L’omino anticipato - Carlo Collodi

L’omino anticipato – Carlo Collodi

1. Il signor Gigino.
 
Quando lo conobbi io, aveva appena dieci anni. Di nome si chiamava Gigino.
 
Non era né bello né brutto. Aveva un par d’occhietti cerulei: i capelli biondissimi, d’un biondo chiaro come la stoppa: il naso un po’ ritto e voltato in su e le gambe un tantino magre più del bisogno.
 
Nell’insieme, poteva dirsi un buon figliuolo. A scuola non faceva miracoli, ma il maestro mostravasi contento: in casa poi era il cucco della mamma e l’occhio diritto del babbo. Guai se le sorelle e i fratelli maggiori avessero torto un capello a Gigino! C’era da far nascere una specie di finimondo.
 
 Volete che vi dica il più gran difetto di questo ragazzo? Durerete fatica a crederlo, eppure è così: il suo più gran difetto era quello di vergognarsi a passar per un ragazzo: voleva per forza parere un giovinotto, un uomo fatto!
 
A domandargli quanti anni avesse, per il solito rispondeva:
 
«Il babbo e la mamma dicono che ne ho dieci: ma lo dicono per farmi arrabbiare…»
 
«O dunque quanti anni hai?»
 
«A dir poco poco, ne devo avere dodici per i diciotto: un altr’anno sarò di leva…»
 
«Come fai a saperlo?»
 
«Chi può saperlo meglio di me? Gli anni sono miei, e nessuno me li può levare.»
 
Fatto sta che Gigino, mentre pretendeva di essere un giovinotto e un omino maturato prima del tempo, si dava a conoscere per un ragazzo più ragazzo di molti altri. Era bizzoso, capriccioso, svogliato, ghiotto di zucchero e di pasticcini: un po’ bugiardo: prepotente e permaloso co’ suoi compagni di scuola, e fanatico dei balocchi fino al segno di pigolare tutti i giorni qualche soldo per comprarsi un burattino o un cavallo di terra cotta col fischio nella coda.
 
Voi forse mi domanderete: «In qual modo, dunque, il signor Gigino mostrava questa sua gran passione di farsi credere un giovinotto?»
 
Ve lo dico subito: la sua passione stava tutta nel desiderio di potersi vestire da uomo, come il suo fratello maggiore che aveva oramai vent’anni compiti: vale a dire, invece del solito berrettino, avrebbe preferito un bel cappello a tuba: invece della giacchettina, un soprabito di panno nero, e invece della golettina rovesciata, che lascia libero il collo, un bel golettone ritto e inamidato, come il collare dei preti.
 
2. Il cappello a tuba.
 
Fra tutte queste galanterie, la più agognata per il nostro Gigino era il cappello a tuba.
 
Un giorno, sfogandosi con la Veronica, la cameriera che per il solito lo accompagnava a spasso, arrivò fino a dire: «Credilo, Veronica, per un cappello a tuba darei tutti i miei libri di scuola.»
 
«O perché non se la fa comprare dal babbo?» ripigliò la cameriera, ridendo come una matta.
 
«E perché ridi?» domandò Gigino impermalito.
 
«Rido, perché a vedere un ragazzo, come lei, col cappello a tuba, mi parrebbe di vedere un fungo porcino.»
 
«Povera donna! ti compatisco…»
 
«La mi compatisca quanto la vuole, ma a me i ragazzi vestiti da ominini grandi mi somigliano tante maschere fuori di carnevale…»
 
La mattina dopo (era per l’appunto giovedì, giorno di vacanza per la scuola) il nostro Gigino, frugando nell’armadio di guardaroba, gli venne fatto di trovare un vecchio cappello di felpa, tutto bianco dalla polvere. Era un vecchio cappello del suo babbo.
 
Tutto allegro, come se avesse trovato un tesoro, se lo portò via di sotterfugio; e ritiratosi nella sua camera, si pose a spazzolarlo e a strigliarlo, come se fosse stato un cavallo.
 
Quel povero cappello in alcuni punti era diventato bianchiccio a cagione del pelo andato via: ma Gigino, senza perdersi d’animo, vi rimediò subito, e presa la boccettina dell’inchiostro, restituì alla felpa del cappello il suo bellissimo color morato.
 
Poi se lo pose in testa: ma il cappello era così largo, che gli calava fino al principio del naso.
 
Gigino non se ne dette per inteso: e andandosi a guardare nello specchio, cominciò a dire gongolando dalla gioia:
 
«Ecco qui… non sono più il medesimo: paio proprio un altro… neanche la mamma mi riconoscerebbe!… Bisogna convenire che il cappello a tuba è quello che fa parere uomini… Se gli uomini portassero i berretti, come noi, sarebbero tanti ragazzi… Che cosa pagherei di farmi vedere con questo cappello dai miei compagni di scuola!… Chi lo sa come m’invidierebbero!… E il maestro?… Scommetto che, se andassi a scuola con questo cappello, anche il maestro avrebbe un po’ di soggezione di me… Oh! che bell’idea!…».
 
Detto fatto, Gigino ebbe lì per lì una bellissima idea. Levatosi il cappello, corse da sua madre e le disse: «Ti contenti, mamma, che vada qui dal cartolaro, sulla cantonata, per comprare un quinternino di carta?»
 
«Mi prometti di tornar subito?»
 
«In un lampo.»
 
«E non ti fermare dinanzi alle vetrine delle botteghe.»
 
«Che mi credi un ragazzo?»
 
E senza stare a dir altro, Gigino ritornò in camera; e dopo due minuti era giù in mezzo alla strada, con in testa il suo bellissimo cappello a tuba, ritinto a nuovo.
 
La gente si voltava a guardarlo, e rideva: ma lui si pavoneggiava ed era contento come una pasqua.
 
Per altro le contentezze in questo mondo durano poco: tant’è vero che prima di arrivare alla bottega del cartolaro, il nostro Gigino incontrò due monelli di strada, che incominciarono a girargli d’intorno e a fargli delle grandi riverenze e dei grandi salamelecchi, gridando con quanto fiato avevano in gola:
 
«Sor Dottore, buon giorno a lei!… Ben arrivato sor Dottore!»
 
Altri monelli sopraggiunsero strillando:
 
«Guarda che bel Cappellone!… Sor Cappellone, la si rigiri!… Evviva Cappellone!…».
 
E lì grandi risate, urli, fischi, un baccano indiavolato, da levar di cervello.
 
Il povero Gigino, che avrebbe pagato Dio sa che cosa per aver le ali come un uccello e tornarsene volando a casa dalla sua mamma, si provò più volte a farsi largo e a svignarsela, ma i monelli, riunitisi in cerchio, gli chiudevano ogni via di salvezza.
 
«Mi pare una bella porcheria!» gridò piangendo. «Io vado per i fatti miei, e non do noia a nessuno… e non voglio che nessuno dia noia a me…»
 
«Bravo Cappellone, urlò un ragazzaccio, più sbarazzino degli altri. Bravo Cappellone!… tu ragioni meglio d’un libro stampato… e meriti la mancia.»
 
E nel dir così, gli diè sul cappello un colpo così screanzato, che il cocuzzolo volò via di netto, e il povero Gigino rimase con la sola tesa penzoloni intorno alla testa.
 
Figuratevi lo scoppio delle risate!
 
Appena tornato a casa, il nostro amico si chiuse in camera per bagnarsi con l’acqua fresca un bel graffio sul naso, raccapezzato in mezzo a quel gran parapiglia.
 
3. Il goletto insaldato.
 
Il graffio del naso non era ancora guarito per bene, che già il nostro amico Gigino, per la solita grulleria di vestire da uomo fatto, ne meditava un’altra delle sue.
 
Una mattina, avendo trovata la Veronica in guardaroba, che rassettava della biancheria, le disse con una manierina incantevole:
 
«Dimmi, Veronica, mi faresti un piacere?»
 
«Si figuri!»
 
«Ma prima mi devi promettere…»
 
«Che cosa?»
 
«Di non dir nulla alla mamma.»
 
«Si comincia male» osservò la cameriera, alzando la testa e guardando in viso il ragazzo. «Dev’essere dunque un segreto?»
 
«Un segreto, no… ma ecco, vorrei…»
 
«Animo via: sentiamo di che si tratta.»
 
«Si tratta di un goletto da collo del mio fratello Augusto.»
 
«Come c’entra il suo fratello Augusto?»
 
«Bisogna sapere che Augusto mi ha regalato uno de’ suoi goletti da collo: ma per me è troppo grande… e vorrei che tu mi facessi il piacere di ristringerlo.»
 
«E un ragazzino, come lei, vuol mettersi un golettaccio alto e insaldato a quel modo, che pare un collare? Quei goletti, abbia pazienza, staranno bene agli uomini e ai giovinotti, perché oramai la moda vuole così, e con la moda non ci si ragiona: ma i ragazzetti della sua età fanno miglior figura con la goletta arrovesciata, e che lascia scoperto e libero il collo. La tenga a mente, sor Gigino, che i ragazzi bisogna che vestano da ragazzi: se no, c’è da scambiarli per tanti uomini rimasti nanerucoli e piccini.»
 
«O che sarebbe una vergogna? Io sento che il babbo e la mamma, quando vogliono dire un gran bene di qualche ragazzo, lo sai come dicono? Dicono sempre: quello è un ragazzo che par proprio un omino.»
 
«Verissimo: ma non intendono dire che paia un omino, perché porta i goletti ritti e insaldati, come usano gli uomini: neanche per sogno! Intendono dire che il tale o il tal altro ragazzo pare un omino, perché non è bizzoso, perché non è scapato, perché ha giudizio, perché studia e si fa onore e perché preferisce i libri ai balocchi.»
 
«Basta, basta, Veronica: il resto me lo dirai un’altra volta. Me lo fai dunque questo piacere?»
 
«Eppure scommetto che se il suo babbo fosse tanto buono da comprarle un cappello a tuba, lei non si vergognerebbe a farsi vedere in mezzo alla strada con quella cupola in capo!»
 
Gigino guardò in viso la Veronica, e abbassando la voce domandò:
 
«Hai saputo forse qualche cosa?…».
 
«Di che?»
 
«Del cappello…»
 
«Cioè?»
 
«Dunque non sai nulla?… Meno male… Che cosa, dunque, dicevi?»
 
«Dicevo che lei sarebbe capacissimo di mettersi in testa un cappello a tuba e di andare magari a farsi vedere da tutti!…»
 
«Sicuro che ci anderei.»
 
«Ma non pensa ai fischi e alle risate dei monelli di strada?»
 
«Dimmi, Veronica, che hai saputo per caso qualche cosa?…»
 
«Di che?»
 
«Meno male: non hai saputo nulla!… Dicevi dunque?»
 
«Dicevo che i ragazzacci di strada sono anche impertinenti… e non so se si contenterebbero soltanto di ridere e di fischiare.»
 
«E che vuoi tu che mi facessero di peggio?»
 
«Chi lo sa! Potrebbero alzare le mani e sentirsi il pizzicorino di lasciar cadere sul suo cappello qualche solennissima latta…»
 
«Latta?… E che roba sono le latte?»
 
«Sono quei colpacci a mano aperta affibbiati per celia o per davvero sul cappello degli altri.»
 
«E se qualche ragazzaccio si pigliasse la confidenza di sciuparmi il cappello, tu credi che io non ne avrei il coraggio?…»
 
«Il coraggio di far che cosa?»
 
«Di scappare e di andar subito a raccontarlo alla mamma?… Per tua regola, io non ho paura di nessuno.»
 
«Lo so che lei è dimolto coraggioso: tant’è vero che la sera, quand’è entrato a letto, vuol sempre la candela accesa. Guai a lasciarlo al buio!»
 
«Che cosa c’entra la candela col coraggio? Il coraggio è una cosa, e la candela è un’altra: ne convieni? E poi devi sapere che il mio maestro di ginnastica ha promesso fra sei o sett’anni d’insegnarmi la scherma… e quando saprò la scherma… allora, te lo dico io, non avrò più paura di nessuno. Ma insomma, Veronica, me lo fai questo piacere, sì o no?»
 
Gigino, mi dispiace a doverlo dire, aveva un altro difetto, comunissimo del resto a molti ragazzi, quello, cioè, che quando cominciava a chiedere una cosa, non la finiva più, fino a tanto che non l’aveva ottenuta. E a furia di ripetere e di pigolare la medesima cosa diventava così noioso e così seccatore, da sfondare lo stomaco.
 
Prova ne sia che la Veronica, pur di levarsi di torno quel tormento, prese dispettosamente il goletto, e tagliatone un pezzo e ricucitolo alla meglio con pochi punti, lo ridusse adattato al collo del suo padroncino.
 
Chi più beato, chi più felice di Gigino? Ballando e saltando corse a rinchiudersi nella sua camerina, e lì tanto fece e tanto annaspò, che finalmente poté guardarsi nello specchio col suo nuovo goletto intorno al collo.
 
Ma il nuovo goletto era così alto e così duramente insaldato, che il povero figliuolo sentiva tagliarsi la gola! Non poteva più abbassare la testa: non poteva voltarsi né di qua né di là: pareva proprio un impiccato. Eppure quel giuccherello era contento, tanto contento, che sarebbe difficile figurarselo!
 
La sua prima idea fu quella di chiedere alla mamma il solito permesso per andare dal solito cartolaro a comprare le solite penne: ma poi, tornandogli in mente la gran disgrazia toccata all’infelice cappello a tuba, pensò meglio di scendere giù nel giardino. Se non foss’altro, scansando il pericolo d’incontrare i monelli di strada, si sarebbe levato il gusto di farsi vedere dal giardiniere, dalla moglie del giardiniere e dal loro bambinetto.
 
Appena arrivato sulla porta del giardino, il primo a venirgli incontro fu Melampo, un grosso cane da guardia, che cominciò subito a guardarlo male e a ringhiare, come se avesse voluto mangiarlo.
 
«Che cos’ha Melampo?» gridò Gigino al figliuolo del giardiniere. «Che forse non mi conosce più? Non riconosce il suo padrone?»
 
«Come vuol che faccia a riconoscerlo, con codesto golettone che gli fascia tutta la gola?… Lo creda, sor Gigino, duro fatica a riconoscerlo anch’io… Da ieri a oggi, l’è così imbruttito… con rispetto parlando!»
 
«Imbruttito?… Sarebbe a dire?…»
 
«Lo creda, sor Gigino, la mi pare un galletto, quando gli hanno tirato il collo… Che gli è venuto forse un tumore, Dio ci liberi tutti?»
 
«È meglio che me ne vada, senza risponderti… se no, te ne direi delle belle» masticò Gigino fra i denti: e si avviò verso il pergolato.
 
Ma costretto a camminare a testa alta e non potendo vedere dove metteva i piedi, inciampò dopo pochi passi in un secchione pieno d’acqua lasciato per dimenticanza nel mezzo, e cadde lungo disteso sulla ghiaia del viale.
 
E la sua caduta fu così divertente, che alcune galline, le quali stavano beccando lì dintorno, invece di fuggire spaventate, cominciarono a sbattere le ali e a fare coccodè coccodè, tale e quale come se ridessero di genio alla vista di quel ragazzo così buffo per il suo golettone insaldato. Basti dire che fra quelle galline, ve ne fu una che, nello sforzo del gran ridere, scodellò senza avvedersene un bellissimo ovo fresco.
 
Gigino, come potete immaginarvelo, tornò a casa tutto mortificato, e c’è da compatirlo! Se col suo goletto avesse messo di buon umore solamente il ragazzo del giardiniere, pazienza! Ma far ridere anche le galline, è troppo! Veramente, è troppo!
 
4. La scherma.
 
E qui bisogna ritornare un passo indietro, come dicono i raccontatori di novelle.
 
Dovete dunque sapere, miei piccoli e carissimi lettori, che il brutto caso di quel povero cappello a tuba, strapazzato, percosso e diviso in due pezzi sulla pubblica via, non rimase un segreto per i compagni di scuola del nostro amico Gigino.
 
Uno scolaro, per combinazione, venne a saperlo: e quando un ragazzo sa qualche cosa, potete aspettarvi che dopo cinque minuti lo sanno anche tutti gli altri ragazzi. Così sapessero tutti l’Aritmetica, la Storia e la Geografia!
 
Fatto sta, che fra i compagni di scuola di Gigino trovavasi un certo Amerigo chiamato di soprannome il Biondo, perché di capelli e di carnagione era biondo come un cannello di brace.
 
Il Biondo non aveva che una sola passione (bruttissima passione): quella di divertirsi e di ridere alle spalle degli altri ragazzi. Inventava per tutti qualche canzonatura o qualche scherzo impertinente. A chi le dava, e a chi le prometteva.
 
Figuratevi la sua contentezza, quando gli raccontarono la storia della famosa latta cascata sul cappello a tuba del povero Gigino!
 
Prese subito di mira l’amico, e non gli dètte più pace; non lo lasciò più ben’avere un minuto solo.
 
Tutte le volte che nell’andare a scuola s’imbatteva in lui, affibbiavagli subito un bello scappellotto sul berretto: e poi, fingendosi dolente e mortificato, diceva con voce di piagnisteo:
 
«Scusa, sai: mi pareva che tu avessi in testa il cappello a tuba!… Non lo farò più!…».
 
Il nostro Gigino, a questi scherzi sguaiati ci soffriva, proprio ci soffriva: e avrebbe dato volentieri una buona lezione al suo accanito persecutore: ma la paura era quella che lo tratteneva: e la paura è stata sempre una gran tara per tutte quelle persone che vorrebbero aver coraggio.
 
Alla fine, non potendone più, fece un animo risoluto, e disse al suo maestro di ginnastica:
 
«Senta, signor maestro, io vorrei che lei m’insegnasse subito la scherma».
 
«Che cosa vuoi far della scherma?»
 
«Voglio battermi…»
 
«Con chi?»
 
«Con nessuno.»
 
«Benissimo: il signor Nessuno è l’unico avversario adattato per te!» urlò il maestro, dando in una gran risata.
 
«Eppure anche il babbo dice sempre che, quando sarò più grande, dovrò imparare la scherma…»
 
«Quando sarai più grande, sì: ma che cosa vuoi far oggi della scherma? oggi che sei un ragazzino alto poco più d’un soldo di cacio? oggi che non hai nemmeno la forza di reggere in mano il fioretto?…»
 
«Scusi: che cosa sarebbe il fioretto?»
 
«Te lo spiegherò un’altra volta.»
 
«Scusi, signor maestro: non potrebbe darmi qualche lezione, tanto per cominciare?…»
 
«Voglio contentarti. Per oggi t’insegnerò il modo di stare in guardia.»
 
«Mi dispiace… ma in guardia oggi non ci posso stare, perché dopo la scuola, mi aspettano a casa».
 
Il maestro fece di tutto per non dare in uno scoppio di risa: quindi riprese:
 
«Animo! Mettiti là, ritto, impettito della persona. Benissimo! Ora porta la mano sinistra dietro la schiena… Nossignore! codesta non è la mano sinistra: codesta è la destra… Va bene così: ora con la destra impugna questo bastoncino, che farà da fioretto».
 
«Scusi, signor Maestro, che cos’è il fioretto?»
 
«Te lo spiegherò un’altra volta. Ora allunga il braccio destro, e facendo un passo in avanti, muoviti verso di me, come se tu volessi colpirmi.»
«E poi?»
 
«E poi la lezione è finita.»
 
«È tutta questa la scherma?»
 
«Per la tua età, ne hai imparata anche troppa e te ne avanza».
 
Dopo quella lezione di scherma, Gigino diventò una specie di gigante Golia. Nessuno gli faceva più paura. Tant’è vero che un giorno, essendosi preso a parole col Biondo, gli disse sul viso:
 
«Sono stufo delle tue sguajataggini: dopo la scuola ci batteremo».
 
Detto fatto, i due avversari si ritrovarono insieme sopra una piazzetta deserta, uno di faccia all’altro.
 
«Attento!» disse Gigino al Biondo. «Allunga il braccio destro, e passa la mano sinistra dietro la schiena.»
 
«Parli con me? Io per tua regola non ho tempo da perdere in tanti complimenti, e mi sbrigo subito.»
 
E senza aggiungere altre parole, caricò sulle spalle dell’avversario un carico di pugni, quanti potrebbe portarne un ciuchino.
 
Il nostro amico tornò a casa tutto indolenzito: e lungo la strada si consolava di tanto in tanto, dicendo fra sé:
 
«È vero che ne ho toccate! Ma quella lì non era scherma, quelli erano pugni».
 
5. La cascata da cavallo.
 
Venuto il tempo delle vacanze, Gigino andò a passare due mesi in campagna insieme con la sua mamma.
 
Il babbo rimase in città, perché essendo il tempo delle elezioni, e volendo riuscire eletto deputato alla Camera, aveva bisogno di girare dalla mattina alla sera come un fattorino della posta.
 
A poca distanza dalla villa del nostro amico c’era una casa colonica abitata dalla famigliola del contadino: vale a dire padre, madre e due ragazzetti.
 
Il maggiore di questi due ragazzi aveva forse la stessa età di Gigino, e si chiamava Cecco, il minore era un bambinetto di quattr’anni appena.
 
«Come si chiama questo bimbo?» domandò Gigino alla mamma.
 
«Il suo nome vero sarebbe Brandimarte: ma noi, qui in famiglia, gli si dice Formicola, perché egli è piccino come un baco da seta.»
 
Gigino, come potete immaginarvelo, passava tutte le sue giornate in casa del contadino, ed era diventato l’amico indivisibile di Cecco.
 
Una volta, fra le altre, gli domandò:
 
«Che cosa si potrebbe fare per divertirsi un poco?»
 
«Senta, sor Gigino, vuol dar retta a me? Io ci ho un bel carrettino di legno a quattro ruote: lei c’entri dentro, e farà da padrone, e io farò da cavallo e tirerò il carretto.»
 
«Codesti mi paiono balocchi da ragazzi!» disse Gigino, pigliando l’aria d’un uomo serio e sbadigliando senza averne voglia.
 
«O che lei è vecchio?»
 
«Non ti dirò di esser vecchio: ma oramai tutti mi scambiano per un giovinotto.»
 
«Io, per esempio», soggiunse Cecco, «se dovessi scambiarlo con qualcuno, lo scambierei con un ragazzo…»
 
«Un ragazzo io?… Ma non sai che fra dieci anni sarò di leva e mi toccherà a fare il soldato?»
 
«Io non ci ho colpa», rispose Cecco stringendosi nelle spalle.
 
«E fuori del carretto a quattro ruote, non avresti nessun altro passatempo?…»
 
«L’anno passato ce l’avevo…»
 
«Che cosa avevi?»
 
«Un cavallino bianco così addomesticato e alla mano, che veniva dietro come un pulcino, quando gli si butta il panico…»
 
«E ora è morto?»
 
«È lo stesso che sia morto, perché il padrone l’ha venduto.»
 
«E quando lo ricomprate il cavallo?»
 
«Il cavallo ce l’abbiamo, ma sarebbe quasi meglio di non averlo. Di quei cavallacci cattivi!… La si figuri, che a fargli una carezza, abbassa subito gli orecchi e mette fori certi dentoni, che paiono manichi di coltello.»
 
«E corre dimolto?»
 
«Gli è uno scappatore peggio di un berbero. Se l’avessi a montar io!… Neanche se mi ci cucissero sopra con lo spago.»
 
«Non ti vergogni di esser tanto pauroso?»
 
«No».
 
«Hai torto: un ragazzo della tua età dovrebbe avere molto più coraggio…»
 
«Lo so anch’io: ma per aver coraggio, bisognerebbe non aver paura.»
 
«Quando avevo la tua età, non c’era cavallo che mi mettesse in soggezione: anzi quanto più erano scappatori e focosi, e più ci avevo piacere.»
 
«Mi levi una curiosità», rispose Cecco, guardando il padroncino con un’aria un po’ canzonatoria, «che ne ha montati dimolti lei dei cavalli?»
 
«Te lo lascio immaginare!…»
 
«Per esempio… quanti?»
 
«Ci vorrebb’altro a contarli tutti!…»
 
«Dunque lei monterebbe anche il matto?»
 
«Chi è il matto?»
 
«Gli è appunto quel cavallaccio, che abbiamo nella stalla.»
 
«E perché lo chiamate il matto?»
 
«Perché è una bestia, con la quale non si può ragionare.»
 
«Mi conduci a vederlo?»
 
«La si figuri!»
 
I due ragazzi, senza far altre parole, si alzarono dalla panchina dove stavano seduti e si avviarono verso la stalla. Giunti alla porta, Gigino disse a Cecco:
 
«Mena fuori il matto!»
 
Cecco ubbidì.
 
Quando Gigino ebbe visto l’animale, disse scrollando il capo in atto di compassione:
 
«Questo, caro mio, non è un cavallo: questa è una pecora.»
 
«Eppure scommetto che lei…»
 
«Io?… Io per tua regola ho cavalcato certi cavalli, che tu non te li sogni nemmeno.»
 
(Si capisce bene che Gigino, parlando così, diceva un sacco di bugie: ma le diceva per la sua solita smania di farsi credere un giovinotto.)
 
«Vuol provare a montarci sopra, a bisdosso?»
 
«A bisdosso? cioè?»
 
«Vale a dire, senza sella.»
 
«Volentieri. Va’ a prendermi una sedia.»
 
«Che cosa ne vuol fare?»
 
«Ora lo vedrai.»
 
«Ma che un cavallerizzo, come lei, ha bisogno della sedia? Io, quando voglio montare a cavallo, mi attacco ai peli della criniera, spicco un bel salto, e in men che si dice, mi trovo con una gamba di qui e una di là…»
 
«Ognuno ha le sue opinioni: io, senza una sedia, non posso montare a cavallo.»
 
Cecco portò una seggiolaccia tutta sgangherata: Gigino vi si arrampicò, e inforcando il cavallo con la gamba sinistra, invece che con la destra, si trovò col viso e con tutta la persona voltata verso la coda dell’animale.
 
Allora Cecco, sbellicandosi dalle risa, cominciò a gridare:
 
«No, sor Gigino, no, l’ha sbagliato uscio: la si rigiri di lì; perché la testa del cavallo è da quell’altra parte».
 
«Lo so, lo so» rispose Gigino con molta disinvoltura «ma per tua regola quando io monto a cavallo, ho la precauzione di voltarmi prima dalla parte della coda…»
 
«Perché?»
 
«Perché, caro mio, le precauzioni non sono mai troppe.»
 
«Ora ho capito», disse Cecco, che non aveva capito nulla.
 
Intanto, a furia di sforzi inauditi, Gigino si rivoltò con tutta la persona verso la testa del cavallo: e compiuta appena questa difficile manovra, sarebbe sceso volentieri: ma gli mancò il tempo.
 
L’irrequieto animale, senza aspettare l’invito del cavaliere staccò subito un mezzo galoppo. Figuratevi Gigino! lui, che non aveva cavalcato mai altri cavalli, che un bellissimo puledro di legno, compratogli dalla sua mamma per regalo del Capo d’anno! Quanti salti e quanti balzelloni sulla groppa secca del Matto! Il povero figliuolo ora dondolava da una parte, ora dondolava dall’altra… e Cecco! Quella birba di Cecco, a gambe larghe in mezzo alla strada, godendosi la scena del suo padroncino, che da un momento all’altro era lì lì per fare un gran capitombolo, si mandava a male dalle grandi risate.
 
E il momento del capitombolo arrivò pur troppo. Gigino cadde, come un fagotto di cenci, fra la polvere della strada, e il cavallo, senza darsene per inteso, andò a mangiar erba nel campo vicino.
 
«S’è fatto molto male?» gli domandò Cecco, che era corso a gran carriera per aiutarlo.
 
«E perché mi dovrei esser fatto male?»
 
«È stata una brutta cascata!»
 
«Povero grullo! Che credi che sia cascato? Neanche per sogno. Volevo scendere, e nello scendere ho messo un piede in fallo e sono sdrucciolato. È una disgrazia che può accadere a tutti.»
 
«Davvero! L’altro giorno, per esempio, sdrucciolai anch’io…»
 
«Scendendo da cavallo?»
 
«No: mettendo un piede sopra una buccia di fico. E questo corno, che gli è venuto qui sulla fronte?…»
 
Gigino si toccò la fronte con la mano, e sentito che c’era davvero un piccolo gonfio, disse con la solita disinvoltura:
 
«Si vede che, nello scendere, ho battuto un ginocchio. Basta che io batta un ginocchio, perché mi venga subito un corno nella testa. Ho la pelle così delicata!…».
 
6. Il sigaro.
 
Volete saperne un’altra? Pochi giorni dopo, sull’ora del desinare, il nostro amico entrò in casa del contadino e trovò tutta la famigliola a tavola: vale a dire, Tonio, il capoccia, la sua moglie Betta, e i due ragazzi Cecco e Formicola, quest’ultimo chiamato così, perché (come già sapete) era piccolino e minuto quanto un baco da seta.
 
Che cos’era andato a fare il signor Gigino?
 
Oh! non abbiate paura che il suo bravo perché ce l’aveva! Altro se ce l’aveva!
 
Tonio e la Betta, tanto per far vedere il buon cuore, gli domandarono subito se voleva favorire, ossia se voleva prendere un morso di pane e di formaggio fresco.
 
Gigino ringraziò, e atteggiandosi a persona annoiata, s’intrattenne a cinguettare del più e del meno. Appena però si accorse che il desinare stava per finire, tirò fuori di tasca un bel sigaro toscano, e spezzandolo nel mezzo col garbo di un vecchio fumatore, ne offerse la metà al capoccia Tonio.
 
«Mi dispiace», disse il contadino tutto complimentoso, «mi dispiace di non poter fare onore alle sue grazie…»
 
«Perché?»
 
«Perché non fumo, e non ho mai fumato.»
 
«Davvero?»
 
«Il sigaro, con rispetto parlando, m’è parso sempre una gran porcheria. Lo dice anche il nostro medico…»
 
«Bravo furbo! E tu sei tanto bono da dar retta al medico?»
 
«Gli do retta sicuro! Cred’ella che il nostro medico sia uno zuccone? La se lo levi dal capo: è un omo che la sa lunga dimolto e ci vede bene, e quando i suoi malati moiono, gli è proprio segno che non volevano più campare.»
 
«E che cosa dice il vostro medico dei sigari?»
 
«Dice che i sigari sono la peste del genere umano e la sorgente di tutti i malanni che vengono sulla lingua, in gola e in fondo allo stomaco.»
 
«Grullerie! Ti pare che se i sigari facessero male davvero, il governo li lascerebbe vendere in tutte le botteghe?»
 
«Scusi: e lei che fuma?»
 
«Altro se fumo!»
 
Gigino, dicendo così, diceva al solito una grossa bugia, perché fino a quel giorno non aveva fumato mai.
 
«E il sigaro non gli guasta l’appetito?»
 
«Guastarmi l’appetito? a me? Per tua regola ho una salute di bronzo, e quando ho fumato un mazzo di sigari, sto meglio di prima. E tu, Cecco, sei fumatore?»
 
«Vorrei vedere anche questa!», gridò la Betta inviperita, alzandosi in piedi e puntando le mani sulla tavola.
 
«Io», rispose il ragazzo ridendo, «fumo qualche volta: ma fumo i sigari di cioccolata…»
 
«Ti compatisco!», disse Gigino. «Sei ancora troppo ragazzo per i nostri sigari… Mi vuoi dare un fiammifero acceso?»
 
«Volentieri.»
 
Cecco accese un fiammifero di legno e lo presentò al padroncino; il quale, trovandosi oramai all’impegno, si armò di un coraggio da leoni e ficcatosi mezzo sigaro fra le labbra, cominciò a fumarlo.
 
Tutti, com’è naturale, lo guardavano con maraviglia, come si guarderebbe una bestia rara: quand’ecco il bambinetto chiamato Formicola, che voltandosi alla mamma, disse con una vocina piagnucolosa:
 
«Mamma, lo fai smettere il sor Gigino?»
 
«Che cosa ti fa il sor Gigino?»
 
«Mi fa le boccacce!»
 
E Formicola aveva ragione: perché il nostro amico, fra una fumata e l’altra, faceva con la bocca certi versacci sguaiati, da metter quasi paura.
 
Poi tutt’a un tratto diventò bianco come un panno lavato. Avrebbe voluto rizzarsi in piedi, ma le gambe gli si ripiegavano.
 
«Si sente male?» gli domandò premurosamente la Betta.
 
Gigino si provò a rispondere qualche cosa: ma non ebbe fiato. Invece sbadigliò, e dopo uno sbadiglio lungo lungo, sputò tre o quattro volte e fece con la bocca un certo garbo… mi sono spiegato?
 
Allora Tonio corse subito a prendere una catinella… Fosse almeno arrivato a tempo!
 
Povero Gigino! Dopo un’ora di trambusto di stomaco, che somigliava alla morte, se ne tornò alla villa mezzo intontito: e salendo le scale, diceva fra sé e sé: «Quanto avrei fatto meglio a fumare un sigaro di cioccolata!…»
 
7. La giubba a coda di rondine.
 
Finita la villeggiatura, il bravo Gigino dové presentarsi agli esami per essere ammesso alla terza ginnasiale.
 
A sentir lui, era sicurissimo di uscir vittorioso: ma invece, come suol dirsi, rimase schiacciato.
 
Credete forse che se ne accorasse?
 
Nemmeno per sogno. Anzi, quando il babbo e la mamma lo rimproverarono per aver fatto una meschina figura e per aver perduto inutilmente un anno di scuola, volete sapere come rispose?
 
«Che cosa fa un anno di più o un anno di meno? Sono forse un vecchio? Ho appena nove anni, e non mi manca il tempo per ricattarmi.»
 
Sissignori! Quel monello, quando era spinto dalla vanità di vestirsi da giovinotto, si cresceva gli anni a manciate: quando poi voleva scusarsi della poca voglia di studiare, allora, a lasciarlo discorrere, ridiventava un bambino di nove o dieci anni appena.
 
Per altro, trovandosi qualche volta solo, andava rimuginando col pensiero la storia burrascosa del famoso cappello a tuba, la risata delle galline per il suo golettone inamidato, gli scapaccioni avuti dal Biondo, sebbene il Biondo non sapesse la scherma, la cascata da cavallo con l’accompagnamento d’un bel corno in mezzo alla testa, e le fumate di quel sigaro traditore, che lo aveva costretto a fare i gattini… modo pulito per non dire che lo aveva costretto a rimetter fuori alla luce del sole tutta la colazione divorata con tanto gusto poche ore prima.
 
E ripensando a tutte queste cose, e facendo nella sua testina un piccolo calcolo a mezz’aria, venne finalmente a capacitarsi che questa vanità di atteggiarsi a giovinotto prima del tempo, gli aveva fruttato più dispiaceri, che vere consolazioni di amor proprio soddisfatto.
 
E giurò sul serio di voler mutar vita e di rassegnarsi oramai a rimaner ragazzo fino a tanto che il calendario non gli avesse regalato qualche anno di più.
 
E mantenne il giuramento per parecchi mesi.
 
Ebbe in questo periodo di prova molte tentazioni: ma riuscì a spuntarle, e rimase sempre padrone del campo.
 
Ma purtroppo una sera…
 
Vi racconterò quest’ultima disgrazia di Gigino, ma ve la racconterò con parole quasi allegre per non farvi piangere.
 
Una sera, in casa sua, c’era festa da ballo.
 
Gigino, non volendo sfigurare di fronte agli altri, andò per tempo a chiudersi in camera: e lì si pettinò, si lisciò, e si agghindò, come un vero figurino di Parigi. Aveva una bella camicia bianca, col goletto rovesciato, e una giacchettina di panno nero, che gli tornava a pennello.
 
Quando sentì che il pianoforte accennava i primi preludi della polca e della marzurka, corse subito… ma prima di entrare in sala, fece capolino alla porta e vide…
 
Vide un brulichio di cravatte bianche e di giubbe a coda di rondine.
 
La giubba a coda di rondine era stata sempre la sua gran passione, il suo sogno dorato.
 
Prova ne sia che una volta, essendo venuto il sarto a riportargli una giacchettina di velluto, gli domandò in tutta segretezza:
 
«Scusi: a questa giacchettina non si potrebbero attaccare di dietro due falde?».
 
«Volendo, si può far tutte: ma le pare che la giubba sia un vestito adattato per i ragazzi della sua età?»
 
«Quanti anni bisogna avere per mettersi la giubba?»
 
«Per lo meno, diciotto o vent’anni.»
 
«Mi pare una bella prepotenza! Dunque, perché siamo ragazzi, dovremo sempre vestire a modo degli altri?…»
 
«Arrivedella sor Gigino.»
 
E il sarto se ne andò scrollando il capo e mordendosi i baffi.
 
La sera della festa da ballo, il nostro amico sentendosi rinfocolare la passione per la giubba, almanaccò col suo cervellino di grillo questo bellissimo ragionamento:
 
«Se mi mettessi la giubba del mio fratello Augusto?… Augusto è a Roma… e fino a lunedì non ritorna. La sua giubba mi torna benissimo… un po’ larga, se vogliamo, un po’ lunga… ma in mezzo a quella folla di ballerini e di ballerine, chi se ne avvede?».
 
E lì, fatto un animo risoluto, entrò nella camera del fratello, prese la giubba e se la infilò.
 
Figuratevi quando fece la sua comparsa in sala! Scoppiò una risata, che non finiva più. Ridevano tutti: anche il pianoforte. Una signorina, fra le altre, rise tanto e poi tanto, che venne presa da un singhiozzo convulso, e fu portata fuori della sala quasi svenuta.
 
Allora nacque un mezzo scompiglio.
 
Il pianoforte smesse di suonare: le coppie che ballavano, si sciolsero: la quadriglia rimase a mezzo, e tutti si affollarono per conoscere la causa di quello svenimento.
 
«Povera giovinetta! Ha riso troppo! e il troppo ridere qualche volta fa male!», dicevano alcuni.
 
«E il motivo di quel riso convulso?» domandavano altri.
 
«La giubba del sor Gigino.»
 
«Vediamola questa famosa giubba.»
 
«Vediamola davvero.»
 
E lì dintorno a Gigino, il quale impermalito di far da zimbello ai curiosi, dètte in uno scoppio di pianto e fuggì dalla sala come un gatto frustato.
 
Da quella sera in poi, Gigino, messo il capo a partito, si liberò dalla ridicola passione di vestirsi a uso giovinotto, prima del tempo.
 
E fece bene: perché i ragazzi, vestiti da ragazzi, figurano molto più di quel marmocchi, che hanno la pretesa di mascherarsi da omini anticipati.
 
Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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