Il pentolino magico - Jachob y Wilhelm Grimm

Il pentolino magico – Jachob y Wilhelm Grimm

C’era una volta un contadino che aveva una figliola. Egli andava a giornata; la figliola filava stoppa o tesseva tela per conto delle vicine: così si guadagnavano la vita.
Avvenne una gran siccità: nei campi non nacque un filo d’erba, e non ci fu più da lavorare per nessuno dei due. Avevano un gruzzoletto, messo prudentemente da parte nel buon tempo, e per parecchi mesi poterono tirare innanzi, vivendo quasi a pane e acqua. Il padre sospirava pensando all’avvenire; ma la ragazza, gioviale anche con la miseria, canticchiava da mattina a sera,come quand’era al telaio e con la rocca al fianco e lo stomaco pieno. Il padre brontolava: – Con che cuore canti? Ci rimane da mangiare appena per altri due giorni!
 
– Quando sarò morta, non canterò più.
– Mentre parlavano comparve sulla soglia una donna scarna, allampanata, che pareva il ritratto della fame.
– Fate la carità, buona gente!
– Siamo più miseri di voi, – rispose il padre. – Rivolgetevi altrove.
 
La ragazza invece prese la pagnottella che doveva essere il suo desinare di quel giorno e la porse alla vecchia:
– Mangiatela voi per me.
– Grazie, figliola.
Intascata la pagnottella, la vecchina cavò di sotto lo scialle unto e stracciato una padellina nuova di rame:
– Tieni, figliola; non ho altro; forse ti servirà.
 
E andò via. La ragazza si rimise a canterellare, picchiando con le nocche delle dita sulla padellina, che dava un bel suono; poi, per gioco, la posò sul focolare spento e, ridendo, disse al padre:
– Che volete? Una costoletta? Una frittata? E non aveva ancora finito di parlare, che una fiammata si accese, e la padellina cominciò a friggere, spandendo attorno un odore che avrebbe risuscitato un morto.
– Oh, che miracolo, figliola mia! Siamo ricchi!
 
Nella padellina fumavano due costolette da bastare anche per quattro persone; e quando furono cotte, il fuoco si spense da sé. Metà ne mangiarono padre e figlia, metà ne spartirono tra le vicine più povere di loro. L’odore si sentiva per tutta la via.
D’allora in poi, a ogni mezzogiorno, la ragazza metteva la padellina sul focolare spento e domandava al padre:
– Che volete? Una costoletta? Una frittata?
– Una frittata.
 
E poco dopo la frittata era bell’e cotta da poter bastare fino per otto persone.
Parte ne mangiavano padre e figlia, parte ne dividevano tra le vicine più povere di loro. L’odore si sentiva per tutta la via. La cosa fece scalpore. Le stesse vicine che ricevevano la carità cominciarono a ciarlare: come mai padre e figlia, con quella miseria, senza guadagno alcuno, se la scialavano a quel modo?
 
Le ciarle giunsero fino all’orecchio del Re. Giusto in quei giorni la Regina s’era ammalata con un’inappetenza che non le permetteva di prendere nessun cibo, e i medici non sapevano come rimediarvi. La Regina avrebbe voluto qualcosa da ristorarla col solo odore, e il cuoco si stillava il cervello per accontentarla. Ma davanti alle pietanze più squisite, la Regina torceva il capo nauseata:
 
– Portatele via; mi si rivolta lo stomaco.
Il Re, che aveva sentito parlare del buon odore delle pietanze di quei contadini, disse ai medici:
– Proviamo a far preparare il pranzo della Regina da costoro. Forse, per la stranezza, lo gradirà.
 
E mandò a chiamare la ragazza.
– Vuoi essere la cuoca della Regina?
– Come piace a Vostra Maestà.
– Vieni ad abitare nel palazzo reale.
– A un patto, Maestà. In cucina, con me, dovrà stare soltanto mio padre.
– Soltanto tuo padre.
 
Giunta l’ora del desinare, la ragazza si presentò alla Regina:
– Maestà, che volete? Una costoletta? Una frittata?
– Una costoletta.
 
La ragazza mandò via di cucina tutte le persone ch’erano a servizio del Re, dal cuoco allo sguattero, si chiuse a chiave dentro insieme col padre, e mise la padellina sul focolare spento:
– Padellina, una costoletta!
La Regina, all’odore della costoletta fumante nel piatto, si sentì ristorare:
– Benedette le tue mani, ragazza mia!
Mangiò con grand’appetito, come da più settimane non faceva, e in segno della sua gratitudine regalò alla ragazza una collana di brillanti.
– Maestà, questa è una collana da regina, non da contadina mia pari.
– Sei regina anche tu, regina di tutte le cuoche.
 
E gliela mise al collo con le proprie mani.
Ogni giorno, a ogni pranzo era un nuovo regalo; ora una spilla con un magnifico smeraldo, ora boccole di perle grosse come uova, ora un braccialetto finemente cesellato e tempestato di rubini.
– Maestà, è ornamento da regina, non da contadina mia pari.
– Sei regina anche tu, regina di tutte le cuoche.
 
In corte non si ragionava che di quei mirabili pranzi; e i medici erano stupiti che il grave male della Regina fosse già guarito col semplice rimedio o d’una costoletta o d’una frittata, giacchè la padellina non dava altro.
Un giorno il Reuccio entrò in camera della Regina che ella aveva appena terminato di mangiare l’ultimo boccone.
 
– Che buon odore, Maestà!
– Odor di costoletta, Reuccio.
Un altro giorno:
– Che buon odore, Maestà!
– Odor di frittata, Reuccio.
– Sempre le stesse cose, Maestà?
– Sempre; ma ogni volta hanno un sapore diverso.
– E come fa la vostra cuoca?
– Lo sa lei.
 
Il Reuccio entrò in grande curiosità, e volle andare in cucina per vederla lavorare.
– In cucina dobbiamo starei soltanto mio padre e io.
– Io sono il Reuccio!
– Reuccio o non Reuccio, ho la parola di Sua Maestà; in cucina dobbiamo starei soltanto mio padre e io.
 
Il Reuccio, indispettito, afferrò la padellina ch’era lì tutta affumicata e gliela strofinò sulla faccia, annerendogliela come quella d’una mora e se ne andò chiudendo la ragazza e il padre nella casa come prigionieri.
Quel giorno, per caso, avevano da mangiare.
 
Il giorno dopo però cominciarono a provar fame.
Erano come murati in casa e non potevano nemmeno gridare al soccorso!
– Ah, poveri noi! Morremo di fame.
 
La padellina stava appesa a un chiodo, pulita e luccicante qual era rimasta dal momento che il Reuccio l’aveva strofinata sulla faccia della ragazza.
La ragazza la guardava in cagnesco, con gli occhi pieni di lacrime, e si sentiva gorgogliare in gola: «Maledetta la padellina e chi me la dette!».
La vide smuoversi e la sentì risonare come quando la prima volta vi aveva picchiato su con le nocche delle dita.
La staccò dal chiodo, la posò sul focolare spento, e disse al padre:
 
– Che volete? Una costoletta? Una frittata?
Non aveva finito di parlare, che una fiammata si accese, e la padellina cominciò a friggere, spandendo attorno un odore che avrebbe risuscitato un morto.
Padre e figlia, a una voce, esclamarono:
– Benedetta la padellina e chi ce la dette!
 
Corsero alla porta, ma il paletto non si poteva muovere; corsero alla finestra, ma il lucchetto era più duro del paletto.
Intanto il buon odore delle pietanze si sentiva nella via.
Il Re, saputa la cosa, mandò subito a prendere la ragazza.
– Aprite, vi vuole Sua Maestà.
– Non possiamo aprire; aprite voi.
 
Il Re manda i fabbri per forzare la serratura o sfondare la porta; i fabbri tentano, ritentano, ma inutilmente.
Manda allora i muratori per fare un gran buco nel muro; ma i picconi si spuntano, il muro par fatto di bronzo.
La Regina agonizzava.
Il Re avrebbe dato metà del suo regno pur di vederla risanare con le costolette e le frittate della padellina miracolosa.
Che fare con quella serratura, con quella porta e con quel muro che resistevano a tutto?
Un giorno finalmente la Regina chiude gli occhi e rimane immobile: la credono morta, e si leva un gran pianto per tutto il palazzo reale.
 
Il Re, dalla disperazione e dal dolore, si strappava i capelli.
A un tratto la Regina riapre gli occhi e dice:
– Ho fatto un sogno. Mi pareva d’essere stata portata dietro la porta di quella casa, e che il solo odore delle pietanze m’avesse risanata. Maestà, voglio provare se il sogno è veritiero.
I servitori presero il letto come una barella e portarono la Regina dietro la porta che non poteva aprirsi.
– Regina delle cuoche, fammi sentire almeno l’odore delle tue pietanze, regina!
 
Non rispose nessuno, e non si sentì odore di sorta.
– Regina delle cuoche, fammi sentire almeno l’odore delle tue pietanze, regina!
Non rispose nessuno, e non si sentì alcun odore.
Il Re, quasi piangendo, gridò:
 
– Regina delle cuoche, se fai sentire l’odore delle tue pietanze, sarai Regina per davvero.
– Maestà, – disse un ministro, – che cosa vi e scappato di bocca! Parola di Re non va indietro.
– E non andrà! Partano cento corrieri e vadano in cerca del Reuccio.
– E se il Reuccio non vorrà sposarla?
 
– L’adotterò per figliola, e sarà Reginotta.
Si sentì subito un odore delizioso che si sparse per tutta la via.
La Regina annusava e rinasceva da morte a vita.
Annusavano il Re, i ministri, il seguito di corte, la folla pigiata nella via attorno al letto della Regina, e tutti si sentivano riempire lo stomaco, quasi avessero pranzato lautamente.
 
Per parecchie settimane, nessuno pensò a fare spesa e ad accendere un fornello.
Aspettavano che la Regina fosse portata col letto dietro la porta di quella casa, e appena l’odore delle pietanze cominciava a spandersi, si vedevano mille e mille nasi per aria annusare avidamente, e da lì a poco scoppiavano dei grand’Ah! di soddisfazione, come dopo un pranzo copioso.
 
I corrieri reali eran partiti subito alla ricerca del Reuccio, ma le settimane passavano, nessuno di essi tornava, e l’odore intanto veniva meno di giorno in giorno, con gran terrore del Re e della Regina che non era ancora ristabilita in salute.
 
La gente, preso gusto a quel genere di pranzo così buono e che non costava niente, malediva quegli stupidi corrieri incapaci di trovare il Reuccio.
Una mattina, inaspettatamente, ecco uno dei corrieri e poi un altro e poi un altro, scalmanati, sfiniti.
– Avete trovato il Reuccio?
– Non l’abbiamo trovato.
Due giorni dopo, ecco l’ultimo più scalmanato e più sfinito degli altri.
– Hai trovato il Reuccio?
– No, ma ho trovato chi sa dov’è. È un pastore che guarda le pecore laggiù, laggiù. Disse: «Indovinami prima quest’indovinello e poi saprai dov’è il Reuccio». Non l’ho indovinato e non me l’ha detto.
– Che indovinello?
Non ero nato per fare il pastore,
Eppur dovevo mungere e tosare.
– Bestia! È lui! – gridò il ministro, che di mungere e tosare se n’intendeva assai. – Conducimi dov’egli si trova.
E partì insieme col corriere.
Infatti era proprio lui.
Ne aveva viste e patite tante, fino a essersi ridotto a fare il guardiano di pecore, che non gli pareva vero tornare Reuccio, anche a patto di sposare la regina delle cuoche.
 
Appena arrivato, andò a picchiare alla porta che non si poteva aprire.
– Sono il Reuccio.
Invece della porta si aprì la finestra, e comparve la ragazza con la faccia nera e la padellina in mano; la padellina era affumicata.
– Questa è la mia dote!?
 
Chi mi vuole per mogliera
Deve farsi la faccia nera.
E se nera non la fa,
D’onde viene se n’andrà.
 
Il Reuccio esitava; non gli andava doversi impiastricciare di fumo al cospetto di tanta gente radunatasi alla notizia del suo arrivo.
Poi si strinse nelle spalle, prese la padellina e, chiusi gli occhi, se la strofinò sulla faccia, tingendosi peggio di un moro.
E mentre la sua anneriva, quella della ragazza ridiventava bianca come la cera.
 
– Ora potete entrare.
Infatti la porta si spalancò da sé, e il Reuccio trovò sulla soglia la ragazza vestita come una regina, con la collana, lo spillone, gli orecchini e i braccialetti regalatile quando faceva la cuoca; sembrava una regina nata, tanto era bella e dignitosa.
Il popolo applaudiva:
 
– Viva la Reginotta! Viva il Reuccio!
E nello stesso tempo rideva, vedendo costui tutto impiastricciato a quel modo; ma rise per poco.
La ragazza prese il grembiule, lo passò sulla faccia del Reuccio, e in men che non si dica gliela ripulì.
Prima che si sposassero, la Regina era già bell’e guarita.
Le feste delle nozze durarono un mese intero.
 
– E della padellina che ne faremo? – disse il Reuccio.
– Si faccia un bando: «Chi ha una padellina, venga a sfregarla con questa; friggerà da sé egualmente».
Figuriamoci che cuccagna! Pareva tutti i giorni un festino.
La gente si dava bel tempo, e all’ora del pranzo mettevano le padelline sui fornelli spenti:
– Padellina, una costoletta! Padellina, una frittata!
E tutte le padelline friggevano; la gente mangiava a ufo.
Frittate e costolette avevano ogni volta un sapore diverso.
Ma, purtroppo, chi non lavora non è mai contento!!? Cominciarono a brontolare:
– Sempre costolette! Sempre frittate!
 
La Fata che aveva regalato la padellina portentosa alla ragazza, in premio della carità da lei fatta, si sdegnò di quell’ingratitudine, e un bel giorno, anzi, un brutto giorno, prese di nuovo le sembianze di vecchina e si presentò alla Reginotta.
 
– Sono quella della padellina. Brontolano: «Sempre costolette! Sempre frittate!». Ecco qui un’altra padellina che frigge diversamente.
Strofinino le loro con questa e vedranno il miracolo.
 
Corsero tutti, strofinarono, e si trovarono canzonati.
 
Jachob Grimm – Wilhelm Grimm

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