Da muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?
Lo specchio rispose: – Regina, la più bella qui sei tu; ma la sposa lo è molto di più.

La cattiva donna imprecò e il suo affanno era così grande che non poteva più dominarsi. Dapprima non voleva assistere alle nozze; ma non trovò pace e dovette andar a vedere la giovane regina.

Entrando, riconobbe Biancaneve e impietrì dallo spavento e dall’orrore.
Ma sulla brace eran già pronte due pantofole di ferro: le portarono con le molle, e le deposero davanti a lei. Ed ella dovette calzare le scarpe roventi e ballare, finché cadde a terra, morta.

Jachob Grimm – Wilhelm Grimm

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Charles Perrault

Hansel e Gretel – Jachob y Wilhelm Grimm

Hansel e Gretel - Jachob y Wilhelm Grimm

Hansel e Gretel – Jachob y Wilhelm Grimm

Nella periferia di un piccolo villaggio, al limite del bosco, viveva una famiglia di taglialegna composta dai genitori e da due figli: Hansel e Gretel. I bambini vivevano felici a contatto con la natura che li circondava. Il loro lavoro preferito era quello di raccogliere i frutti del bosco. Una sera, mentre stavano per rincasare, dopo aver giocato nel centro del bosco, udirono un lontano suono simile al pianto di un bambino. – È il pianto di un neonato… – Esclamò Gretel.

 – Cerchiamolo- Disse Hansel.
Penetrarono tra gli alberi, nella direzione dalla quale proveniva il lamento. Nel frattempo si stava facendo buio e tutto diventava grigio.

– Torniamo, ho una paura tremenda! -Disse Gretel.
– Sei una codarda e una fifona! – Replicò spavaldamente Hansel.
– Tua sorella ha ragione, Hansel. È da stupidi girare per il bosco a quest’ora, quindi è meglio che torniate indietro!
I bambini ebbero un sobbalzo. Chi aveva parlato?
– Sono io, sono qui… Siete forse ciechi?

Hansel fu il primo a vederlo:

– Un corvo che parla? – Disse.
– In realtà -Rispose il corvo – io sono un nano dalla barba bianca che ha subìto un incantesimo. È stata una strega e il suo maleficio continuerà fino alla sua morte.
– Hai sentito il pianto di un bambino? -Chiese Gretel.
– State tranquilli, avete udito me.
– Sei tu?!- Rise Hansel – Non dire fesserie! Tu hai la voce come quella del vecchio Snipe, l’ubriacone del villaggio: cavernosa.

Il corvo stava per rispondere loro quando intervenne Gretel:

– Non essere maleducato, Hansel! Capisco quello che ti è successo, nanetto, e sepotessi ti aiuterei.
– Sei molto buona, piccola. Non sei certo come quel discolo di tuo fratello. Vi confiderò un segreto… Se andate più avanti, troverete una casetta di cioccolata!
– Una casa di cioccolata – Intervenne Hansel, che era molto goloso. -Dove, dove?
– Pochi passi ancora e ci sarete.
– Non sarà un trucco per farci del male?
– Presto la potrete vedere. È tutta colorata, piena di caramelle sulle pareti e sul tetto. È fatta di cioccolato, di torrone e marzapane…! È una delizia! Dentro troverete tutti i tipi di dolci.
– E potremo mangiarli? – Chiese ancora Hansel.
– Certo – Rispose il corvo. – Basta volerlo,seguitemi!
I bambini non se lo fecero ripetere due volte e, come l’uccello gli aveva detto, in una radura del bosco incontrarono…
– Che meraviglia! – Esclamò Gretel.
– C’è veramente! Pancia mia fatti capanna! – Disse entusiasta, Hansel.

La realtà superava la fantasia. Al fianco della porta c’erano dei bastoni di zucchero.
Le pietre del sentiero erano caramelle di tutti i gusti: mente, limone, banana, pino… Quando si avvicinarono alla casa si aprì la porta e una donna, vecchia e sdentata, li incoraggiò.

– Avanti, entrate figlioli, siete giunti in tempo. Ho appena finito di fare questa torta che dice:»Mangiami!» Volete assaggiarla?
– Certamente! – Disse Hansel, più deciso, come sempre, di sua sorella.
I due bambini cominciarono a mangiare tutto quello che la donna gli portava. Poi, una volta sazi, decisero di andarsene.
– Grazie, buona signora. Non ne possiamo più di mangiare, torneremo a trovarla un’altra volta. È stata molto buona con noi. – Disse Hansel.
– Il bosco è già buio, fermatevi a dormire qui. Domani sarà un altro giorno. -Disse la vecchia.
– Lo faremmo volentieri. – Replicò Hansel. – Ma i nostri genitori ci stanno aspettando… Se il nanett… Il signorcorvo, ci farà da guida, non tarderemo a tornare a casa.
– Niente affatto. – Disse il corvo. – Ho troppo sonno.
– Allora ce ne andiamo da soli. – Disse Hansel. – Andiamo, sorella mia.

La padrona di casa cessò improvvisamente di sorridere e, infuriata,gridò:

– Fermo dove sei, ragazzino! Voi non tornerete dai vostri genitori, né ora né mai più! Come mi piacciono i fanciulli teneri e grassottelli!

Il corvo, appollaiato sulla spalla della vecchia strega, gridava:

– Arrostiti, con le patatine, saranno una delizia! Ti consiglio una ricetta di mia nonna: si mettono le cipolle, alloro e rosmarino, in una pentola e poi…

Hansel e Gretel, terrorizzati, ascoltavano increduli la ricetta dello stufato del corvo, di cui loro erano ingredienti principali.

Tremanti di paura dissero:

– Come siamo stati stupidi a cadere in questa trappola!
Hansel per consolare la sorella disse:
– Non temere ci salveremo!
La brutta strega, che aveva sentito tutto, ridendo disse:
– Hai sentito, corvo? Dicono che se ne andranno da qui!
– Certo, – rispose il corvo – con le ossa linde e pulite! Ho voglia di mangiarmeli subito, li mangiamo adesso?
– no, golosone,aspetteremo che ingrassino un po’ ancora. Il bimbo è magro e alla bambina un paio di chili in più non guasteranno… Una buona razione di dolci al giorno li farà diventare come li desideriamo!

Prese Hansel per le bretelle e disse:

– In cella finché non ingrassi. E non opporre resistenza!

Gli sforzi del piccolo risultarono inutili.
Fu buttato in una stanza senza finestre che comunicava con un’altra cella da dove Hansel poteva vedere la sorella. Allora disse:

– Non dobbiamo disperarci, Gretel, fatti coraggio!
-Oh, Hansel, ci vogliono mangiare!
– Per il momento siamo ancora vivi… Ora, però, ascoltami bene: la vecchia è corta di vista. L’ho capito perché guarda come quel contadino del paese che non riconosce un asino da dieci passi!

Spiegò tutto il suo piano e concluse:

– Non ti opporre, fa quello che ti chiedono. Dobbiamo guadagnare tempo.

Il bambino era orgoglioso del suo piano e guardava soddisfatto il topolino che aveva assistito al dialogo dei due fratelli.
Ma la situazione era disperata. Hansel lo sapeva. Si guardava intorno alla ricerca di una possibile via di fuga; ma invano, la cella era solida, a prova di fuga.
Il trucco che aveva ideato avrebbe funzionato per un po’ di tempo, ma poi? Certamente la strega si sarebbe accorta dell’inganno e… Tremò di paura e fu colto dallo sconforto. Però non si dette per vinto.
Chiamò sua sorella attraverso le sbarre per tracciare un secondo piano d’azione, l’unico possibile.
Ella ascoltò le parole del fratello. Voleva credere in una possibilità di salvezza, per quanto improbabile fosse.
Il giorno seguente, la strega si avvicinò alla cella della bambina e le disse:

– Tira fuori un dito, Gretel, che voglio vedere se sei ingrassata.

Come prevedeva il piano di Hansel, la piccina fece passare attraverso le sbarre, un ossicino di pollo, avanzato la sera prima.

La strega palpando, senza accorgersi dell’inganno,pensò:
<< Gli dovrò dare più cibo, è ancora molto magra.>>
La stessa cosa successe con il bambino.
Il giorno seguente si ripeté la stessa scena e allora Gretel disse alla strega:

– Visto che dovrò rimanere qui per tanto tempo perché non mi fai uscire? Potrei aiutarti nelle faccende domestiche, finché non ti deciderai a mangiarmi.

La vecchia strega rimase pensierosa per alcuni momenti, poi si decise e disse:

– Mi sembra una buona idea, ma bada, se cerchi di fuggire mi mangio subito tuo fratello!

Però nel vedere la bimba girare per casa, la strega,che era molto golosa, decise che se la sarebbe mangiata per cena.
Gretel intuì la cosa e in fretta cercò la chiave della cella, la aprì e liberò Hansel.

– Cosa facciamo adesso?
– Aspetta, bisogna riflettere. – Disse Hansel guardandosi attorno.

Poi vide il corvo appollaiato sul manico del mestolo, sopra al pentolone che bolliva, ed ebbe un’idea.
In quel momento, infatti, la strega si trovava china sul pentolone, tutta intenta nei preparativi dell’ambita cena.
Fu proprio allora che Hansel, ricordando quello che il corvo gli aveva confidato nel bosco in relazione al maleficio di cui era vittima, gridò:

– Corvo, uccidi la strega!

L’uccello, che non aspettava che questa occasione,balzò sulla strega e le diede una tremenda beccata sulla testa, facendola finire nel pentolone.
Poi si rivolse ai due fratelli e disse:

– Fuggite!

Hansel e Gretel, non se lo fecero ripetere, fuggirono a gambe levate e non tornarono mai più in quella parte del bosco

Jachob Grimm – Wilhelm Grimm

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Charles Perrault

I musicanti di Brema – Jachob y Wilhelm Grimm

I musicanti di Brema - Jachob y Wilhelm Grimm

I musicanti di Brema – Jachob y Wilhelm Grimm

C’era una volta un vecchio asino che aveva lavorato sodo per tutta la vita. Ormai non era più capace di portare pesi e si stancava facilmente, per questo il suo padrone aveva deciso di relegarlo in un angolo della stalla ad aspettare la morte.
L’asino però non voleva trascorrere così gli ultimi anni della sua vita. Decise di andarsene a Brema, dove sperava di poter vivere facendo il musicista.
Si era incamminato da poco quando incontrò un cane, magro e ansante.
«Come mai hai il fiatone?» gli chiese.
«Sono dovuto scappare in tutta fretta per salvare la pelle» gli rispose il cane. «Il mio padrone voleva uccidermi, perché ora che sono vecchio non gli servo più».
«Purtroppo è vero – continuò – non sono più capace di rincorrere la selvaggina come una volta, e sono così debole che non spavento più nessuno. Ma ora come farò a procurarmi da mangiare?»concluse depresso.
«Vieni a Brema con me» suggerì l’asino. «Laggiù faremo fortuna con la musica: io suonerò il liuto e tu mi darai il ritmo con il tamburo» Il cane accettò la proposta e s’incamminò con il nuovo amico.
Non avevano percorso molta strada che s’imbatterono in un gatto che miagolava disperato.
«Cosa ti è successo per lamentarti in questa maniera?» gli chiese l’asino.

«Sono vecchio e soffro d’artrite, per questo non sono più agile come una volta e devo stare al caldo. Ma vedendomi riposare vicino al caminetto, ieri il mio padrone si è infuriato, mi ha accusato di essere un fannullone, mi ha rimproverato di non saper acciuffare nemmeno un topolino e mi ha cacciato da casa. Senza pietà! Pensare che l’ho servito fedelmente per tutta la vita!… Ora non so proprio dove andare, non so proprio come sbarcare il lunario!» rispose singhiozzando il gatto.

«Allora vieni a fare il musicista con noi a Brema» gli dissero insieme l’asino e il cane.

Il gatto non se lo fece ripetere due volte e pieno di speranza si unì a loro.
Passando davanti ad una fattoria, furono distratti da un gallo che schiamazzava rincorso da una massaia.
«Mi vuole tirare il collo! Vuole me perché non ha un tacchino da cucinare per il pranzo della domenica! Mi vuole tirare il collo!» urlava terrorizzato.
I tre compari gli gridarono: «Vieni con noi! Con la tua bella voce conquisteremo Brema!»

Non ebbero il tempo di aggiungere altro che, appollaiato sulla schiena dell’asino, sentirono il gallo che li incitava:
«Corriamo, corriamo, prima che la padrona mi acchiappi!»
Una corsa disperata fin nel folto del bosco. Lì finalmente ripresero fiato!
Ormai si era fatto buio e, si sa, di notte non è prudente viaggiare. Dovevano cercare qualcosa da mangiare e un posto per dormire almeno per quella notte. Rifocillati e riposati, l’indomani sarebbero ripartiti per Brema.
Fu allora che sentirono dei rumori …
Nascosti tra i cespugli, si guardarono intorno … videro una casa: ecco da dove arrivavano brusio, risate e… un profumo d’arrosto!
Erano così stanchi e così affamati!
Cercando di non fare rumore si avvicinarono alla casa e, con cautela, sempre senza farsi scorgere, guardarono all’interno attraverso la finestra.
Non potevano credere ai loro occhi! In mezzo alla stanza c’era un tavolo colmo di buone cose: un tacchino ripieno, mortadelle invitanti, formaggi di tutti i tipi, pane d’ogni forma, torte stupende, frutta profumata,…
«Potremmo chiedere ospitalità…» non ebbero il tempo di aggiungere altro, che i quattro amici videro avvicinarsi al tavolo quattro ceffi paurosi. Dunque quello era il covo dei briganti!
Se quei tipacci li avessero visti, sarebbe stata la loro fine!
Si sa che la fame aguzza l’ingegno!
Nascosti tra i cespugli, studiarono un piano diabolico, che avrebbe spaventato quei briganti, così da obbligarli a scappare dal loro covo e da lasciare tutto quel ben di dio da mangiare a loro completa disposizione.
Nel buio e nella tranquillità della notte, interrotti solo dalla luce che irradiava dall’interno della casa e dal vociare sguaiato dei briganti, si avvicinarono alla finestra.
In silenzio perfetto l’asino appoggiò le zampe sul davanzale, il cane balzò sul dorso dell’asino, il gatto si arrampicò fin sulla testa del cane e il gallo si appollaiò sulle spalle del gatto.
Quindi ad un cenno dell’asino, diedero inizio al loro primo concerto:
… e fu tutto un ragliare, abbaiare, miagolare e schiamazzare.
Un inferno! Terrorizzati, i quattro briganti cercarono la salvezza fuori dalla casa, ma all’uscita furono investiti da un essere che calciava, graffiava, mordeva, beccava!
Un INFERNO! Scapparono per non tornare mai più in quel luogo maledetto!
I quattro amici non ci pensarono due volte: si precipitarono all’interno della casa, senza esitare si sedettero intorno al tavolo… e …
credo che siano ancora lì che mangiano e ridono, che ridono e mangiano…
Lì era il Paradiso!
 
Jachob Grimm – Wilhelm Grimm

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Charles Perrault

Il lupo e i sette capretti – Jachob y Wilhelm Grimm

Il lupo e i sette capretti - Jachob y Wilhelm Grimm

Il lupo e i sette capretti – Jachob y Wilhelm Grimm

C’era una volta una capra che allevava da sola i suoi sette piccoli capretti. Essa li amava teneramente, ma le davano molte preoccupazioni, perché erano spesso disubbidienti e sbadati. Inoltre temeva sempre per la loro vita, perché questi piccoli imprudenti pensavano solo a giocare, sgambettando senza tregua ai margini della foresta, là dove si aggirava il loro nemico di sempre ed il più sanguinario: il grande lupo. Un giorno prima di andare nel bosco a cercare freschi germogli d’arboscelli per il pasto della sera, la capra radunò i suoi piccoli per metterli di nuovo in guardia.
 
– Devo assentarmi per alcune ore, non lasciate entrare nessuno dentro casa. Siate diffidenti perché il lupo è astuto, può falsare la sua voce e mascherare il suo aspetto. Ma voi potrete riconoscerlo a colpo sicuro dalle zampe che sono nere.
– Saremo saggi e prudenti – promisero i capretti – non apriremo la porta a nessuno se non mostrerà le zampe bianche.
La capra se ne partì abbastanza tranquilla. Qualche minuto dopo alcuni colpi furono battuti alla porta.
 
– Aprite, aprite miei cari piccoli, è vostra madre che ha dimenticato il suo scialle e le sue cesoie.
– Uuh! Uuh! – dissero scherzosamente i sette capretti – abbiamo riconosciuto la tua brutta voce, brutto diavolo di un lupo e non ti apriremo la porta.
 
Il lupo se ne andò via umiliato, ma lungo il cammino comperò un pezzetto di zucchero filato che succhio per addolcire la sua voce rauca. Ritornò di soppiatto e da dietro la porta disse con una voce melliflua: – Aprite miei cari figli, è la vostra mamma che porta dolciumi per voi.
Purtroppo per lui, il lupo, sbadato, aveva posato le sue zampe nere sull’orlo della finestra e fu quindi subito riconosciuto. I capretti gridarono scherzosamente:
 
– Uuh! Uuh! Signor lupo zampe nere, ti sei tradito!
Contrariato e affamato il lupo concepì un nuovo inganno. Corse zoppicando dal fornaio e gli disse:
– Mi sono ferito, mettetemi un impiastro di pasta cosparso di farina, mi allevierà il dolore.
A quei tempi era un rimedio abituale, pertanto il fornaio non sospettò i neri disegni del lupo che ripartì con la zampa destra imbiancata come desiderava. Ingannati dalla voce mielosa e dalla zampa bianca i poveri capretti alla fine aprirono la porta. Apparve il lupo, terribile, con la schiuma alla bocca, tutto nero, con fuori una grande e avida lingua rossa.
 
– Aiuto! Soccorso! – belarono i poveri piccoli, saltando sotto la tavola, nel letto, nell’armadio o nella vasca da bagno, nella speranza di sfuggire all’orribile bestia.
Ma il lupo, eccitato e morto di fame, li trovò tutti e l’inghiottì in un boccone uno dopo l’altro, con il pelo e gli zoccoli. Uno solo di loro scampò alla carneficina, perché si era nascosto nell’orologio a pendolo, rannicchiato sotto il pesante bilanciere di rame.
 
Dopo poco tempo mamma capra bussò alla porta e trovando la sua casa devastata, scoppiò in singhiozzi. Nessun belato rispondeva alla sua chiamata. Comprese allora che il lupo l’aveva preceduta.
Ad un tratto la poveretta drizzò le orecchie: dalla cassa dell’orologio proveniva un debole rumore e infine, sotto la pressione dei piccoli zoccoli, la sua porticina si aprì e ne uscì un capretto in lacrime che si precipitò ad abbracciare la madre raccontandole le astuzie del lupo e la triste fine dei suoi fratelli. La capra disse tra sé:
 
– Non deve essere andato molto lontano dopo una tale scorpacciata. Ingordo com’è, può darsi ci sia una speranza di ritrovare vivi i tuoi fratelli.
 
Afferrata la sua borsa per il cucito, si diresse di corsa verso la foresta. La capra non dovette andar lontano. Sazia, sdraiata ai piedi di un albero, la cattiva bestia si muoveva curiosamente. Con molta abilità la capra gli tagliò la pancia con un gran colpo di forbici.
Il lupo dormiva così bene che si mosse appena e non si accorse di niente.
 
Con grande gioia della loro madre i capretti uscirono sani e salvi, uno dopo l’altro, dallo stomaco del lupo. Per ordine della capra essi portarono sei grosse pietre che furono poste nella pancia del lupo che fu ricucito alla perfezione. Corsero poi tutti insieme ad appostarsi sul parapetto di un ponte.
 
Quando il lupo si svegliò, fu preso da una gran sete. Appesantito, corse verso la riva del fiume e per bere si sporse, ma trascinato dal peso delle pietre, colò a picco e s’annegò.
I capretti e la loro mamma ne furono molto felici.
 
fJachob Grimm – Wilhelm Grimm

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