I ragazzi grandi – Carlo Collodi

I ragazzi grandi – Carlo Collodi

I ragazzi grandi

– Bettina, accendi subito il caminetto – disse Clarenza, entrando in salotto e volgendo la sua parola a una donna sulla cinquantina, che stava spolverando con una spazzola di penne i mille ninnoli, di varia maniera, posati per ornamento sopra la mensola di un caminetto, sormontato da un grande specchio. – Nel momento – rispose la Bettina, e chinandosi per accomodare la legna, disse alla sua giovane padrona:
 
 – Indovini un po’, signora Clarenza, chi ho veduto or ora, per la strada, mentre tornavo a casa.
 
– Sarà un po’ difficile.
 
– Glie lo do a indovinare in mille.
 
– Figurati, se voglio stare a lambiccarmi il cervello. Spicciamoci: chi hai veduto?
 
– Il signor conte!…
 
– Come! Mario è qui?.. Mi pare quasi impossibile. A quest’ora sarebbe venuto a trovarci.
 
– Eppure era lui!
 
– Bada, Bettina, avrai sbagliato!…
 
– Era lui in persona… e si mantiene sempre un bell’uomo!…
 
– Lo credo. Sempre elegante?..
 
– Sempre lo stesso. Mi ricordo di quando, da giovinotto, veniva per casa e che tutti si credeva che fra lui e lei – (nel dir così la Bettina, accennò cogli occhi la sua padrona) – ci fosse veramente qualche cosa… eppoi…
 
– Eppoi, sul più bello tutte le speranze andarono in fumo, non è vero Bettina?.. – Nel profferir queste ultime parole, la Clarenza fece una di quelle risate artificiali, che non fanno ridere nessuno, nemmeno la persona che ride.
 
Dopo dieci minuti di silenzio, la Bettina, scrollando il capo, continuò:
 
– Peccato! che bella coppia sarebbe stata!…
 
– Non lo credere: Mario non era l’uomo per me! Troppo leggero di carattere: troppo volubile! troppo farfallone!… Mario, per tua regola, non sarà mai un uomo serio!…
 
– Ma un gran bell’uomo!
 
– Speriamo che l’Emilia gli avrà fatto metter giudizio!…
 
– Speriamolo davvero.
 
– In ogni modo, val più Federigo in un solo dito…
 
– Dicerto – replicò la Bettina, con accento di sincera convinzione. – Dicerto, il signor Federigo è una gran degna persona… ma ecco… secondo me, non ha la malizia di esser bello come il signor Mario!…
 
In questo mentre, Francesco si presentò sulla porta, annunziando: – Il signor conte Mario.
 
La Clarenza, colla rapidità del baleno, si dié un’ultima guardata allo specchio: quindi, preso il primo libro che gli capitò fra le mani, andò a sedersi dinanzi al caminetto.
 
– È permesso?
 
– Ma questo è un miracolo! una vera apparizione!… – disse Clarenza, voltandosi sorridendo verso la porta, e stendendo la mano al conte.
 
– Mia buona Clarenza! Anche a me mi pare di sognare! – replicò Mario, con un accento di mal dissimulata afflizione.
 
Clarenza, meravigliata, lo guardò fisso negli occhi: quindi, pigliando un tuono di voce carezzevole:
 
– Vi è accaduto forse qualchecosa?..
 
– Perché?..
 
– Dio mio! Avete addosso una cert’aria di mal umore, che fate proprio pietà… voi, una volta così allegro… così scapato…
 
– Non vi occupate di me, Clarenza, parliamo piuttosto di voi. Gli anni passano e non vi toccano. Sempre bella e fresca, come una camelia sulla pianta.
 
– Diavol mai! – replicò vivacemente Clarenza, un tantino impermalita del complimento – una donna, a venticinqu’anni, ha quasi il dovere di non esser brutta. Anche voi, sapete, Mario: se non aveste codest’aria di salcio piangente, si potrebbe dire che vi siete conservato come un ermellino nella canfora.
 
– No, amica mia – soggiunse il conte, abbassando di nuovo il tuono della voce – ormai io sono vecchio, un decrepito di trenta anni!…
 
– Ecco le solite frasi! A proposito: come sta l’Emilia? non mi avete detto nulla..
 
– Vi prego!… non tocchiamo questo tasto.
 
– Mi fate paura? È forse malata? – domandò Clarenza con vivissima ansietà.
 
– Peggio!…
 
– Mio Dio!… Morta?
 
– Peggio!…
 
– Peggio?.. – Clarenza rimase perplessa, stuonata, come fuori di sé: quindi illuminata quasi improvvisamente da un baleno, che traversò la sua mente, soggiunse piano e con voce compassionevole:
 
– Povero Mario! in questo caso comprendo benissimo il vostro dolore e lo rispetto…
 
Il conte si lasciò cascare sopra una poltrona, dove per alcuni minuti secondi rimase immobile e cogli occhi fissi a terra. Quando si risentì, il suo primo movimento fu quello di portarsi la mano sopra la testa, per assicurarsi colla punta delle dita se la scrinatura dei capelli avesse sofferta qualche perturbazione, in quella violenta scossa di tutta la persona.
 
– Mario!… e lui chi era? – domandò Clarenza esitando e abbassando gli occhi.
 
– Un mio compagno di collegio! l’amico del cuore.
 
– Infami! tutti così gli amici del cuore!
 
– Venne quest’estate a Genova. I medici gli avevano ordinato i bagni di mare. Il giorno stesso che arrivò lo incontrai alla posta. Era pallidissimo e mal’andato di salute. Sei solo? gli domandai. – Sì. – e dove abiti? M’immagino che non sarai sulla locanda. – Anzi sono appunto sulla locanda. – In codesto stato di salute? Tu hai bisogno di qualcuno che ti assista. – Ubbie, mi rispose sorridendo melanconicamente; all’occorrenza, so morire anche da me solo; e senza bisogno di aiuto. – Sciocchezza! tu verrai a casa mia, gli risposi in tuono imperativo. Io abito a venti passi di distanza dal mare. Ho un quartiere assai grande e assai comodo, perché ci sia sempre una camera e un salottino per gli amici. – Impossibile. – Ti ripeto che t’aspetto, e non facciamo complimenti inutili. Sì. – no, no – sì – il fatto sta che lo costrinsi ad accettare. Lo presentai a mia moglie, e dopo pochi giorni diventò di famiglia. La sera mi accompagnava al Club, e alle due dopo la mezzanotte veniva a riprendermi per tornare a casa insieme. Passarono così due mesi: le bagnature erano finite; l’amico si era completamente ristabilito… ma non parlava d’andarsene…
 
– E in tutto questo tempo non vedeste nulla? Non vi accorgeste di nulla?
 
– Clarenza mia – continuò Mario fremendo e lisciandosi con compiacenza le sue lunghe fedine – i mariti somigliano a quei disgraziati di cui parla il Vangelo: hanno gli occhi, e non vedono; hanno gli orecchi, e non intendono nulla. Una bella mattina, Giorgio… (così si chiamava quel miserabile) riceve un dispaccio da casa. Bisognava che partisse subito. Difatti partì, promettendo che sarebbe tornato dopo pochi giorni per riprendere la sua roba e per ringraziarci della cortese ospitalità che gli si era data.
 
A questo punto, ci furono due minuti di pausa e di raccoglimento, quindi il conte seguitò:
 
– Non starò a dirvi per quale strana combinazione, durante quella breve assenza, una lettera di Giorgio, che era destinata per l’Emilia, capitasse disgraziatamente nelle mie mani. Si vede proprio che gli innamorati colpevoli son come i ladri: i quali, dopo tanto ingegno e dopo tante cautele, finiscono prima o poi col fare qualche grande sciocchezza, che serve a scuoprirli e a metterli nelle mani della giustizia.
 
– E quella lettera?.. – domandò Clarenza con una curiosità impaziente.
 
– Da quella lettera potei comprendere che il falso amico… che il Giuda insidiava al mio onore!… Voi conoscete il mio carattere impetuoso, violento, subitaneo. Senza metter tempo in mezzo, mi presentai a mia moglie, come una tigre ferita. L’Emilia protestò della sua innocenza: pianse: pregò – e siccome una parola ne tira un’altra, così accadde una scena dolorosissima, al seguito della quale mia moglie ritornò presso sua madre, gridando e spergiurando che non avrebbe più rimesso il piede in casa mia… Partita l’Emilia, mi trovai solo! – solo come un cane. Risoluto, d’altra parte, per la mia dignità, a non fare nessun atto di scusa e di sottomissione, feci allestire la mia valigia, e fino da ieri sera eccomi qua, in un paese dove ho passato gli anni più belli della mia prima giovinezza; dove si può dire che sono conosciuto da tutti, e dove tutti mi vogliono bene.
 
– Povero Mario! E di lui?..
 
– Non ne ho saputo più nulla, e non voglio saperne nulla. Ma ditemi voi, Clarenza, se si può trovare un uomo più scellerato di quello?!… tradire così vilmente l’ospitalità dell’amico. Giorgio è un mostro.
 
– Giorgio è un uomo, come tutti gli altri. Io non scuso davvero la sua condotta! Dio me ne guardi! Ma Giorgio non è un’eccezione alla regola. Amico mio – continuò Clarenza, battendo leggermente e con grazia la sua bella manina sul braccio del conte – tenetelo bene a mente: ammesse certe date circostanze, tutti gli uomini si somigliano fra di loro.
 
– No, Clarenza, no – replicò Mario, quasi sdegnato e con accento vibrato. – Io, per esempio, sono stato un grande scapato: io, per dir come diceva mio padre, ne ho fatte di tutti i colori!… ma, vivaddio, sento che non sarei capace di un’azione indegna come questa!… Però la colpa è mia, tutta mia… e ora tocca a me a farne la penitenza.
 
– È vero la colpa è vostra; ma permettetemi, che ve lo dica: un po’ di colpa ce l’ha anche l’Emilia.
 
– Sono io, io, che ho condotto Giorgio in casa! Dunque tutta l’imprudenza è mia.
 
– Ma una moglie prudente – soggiunse Clarenza, assottigliando la voce con moltissimo garbo e staccando le parole, le une dalle altre – ma una moglie prudente avrebbe dovuto rimediare all’imprudenza del marito. Toccava all’Emilia, scusate se parlo così, a farvi notare la poca convenienza di mettervi un giovinotto per casa… se non foss’altro per riguardo al mondo!
 
– Non ne parliamo più, – interruppe Mario alzandosi e dandosi un’occhiata complessiva nello specchio, appeso al disopra del caminetto. Quindi continuò con un accento d’amarezza infinita.
 
– Se io vi dicessi che questa sciagura domestica ha spento per sempre il sorriso della mia vita.
 
– Fortunatamente non è stata una sciagura irreparabile! Meno male, che ve ne siete avveduto in tempo.
 
– Se io vi dicessi che la condotta abbominevole di Giorgio m’ha nauseato del mondo… mi ha messo in diffidenza con tutta la società!… Se io vi dicessi – (e qui la voce di Mario cominciò a tremare) – che tutte le volte che io mi trovo solo… mi assalgono tristissimi pensieri…e finisco… mi vergogno a dirlo… col vagheggiare il suicidio.
 
– Mario! – gridò Clarenza, impaurita – guardate bene che io non senta più sulla vostra bocca questa brutta parola!… Quanto tempo avete intenzione di trattenervi qui?..
 
– Non lo so neppur io: giro il mondo come un pazzo.
 
– Volete dar retta a me?
 
– Volentieri.
 
– Promettetelo.
 
– Lo prometto.
 
– In casa nostra, abbiamo un piccolo quartiere che dà sul giardino. È il quartiere destinato per il mio fratello Carlo, quando ritornerà da Berlino, dov’è a finire i suoi studi…
 
– Vi ringrazio – disse Mario, interrompendola – ma è impossibile, assolutamente impossibile.
 
– Voi avete bisogno di svago, di distrazione…
 
– Pur troppo!
 
– Voi, soprattutto, avete bisogno di non restar mai – solo!… La solitudine è sempre consigliera di tristi pensieri… e segnatamente per voi, per voi che avete un carattere così sensibile, così nervoso! –
 
– Non abbiate paura, Clarenza – disse Mario, sorridendo a fìor di labbra, e pigliando per la mano la sua graziosa interlocutrice.
 
– Non ho paura, io: ma se accadesse qualche sciocchezza, v’immaginate il rimorso, che sarebbe per tutti noi?…
 
– Parlatene almeno prima con Federigo.
 
– Non c’è Federigo che tenga; per vostra regola, in questa casa ci sono il marito e la moglie. Contenta io, contenti tutti.
 
– Donna veramente rara!… E dire che tanto tesoro di grazia e di spirito poteva esser mio!… Vi rammentate, Clarenza, di quei tempi famosi?…
 
– Io non mi rammento di nulla! – replicò l’altra con disinvoltura.
 
– Davvero?… Come non vi rammentate nemmeno di quella famosa festa da ballo, in casa di mia zia?…
 
– Vi ripeto che io non mi rammento di nulla: di nulla affatto. Mi rammento soltanto d’un proverbio, che dice: «Acqua passata non macina più».
 
– Ah! Clarenza! I proverbi qualche volta sono crudeli!…
 
– Saranno crudeli – soggiunse Clarenza ridendo, – ma sono molto comodi per troncare i discorsi uggiosi e inconcludenti.
 
Mario, che in quel momento si era dimenticato della sua sciagura coniugale (non è concesso a tutti di avere un’eccellente memoria!), si morse leggermente il labbro inferiore; poi, riattaccando la conversazione, continuò:
 
– E Federigo sta bene?
 
– Come un pesce nell’acqua – rispose Clarenza, per fargli capire che aveva letto i Masnadieri di Schiller.
 
– E il vostro commercio delle pelli prospera sempre?
 
– Vi avverto, Mario – osservò Clarenza con l’accento freddo di una persona mortificata nella parte più viva del suo amor proprio – che oramai è più d’un anno che Federigo si è ritirato affatto dal commercio. Abbandonò la mercatura per dedicarsi interamente alla vita politica!
 
– Come! – soggiunse il conte, dando in una gran risata. – Avete lasciato le pelli per la politica? Un brutto baratto, cara mia; ve ne avvedrete al bilancio!
 
– Pazienza! D’altra parte, noi abbiamo tanto, e forse qualche cosa più, per poter vivere agiatamente. Prova ne sia che Federigo, non avendo figli, ha fondato a tutte sue spese un educatorio per le fanciulle povere del comune.
 
– È una cosa che gli fa onore.
 
– Questo lo dite voi, e lo dicono tutti: ma il Ministero seguita a far l’indiano. Credete voi che quei signori si siano voluti ricordare una sola volta di mio marito?…
 
– Per altro – soggiunse Mario, studiandosi di dare alla sua voce il colore di un dolce rimprovero – se le voci sono vere, sento dire che Federigo è uno dei caporioni del partito dei malcontenti…
 
– Siamo giusti, amico mio – replicò Clarenza vivace mente – come volete che mio marito sia governativo, se non è nemmeno cavaliere?
 
Mario aprì la bocca a mezzo sbadiglio, tanto per nascondere il balenìo d’un risolino impertinente, che gli era spuntato, senza avvedersene, a fior di labbra; quindi riprese:
 
– Ditemi un’altra cosa: e Federigo conserva sempre le stesse abitudini?
 
– Quali abitudini?
 
– Voglio dire – continuò l’altro scherzando – porta sempre il solito cappello alla calabrese, la solita camicia quasi sempre sbottonata da collo, la solita cravatta di seta in colori?…
 
– Dico la verità – rispose Clarenza, indispettita e mortificata – sono tutte cose alle quali non ho fatto mai attenzione. Del resto – continuò con voce ironica e alzandosi in piedi – non tutti gli uomini hanno avuto dalla natura il dono di esser belli ed eleganti, come il signor conte Mario!…
 
– Domando scusa: non ho inteso punto di offendere, né di far confronti!…
 
– E allora, perché vi occupate tanto della toilette di mio marito?..
 
– Perché?.. Ah!… mi domandate perché?.. Perché, Clarenza mia, più ci guardo e più mi persuado che avreste dovuto nascere ai fortunati tempi ai Luigi XIV! La vostra mano era degna dei cavalieri più brillanti della corte del gran monarca.
 
– Badate, Mario! se cominciate a canzonarmi, vi lascio qui su due piedi e me ne vado – disse Clarenza, rimettendosi a sedere.
 
– Un’altra curiosità. E vostra sorella? non mi avete ancora detto nulla di quel caro diavoletto della Norina.
 
– Sta in casa con noi.
 
– Si è rimaritata?
 
– No.
 
– Pare impossibile: Così giovine e così graziosa!
 
– Vi dirò: mia sorella è la più buona figliuola di questo mondo: ma sta male un poco qui.
 
La Clarenza, profferendo quest’avverbio di luogo, si toccò coll’indice della mano in mezzo alla fronte. Poi continuò:
 
– Se il giudizio facesse da fedi di nascita, la Norina avrebbe appena dieci anni. Figuratevi, per dirvene una, che in questi giorni ha mandato indietro un magnifico partito. Conoscete, per caso, il signor Valerio?
 
– Se lo conosco! Siamo vecchi amici. Un bravissimo giovine e che sa fare molto bene i propri affari.
 
– Valerio è appunto la persona, alla quale Federigo ha ceduto tutto il suo traffico commerciale.
 
– E la Norina lo ha rifiutato?
 
– Rifiutato veramente, no; ma già è lo stesso: lo ha disgustato… stancato.
 
– E il perché si sa?
 
– Io lo so pur troppo. È un perché da ragazzi. A voi, antico amico di casa, posso anche farvene la confidenza.
 
Nel dir quest’ultime parole, Clarenza si alzò: e con passo leggerissimo andò a metter l’occhio allo spiraglio di una porta semichiusa, che rimaneva dalla parete opposta, in faccia al caminetto.
 
– Scusate la mia curiosità – disse il conte, che non capiva nulla in questo brano di pantomima – e tutta questa circospezione, perché?.. Ma sarebbe per caso un segreto di Stato?…
 
– Ho le mie buone ragioni – rispose Clarenza, tornando verso il caminetto; – bisogna sapere che la Norina spesso e volentieri si diverte a stare a sentire dietro agli usci.
 
– Nossignora, nossignora! – gridò una voce limpida e squillante come un campanello – la Norina non si è divertita mai a stare a sentire dietro agli usci. Ecco qui perché, mi è accaduto una volta… una sola volta… la mia signora sorella non l’ha fatta più finita!
 
La Norina, che era già entrata in sala improvvisamente, guardò la sorella in un certo modo tragico-comico, quasi volesse dire: carina! ci rivedremmo a quattr’occhi.
 
Quindi, cambiata fisonomia e fattasi tutta sorridente, si volse al conte e stendendogli la mano:
 
– Buon giorno – gli disse – signor Mario. Buon giorno e bene arrivato!
 
– Si parlava appunto di voi.
 
– Me l’ero figurato.
 
– Raccontavo, giusto, a Mario, lo sproposito che hai fatto – soggiunse Clarenza.
 
– Sproposito?.. quale sproposito?
 
– Quello di esserti disgustato il signor Valerio.
 
– Per carità… – fece la Norina, con l’accento piagnucoloso della persona annoiata – per carità…: non parliamo più di lui. Oramai è un motivo vecchio. Mi è venuto a noia come la pira del Trovatore.
 
– Hai torto!
 
– Pazienza! tanto peggio per me: se non foss’altro il nome di Valerio! Mi è parso sempre un nome da commedia.
 
– Mettiamo da parte le giuccherie: Valerio è un negoziante intelligente, che fra qualche anno sarà un bel signore…
 
– Ma sempre uggioso, sempre antipatico, sempre molesto. Insomma, io sento benissimo, che se lo sposassi, farei due disgraziati!… – disse la Norina, facendo colla bocca una smorfia curiosa, come se avesse parlato d’olio di fegato di merluzzo non depurato.
 
Clarenza guardò in viso la sua sorella; quindi aggiunse con accento ironico e stentato:
 
– Sì!… Sposerai quell’altro!…
 
– Ah! dunque c’è un altro? – domandò il conte, ficcandosi tutte e due le mani nelle tasche della sottoveste e mettendosi fra mezzo alle due giovani donne.
 
– Io non so nulla! – replicò Clarenza.
 
– Eccovi la spiegazione della favola – soggiunse francamente la Norina. – Bisogna sapere che la signora Clarenza si è messa in capo che io abbia ancora qualche speranza sul marchesino di Santa Teodora.
 
– Questa è la favola: io racconterò la morale – replicò Clarenza. – Bisogna sapere che il marchesino di Santa Teodora, dopo esser venuto per qualche tempo in casa nostra con molta frequenza, cominciò un bel giorno a diradare le sue visite… e finì poi come doveva finire.. cioè, col non venirci più!
 
– A buon conto, se n’è andato senza dire addio: dunque potrebbe ritornare.
 
– Sì, aspettalo.
 
– Non lo conosco punto questo Santa Teodora: è un bel giovine? – domandò il conte.
 
– È marchese! ecco tutta la sua bellezza!… – disse Clarenza: e avvicinatasi a Mario, gli sussurrò sottovoce:
 
– Per la smania di un titolo, la Norina sarebbe capace di commettere qualunque sciocchezza.
 
– Volete conoscerlo, Mario? – disse la Norina, tirando fuori da un piccolo portafoglio un ritratto in fotografia.
 
– Vediamolo – rispose il conte: e prese in mano il ritratto, per osservarlo. In quel mentre, la Norina gli bisbigliò velocemente negli orecchi:
 
– Vedete! Se domani, per disgrazia, diventassi marchesa, la Clarenza sarebbe capace di cavarmi gli occhi. Come son curiose certe debolezze! perché è toccato a lei un pellicciaio, così pretenderebbe che tutte le donne dovessero sposare dei negozianti di pelli!…
 
– Dunque, Mario?.. – interruppe Clarenza, che aveva indovinato l’argomento di quel cicaleccio, mormorato a fior di labbra.
 
– Avete ragione – disse il conte, andando a prendere il suo cappello, che aveva posato sopra una sedia. – Poiché volete così, vado subito a prendere la mia valigia.
 
– A proposito, Norina; ho da darti una notizia gradita: questo signore – (e Clarenza accennò Mario) diventa per qualche giorno ospite in casa nostra.
 
– Lo so! – rispose la Norina sbadatamente.
 
– Chi te l’ha detto? – domandò Clarenza vivacemente.
 
– È stato un caso – replicò la Norina, mendicando una scusa. – Traversava appunto il salotto verde, quand’ho sentito che tu dicevi…
 
– Capisco, capisco: il solito caso!… Del resto, il povero Mario è malatissimo di nervi… ed ha bisogno di svagarsi. Tocca dunque a noi a cercar tutti i mezzi per non dargli tempo di ricordarsi del suo malumore. La sera faremo un po’ di musica: qualche volta un po’ di ballo: e appena il tempo si rimetterà, anderemo a passare una bella giornata alla nostra villa di Belmonte…
 
– Cara Norina! – disse Mario dandosi alla sfuggita un’occhiata di compiacenza nello specchio – mi è cascata addosso una di quelle disgrazie!…
 
– Pur troppo!… – soggiunse sbadatamente la Norina.
 
– E come l’avete saputa?
 
– Sarà stata la solita combinazione, il solito caso!… – interruppe Clarenza, ridendo e guardando la sorella.
 
– Le forze mi hanno talmente abbandonato! – seguitò il conte, alzandosi con fatica dalla poltrona dov’era più sdraiato che seduto, – le forze mi hanno talmente abbandonato, che io sento benissimo che vado incontro a una gran malattia.
 
– Ubbie! esagerazioni! – disse la Norina. – Se tutti i dispiaceri coniugali portassero necessariamente seco una malattia, a quest’ora tutto il mondo sarebbe uno spedale…
 
– Che disinganno atroce! un amico, capite?.. un amico, che tradisce…
 
– Andate, Mario, andate a prendere la vostra roba.
 
– Avete ragione, Clarenza!… Compatitemi se mi ripeto troppo spesso… e rammentatevi che è un’opera di misericordia quella di sopportare le persone moleste! A fra poco.
 
E il conte se ne andò.
 
– Povero diavolo! eppure mi fa male! – disse Clarenza con accento di vera compassione.
 
– Io dico, invece, che gli sta bene!… Quando un uomo ha per moglie una donna giovane e graziosa, come è l’Emilia, prima di mettersi in casa un amico pericoloso, dovrebbe pensarci venti volte, eppoi non farne nulla.
 
– Bada veh! In questo caso, secondo me, la più colpevole è l’Emilia. Toccava a lei a protestare.
 
– Povera figliola! Chi lo sa! forse non prevedeva nulla di male… forse si credeva sicura di qualunque pericolo…
 
– Eh! cara mia – replicò Clarenza scrollando leggermente il capo – tutte ci crediamo sicure!… E il mondo? non lo conti per nulla? il mondo che è così chiacchierino, così pettegolo, così mettibocca?..
 
La Norina guardò in viso la sorella: e dette improvvisamente in una grandissima risata, mostrando trentadue denti di sfavillante bianchezza…
 
– E ora, di che ridi? – domandò Clarenza impermalita.
 
– Rido di te!
 
– Imbeci…!
 
Clarenza si riprese a tempo, e non finì la scortese parola.
 
– Tu che critichi tanto il poco giudizio dell’Emilia – continuò la Norina – mi sapresti dire, allora, perché hai ceduto a Mario il quartierino di nostro fratello?
 
– Che discorso è codesto?.. vorresti forse paragonare me coll’Emilia? L’Emilia sarà una buona donna… e una bravissima donna… ma in fondo in fondo, è una donna come ce ne sono tante. Quanto poi a me! (e qui alzò la voce) – posso dirle, cara la mia signora, che io mi sento sicura e sicura davvero…
 
– Tutte ci sentiamo sicure!… – soggiunse l’altra, con finissima canzonatura! ma poi, non c’è forse il mondo? quel mondaccio che è così lesto di lingua?…
 
– Il mondo sa con chi deve pigliarsela, e chi deve rispettare; il mondo sa che vi sono delle mogli che non ammettono nemmeno il sospetto. Per tua regola io sono come la moglie di Cesare.
 
– Di che Cesare?..
 
– Di Cesare, romano.
 
– Huh!… – fece la Norina, che era debolissima nella storia romana! forse l’avrò conosciuto questo Cesare, ma ora non ne lo ricordo!…
 
In questo mentre entrò nella sala il marito di Clarenza. Federigo era uomo sulla quarantina: non elegante, ma pulito: vegeto, liscio e colorito, come una melarosa: una di quelle fisonomie comunissime che, quando si vedono la prima volta, pare di averle incontrate le molte volte e conosciute sempre.
 
– Finalmente!… – disse entrando in sala e andandosi a buttare tutto di un pezzo sulla poltrona, che era dinanzi al caminetto.
 
– Che cos’hai fatto?.. – domandò Clarenza, senz’ombra di curiosità, quasiché conoscesse a memoria la risposta.
 
– Non ne posso più… sono stanco, sfinito. Da stamani in poi non ho avuto un momento di respiro. Cara mia – continuò, passandosi e ripassandosi il fazzoletto bianco dal principio della fronte fino a quattro dita dietro la nuca, sopra una strisciata di cranio lucido e pulito, quasi fosse d’avorio – cara mia! la popolarità, non lo nego, ha le sue dolcezze e le sue grandi soddisfazioni, ma pur troppo è seminata anche di noie e di dispiaceri. Se io avessi un figliuolo, gli direi contentati della modesta oscurità, e non far come tuo padre! Quando un uomo ha fatto tanto di diventar necessario al suo paese, addio pace, addio tranquillità, addio benessere. Per lui non c’è più bene, né giorno, né notte.
 
– E ora di dove vieni? – domandò Clarenza.
 
– Esco in questo momento dal Comitato elettorale. Finalmente, se Dio vuole, abbiamo trovato il nostro candidato.
 
– E sarebbe?
 
– Il marchese Sorbelli..
 
– Credevo qualche cosa di meglio – fece la Norina, torcendo un po’ la bocca – il marchese non è passato mai per un’aquila.
 
– Non sarà un’aquila – riprese Federigo – ma però è un uomo di carattere: tutto d’un pezzo. Non l’ho mai sentito dir bene di nessun Ministero!
 
– Parla bene? – chiese Clarenza.
 
– No – rispose il marito con la serietà dell’uomo che se ne intende – no: parla piuttosto male: ma legge benissimo: e questo è un gran requisito per un oratore. Voglio fargli un partito…
 
– Saprai che fra qualche giorno avremo qui Sua Eccellenza!… – disse Clarenza, appoggiando la voce con ironia su quest’ultime parole.
 
– Lo so, lo so! L’ho visto dai giornali.
 
– M’immagino che verrà qua per le elezioni?
 
– Si capisce bene. Un po’ per l’elezione e un po’ per albagia. Fa tanto piacere di ritornar ministri, nel paese dove siamo nati, e dove per tanti anni siamo stati uomini, come tutti gli altri.
 
– A proposito dei ministri – interruppe la moglie, con disinvoltura – sai chi abbiamo per ospite in questo momento?
 
– Chi?
 
– Il nipote di Sua Eccellenza.
 
– Mario?
 
– Lui in persona.
 
– Sapevo che Mario era qui – continuò Federigo – ma non sapevo che fosse alloggiato in casa nostra.
 
– Gli ho ceduto il quartiere di Carlo: ho fatto male?
 
– Hai fatto benissimo; sono avversario politico del ministro: ma voglio bene a quest’altro. Povero Mario!… in questi giorni ha avuto per casa una bella burrasca.
 
– Come lo sai?
 
– Ho ricevuto una lunghissima lettera dalla madre dell’Emilia.
 
– A quanto pare, è stata una cosa seria – disse Clarenza.
 
– Seria no!… – rispose Federigo – ma poteva diventar serissima. Risulta dai documenti che per ora si trattava semplicemente d’una chiassata… d’un amor platonico…
 
– Allora è un’inezia! – soggiunse la Norina, facendo colla bocca un certo garbo, come se volesse dire: «non c’è sugo!».
 
– Un’inezia? – replicò vivacemente Federigo – adagio un poco con quell’inezia!… Bisogna persuadersi, cara mia, che fra l’amor platonico e l’amare… senza Platone, c’è appena la distanza che divide il sigaro dalla cenere.
 
– Pare impossibile – osservò Clarenza, tenendo gli occhi incantati e fissi verso terra. – Non l’avrei mai creduto!… E la madre dell’Emilia che cosa scrive?
 
– Mi scrive un monte di cose… Mi scrive, che questa giuccheria avrebbe potuto benissimo restare abbuiata fra le pareti domestiche… ma quel benedetto figliuolo di Mario, credendo di tutelare il proprio onore, ne volle fare per forza una scena da teatro diurno… Mi scrive che l’Emilia è disperata, che non fa altro che piangere giorno e notte… e finisce in fondo col raccomandarsi a me perché veda di trovare il verso di rimettere d’accordo questi due sciagurati.
 
– Pensaci bene, prima! – disse Clarenza, appoggiando la voce su quest’avvertimento.
 
– A che cosa?
 
– Non ti caricare di legna verde. Se fossi in te me ne laverei le mani.
 
– No davvero: mi ci voglio provare. Se non riesco, pazienza; mi terranno conto della buona volontà. Si è veduto Valerio?
 
– Valerio? Che deve venir qui? – domandò Norina
 
– Così mi ha promesso! Ho da consegnargli queste carte… – e Federigo si levò di tasca un involto di fogli e andò a posarli sulla mensola del caminetto: poi, voltandosi verso la giovine cognata, che lo guardava fisso, seguitò sorridendo:
 
– Sai, Norina, che or ora, tornando a casa, m’è venuta per il capo una curiosa idea?..
 
– Un’idea? Sentiamola.
 
– Se io tentassi…
 
– Male! male… – interruppe l’altra.
 
– Lasciami finire, che Iddio ti benedica; se io tentassi – si capisce bene a tutto mio rischio e pericolo – di…riattivare le buone relazioni, come diciamo noi altri uomini politici.
 
– Tempo perso, Federigo! Te l’ho detto mille volte; e oggi te lo ripeto: non mi voglio rimaritare.
 
– Ne sei sicura?
 
– Sicurissima.
 
– Norina! tu fai uno sproposito.
 
– Pazienza! Maritandomi, ne farei due: uno per conto mio, e un altro per conto di quell’infelice…
 
– Ma la ragione di questa tua ostinazione?.. – domandò Federigo, quasi riscaldandosi.
 
– Te la dirò io – soggiunse Clarenza, collocandosi fra il marito e la sorella.
 
– Sentiamo un poco la celebre indovinatrice! – gridò con bizzosa ironia la Norina. – Peccato che tu non faccia anche i lunari e che tu non venda i numeri per il lotto!…
 
Clarenza, ridendo della bizza della sorella, si piegò verso l’orecchio di Federigo, sussurrandogli abbastanza forte, per essere intesa:
 
– Tutto fiato buttato via: la tua signora cognatina ha sempre qualche speranza!…
 
– Speranza di che?.. Ah! ora capisco! – disse Federigo, in atto di rammentarsi qualche cosa – ma, se non sbaglio, quella oramai è una speranza fallita.
 
– Un momento – interruppe la Norina, facendosi seria: – dichiaro che io non ho nessuna speranza: ma casomai l’avessi, non vedo perché si dovrebbe chiamare una speranza fallita.
 
– Dunque non sai nulla?..
 
– C’è forse qualche cosa di nuovo?
 
– Mi dispiace doverti dire che il marchesino di Santa Teodora, fino da ieri, è officialmente fidanzato della figlia del console americano.
 
– Lo sai di certo?
 
– Di certissimo. Me l’ha detto un’ora fa, alla Borsa, il segretario stesso del Consolato.
 
Ci furono due minuti di profondissimo silenzio. Poi la Norina, alzando il capo, domandò:
 
– È bella la sposa?
 
– Bella no – replicò Federigo – ma un modello di virtù e di dote. Cinquantamila franchi di rendita.
 
La Clarenza che, vedendo la sorella mortificata e confusa non poteva dissimulare un risolino di consolazione, diffuso per tutta la faccia, disse interrompendo:.
 
– Io vado a prendere la chiave del quartierino di Carlo. Voglio vedere da me stessa se ogni cosa è all’ordine.
 
E uscì dalla sala.
 
Rimasti soli – la Norina e Federigo – quest’ultimo domandò alla sua giovane cognata, che era rimasta quasi interdetta:.
 
– A che cosa pensi?
 
– Penso a quella povera disgraziata.
 
– A chi?
 
– Alla figlia del console… Secondo me non poteva capitar peggio. Il marchese di Santa Teodora passa per un giovane di spirito, ma in fondo non è altro che un imbecille. Figurati se io lo conosco bene!…
 
– Sono tutte cose, che io l’ho dette prima di te. Eppure… scommetto che l’avresti preferito a Valerio…
 
– Domando scusa: fra carattere e carattere non c’è confronto. Valerio è un uomo: e quell’altro è un ragazzo.
 
– Questo si chiama ragionare! Ah! Norina! Peccato che tu non abbia intenzione di rimaritarti!…
 
– Chi l’ha detto?
 
– Io no.
 
– Nemmen’io.
 
– Si vede, che non avrò capito bene! – disse Federigo, con accento di falsa mortificazione.
 
– O forse sono io, che mi sarò spiegata male. Insomma, ho voluto dire che io non intendo di rimaritarmi fino a tanto che non trovo una persona che mi vada a genio.
 
– Dico la verità: vorrei un po’ sapere perché quel povero Valerio ti è tanto antipatico?
 
– Ho non ho mai detto che mi sia antipatico… dico soltanto, che non mi piace. È troppo serio, troppo sostenuto…
 
– Ma un’eccellente persona.
 
– Non c’è che dire: ma suscettibile, permaloso, delicato peggio d’una donna!…
 
– Eppure – continuò Federigo, accostandosi e insistendo con un certo interesse – eppure, vedi, quantunque tu l’abbia trattato piuttosto male, sono convintissimo che basterebbe una tua mezza parola, perché… si potessero ripigliare le trattative, come diciamo noi altri uomini politici.
 
– Con un superbiosaccio di quella fatta?… Mi pare un po’ difficile.
 
– A buon conto, Valerio è stato innamorato morto di te… e l’amore, quando è stato di quello buono, è come le malattie di petto, ha la convalescenza lunga. Aggiungi poi che Valerio ha per me della gratitudine… della deferenza… Insomma, per farla finita, io scommetto che avrei accomodato ogni cosa.
 
– Bada, Federigo. Io, invece, ho una gran paura che ti saresti fatto canzonare.
 
– Sei contenta che mi ci provi?
 
– Padrone! Provati pure.
 
– Ma se, per caso, arrivo a convertirlo, spero che non mi farai fare la figura del Pulcinella.
 
– Diavol mai! Non son mica una bambina!
 
In questo mentre, Francesco si presentò sulla porta ed annunziò: – Il signor Valerio.
 
– A tempo! – disse Federigo.
 
– Io scappo! – soggiunse l’altra, sottovoce.
 
– Sarà una vittoria, o un fiasco? Che cosa ti dice il cuore?
 
– Come c’entra il cuore in queste ragazzate?.. – replicò vivacemente la Norina, e sparì.
 
Valerio entrò in sala. Era un giovine fra i trenta e i trentacinque anni: di statura mezzana: né bello, né brutto. Parlava adagio, rideva poco, camminava sempre dello stesso passo, e vestiva da un anno all’altro di nero. Queste quattro grandi qualità gli avevano procurato la reputazione di negoziante onesto, il posto di consigliere municipale e il grado di capitano nella guardia cittadina.
 
– Ecco, Valerio, il nostro piccolo contratto bell’e firmato – disse Federigo, porgendogli il quaderno che aveva posato, un quarto d’ora prima, sul caminetto.
 
– Andava bene? – domandò l’altro.
 
– Egregiamente.
 
– Ora, signor Federigo, non mi resta altro che ringraziarvi del vero favore che mi avete fatto.
 
– Di quale?
 
– Di avere acconsentito a rimanere per una piccolissima parte interessato nella mia casa commerciale.
 
– Si capisce bene, che è un segreto fra noi due. Io non voglio comparire in nulla, né impicciarmi di nulla.
 
– A me, mi basta di sapere che siete mio socio. Ecco la gran parola, la quale, se non foss’altro, mi pare che debba portarmi la buona fortuna.
 
– Oggi non siamo che soci di commercio! – soggiunse Federigo, pigliando a braccetto l’amico. – E dire che avremmo potuto essere qualche cosa di più!… fors’anche parenti!…
 
– La colpa non è stata mia.
 
– Non ci confondiamo. c’è stata un po’ di colpa da tutte e due le parti. Ma nulla di serio: il gran nulla. Tant’è vero che io ho creduto sempre – e lo credo anch’oggi – che con un po’ di buona volontà si potrebbe ristabilire l’entente cordiale, come diciamo noi altri uomini politici.
 
– Impossibile! Assolutamente impossibile!…
 
– E perché?
 
– Facciamoci a parlar chiari, signor Federigo. Io non sono più un ragazzo. Sono un uomo. La mia dignità personale non mi permette di far simili figure. No, no: quando abbiamo presa una risoluzione – bisogna che sia quella. Caso diverso, che cosa dovrebbe dire il mondo di me?
 
– Benedetto questo mondo! Lasciatelo dire: eppoi finirà col seccarsi la gola.
 
– Non posso!
 
– Ma perché?..
 
– Perché?.. Ci sono certe cose che si sentono, e che non si possono ridire colle parole. Questi pentimenti, questi ritornelli sono perdonabili nelle persone leggere, negli uomini di poca conseguenza. Quanto a me, vi confesso il vero, mi parrebbe di diventar ridicolo; mi parrebbe di far la parte di Don Fulgenzio negl’Innammorati di Goldoni.
 
– Che ostinato!
 
– Avete ragione: mille ragioni. Disgraziatamente il mio carattere è di quelli che si spezzano, ma non si piegano. Piuttosto soffro: mi rodo dentro di me; ma una debolezza, una ragazzata, mai!
 
– Mi dispiace. Proprio mi dispiace!
 
– Dispiace anche a me: ma, ve lo ripeto, la colpa non è mia: la colpa è tutta della signora Norina…
 
– E con qual diritto il signor Valerio si permette di giudicare le mie azioni? – domandò la Norina, entrando improvvisamente nella sala.
 
– Domando scusa: io dicevo… – balbettò Valerio, voltandosi tutto confuso.
 
– È forse lei il mio fidanzato?
 
– No davvero.
 
– Il mio tutore?
 
– Nemmeno per sogno.
 
– Il mio direttore spirituale?
 
– Dio me ne guardi!
 
– Dunque vorrei un po’ sapere con qual diritto il signor Valerio si occupa tanto di me?
 
– Ecco… le dirò… Prima di tutto bisogna sapere che il signor Federigo in questo momento, stava insistendo per persuadermi…
 
– So tutto.
 
– Tutto – replicò Valerio, maravigliato. – Com’è possibile?.
 
– Ripeto, che so tutto…
 
– Ma si tratta di una conversazione confidenzialissima, fatta ora, qui, fra noi due, a quattr’occhi…
 
– Non importa: per una certa combinazione ho inteso tutto.
 
– La solita combinazione… di stare a sentire – borbottò fra i denti Federigo, ammiccando comicamente la sua giovane cognata.
 
– Prima d’ogni altra cosa – seguitò a dire la Norina collo stesso tuono di voce e colla stessa velocità di parola – debbo osservare che Federigo non ha diritto d’impicciarsi degli affari miei; e che ha fatto male, anzi malissimo…
 
– Mi basta la sinfonia: il resto dell’opera me lo figuro! – interruppe Federigo; e colto il pretesto, se la svignò.
 
– Non c’è dubbio. Mio cognato ha fatto malissimo a insistere con tanto calore su questa… scioccheria. Dio sa che cosa vi sarete figurato!…
 
– Io?..
 
– Che cosa vi sarete messo per la testa! Forse nella vostra infinita vanità, avrete creduto che io mi struggessi proprio dalla passione!…
 
E la Norina accompagnò queste ultime parole con una risata quasi impertinente.
 
– Vi pare! – replicò modestamente Valerio.
 
– Forse vi sarete immaginato che io non potessi vivere senza di voi.
 
– Prego, signora Norina…
 
– Che, perduto voi, per me non ci fosse più speranza di trovar marito.
 
– Tutt’altro, tutt’altro.
 
– Ebbene, ricredetevi. Vi siete ingannato all’ingrosso. Voi – (e qui la Norina cambiò accento e abbassò leggermente la voce) – voi, ne convengo pienamente, siete una persona rispettabilissima: negoziante onorato…
 
– Troppo buona.
 
– Consigliere municipale…
 
– Grazie.
 
– Capitano della guardia nazionale. Insomma siete un giovine pregevole per mille titoli: ma credete forse di essere il solo?
 
– Non l’ho mai pensato.
 
– Voi valete molto, non c’è dubbio: ma credete forse che non ci sieno molti altri che valgono quanto voi?..
 
– Chi ne dubita?
 
– Siamo schietti, una volta! – disse Norina, mettendosi a sedere, e accennando a Valerio di accomodarsi. – Raccontiamo la cosa, come sta; voi siete venuto in casa mia: mi avete fatto un po’ di corte, come fanno tutti: finché un bel giorno, non so il perché, avete finito col chiedere la mia mano.
 
– Ed ebbi il vostro pieno consenso – soggiunse subito Valerio.
 
– Non corriamo troppo – replicò la Norina. – In quanto a questo pieno consenso, adagio. Non vi dissi veramente né sì, né no. Se ve lo ricordate bene, pigliammo tempo a riflettere e a studiare reciprocamente i nostri caratteri.
 
– Non mi pare che andasse precisamente così.
 
– Vi dico che andò così.
 
– Sarà come dite – soggiunse Valerio, piegando il capo in atto di sommissione forzata – mi dispiace, che disgraziatamente in certi casi, non si può consultare nemmeno il processo verbale.
 
– In quel frattempo – continuò la Norina, accavallando una gamba sull’altra, e facendo uscire di fondo al vestito la punta di un elegantissimo stivaletto di marrocchino dorato. – In quel frattempo, venne presentato in casa nostra il marchese di Santa Teodora… un giovine educato… distinto…
 
– Anzi, distintissimo.
 
– Era mio dovere mostrarmi gentile con lui, come con tutti gli altri.
 
– Forse…
 
– Forse che cosa?
 
– Forse un po’ troppo gentile!…
 
– Troppo?.. Non me ne accorsi mai.
 
– Me ne accorsi io!
 
– Difatti, ne pigliaste ombra… e cominciaste subito a fare l’adirato… il fiero, il cattivo…
 
– Cara Norina, era una questione di sentimento.
 
– Ma che sentimento? era una questione di vanità, tutta di vanità. Vi sono degli uomini che a lasciarli fare, pretenderebbero dalle donne l’adorazione perpetua.
 
– Io non sono di questi uomini! – disse Valerio con fierezza.
 
– Né io di quelle donne! – replicò l’altra. – Il fatto sta che il vostro contegno, sostenuto e quasi disprezzante, cominciò a impormi una certa freddezza…
 
– Norina! chiamiamola freddezza.
 
– Amico mio, se voi andate in cerca di amori a grande effetto, di passioni teatrali, di sentimentalismi al chiaro di luna, io non sono la donna per voi. Io amo il ritegno e la compostezza, in tutto, anche nell’amore!
 
– Mi sarò ingannato.
 
– Il fatto, mi pare, parla chiaro da sé: dopo poche settimane, il marchese di Santa Teodora, forse in grazia della mia troppa cortesia, a suo riguardo! cominciò a diradare le visite e finì coll’allontanarsi del tutto. Oggi poi, come forse sapete, è promesso sposo della figlia del console americano.
 
– Ma perché, Norina, non vi degnaste allora di togliermi dal mio inganno? di farmi vedere il mio errore? l’insussistenza de’ miei sospetti? la stranezza della mia fissazione?
 
– Io? Dio me ne guardi. Piuttosto la morte, che scendere all’umiliazione di giustificare la mia condotta. Non ve lo nascondo, Valerio: i vostri dubbi… i vostri sospetti, mi hanno offeso… mi hanno fatto male! molto male. Ma non importa. Non sentirete mai sulle mie labbra un lamento, né una parola di rimprovero. Oggi che fra noi due tutto è finito – tutto! – posso parlare liberamente… e ne ringrazio Iddio. Questo sfogo, vedete, mi toglie dal cuore un’oppressione dolorosa!…
 
– Norina, e perché avete detto che fra noi tutto è finito?
 
– Curiosa domanda!
 
– E non potrei ridomandare il vostro affetto e la vostra mano?
 
– Valerio! non vi consiglio a farlo. A un uomo, come voi, a un uomo del vostro carattere, certi sentimenti non convengono. Sono cose scusabili appena a diciott’anni.
 
– Non capisco – insisté Valerio, mortificato. – Non sarò dunque padrone di riconoscere che mi sono ingannato? che ho avuto torto?
 
– Padronissimo! Ma il mondo!… che cosa dirà il mondo?…
 
– Il mondo dirà quel che vuole. Alla fin dei conti, io non sono schiavo delle ciarle dei pettegoli e degli oziosi.
 
– Pensateci bene, Valerio. C’è il caso che i begli spiriti vi paragonino al Don Fulgenzio di Goldoni.
 
– Mi faranno ridere di compassione.
 
– Come! voi, così misurato, così pauroso dei cicaleggi e delle cronache dei maldicenti, oggi mi venite fuori a fare l’indipendente?.. l’uomo che se la ride?.. Ditemi Valerio: non volete per caso prendervi giuoco di me?
 
– Norina! – disse Valerio in atto supplichevole, pigliando la mano della sua graziosa interlocutrice, e stringendola con passione.
 
– Non vi credo. Lasciatemi.
 
– Ascoltate!…
 
– Non voglio sentir nulla.
 
– Norina! una parola… una sola parola… vi supplico…vi scongiuro… – e nel dir così accadde a Valerio quel che per il solito accade agli innamorati sulla scena: si trovò, senza avvedersene, quasi in ginocchio dinanzi alla sua bella.
 
In questo punto entrò nella stanza Clarenza. Valerio si rizzò in piedi colla velocità d’una molla d’acciaio.
 
– Scusate, amico – disse Clarenza, ridendo – mi dispiace di avervi scomodato. Restate pure in ginocchio: non fate complimenti. Buone nuove, a quel che pare?
 
– Sì – rispose la Norina. – La pace è firmata: ma non gli ho ancora perdonato il grandissimo torto che mi ha fatto…
 
– Non ne parliamo più – interruppe Valerio. – Sarà mia cura di farmelo perdonare.
 
– E così?.. – domandò Federigo, soffermandosi sulla porta.
 
– Vieni avanti. Tutto è accomodato. Bisogna pensare daccapo a questo regalo di nozze – disse Clarenza, mostrandosi molto più allegra della sorella.
 
– Bravi! così mi piace! – soggiunse Federigo, mettendosi in mezzo ai due fidanzati. – Già io l’avevo detto sempre: fra quei due ragazzi ci dev’essere un equivoco, un malinteso…
 
– E difatti era un malinteso – disse Valerio. – A proposito – ripigliò il marito di Clarenza – scusa se salto di palo in frasca: ma qui non c’è tempo da perdere. bisogna cominciare a occuparsi di queste elezioni.
 
– Quanto a me, son pronto. Ma…
 
– Ma che?
 
– Debbo dirlo con tutta franchezza? mi pare che il nostro candidato abbia pochissime simpatie, qui in paese.
 
– Gliele procureremo.
 
– Il marchese Sorbelli è un galantuomo: ma bisogna convenire che ha addosso una gran tara.
 
– Quale?
 
– La moglie. La marchesa è antipatica a tutti.
 
– Sta un po’ a vedere, da qui in avanti, bisognerà che un candidato abbia anche la moglie simpatica, se vuole essere eletto!…
 
– Non dico questo.
 
– La marchesa, ne convengo anch’io, è un po’ superba, un po’ cattedratica, ma del resto è una donna di molto merito… e vale molto più di suo marito. Anzi, fra pochi minuti l’aspetto qui.
 
– Che cosa vuole da te? – domandò Clarenza.
 
– Vuol farmi sentire il manifesto elettorale di suo marito… vuol sapere se ci trovo nulla da ridire. Una bella garbatezza, non è vero? Lo spettacolo di questa aristocrazia, che viene a bussare alle porte della borghesia, in cerca di consigli, mi fa sperare bene dell’avvenire del paese.
 
– Sento dire che il deputato governativo ha fatto molti proseliti. Fra qualche giorno avrà anche il rinforzo del ministro in persona – disse Clarenza.
 
– Che venga questo signor ministro – replicò Federigo – io lo attendo a piè fermo. Non vedo l’ora di misurarmi con lui.
 
– Davvero – soggiunse Clarenza, – che quei signori del Ministero non hanno diritto di averti per amico! Ti hanno trattato, come il bidello del municipio.
 
– Come c’entra l’avermi trattato in un modo piuttosto che in un altro? Qui non è questione di persona; è questione di principii, cara mia: i principii passano, e le persone…
 
– Ovvero – soggiunse Clarenza – i principii restano, e le persone…
 
– Domando scusa! – gridò Federigo. – Sono le persone che restano…
 
– Non voglio contraddirti – osservò modestamente la moglie – ma ho sentito dir sempre: le persone passano, e i principii restano.
 
– Hai sentito dir male; moltissimo male perché io, invece, ho veduto sempre che i principii passano e le persone restano. In ogni modo, che venga il signor ministro e ci riparleremo.
 
– Il signor Mario – disse Bettina, affacciandosi sulla porta di mezzo.
 
– Caro Federigo; io sono tuo ospite – disse Mario, stendendogli la mano.
 
– È un regalo che Clarenza mi ha improvvisato – replicò l’altro, abbracciandolo e baciandolo.
 
Mario, avendo veduto Valerio e la Norina che parlavano fra loro, in strettissimo colloquio, si voltò sorridendo a Clarenza, domandandole sottovoce:
 
– Sbaglio, o mi era stato detto che fra quei due signori?…
 
– Verissimo – rispose Clarenza – ma oggi è cambiato improvvisamente il vento…
 
– Compatisco la Norina! – aggiunse Mario; – è una donna, e la donna è sinonimo di debolezza; ma mi fa meraviglia di lui! – (e accennò Valerio).
 
– Caro mio – replicò la moglie di Federigo – se sapeste alle volte come sono buffi gli uomini seri!
 
– Ho avuto in questo momento una lettera dalla tua suocera – sussurrò Federigo, avvicinandosi piano piano all’orecchio del conte.
 
– M’immagino che cosa ti avrà scritto! Che ne dici eh? Una donna che adoravo e per la quale avrei messo tutte e due le mani nel fuoco.
 
– Cose di questo mondo, amico mio! Il proverbio lo dice: chi non vuole infarinarsi, non vada al mulino.
 
– E quello scellerato?..
 
– Tieni a mente, Mario! sono appunto gli amici, dai quali bisogna guardarsi… Ma siamo giusti: come mai un uomo di spirito, che ha per moglie una graziosa donnina, può pensare a mettersi per casa?..
 
– Lo so! Lo so!
 
– Mario, è stata grossa. A me, dico la verità, non mi sarebbe accaduto dicerto. Ci vuole occhio, capisci, occhio! Debbo per altro dirti che mi son preso l’incarico di aggiustare ogni cosa e di riconciliarvi.
 
– Per carità, non parliamo di riconciliazione. Sento il sangue che mi va alla testa.
 
– Basta così, ne discorreremo a tempo opportuno.
 
– Voltati in qua – disse a un tratto Clarenza, pigliando suo marito per un braccio, e dandogli un’occhiata da capo ai piedi.
 
– Che cosa c’è di nuovo? – domandò Federigo.
 
– Nulla di nuovo – rispose l’altra. – Anzi, le solite cose: la solita camicia sbottonata, la solita cravatta, messa senza garbo né grazia!… Pare impossibile che tu non abbia da avere un po’ di amor proprio… Dice bene una certa persona, – (e Clarenza guardò alla sfuggita Mario) -a non sapere chi sei, ci sarebbe da scambiarti per un fattor di campagna, o per un negoziante d’olio.
 
– Guarda quanti casi, stamani! Eppure sono stato sempre così.
 
– Hai fatto sempre male!
 
– Bisognava dirmelo prima.
 
– Te lo dico oggi e basta. Se non vuoi avere nessun riguardo per te, potresti averne almeno un poco per tua moglie… mi pare!…
 
– Io non ci capisco più nulla – disse Federigo sottovoce al conte. – È la prima volta che Clarenza fa una scenata simile.
 
– Donne, caro mio, donne: vale a dire sciarade ritte sopra due graziosi piedini (quando son graziosi): rebus difficili a spiegarsi, e che una volta spiegati, si vede bene che non son altro che una formula di vanità, o un’operazione di calcolo infinitesimale!
 
– Clarenza – soggiunse Federigo – è un’ottima donna: ma, pur troppo, la vanità è stata sempre il suo lato debole. Ella avrebbe avuto bisogno di nascere regina e di avere sposato il re dell’universo. All’opposto di me. Io, invece, posso avere tutti i difetti del mondo; ma la vanità non l’ho mai conosciuta.
 
– Davvero?..
 
– Mai! e te lo provo col fatto. Vorrei vedere un altro che fosse stato trattato come sono stato trattato io! Tu sai quel che mi costa l’Italia; ebbene, credi tu che lassù al Ministero abbiano dato segno di accorgersi che io sono nel mondo dei vivi?..
 
– Lo so, è un’ingiustizia; e voglio che ci sia rimediato. Ho scritto apposta al mio zio… riserbandomi poi a parlargliene a voce, quando sarà qui.
 
– Intendiamoci bene – disse Federigo, cambiando tuono di voce – se ti ho fatto questa confidenza inconcludente, non vorrei che tu potessi credere…
 
– Ti pare.
 
– Non ho chiesto mai nulla! e non voglio nulla! Lo sai di che panni ho vestito sempre: non ho dato mai nessun peso e nessuna importanza ai ciondoli. Mi son parsi sempre balocchi per i ragazzi…
 
– Eppure, se te ne mandassero uno… – disse Mario, sorridendo.
 
– Lo rimanderei. Oh! lo rimanderei, senza dubbio: è una questione di principio.
 
– Quand’è così, è inutile affatto che io spedisca la lettera..
 
– L’avevi di già scritta?
 
– Eccola qui: leggila e strappala.
 
– To’! mi meraviglio. Non ho mai strappato le lettere degli altri. Ecco una lettera, che entrerà probabilmente nel limbo delle lettere destinate a non aver mai nessuna risposta.
 
– Pazienza. E ora dimmi una cosa. A che ora passa di qui il treno postale?
 
– Alle tre precise.
 
– Sono le due e mezzo – disse Mario, guardando l’orologio. – Per oggi, non c’è più il tempo d’impostarla. La imposterò domani.
 
– Sì, sì, – replicò Federigo – puoi impostarla domani, doman l’altro, quell’altro, fra una settimana, fra un mese… Tanto è una lettera di nessuna urgenza.
 
– Di nessunissima.
 
– Per altro… ti faccio osservare che se la lettera premesse davvero…
 
– Ma se ti dico che non preme!
 
– Voglio dire, che se la lettera premesse davvero, si sarebbe in tempo a impostarla anche oggi.
 
– Come?
 
– Basterebbe mandarla alla stazione. Vuoi che la mandiamo?..
 
– Non mette conto.
 
– Perché vuoi fare dei complimenti con me?
 
– Non faccio complimenti. È una lettera di quelle che non aspettano risposta. La posso impostare domani, o quando me ne ricorderò – disse Mario, facendo lo svogliato.
 
– Dammi qua la lettera – insisté Federigo. – Così non foss’altro, ti levo un pensiero.
 
– Lascia correre: non c’è premura.
 
– Dammi qua la lettera. Ehi! Francesco! – E il servitore comparve sulla porta.
 
– Porta subito quella lettera all’ufficio postale della stazione.
 
– E il francobollo? – disse Francesco.
 
– Non vedi che è indirizzata al ministro? Prendi una vettura e spicciati.
 
– E se non facessi in tempo?
 
– Dammi qua, imbecille – disse Federigo, strappandogli la lettera di mano – a lasciarti fare, saresti capace anche di perderla.
 
E il marito di Clarenza prese in fretta e furia il suo cappello e il suo paletot.
 
– Dove vai? – domandò Mario.
 
– Lascia fare a me. A quest’ora, ero bell’e tornato. Se per caso arrivasse in questo frattempo la marchesa Sorbelli, che mi aspetti, fra due minuti son qui.
 
– Dov’è andato Federigo? – chiese Clarenza a Mario.
 
– Alla stazione. Ha voluto portar da sé la mia lettera per il ministro.
 
– Vi ringrazio Mario delle vostre premure… non tanto per me… quanto per mio marito. Quell’uomo oramai se n’è fatta una fissazione.
 
– Buon uomo, quel Federigo – disse Mario, incominciando un colloquio confidenziale e a mezza voce con Clarenza, mentre la Norina e Valerio ragionavano fra loro nell’angolo opposto della stanza – gran buon uomo quel Federigo!
 
– Una perla d’uomo! Per la nostra famiglia è stato qualche cosa di più d’un padre. Insomma, è lui che pensa a tutto, è lui che ha fatto una dote alla Norina, è lui che mantiene Carlo agli studi.
 
– Eccellente cuore!… Peccato che abbia la figura un po’ volgare… un po’ ordinarietta… Quanto stacco, Clarenza mia, fra voi e lui. Voi la foglia fine e delicata della camelia, lui, il gambo inelegante di qualche pianta grassa.
 
– Oramai è così – disse Clarenza, sospirando.
 
– Pare impossibile – continuò il conte – che una mano delicata ed aristocratica, come la vostra, abbia voluto fare una scelta così… curiosa.
 
– Vi avverto, Mario, che non ho nulla da pentirmi! – replicò l’altra, assumendo una certa aria di dignità.
 
– Ecco una nobile protesta! una protesta, che fa moltissimo onore al vostro carattere e al vostro bel cuore. Ma ditemi un po’, Clarenza, parliamoci qua a quattr’occhi e in tutta confidenza: se certe cose si potessero rifare due volte?..
 
– Se… se… se… Dando retta ai se, ci sarebbe da perdere la bussola e da dire un sacco di scioccherie.
 
– Creatura divina! E pensare che la Provvidenza mi aveva messo dinanzi agli occhi l’unica fanciulla, che avrebbe potuto essere l’amore e la felicità di tutta la mia vita… e io, imbecille!… sono passati due anni, e ancora non so darmene pace. Vi rammentate Clarenza, di quei tempi famosi?…
 
– Me ne rammento pur troppo.
 
– E di quella famosa festa da ballo?..
 
– Anche di quella.
 
– Cattiva! eppoi avete il cuore di venirmi a dire che «acqua passata non macina più».
 
– Non son io che lo dico, è il proverbio.
 
– Quante volte ho pensato a voi!… quante volte vi ho veduta ne’ miei sogni!…
 
– E l’Emilia? – domandò Clarenza, per dare un altro giro alla conversazione.
 
– Per carità, non me ne parlate – disse Mario.
 
– Sento dire che si sta già trattando per una riconciliazione.
 
– Mai, e poi mai! Fra me e quella donna c’è una barriera insormontabile.
 
– Lo credete davvero?
 
– Ne sono sicuro.
 
– Povera donna! Più imprudente, che colpevole. Credetelo, Mario, se fossi stata io nei piedi dell’Emilia, il vostro signor Giorgio non avrebbe dicerto trovato un quartiere disponibile in casa mia. Con me, no, mille volte no! A proposito di quartiere – continuò Clarenza, alzandosi in piedi – che cosa vi pare del quartierino che vi ho destinato?
 
– Un’oasi, un nido incantato.
 
– La vostra finestra, sul giardino, è appena due finestre distante dalla mia; tantoché alzandomi, la mattina, potrò darvi il buongiorno.
 
– Così potessi io sperare, la sera… mentre tutti dormono tranquillamente, augurarvi la buona notte – disse Mario, abbassando la voce, e stringendo la mano di Clarenza, con intenzione, come dicono i comici nel loro dialetto di palcoscenico.
 
– Ecco fatto, – disse Federigo, rientrando nella sala, tutto scalmanato – due minuti di più, e la lettera ci restava in tasca.
 
– Poco male – soggiunse Mario, continuando a fare l’indifferente.
 
– Pochissimo! – replicò il marito di Clarenza. – E la marchesa si è veduta?
 
– Ancora no.
 
– Sarebbe bella che mi mancasse. Dico la verità, questa poi me la legherei a dito.
 
– La signora marchesa Ortensia, – disse la Bettina, affacciandosi sulla porta.
 
– Ah! giusto, volevo dire – replicò Federigo, soddisfatto. – E dove l’hai fatta passare?
 
– Nel salotto verde.
 
– È sola?
 
– No, è col signor Leonetto.
 
– Mi pareva impossibile – osservò maliziosamente la Norina. – Vi pare che la marchesa possa uscir di casa una sola volta senza portarsi dietro il paggio?
 
– Con permesso – disse Federigo, aggiustandosi i capelli e il vestito, e uscendo fuori dalla sala.
 
– Bell’originale quel Leonetto – soggiunse il conte – sempre il medesimo sfatato.
 
– Dove l’avete veduto? – domandò Clarenza.
 
– L’ho incontrato ieri sera al Club.
 
– Sapete che è diventato direttore della «Gazzetta della Provincia»?
 
– Me l’ha detto lui. Leonetto non è un’arca di scienza: ma mantiene sempre giovane lo spirito.
 
– A me, mi è parso sempre una bella caricatura – soggiunse Valerio, – ha la smania di fare il cattivo, lo spirito forte, il nemico giurato del matrimonio.
 
– Nemico del matrimonio – domandò la Norina, ridendo, – io, invece, credo che se Iddio non gli tiene le sue sante mani in capo, corre in questo momento un gran pericolo di diventar marito.
 
– Davvero? – esclamarono tutti a una voce.
 
– Ci sono dei sintomi seri, molto seri! – continuò a dire la sorella di Clarenza. – Io so per esempio, che tutte le ore che gli restano libere, le passa in casa di quelle due signore (per un momento, le chiamerò così) che sono venute a stabilirsi qui da un mese, circa, e che furono raccomandate a lui.
 
– Non le conosco punto – disse Clarenza. – Sono belle?
 
– La figlia non c’è male: di sera, specialmente, non fa cattiva figura. Bionda, occhi celesti, un bel carnato: una ragazza, insomma, che può piacere. Se Leonetto capita un momento di qua, vi prometto di farlo cantare.
 
– È permesso! – disse Leonetto, con giuoco comico e confidenziale, entrando in sala.
 
– Venite avanti, scapato – rispose la Norina – ne abbiamo sapute delle belle sul conto vostro. Come vanno gli amori?
 
– Quali amori?
 
– Animo, non fate il forestiero, non mi venite a fare il turco in Italia…
 
– In verità, non capisco…
 
– Come vanno gli amori con quella biondissima persona?…
 
– Gli amori? Ah! capisco bene, signora Norina, che voi mi calunniate.
 
– Tutt’altro.
 
– E potreste supporre che un uomo, come me, possa pigliare una passione per quella povera figliuola?..
 
– Io la conosco soltanto di vista, ma mi pare una bella ragazza.
 
– Un occhio di sole – replicò scherzando Leonetto.
 
– Figuratevi che fra le tante bellezze, ha anche quella di scambiare un occhio.
 
– Non è vero! Gli occhi mi son parsi bellissimi.
 
– Mi spiego! l’occhio sinistro della signora Armanda…
 
– Ah! si chiama Armanda?..
 
– Provvisoriamente!…
 
– Che lingua d’inferno!…
 
– Dicevo dunque che l’occhio della signora Armanda è intermittente: scambia soltanto quando il tempo sta per mutarsi.
 
– Proprio? – chiesero tutti dando in una gran risata.
 
– Figuratevi che io senza guardare il termometro, conosco subito da quell’occhio, se il giorno dopo, uscendo di casa, avrò bisogno di prendere l’ombrello.
 
Un’altra risata generale.
 
– Tant’è vero, che io la chiamo l’occhio-Réaumur!
 
Terza risata prolungatissima.
 
– Siete un gran canzonatore – disse la Norina. – Ma badate, amico, che ne ho veduti cascare de’ più forti di voi.
 
– Può darsi benissimo – replicò il giornalista, dondolandosi sulla persona – ma in quanto a me credetelo pure che non ci sono pericoli: il diavolo tentatore con me perde il ranno e il sapone. Vi dirò poi un’altra cosa: la signora Armanda, fisicamente parlando, non risponde punto al mio sogno, al mio tipo della donna ideale. Io amo la donna svelta come il palmizio: l’occhio nero; la fisonomia pallida e sofferente, i capelli neri; e soprattutto, moltissimi capelli.
 
– Non ha molti capelli, la signora Armanda?
 
– Povera figliuola! Ne ha trentatré e mezzo: a quaranta non ci arriva!
 
Altra risata, in coro.
 
– Peraltro – soggiunse la Norina – bisogna convenire che ha un bel carnato.
 
– Questo è vero! Si dipinge con gusto.
 
– Lo sapete di certo che si dipinge?
 
– Mi par di sì.
 
– Eppure – insisté la graziosa vedovella – duro fatica a crederlo. In ogni modo, bisogna convenire che è dipinta molto bene.
 
– Come un quadro del Tiziano – replicò Leonetto, con comica serietà. – Del rimanente poi, è una bravissima e buonissima fgliuola.
 
– Bravissimo. Ora che l’avete demolita pezzo per pezzo, cominciate a dirne bene.
 
– La verità, sempre la verità!
 
– Mi fate una rabbia!…
 
– Ma il panegirico non è ancora finito. Armanda è istruita, di belle maniere, di un’educazione connpitissima. Parla l’inglese e il francese perfettamente. Quando sta al pianoforte, ha la grazia di Chopin, la mano di Fumagalli, il sentimento di Dohler. Canta le cose di Schubert e di Gordigiani con un garbo inarrivabile. Sa tutto Byron a memoria. Disegna, ricama, monta a cavallo… insomma vi dico che nel complesso è una di quelle care donnine che io darei volentieri per moglie a mio fratello minore – se avessi un fratello.
 
– E la vedete spesso?
 
– Quasi tutti i giorni. La sua casa è per me un piede-a-terra, un simpatico rifugio dalle noie della politica…
 
– E dalla seccatura della marchesa Sorbelli.
 
– Per carità, dite piano, che non vi senta. Ha l’orecchio disgraziatamente così squisito!
 
– Avete paura, eh? – disse la Norina, ridendo. – Per altro, vi compatisco: la marchesa non è una donna… è un uomo!
 
– Non è nemmeno un uomo… – replicò Leonetto sottovoce – è un dragone. Quando la natura le dette i baffi, sapeva quello che faceva.
 
– Se vi sentisse, sarebbe capace di mangiarvi!…
 
– Povero amico – interruppe Mario in tuono scherzoso – non ci mancherebb’altro che tu ti dovessi trovare nel brutto caso d’essere inghiottito vivo!
 
– Non ti nascondo – rispose l’altro – che mi dispiacerebbe moltissimo a far da Giona in corpo a quella balena.
 
– A proposito – disse Clarenza – prima che mi passi di mente vi avverto, signor Leonetto, che oggi siete a pranzo da noi. Accettate?
 
– Con tutto il piacere.
 
– È un regalo che faccio al signor conte Mario.
 
– Sempre il tipo della cortesia, quella amabilissima Clarenza – replicò il conte, inchinandosi con galanteria.
 
– Domani sera, poi, faremo un po’ di musica. Badate, Leonetto, di non mancare, sapete bene che siete necessario, indispensabile. Vi presento il primo tenore assoluto della nostra piccola Filarmonica di famiglia – disse la moglie di Federigo, volgendosi a Mario, e indicando il giornalista.
 
In questo punto, si udì la voce grave e sonora.
 
– Eccola – disse Leonetto, ricomponendosi, come fa l’alunno quando sente l’avvicinarsi del pedagogo. – Mi raccomando! fatemi il piacere di non scherzare…
 
– Vi pare. State tranquillo.
 
– La signora marchesa Ortensia – disse Federigo, presentando in sala una matrona sui quarant’anni, vegeta, forte, colorita, come un ufficiale di cavalleria di ritorno da una manovra a cavallo in piazza d’arme.
 
– Accomodatevi, marchesa – disse Clarenza, accennandole una poltrona in vicinanza del caminetto.
 
– Mi dispiace, ma non posso trattenermi – rispose la Sorbelli. – Vi saluto e scappo subito. Ho da fare mille bricciche: e prima di tornare a casa, voglio anche passare dalla mia amica la marchesa di Santa Teodora. Mi struggo di sapere con precisione le vere cause di questo piccolo scandalo.
 
– Di quale scandalo? – domandò la Norina.
 
– Come! non sapete nulla?
 
– Nulla.
 
– Allora, ve lo dirò io. È andato all’aria il matrimonio, già combinato, fra Rodolfo e la figlia del console americano.
 
– Proprio? – chiese la Norina, con interesse sempre crescente.
 
– Ve la do per sicura.
 
– E la ragione?..
 
– Non la conosco bene, ma suppergiù, me la figuro. Quel ragazzo di Rodolfo deve avere qualche amoretto clandestino… qualche’impegno… qualche passioncella misteriosa…
 
– Dico la verità, me l’aspettavo..
 
– Che cosa?
 
– Che questo matrimonio non dovesse andare a finir bene. Abbiamo alle volte certi presentimenti curiosi!… – osservò la Norina, dissimulando a stento una vivissima compiacenza.
 
– Del resto marchesa – disse Federigo, facendosi in mezzo – in compenso di un matrimonio andato a monte, sono lieto di notificarvene uno, combinato appena un’ora fa! – e il marito di Clarenza accennò la Norina e Valerio.
 
– Scusa, veh, Federigo – soggiunse subito la giovane cognata, quasi fosse rimasta offesa – mi pare che tu abbia corso un po’ troppo. Vorrei sapere come si fa a chiamarlo un matrimonio di già combinato?
 
– E non lo è forse? – chiese Valerio, a cui tremava quasi la voce.
 
– Domando scusa – replicò Norina tranquillamente: – è un matrimonio, che probabilmente si combinerà, ma che per ora non è combinato. Vi prego, marchesa, a notare questa piccola differenza. Ne convenite, Valerio?
 
– Convengo di tutto! – rispose l’altro; poi borbottò fra i denti: – Convengo anche che sono il primo imbecille dell’universo.
 
– E voi, signor Leonetto? – domandò Clarenza, tanto per divagare la conversazione. – Quando ci farete mangiare i confetti di nozze?
 
– Io marito? – replicò il giornalista, arricciandosi i baffi e dando in una gran risata. – Io marito? Credo che la cosa sarà un po’ difficile. Per vostra regola, in questo mondo vi sono due istituzioni, che mi hanno fatto sempre paura: il matrimonio e il sistema cellulare! Tutte le volte che io penso ai poveri mariti mi vien fatto naturalmente di spargere una furtiva lacrima sulla loro sorte infelicissima. E dire che in America si è fatta una guerra ciclopica per l’abolizione della schiavitù dei neri, condannati alla coltivazione delle canne da zucchero e del cotone, mentre poi sul vecchio continente abbiamo anche oggi tanti milioni di schiavi bianchi, destinati a coltivare la moglie, una coltivazione, credetelo a me, non meno faticosa di quella delle canne da zucchero e del cotone.
 
Tutti risero per complimento.
 
– Le vostre solite esagerazioni – disse la Norina.
 
– Non sono esagerazioni; è una professione di fede schietta e leale. Io ho amato sempre la mia libertà, la mia indipendenza completa.
 
– Questo è verissimo – affermò la marchesa Ortensia.
 
– È una gran bella cosa – continuò Leonetto, infiammandosi sempre più – quella di sentirsi liberi, come la rondine nell’aria: padroni di sé, della propria volontà, senza dipendere da nessuno, senza nessuno che ci possa comandare!…
 
– Dunque, Leonetto, venite o restate? – domandò la marchesa, interrompendolo. – Io me ne vado.
 
– Se non avete bisogno di me, mi tratterrei per un cert’affare!… – rispose il giornalista con un po’ d’esitazione.
 
– Fate pure! – replicò la Sorbelli, alzandosi e dandogli un’occhiataccia…
 
Leonetto, che capì l’antifona soggiunse subito:
 
– Cioè, marchesa, se mi permettete, vi accompagnerò fino dalla vostra cugina.
 
– Per me, ve lo ripeto, fate pure il vostro comodo – replicò l’altra con un tuono di voce ugualissimo e tranquillo. – Io sono affatto indifferente.
 
– Allora, Leonetto – disse Clarenza, – rammentatevi che alle cinque precise andiamo a tavola.
 
– Sarò puntuale, come il fato.
 
– Siete a pranzo qui, Leonetto? – domandò la marchesa, con flemma studiata, e guardando negli occhi il giornalista.
 
– Ho avuto il gentile invito pochi momenti fa… – rispose l’altro, dandosi l’aria della persona franca e disinvolta.
 
– Ma oggi non potete! – insisté la Sorbelli colla stessa flemma e col solito tuono di voce.
 
– Non posso?.. – e Leonetto, imbarazzato, soffiava sulla felpa del cappello, per dissimulare la propria confusione.
 
– Di certo, che non potete!… seppure non siete disposto a pranzare in due case, nello stesso giorno. Pensateci un po’ meglio e forse vi ricorderete che mio marito, fino da due giorni fa, vi ha invitato per oggi a casa sua…
 
Leonetto stava per rispondere che non ne sapeva nulla: ma un’occhiata della marchesa bastò per richiamarlo al proprio dovere. Difatti balbettò, imbrogliandosi…
 
– Sì, è vero!… cioè, sarà benissimo: ma si vede che me l’ero dimenticato… Che volete che ci faccia? Sono così astratto, che i pranzi mi passano dalla mente, da un momento all’altro.
 
– Pazienza! – soggiunse la moglie di Federigo, che aveva capito ogni cosa. – Io non voglio privare la marchesa di un commensale così gradito. Sarà per un’altra volta. Fatemi peraltro il favore di non dimenticarvi la chiassata di domani sera. Vi aspettiamo immancabilmente, per cantare insieme il nostro famoso duetto dell’Italiana in Algeri.
 
– Non dubitate, eccovi la mano.
 
– Scusate se metto bocca nei vostri discorsi – osservò la marchesa, stentando la parola, e volgendosi al giornalista, – ma mi pare che domani sera non sarete libero che tardissimo. Rammentatevi che avete preso l’impegno di accompagnarmi al ballo degli Asili infantili.
 
– Io?..
 
– Voi, voi! – ripeté l’altra, dandogli una occhiata d’intelligenza, che tradotta in lingua parlata, avrebbe dovuto dire: imbecille, rispondete a tono.
 
– Non mi pareva…
 
– Povero Leonetto! Si vede proprio che la politica vi ha fatto perdere affatto la bussola. Quasi quasi comincio a pentirmi di avervi procurata la direzione della «Gazzetta della Provincia».
 
– Sarà… come voi dite… – rispose Leonetto, stringendosi nelle spalle -…ma vi giuro sull’onor mio che non ne sapevo nulla… cioè, che me l’ero affatto dimenticato!…
 
– Dunque? – domandò Clarenza, annoiata di tutta quella commedia.
 
– Sono dispiacentissimo – rispose il giornalista, che per la vergogna era diventato quasi rosso, – ma domani sera non posso… La marchesa mi assicura che le ho promesso di accompagnarla… al ballo degli Asili infantili…e la colpa è tutta mia, se me lo sono dimenticato…
 
– Signore e signori! – disse la Sorbelli, congedandosi, quindi uscì dalla sala, accompagnata da Federigo e da Leonetto.
 
Mentre il giornalista stese la mano alla Norina, in atto di dire addio, questa gli bisbigliò, sorridente – È una gran fortuna, amico mio, quella di essere liberi e indipendenti, come siete voi! almeno, non siamo mai padroni di far nulla a modo nostro.
 
PARTE SECONDA
 
È passato un mese, dal giorno in cui Mario venne accolto in casa di Federigo.
 
– Stasera si è fatto notte più presto del solito. Che ore sono? – domandò Clarenza alla Bettina che aveva acceso un gran lume a moderatore, in mezzo alla tavola.
 
– Le cinque suonate ora – rispose la vecchia.
 
– La Norina dov’è?
 
– Credo, in camera sua.
 
– Ne sei sicura?
 
– Mi par di sì.
 
– Senti, Bettina, fammi un piacere – soggiunse la giovine padrona, abbassando la voce e con tuono carezzevole. – Vai di là, e con qualche scusa accertati se la Norina è proprio in camera.
 
Appena Clarenza fu sola, cominciò fra sé e sé questo monologo:
 
– Quand’è uscito di casa, or ora, mi ha fatto il solito segno… dunque dietro la cornice ci dev’essere una lettera – (e dicendo così, voltò gli occhi verso un quadretto, chiuso in una cornice e attaccato nella parete di mezzo) -…Già, di queste lettere non ne voglio più… è tanto tempo che lo dico… Questa è l’ultima di certo. Tutte le volte che devo montare sul canapè per frugare dietro a quella maladettissima cornice, m’entra la febbre addosso… Se non foss’altro, la paura! Con un frugolo per casa come la Norina, c’è da essere scoperti, senza neanche avvedersene! Almeno si levasse presto di fra i piedi, quella benedetta figliuola!…
 
– È in camera – disse la Bettina, sottovoce, rientrando nella stanza in punta di piedi.
 
– Mi basta così… voglio farle una celia. Puoi andartene.
 
E la Bettina uscì.
 
– Eppure, neppur’ora mi par d’essere sicura per bene – diceva Clarenza, guardando di qua e di là con so spetto, – un poco, sarà paura della Norina: ma un poco bisogna dire che è anche la coscienza… il rimorso di sapere che faccio una cosa… che non è bella. Dico la verità, io mi credeva più forte… Se credessi alle streghe, dubiterei che mi avessero stregata! Meno male che si tratta di ragazzate, di cose senza conseguenza… Eppoi non lo faccio per me… lo faccio per un altro, per dare a suo tempo una bella lezione a quel donnaiolo di Mario.
 
Intanto Clarenza, dopo aver dato un’ultima occhiata a tutti gli usci, che mettevano in sala, aveva abbassato il lume fino al punto di lasciare un fiochissimo barlume, ed era salita sul canapè.
 
Colla rapidità del baleno, ficcò una mano dietro al quadro, e prese un foglio che vi era nascosto: ma, quando fu per discendere, si spalancò improvvisamente la porta di faccia.
 
– Scommetto che sei stata tu, che mi hai mandata la Bettina in camera?.. – gridò la Norina, con una voce squillante, che pareva un campanello.
 
– To’?.. – rispose la sorella, rimasta zitta sul canapè e colle spalle voltate al muro.
 
– Prima di tutto, che cosa fai costassù per aria? –
 
– Nulla… – soggiunse l’altra, che non trovava le parole per rispondere. – voleva vedere da vicino questa Niobe.
 
– Brava! E per vederla meglio hai abbassato il lume.
 
– Che cosa dicevi della Bettina?…
 
– Dicevo che scommetterei che sei stata tu che me l’hai mandata in camera.
 
– Ebbene, sono stata io…, io in persona: e per questo?.. – disse Clarenza, scendendo dal canapè e andando a rialzare il lume.
 
– Allora vorrei sapere perché quell’imbecille si mette a far la diplomatica, la furba, la misteriosa…
 
– Non capisco.
 
– Figurati, che è venuta a picchiarmi nell’uscio. Che cosa vuoi?, le domando. Niente, mi risponde, voleva sapere se stava bene. Allora ho mangiato la foglia, e ho detto subito: qui c’è sotto qualche cosa…
 
– E, com’è naturale, sei corsa subito in punta di piedi… per vedere… per bracare… Chi lo sa che cosa ti sarai immaginato!
 
– Che cosa vuoi tu che m’immaginassi? Nonostante – seguitò la Norina, con un risolino impertinentissimo – mi ha fatto davvero una gran consolazione di vedere che tu ami la pittura, e che per goderla meglio, sei anche capace di montare sulle sedie e sui canapè, come fanno i ragazzi.
 
– Ah! se io fossi una gran signora – replicò Clarenza, facendo finta di non capire l’ironia maliziosetta di quelle parole. – Ah! se io fossi una gran signora, tappezzerei tutte le mie stanze di quadri.
 
– Io no: le tappezzerei di stoffa e di raso. È più pulito, e costa meno. I quadri mi piacevano da ragazza. Ti rammenti di quel Mosè sul Sinai, che nostro padre teneva nello studio? Anch’io, tutte le mattine, prima che lo studio si aprisse, avevo preso il vizio di montare sopra una seggiola per vedere il Mosè più da vicino. Ma sai perchè? perché dietro la cornice del quadro ci trovavo per il solito qualche lettera dimenticata.
 
– Adagio un poco cogli scherzi, Norina – disse Clarenza, facendosi seria, – ti prego a credere che dietro la Niobe non c’era nessuna lettera.
 
– Lo credo bene, e quand’anche ci fosse stata, tu avresti avuto abbastanza giudizio per non lasciarla lì col pericolo che andasse nelle mani degli altri!
 
Le due sorelle si guardarono in faccia: e dopo essersi squadrate ben bene da capo ai piedi, finirono tutte e due col dare in una grandissima risata.
 
– A proposito dei propositi. E Valerio ha risposto? – domandò Clarenza, per mutar discorso.
 
– Volevo vedere anche questa che non rispondesse.
 
Alle otto precise sarà qui, per accompagnarci al teatro.
 
– Povero Valerio: è il più buon diavolo di questo mondo.
 
– Fa il suo dovere, e nulla più.
 
– E tu non hai ancora deciso nulla?..
 
– Per ora no. Non ho nessuna fretta di rimaritarmi.
 
– Dimmi: spereresti per caso che il matrimonio di quella persona – (e Clarenza accompagnò la parola con un curioso balenìo degli occhi) – andasse a monte una seconda volta?…
 
– Io non ho bisogno di confessarmi. Dico soltanto che i casi sono più delle leggi… e che finché c’è fiato c’è speranza. Lo vedesti l’altra sera? Era in un palco quasi di faccia al nostro, con tutti i suoi futuri parenti… Non mi levò mai i cannocchiali d’addosso. E anche stasera la famiglia del console c’è di certo in teatro: il martedì e il giovedì non manca mai.
 
– E tu lo inviti per farti accompagnare?.. Ah? permettimi che te lo dica; è una cosa che non sta bene e ti fa grandissimo torto. Perché lusingarlo? Perché metterlo in mezzo? perché fargli fare, a sua insaputa una meschina figura? O non sarebbe meglio parlargli francamente e rendergli la sua libertà?..
 
– Sei curiosa! Sono forse io che lo tengo?
 
– Parliamoci francamente; tu non gli vuoi bene.
 
– Non è vero neanche codesto. Per voler bene, gli voglio bene…
 
– Sì, sì; ma non è di quel bene, come mi intendo
 
– Hai ragione: è un altro bene… per esempio, sul genere di quello che tu vuoi a Federigo.
 
– Norina! – disse Clarenza, facendo il cipiglio – Intendiamoci una volta per tutte; su questo non accetto scherzi.
 
– Calmati, Clarenza, calmati.
 
– C’è poco da calmarsi. Un altro discorso simile, e ci guastiamo per sempre; o fuori di casa tu, o fuori io.
 
– Vieni qua da me e sii buonina – replicò l’altra, passando affettuosamente il braccio intorno alla sorella. – Perché ci dobbiamo guastare? Perché s’ha da far la commedia, quando siamo a quattr’occhi? Pensaci un poco sopra e rispondimi; credi tu che per due donne come noi, colle idee e col carattere che abbiamo e con l’educazione che ci hanno dato in casa, credi tu davvero che Federigo e Valerio fossero gli uomini più adatti per essere i nostri mariti?
 
– Non ti occupare di me; parla piuttosto per conto tuo.
 
– Ebbene, parlerò per conto mio e ti confesserò francamente che può darsi benissimo che io finisca collo sposare Valerio: ma, Valerio non è il mio ideale.
 
– Dicevi lo stesso del tuo povero Ernesto. Me lo ricordo come se fosse ora.
 
– Ernesto era un angiolo: ma bisogna convenire che aveva un gran difetto: un difetto insoffribile. Impiegato fin da ragazzo ai telegrafi, gli si era attaccato il vizio del proprio impiego. Parlava pochissimo, e quando diceva qualche cosa pareva di sentire un dispaccio telegrafico. Mi rammento sempre di quella famosa sera di quando mi fece la sua prima dichiarazione. «Signora Norina» mi disse «io vi amo; sono onesto: telegrafista; risoluto accasarmi. Desidero conoscere vostre intenzioni». Che burla! mi aspettavo sempre che dicesse «risposta pagata!».
 
– Povero Ernesto! Come morì giovane!…
 
– Pur troppo! ma era tanto infelice! Del resto, sì: se io fossi padrona di scegliere, non mi vergogno a dirlo, sceglierei sempre per marito un uomo del genere del marchese di Santa Teodora. Un po’ scapato, un po’ leggero, un po’ rompicollo!… ma tanto simpatico. Non ti pare che abbia molta somiglianza coll’Artagnan dei Tre Moschettieri?
 
– Gua’; tutti i gusti son gusti!… – disse Clarenza, stringendosi nelle spalle.
 
– E questo – soggiunse l’altra – sia detto per conto mio; ora poi per conto tuo ti dirò…
 
– Non voglio saper nulla!…
 
– Federigo, non c’è che dire, è la più brava persona…
 
– Basta.
 
– Ma per te, per il tuo carattere ci sarebbe voluto…
 
– Basta, ti dico.
 
– Ci sarebbe voluto un uomo del genere…
 
– Basta! basta! basta. Mi sono spiegata, sì o no?
 
– Eh! quanto chiasso. Non aver paura, non ti dico altro! – e andandosene, borbottò fra i denti «Son venuta qui con un mezzo dubbio, e me ne vado con una mezza certezza. Meno male che ho pensato a rimediarci per tempo!…».
 
– Che la Norina si sia accorta di qualche cosa? – domandò a se stessa la Clarenza, quando rimase sola. – Non ci mancherebbe altro… Ho addosso una smania… una inquietudine, che mi fa battere il cuore e le tempie! Ma perché non piglio una buona risoluzione per tempo? Tant’è: oramai ne son convinta… lui è più forte di me… quel diavolo tentatore esercita sul mio spirito una malìa irresistibile. Non sono più padrona di dirgli una parola o di guardarlo in faccia, senza sentirmi il viso che mi prende fuoco. Quando è in casa, non vedo il momento che vada fuori… Quando è fuori sono agitata, pensierosa, di malumore… fino a tanto che non è tornato a casa…Infame d’un uomo!… eppoi ha il coraggio di lagnarsi di Giorgio, perché tradì l’ospitalità dell’amico! E lui non farebbe anche peggio?.. Ma… ma c’è un caso, signorino bello; io non sono l’Emilia! oh! si persuada pure che io non sono l’Emilia. Animo, animo. Qui ci vuole una gran risoluzione: una risoluzione eroica, e senza mettere tempo in mezzo. Intanto cominceremo dal bruciare questa lettera, senza leggerla. Ho fatto male a leggere le altre… ma questa deve andare sul fuoco.
 
E a Clarenza si voltò risolutamente verso il caminetto, e fece l’atto di gettar la lettera: ma poi si trattenne, pensando:
 
– E se sentissero l’odore del foglio bruciato? La Norina è così sospettosa! Dio, che cosa penserebbe. È meglio strapparla, sì: è meglio strapparla… Ecco fatto: così non ci si pensa più!
 
E la lettera, divisa in due pezzi, rimase fra le dita della Clarenza.
 
– Mi dispiace di non aver guardato la data. Voleva almeno sapere se la lettera era scritta d’oggi o d’ieri. Guardiamo se fosse possibile di raccapezzare il giorno.
 
E così dicendo, riunì alla meglio insieme i due pezzi lacerati della lettera.
 
Mentre Clarenza cercava cogli occhi la data, le venne fatto di posar gli occhi su queste parole:
 
– «Adorata Clarenza!».
 
– «Adorata»!… sfacciato che non è altro. È la prima volta che si prende con me una simile confidenza. E quaggiù che cosa dice?
 
– «Sono stanco di vedermi trattato con tanta crudeltà».
 
– Se è stanco, tanto meglio: sono stanca anch’io, e così ci troviamo perfettamente d’accordo. Ma la data? È un’ora che cerco la data e non mi riesce di trovarla. Vediamo un poco -. E Clarenza seguitò a scorrere coll’occhio la lettera, e, con visibile agitazione, lesse fra i denti:
 
– «Sono stanco di vedermi trattato con tanta crudeltà. Vi ho supplicato mille volte per ottenere da voi dieci minuti… dieci minuti soli di libertà, per un colloquio intimo…».
 
– Cucù! – fece Clarenza, interrompendosi – io non sono mica l’Emilia! Caro signor conte, per questa volta avete sbagliato – poi continuò a leggere.
 
– «Clarenza! se è vero che non sapete il modo di procurarvi questi dieci minuti di libertà, permettetemi che ve lo suggerisca io. Stasera avete fissato di andare al teatro. Non potreste lasciarvi andare vostra sorella e trovare una scusa per rimanere in casa? dubitereste forse di me? Io credo di meritarmi la vostra fiducia, ed è appunto un atto di fiducia quello che vi domando. Se voi me lo negate, io non son degno di rimanere un’ora di più in questa casa, e faccio giuro a Dio (che vede il candore della mia intenzione) di andarmene questa sera medesima».
 
– Dio volesse – disse Clarenza, gettando i pezzi della lettera nel fuoco. – Almeno così sarò fuori d’ogni pericolo! Così potrò riacquistare la pace e la tranquillità, che ho perduta. Ma se ne anderà davvero? Dovrò starmene alla sua promessa, al suo giuramento? No, no: a scanso di pentimenti, è meglio che ci provveda da me e subito.
 
E suonò il campanello.
 
– Dov’è il padrone?
 
– È nel suo studio col marchese Sorbelli – rispose la Bettina.
 
– Che cosa fanno?
 
– Urlano e strillano come due calandre.
 
– Ebbene: quando avranno finito d’urlare, dirai a Federigo che passi da me: ho bisogno assolutamente di vederlo: hai capito?..
 
– Buona notte, Clarenza – disse Federigo, entrando in sala col cappello in capo e il paletot infilato addosso, in atto di uscir di casa.
 
– Giusto te! Dove scappi con tanta fretta?
 
– C’è giù, in carrozza, il marchese Sorbelli, che mi aspetta. Ho promesso di presentarlo stasera al nostro piccolo Comitato elettorale. E tu e la Norina che cosa fate? Andate dunque al teatro?
 
– Credo di sì: Valerio almeno ha promesso di venirci a prendere.
 
– Oh! se ha promesso non vi manca di certo.
 
– Volevo dirti una cosa.
 
– Dopo il teatro, se non ti dispiace. Oramai c’è il marchese che mi aspetta, e non voglio fare aspettare. È una cosa d’urgenza.
 
– Ti sbrigo in due parole. È indispensabile, assolutamente indispensabile che Mario domani se ne vada di casa nostra.
 
– Clarenza! ci sarebbe forse qualche cosa? – domandò Federigo, turbandosi e guardando in viso sua moglie.
 
– Il signor marchese lo attende – disse la Bettina, affacciandosi sull’uscio di sala.
 
– Vengo subito. Clarenza raccontami tutto francamente.
 
– E perché ti allarmi così.
 
– Ma dunque che cosa è stato?
 
– Nulla, nulla, il gran nulla.
 
– Voglio saper tutto.
 
– E io ti dirò tutto. In questa casa ci sono due donne…che non sono né vecchie né brutte… Il paese è pettegolo: e io non voglio ciarle intorno casa.
 
– Dimmi… forse la Norina?..
 
– Io ti ripeto che non voglio ciarle: e Mario, al più tardi domattina deve uscire di casa nostra.
 
– Bisognerà dirglielo con buona maniera.
 
– Con buonissima.
 
– O non potresti dirglielo tu? – domandò Federigo a sua moglie.
 
– Io no!
 
– Ma chi è che ha messo Mario in casa nostra?
 
– Io.
 
– E tu, allora, licenzialo.
 
– Nossignore: è una parte che tocca a te.
 
– Ma perché tocca a me?
 
– Oh! bella!… parla… perché tu sei il marito.
 
– Clarenza!
 
– Oh! insomma, quando ti dico che non c’è e nulla, mi par quasi un’indiscretezza quella d’insistere!…
 
– Pazienza! la parte da doversi fare è un po’ dura, e l’avrei ceduta volentieri a te: ma se la ho da far’io, la farò io. È urgente di molto?
 
– Se si potesse, meglio stasera: se no, domattina di certo.
 
– Il signor marchese!… – disse la Bettina affacciandosi di nuovo sulla porta.
 
– Ha ragione: eccomi subito; dimmi Bettina: il signor Mario è in casa? – domandò Federigo, con quella fretta agitata d’un uomo, che vuol levarsi un pensiero, prima di uscir di casa.
 
– Il signor Mario è andato via alle due – rispose Bettina – e non è più tornato. Son venuti ad avvertirlo che era arrivato suo zio, e che era alloggiato alla Locanda Maggiore.
 
– Suo zio? – replicò Federigo; – dunque il ministro è in paese?
 
– Par di sì – rispose Clarenza.
 
– Sai tu se Mario ricevesse mai risposta a quella famosa lettera?
 
– Credo di no.
 
– L’ho caro! proprio caro! – gridò Federigo, ridendo coi denti. – Io glielo dissi: bada Mario: non la mandare codesta lettera: ti farai canzonare. Nossignore: la volle mandare per forza. Ti rammenterai che si raccomandò a me, perché gliela facessi portare all’uffizio postale della stazione. D’altra parte, meglio così: se per disgrazia lo zio ministro, avesse contentato il nipote, oggi mi troverei in un curioso imbarazzo.
 
– In quale?
 
– Capirai bene, che bisognerebbe, che io rimandassi indietro la Croce!
 
– Uhm!… forse no!
 
– Forse, sì.
 
– Forse, no.
 
– Non c’è forse che tenga, cara mia: o siamo uomini, o siamo ragazzi…
 
– Basta, basta; il resto lo so a memoria – disse Clarenza, annoiata.
 
– È una questione di principii…
 
– Se ti dico che il resto lo so.
 
– Padroni, padronissimi, que’ signori del Ministero di averla con me…
 
– Se seguiti un altro poco, me ne vado.
 
– Del resto, – disse Federigo, saltando di palo in frasca, – mi dispiace che questo licenziamento di Mario, sia di tanta urgenza: caso diverso…
 
– Caso diverso, cioè?
 
– Caso diverso era una questione che fra due o tre giorni, tutt’al più, si sarebbe sciolta da se stessa.
 
– Sarebbe a dire?
 
– Mario fra due o tre giorni se ne va di certo.
 
– E dove va?
 
– Probabilmente partirà per un lungo viaggio attraverso la Germania.
 
– Solo?
 
– No, con sua moglie.
 
– Come! coll’Emilia?.. animo via; ma questo è uno scherzo – disse Clarenza, ridendo.
 
– Non è uno scherzo: è storia.
 
– O non si era parlato di separazione?..
 
– Ma che separazione! se ti dico che tutto quel chiasso non fu altro che una ragazzata di Mario!
 
– Cosicché marito e moglie sono in via d’intendersi, di accomodarsi?
 
– Tutto merito mio! In questi venticinque o trenta giorni, ho avuto un carteggio attivissimo coll’Emilia e con sua madre.
 
– Bravo davvero? e non mi hai detto nulla? – disse Clarenza, nascondendo a mala pena la bizza, che aveva nel sangue.
 
– Avevo il sigillo di confessione, Mario mi aveva fatto giurare che le trattative della riconciliazione sarebbero rimaste un segreto fra noi due!
 
– Senti! senti! – replicò Clarenza, con un certo risolino di canzonatura, – dunque il signor Mario voleva che la cosa fosse un segreto per tutti?
 
Poi, mutando intonazione, continuò:
 
– Quanto a te, lascia che te lo dica: hai fatto malissimo a entrar di mezzo in questo pasticcio.
 
– Perché?
 
– Perché un uomo prudente non mette mai bocca nei pettegolezzi fra marito e moglie… se si erano guastati, tanto peggio per loro: dovevano pensare a sbrigarsela.
 
– Non ti credevo così cattiva.
 
– Io non son cattiva: credo piuttosto d’avere un po’ di giudizio anche per chi non ne ha! Già, vedo bene che sarà una riconciliazione posticcia… Fra un mese, tutt’al più, saranno daccapo: e te la voglio dar lunga.
 
– Io poi, spero di no. Nell’esser di mezzo a questa faccenda, mi son dovuto persuadere che quei ragazzi, in fin dei conti, si vogliono moltissimo bene.
 
– Povero Federigo! come sei ingenuo alla tua età!…
 
– Padrona di darmi dell’ingenuo quanto ti pare. Io, però, ho veduto tutte le lettere che si sono scambiate fra marito e moglie, in questi ultimi giorni, e ti assicuro che mi paiono innamorati, peggio di prima!
 
– Davvero? E tu ci credi sul serio? Gua’; può darsi benissimo che l’Emilia sia innamorata ancora! Non dico di no; povera figliuola, ha un carattere così leggero!… ma in quanto a Mario, ne dubito assai… oh! ne dubito assai.
 
– Anche Mario è innamorato, credilo!
 
– Mario, no.
 
– No? e com’è che lo sai?
 
– Lo so… perché lo so…
 
– Cioè?
 
– Me l’ha detto lui.
 
– Lui? e perché te l’ha detto?
 
– Oh bella! perché gliel’ho domandato.
 
– A dirti la verità, mi pare una domanda un po’ indiscreta.
 
– A me, invece, mi pare naturalissima.
 
– Ebbene, se vuoi saperla tutta, Mario ti ha detto una bugia.
 
– Ci riparleremo a suo tempo.
 
– Ne vuoi una riprova di più? Figurati che la Bettina mi ha raccontato che ieri mattina, essendo entrata improvvisamente in camera di Mario, lo ha trovato col ritratto di sua moglie in mano, che lo copriva di baci.
 
– Imbecille!… lezioso… – fece la Clarenza con un garbo ineffabile di nausea e di dispetto. – Certe svenevolezze in un uomo non le posso soffrire… E poi… resta da vedersi se quel ritratto era veramente quello di sua moglie.
 
– Per codesto, lo era di certo. Tant’è vero che la Bettina mi disse: «Com’è bella la moglie del signor Mario! Somiglia tutta alla signora Clarenza!…».
 
( – Era il mio ritratto! grande imprudente!… – pensò la moglie di Federigo dentro di sé, facendosi rossa in viso; quindi seguitò a dire). – E questa riconciliazione quando avrà luogo?
 
– Fra due o tre giorni. L’Emilia ha scritto che ci farà sapere, per mezzo del telegrafo, il giorno preciso e il treno col quale arriverà alla stazione.
 
– Voglio sperare che anderanno alla locanda…
 
– È probabile.
 
– Non c’è probabile, né improbabile. Intendiamoci bene che in casa non ce li voglio… Hai capito?.. E i patti di questa conciliazione?
 
– Semplicissimi. Non una parola, nemmeno una sola parola sull’accaduto. I due sposi, incontrandosi alla stazione, si abbraccieranno, si bacieranno…
 
– Cari!… cari!… veramente cari!… Vuoi che te lo dica? Certe giuccherie mi fanno quasi schifo!…
 
– Quando poi avranno finite tutte le formalità di rigore, si tratterranno una mezza giornata, tanto per avere il tempo di fare i bauli e prendere il volo verso le regioni del Nord. È stabilito e concordato reciprocamente che il pellegrinaggio, all’estero, non debba durare meno d’un anno.
 
– Un anno?..
 
– Un anno: così è fissato, per la gran ragione che il mondo, che è di lingua lunga e di memoria breve, abbia tutto il tempo necessario per poter dimenticare ogni cosa.
 
– E se Mario non volesse partire?.. – domandò Clarenza, che rideva come una matta; per non far vedere le lagrime, che aveva negli occhi.
 
– Codesta è un’idea – disse Federigo.
 
– Un’idea! Si fa presto a dire un’idea… Chi lo sa: alle volte gli uomini sono così capricciosi:…
 
– Scusa veh, Clarenza: ma se è lui, Mario stesso in persona, che ha messa questa condizione del viaggio d’un anno!
 
(- Infame:… – mormorò fra i denti Clarenza – e vorrebbe che stasera lo aspettassi in casa… Guai a lui, se mi capita dinanzi!).
 
– Il signor marchese Sorbelli… – disse la Bettina, quasi mortificata di dover ripetere la stessa cosa.
 
– Povero marchese! ha mille, duemila ragioni. Ora poi vengo subito… – e Federigo così dicendo, andò a riprendere con grandissima fretta il cappello e il paletot, che, durante la conversazione, aveva posati sulla tavola di mezzo.
 
– Senti vieni un momento qua! – soggiunse la moglie, trattenendolo per un braccio.
 
– Lasciami andare.
 
– Ho pensato a una cosa.
 
– A che cosa?
 
– Trattandosi di aver pazienza per tre o quattro giorni ancora, credo che sarebbe meglio di aspettare e non dirgli nulla.
 
– Ebbene, aspettiamo… Io faccio a modo tuo… Zitta! se non sbaglio, questo è Mario: è la sua voce di certo.
 
– Animo, Federigo – disse Clarenza, che voleva restar sola, – non far più aspettare quel povero marchese.
 
– Vado subito. Dico una parola a Mario, e scappo.
 
– Al solito. Permettimi che te lo dica: mi pare una bella mancanza d’educazione quella di costringere una persona rispettabile, come il marchese Sorbelli, a farti quasi il servitore.
 
– Non te ne dar pensiero – replicò Federigo sorridendo. – Il marchese per ora è candidato; tocca dunque a lui a fare il comodo mio; quando poi sarà deputato, non dubitare, che toccherà pur troppo a me a fargli l’anticamera.
 
– Sei un grand’ostinato. Ebbene, se non vuoi andartene tu, me ne anderò io – e la Clarenza uscì dalla sala, che aveva un diavolo per capello.
 
– Che c’è di nuovo? – domandò Federigo a Mario, con una curiosità infantile.
 
– C’è qualche cosa – rispose Mario, sorridendo – e avevo quasi paura di non trovarti in casa.
 
– Qualche cosa di premura? Ha scritto l’Emilia?
 
– No. Dall’Emilia oramai non aspettiamo altro che il telegramma dell’arrivo: c’è un’altra notizia… la sai?
 
– Quale?
 
– È arrivato mio zio.
 
– Ah! è arrivato?.. – soggiunse Federigo, con indifferenza.
 
– Non ne sapevi nulla?
 
– Nulla. D’altra parte, che interesse vuoi tu che abbia per me l’arrivo d’un ministro? fra me e gli uomini del Governo, c’è un oceano di mezzo.
 
– Per carità – disse Mario, scherzando – non parliamo d’oceani! Ho conosciuto certi oceani, in politica, che si sono rasciugati da un momento all’altro, e son diventati tanti rigagnoli da potersi passare a piedi asciutti. Come ti sarai figurato, mio zio non rispose mai a quella lettera…
 
– Era facile indovinarlo.
 
– Peraltro ha risposto col fatto.
 
– Col fatto? cioè? come sarebbe a dire?..
 
– Il signor marchese Sorbelli… – bisbigliò la Bettina, sottovoce, avvicinandosi al suo padrone.
 
– Gran seccatore! Due minuti e scendo subito.
 
– Dice così che non vuole più aspettare – soggiunse pianissimo la vecchia cameriera.
 
– Che se ne vada, allora! – replicò Federigo; quindi rivolgendosi a Mario:
 
– Dunque, mi dicevi?..
 
– Dicevo che il ministro mi ha consegnato un plico per te.
 
– Un plico per me?.. io non so di dover ricevere alcun plico dal Ministero.
 
– Caro mio; ambasciatore non porta pena – e così dicendo, Mario trasse di tasca un plico, e lo consegnò al marito di Clarenza, il quale, passandoci sopra gli occhi, vi lesse con voce quasi tremante: – «Al cavaliere Federigo Fabiani». Ah! finalmente!… – esclamò Federigo.
 
– Cioè?
 
– Voglio dire – rispose l’altro, frenando a stento la propria emozione. – Voglio dire che finalmente doveva capitarmi addosso anche questo malanno. Mario? abbi pazienza se te lo dico. ma mi hai fatto un brutto scherzo.
 
– Caro mio: io non ci ho colpa.
 
– Vedi un po’ in quale imbarazzo mi hai messo. Tu sai benissimo che io sono un uomo logico, un uomo conseguente…
 
– Ebbene.
 
– Ebbene, io non accetterei una distinzione, che mi viene da un Ministero, che ho sempre combattuto.
 
– Se non la vuoi; e tu rimandala.
 
– Rimandarla! è presto detto. E tuo zio?.. è un affronto bello e buono, che farei a lui.
 
– Se fossi in te, non avrei tanti riguardi; rimanderei la croce, e felicissima notte.
 
Federigo rimase muto e soprappensiero, per due minuti: poi, voltandosi all’amico, gli domandò tranquillamente:
 
– Dimmi un poco: come si costuma in queste circostanze disgraziate? Usa scrivere una lettera di ringraziamento?..
 
– Per il solito, sì.
 
– Ma io, resta inteso che non rispondo nulla – disse Federigo, ingrossando la voce.
 
– Padronissimo – rispose Mario, che aveva capito il debole dell’amico. – Nessuno ti può costringere a fare una cosa contro coscienza.
 
– Tutt’al più potrei rispondere due versi… due soli versi di formalità… tanto per far sapere che ho ricevuto il plico.
 
– Basta, e ce n’è d’avanzo.
 
Federigo andò al tavolino di mezzo, e preso un foglio da lettere, e postoselo davanti, disse a Mario:
 
– Fammi il piacere: tu che hai pratica in certe cose… dettami queste poche parole. Intendiamoci bene: parole liberalissime e senza ombra di cortigianeria.
 
– Vai pur là, e scrivi – replicò Mario, avvicinandosi al caminetto; e a voce alta, cominciò a dettare: – «Signor ministro».
 
– «Signor…» dimmi un poco – domandò l’altro, alzando il capo e smettendo di scrivere – non sarebbe meglio di dargli un po’ d’Eccellenza.
 
– Fai tu: ma la frase «Signor ministro» è molto più franca e più disinvolta.
 
– È vero; ma i ministri, credilo a me, ci tengono all’Eccellenza: le so certe cose. Vuoi fare a modo mio? Diamogli dell’Eccellenza.
 
– Diamogli dell’Eccellenza – soggiunse Mario, ridendo: poi seguitò a dettare: – «Sono sensibile all’onore…».
 
– Quel «sensibile» mi pare un po’ corto – osservò Federigo. – Se mettessimo invece «sensibilissimo?».
 
– Hai ragione. «Sensibilissimo» è più lungo. Dunque comincia così: «Sono sensibilissimo all’onore…».
 
– Onore… onore! – borbottò fra i denti Federigo. – E non credi che sarebbe meglio detto «all’alto onore?».
 
– Alto? in questo caso mi pare un vocabolo un po’ troppo ampolloso.
 
– Ampolloso, no. Anzi mi pare un vocabolo comunissimo e che si adopera continuamente. Diffatti si dice «alta stima» e alta considerazione… anche quando si scrive per non dir nulla.
 
– Vedo, amico mio – disse Mario, annoiato – che ne sai più di me: dunque scriviti da te la tua lettera: eppoi, se credi, gliela posso portar io.
 
– Mi farai un vero regalo – rispose Federigo. Quindi scrisse la lettera in pochi minuti, la chiuse in una busta, e, consegnandola al conte, gli disse con un tuono di voce cupo e malinconico: – Ora ho bisogno che tu mi dia una prova di vera amicizia.
 
– Parla.
 
– Tu sai il peso, che io ho sempre dato a questi gingilli, a questi giuocattoli da fanciulli…
 
– Lo so! lo so… – interruppe l’altro, ridendosela sotto i baffi.
 
– Orbene: vorrei che questa cosa restasse un segreto fra noi due: che non la sapesse nemmeno l’aria. Che vuoi che ti dica? Sento qualche cosa qui che mi ripugna – (e si toccava lo stomaco dalla parte del cuore). – Capisco che l’uomo è un animale di abitudine, e che in questo mondo ci si avvezza a tutto: ma, ora come ora, dico la verità, sento che non saprei rassegnarmi a sentirmi chiamare cavaliere.
 
– Intendo benissimo la tua ripugnanza… ed eccoti la mano. Giuro solennemente di non parlarne a nessuno.
 
– Siamo intesi: a nessuno!
 
– A nessuno!
 
Clarenza entrò in sala: forse credeva di trovarvi Mario solo: ma visto che c’era anche Federigo, rimase piuttosto male; e voltasi con garbo dispettoso verso il marito, gli disse:
 
– Come? sei sempre qui?
 
– Sempre qui! – rispose l’altro, senza alzare il capo, e accompagnando la risposta con una specie di sospiro.
 
– Che cos’hai? che cosa ti è accaduto?
 
– Nulla, nulla.
 
– Ditelo voi, Mario; che cosa c’è stato? – domandò Clarenza, un poco impensierita.
 
– Ti ripeto, che non c’è stato nulla – gridò Federigo, arrabbiandosi. – Una delle mie solite fortune. Guarda! – e, nel dir così, si cavò di tasca il plico del Ministero, e lo passò in mano alla moglie.
 
Clarenza posò gli occhi sull’indirizzo: e dopo aver vista la provenienza, e dopo aver letto sulla sopraccarta «Al cavalier Federigo Fabiani» restituì la lettera al marito, esclamando con vera consolazione:
 
– Oh! sia ringraziato il cielo! Finalmente sarai contento!
 
– Contento io? io? Vai pur là, che l’hai indovinata.
 
– Quanto a me, lo dico francamente, sono contentissima.
 
– Tutte uguali le donne! – disse Federigo, ingrossando la voce. – Avete una vanità che passa qualunque misura. Per altro, Clarenza, intendiamoci bene. Ti avverto una volta per tutte. Sappi che questa cosa deve restare un segreto fra noi tre – (accennando anche a Mario). – Dunque bada bene di non lo dire a nessuno! A nessuno, e specialmente a quella ciarliera della Norina.
 
– Signor cavaliere, i miei rispetti – disse la Norina, saltando in sala, e inchinandosi comicamente dinanzi cognato.
 
– Ah! Norina! – replicò Federigo, facendo l’impermalito – questa tua indiscretezza… questa tua smania di ficcare il naso dappertutto mi comincia a seccare. Con una donna, come te, fra i piedi. è inutile che in una casa ci sieno gli usci e le porte.
 
– Inutile?
 
– Inutilissimo. Perché almeno ho sentito dir sempre che gli usci erano fatti apposta per impedire agli altri che sappiano ciò che vogliamo che non si sappia.
 
– È un’idea anche codesta – soggiunse la Norina, ridendo. – Non tutti si pensa allo stesso modo. Io, per esempio, ho creduto sempre che gli usci fossero fatti unicamente per poter stare a sentire ciò che dicono gli altri. È un’opinione come la tua, e va rispettata.
 
– Non ne discorriamo più per oggi. Ti avverto di serbare il segreto: e non ne facciamo parola con nessuno! con nessuno. A proposito: ma che il marchese Sorbelli sia sempre giù ad aspettarmi? Sentiamo un poco.
 
E Federigo suonò il campanello.
 
– Ha suonato lei, signor Federigo?. – disse la Bettina, entrando in sala.
 
– Brava, Bettina! Così mi piace: chiamami sempre Federigo.
 
– O come vuol che lo chiami?
 
– Guai a te, se una volta, una volta sola, ti scappa detto cavaliere.
 
– Come! come! – gridò la vecchia cameriera, tutta allegra – che è stato fatto cavaliere, lei? l’ho caro davvero! era tanto, povero padrone, che se ne struggeva!…
 
– Mi struggevo, un corno! Non discorrer tanto, e guarda piuttosto a quel che ti dico: ti ripeto dunque che io mi chiamo Federigo, che voglio esser chiamato Federigo, e in casa mia non ci debbono essere né cavalieri, né commendatori. Dillo subito anche a Francesco e al cuoco.
 
– Non dubiti, signor cavaliere.
 
– Basta così. Volevo ora domandarti una cosa; il marchese è partito?
 
– Sarà quasi una mezz’ora – disse la Bettina. – Soffiava come un istrice. Se sapesse quante cosacce ha detto!…
 
– Contro me?
 
– Contro lei!
 
– Bravo signor marchese: faremo i conti a suo tempo. Lo aspetto, all’urna, non dubiti, lo aspetto all’urna! Curiosi questi nobilucci di vecchia data. Perché hanno un po’ di titolo, trovato fra i ragnateli di casa, gli par d’essere Dio sa che!… Quant’a me, per esempio, non baratterei la mia modestissima croce di cavaliere con tutti i loro stemmi gentilizi: dico bene?..
 
– Santamente! – soggiunse Mario; – dimmi una cosa: e ora, verso qual parte sei indirizzato?
 
– Che si domanda? – rispose Federigo, guardando l’orologio. – È la mia ora: io, secondo il mio solito (un’abitudine oramai di dieci anni), vado in casa Appiani a far la mia partita a scacchi.
 
– Non puoi lasciarla per una sera? – chiese il conte.
 
– Impossibile: son sicuro che questa notte non potrei dormire.
 
– Non ti dissimulo, che mi dispiace.
 
– Ti dispiace? e perché?
 
– Perché il ministro avrebbe desiderato di vederti.
 
– Me?.. – domandò Federigo, a cui la troppa e improvvisa contentezza fece mandar fuori una nota di falsetto.
 
– Te in persona. E aggiungi che io gli avevo promesso di accompagnarti stasera da lui!
 
– Hai fatto male… cioè, non dico che tu abbia fatto male… ma, insomma, che cosa vuole il signor ministro da me?
 
– Non lo so!
 
– Il conte non lo sa – interruppe Clarenza – ma è facile supporlo. Il ministro sa che tu sei un brav’uomo, un uomo onesto, una persona moltissimo influente… ed è naturale che desideri di conoscerti personalmente e di stringerti la mano.
 
– Troppo buono, il signor ministro: ma non ci vado! – disse Federigo, atteggiandosi a uomo inflessibile e resoluto.
 
– Pazienza! – replicò Mario, facendo l’atto di non voler più insistere.
 
– Ti prego, peraltro, di fargli le mie scuse.
 
– Non c’è bisogno di scuse. Hai le tue buone ragioni per non volerci venire, e basta così!
 
– E perché non ci vai? – domandò Clarenza, alla quale dispiaceva questa strana cocciutaggine del marito.
 
– Oh! bella! non ci vado, perché non mi conviene. È una questione di fierezza di carattere e di sentimento della propria dignità, e le donne non possono intendere certe cose.
 
– Io ti comprendo benissimo! – disse Mario, soffiandosi il naso, per tappare una risata insolentissima.
 
– E tu, quando ritorni da tuo zio?
 
– Ci ritorno subito: appena che esco di qui. Intanto gli porterò la tua lettera e gli farò le tue scuse.
 
– Se mi aspetti due minuti, possiamo fare un pezzo di strada insieme.
 
– Ho fretta.
 
– Due minuti soli.
 
– Ti prego dunque di far presto.
 
– Il tempo che ci vuole, per cambiarmi questo soprabito, che comincia a essere un po’ troppo grave per la stagione.
 
E Federigo uscì dalla sala.
 
– Ditemi, Mario, e vostro zio si trattiene molto? – domandò Clarenza, tanto per dir qualche cosa, e per dissimular la sua stizza per la Norina, che si ostinava a non volersene andare.
 
– Mio zio parte stasera col treno delle otto e mezzo per San Giusto.
 
– Senti!
 
– E, probabilmente, io gli terrò compagnia.
 
– Partite anche voi?.. – chiese Clarenza, strascicando la voce con un po’ di canzonatura.
 
– Non è punto difficile.
 
– E quando sarete di ritorno?
 
– Chi lo sa. Non lo so nemmeno io. Dipende tutto da una risposta, che aspetto… – disse, guardando negli occhi la graziosa moglie di Federigo, quindi soggiunse subito, per non dar tempo alla Norina di fantasticare:
 
– E queste due belle signore vanno poi stasera al teatro?
 
– Sì – rispose la Norina. – Aspettiamo giusto il signor Valerio, il quale ha promesso di accompagnarci.
 
– C’è una bella commedia?
 
– Non lo so davvero: io vado al teatro, per andare al teatro.
 
– E io vado al teatro per non restare in casa – soggiunse Clarenza, accentando leggermente le ultime parole.
 
– Scommetto che avete un po’ di paura a restar sola in casa? – domandò il conte, sorridendo con intenzione.
 
– L’avete indovinata! Ho paura della noia. Tre ore di solitudine sono troppo lunghe. Che ora avete, Mario?
 
– Le otto vicine.
 
– Se indugiate un altro poco, perderete il treno, e non potrete più accompagnare vostro zio.
 
– Aspetto quel benedetto uomo di Federigo… Oh! Ma c’è tutto il tempo necessario: il treno dovrebbe passare alle otto e mezzo, e ritarda sempre nove o dieci minuti…Scusate, signora Clarenza: e perché ridete?
 
– Rido a vedervi dire le bugie con tanta serietà.
 
– Cioè?
 
– Per vostra regola, voi stasera non partite!
 
– Vi giuro che parto. L’ho promesso a mio zio. E perché, scusatemi, dovrei dirvi una cosa per un’altra?..
 
– O San Giusto! – continuò a dire Clarenza, ridendo sguaiatamente di un riso forzato. – Guarda, per l’appunto!… E che cosa andate a fare a San Giusto?..
 
– Ho là qualche piccolo affaretto.
 
– Non è vero.
 
– Scusate Clarenza: ma perché mi date una mentita?
 
– Io non vi do nessuna mentita: vi dico semplicemente che non è vero! – replicò Clarenza, che, senza avvedersene, era diventata seria e quasi dispettosa.
 
– Il signor Leonetto! – disse il giornalista, affacciandosi in sala, e annunziando se medesimo.
 
– Oh! che miracolo è questo? – domandò la Norina, facendogli segno di venire innanzi.
 
– Scusatemi, mie belle signore, se vi disturbo: Federigo è uscito?
 
– Federigo sarà qui fra minuti – rispose Clarenza.
 
– Ho bisogno di vederlo per una certa cosa… d’urgenza… Intanto profitterò dell’occasione per stringergli la mano e per dargli il mi-rallegro.
 
– Come l’avete saputo?
 
– La Bettina mi ha detto tutto. Anzi, se vi contentate, vorrei fargli una specie di sorpresa… Vorrei annunziare la sua nomina nel giornale di domani.
 
E nel dir così trasse di tasca una matita e un pezzetto di carta; e, dopo avere scritto pochi versi, si voltò alla padrona di casa, dicendole:
 
– Scusate, signora Clarenza: vi dispiacerebbe di mandare il vostro Francesco alla stamperia del giornale con questo piccolo avviso? –
 
– Figuratevi!…
 
E Clarenza chiamò la Bettina, e le dié il biglietto, con ordine premuroso di farlo portar subito da Francesco alla stamperia del «Giornale della Provincia».
 
– Son pronto! – disse Federigo, entrando in sala, tutto vestito, in abito nero, cravatta bianca, guanti perlati e paletot chiaro sul braccio.
 
– Bene! bene! – gridò Mario ridendo – dunque ti sei pentito? vieni anche tu dal ministro?
 
– E perché?..
 
– Me lo figuro! ti vedo in abito di visita officiale!…
 
– Officiale?.. tutt’altro che officiale! Mi son cambiato vestito, perché con quell’altro scoppiavo dal caldo.
 
– Dunque, vieni o non vieni?
 
– Impossibile, credilo, impossibile! Chiedimi piuttosto un bicchier del mio sangue, e non ti dico di no… ma dal ministro…
 
– Ebbene, non se ne parli più: dunque io posso andarmene?
 
– Se mi aspetti, si fa la strada insieme e ti accompagno fin là.
 
– Fino a dove?
 
– Fino alla Locanda Maggiore. Per me, è tutta strada.
 
– Siamo giusti! Quando hai fatto tanto di arrivar lì, puoi anche salire le scale – disse Clarenza.
 
– Non salgo! quando ho detto che non salgo, non salgo. Tutt’al più, posso aspettarti giù abbasso, nella stanza del burò.
 
– E se il ministro, per caso, viene a sapere che sei giù ad aspettarmi…
 
– Oh! insomma: non salgo. Ti accompagno, ti aspetto, ma… ma non salirò mai le scale del potere.
 
Federigo, credendo di aver detto una bella cosa, si accarezzò il mento, con visibile compiacenza.
 
– Dunque, Federigo, ti si può stringere la mano? – domandò Leonetto, facendosi avanti.
 
– Caro mio. è un tegolo che mi è cascato all’improvviso sulla testa. Io ti giuro che non ne sapevo nulla! proprio il gran nulla!…
 
– Vedrai annunziata la tua nomina nel giornale di domani! – soggiunse il giornalista, per dirgli subito una cosa gradita.
 
– Hai fatto malissimo.
 
– Davvero?
 
– Avrei desiderato che di questa cosa se ne facesse un segreto! Non ti nascondo che mi hai dato un vero dispiacere!…
 
– Quand’è così, si fa presto a rimediarci… – disse Leonetto, avviandosi in fretta, per uscir dalla sala.
 
– E ora dove scappi? – gli domandò Federigo, trattenendolo per un braccio.
 
– Corro alla stamperia, a far sospendere l’annunzio. Siamo sempre in tempo.
 
– Oramai lascia andare – soggiunse il marito di Clarenza. – Poco bene e poco male: tanto si tratta del giornale della provincia. È un giornale che non lo legge nessuno.
 
– Il biglietto è già alla stamperia – disse Francesco, presentandosi sulla porta, con una sacca da viaggio in mano. – Dica signor Mario, questa sacca dove la devo portare?
 
– Alla stazione: e lasciala in consegna al signor Pietrino.
 
– È deciso davvero! – bisbigliò sottovoce Clarenza, mordendosi per la bizza il labbro di sotto.
 
– Dunque, mie belle signore, avete comandi da darmi per San Giusto? – disse il conte, con grazia e con moltissima indifferenza.
 
– Grazie, Mario – rispose la Norina.
 
– Allora buona notte e buon divertimento…
 
– E a rivederci a quando? – domandò Clarenza, ingegnandosi di far la disinvolta.
 
– Chi lo sa!… forse domani e forse fra una settimana.
 
Clarenza, che si era alzata in piedi, si avvicinò al conte, e cogliendo un momento che tutti gli altri parlavano fra loro, gli domandò pianissimo, ma con accento vibrato:
 
– Partite davvero?..
 
– Andate proprio al teatro? – sussurrò Mario, dando alla moglie di Federigo un’occhiata significantissima.
 
– Sbrighiamoci Mario – gridò Federigo, voltandosi a un tratto. – Ho fatto tardi; e gli scacchi mi aspettano.
 
E il conte e Federigo si congedarono in fretta e se ne andarono.
 
Norina si affacciò sulla porta, per accertarsi se Mario era proprio uscito; quindi uscì anche lei, dicendo alla sorella:
 
– Io vado, intanto, di là a prendere la mantiglia e il cappuccio: e tu?
 
– La mia toelette è bell’e fatta – disse Clarenza, guardandosi nello specchio. – Per quel teatro lì, è anche troppo lusso!…
 
Appena Leonetto rimase solo con la moglie di Federigo, prese una certa aria di collegiale vergognoso: e, quasi avesse avuto bisogno di cercare le parole adatte, per incominciare, balbettò confusamente…
 
– Ditemi… signora Clarenza, vorreste mettere una buona parola per me con vostro marito?
 
– Figuratevi; – rispose l’altra. – Con tutto il piacere. E di che si tratta?..
 
– Ecco di che si tratta… voi sapete dicerto… o anche se per caso non lo sapete, ve lo dico io, che c’è vacante il posto di direttrice nell’Istituto Azeglio… Vostro marito, come uno dei principali sovventori di quell’Istituto, ha molta voce in capitolo… Vorreste raccomandargli per quel posto una persona di mia conoscenza?..
 
– Di Vostra conoscenza? – replicò Clarenza, guardando il giornalista con una specie di curiosità maligna.
 
– Di mia conoscenza – soggiunse Leonetto seriamente – e che… m’interessa moltissimo!…
 
– Forse una vostra parente?
 
– Qualche cosa di più!
 
– Di più?.. e questa persona sarebbe?..
 
– La signorina Armanda, quella stessa della quale abbiamo parlato insieme qualche tempo fa.
 
– Ah! signor Leonetto! – disse Clarenza, alzandosi in piedi e coll’accento della persona offesa. – Dico la verità: mi fa meraviglia che possiate raccomandarmi per un impiego tanto delicato una persona… di quel genere!
 
– Domando scusa! – riprese il giornalista, che era diventato rosso come una ciliegia (bel fatto per un giornalista!). – Vi giuro, sull’onor mio, che quella giovine…
 
– E perché volete sciupare il tempo a giurare? Non vi rammentate che mi avete detto voi stesso, capite bene, voi stesso, che quella signorina girava per il mondo, facendosi chiamare provvisoriamente Armanda. Tocca forse a me a dirvi a qual famiglia appartengono le donne…senza domicilio fisso, e che cambiano di nome come di pettinatura?
 
– Signora Clarenza, avete ragione: – disse Leonetto confuso e mortificato. – Ma se io vi rispondessi che quel giorno, parlando con tanta leggerezza di Armanda, credevo di essere un giovane di spirito, mentre dopo mi son dovuto persuadere che non ero altro che un imbecille e un volgarissimo calunniatore?
 
– Non c’è dubbio – osservò Clarenza con grazia: – è una ritrattazione spontanea e fatta lealmente… ma ha un piccolo difetto…
 
– Quale?
 
– Giunge un pochino tardi.
 
– Non ho altro da aggiungere! – disse il giornalista, alzandosi in atto di volersi congedare.
 
– Sentite, Leonetto: non fuggite; ho anche io bisogno di chiedervi un favore.
 
– Son qua.
 
– Parlatene direttamente con mio marito di questa…persona… che v’interessa tanto; ma dispensatemi me dal metterci bocca.
 
– Ebbene, signora Clarenza – disse Leonetto con accento franco e risoluto – la mia delicatezza non mi permette di lasciarvi sotto la triste impressione che io abbia voluto abusare della vostra buona fede e della vostra squisita cortesia.
 
– Abusare?.. no davvero.
 
– A giustificazione della raccomandazione che vi ho fatto, sento il bisogno assoluto di confidarvi una cosa, che finora è un segreto per tutti. Fra qualche giorno Armanda porterà il mio nome!
 
– Come?.. voi?..
 
– È così, signora Clarenza…
 
– In questo caso, amor mio, sono mortificatissima di aver detto qualche parola forse un po’… acerba, ma spero vorrete convenir meco che la colpa, in fin dei conti, non è tutta mia.
 
– Ve lo ripeto: avete mille ragioni. Io sono stato un gran ragazzo: e oggi pago il fio della mia leggerezza…
 
– Consolatevi, Leonetto! – disse Clarenza sorridendo e stendendogli la mano – non siete il solo! Ne ho conosciuti degli altri, che hanno finito collo sposare la donna, della quale si erano lavati la bocca.
 
– E questo signor Valerio non si è veduto ancora? – domandò la Norina, entrando in sala, colla mantiglia sul braccio.
 
– Eccomi qua – disse Valerio presentandosi sulla porta di fondo. – Vi ho fatto forse aspettare?
 
– No davvero. Anzi possiamo trattenerci un altro poco. Quanto a me, non mi è piaciuto mai di arrivare in teatro, all’alzata del sipario. Sì, par di quella gentuccia, che va al teatro, proprio per lo spettacolo, non è vero?… E tu, Clarenza, che cosa fai che non mandi a prendere intanto la tua roba?
 
– Oramai non vengo più – rispose la moglie di Federigo, facendo l’annoiata, e appoggiandosi con stanchezza il capo alla spalliera della sedia. – Per questa sera, rimango in casa.
 
– Rimani in casa? – replicò vivacemente la sorella.
 
– Mi par fatica a uscire!… eppoi a dirti la verità, io sono come Valerio: mi diverto moltissimo alla musica: ma la prosa… oh! Dio!… la prosa!…
 
– Per me, – disse Valerio, – la prosa è sempre prosa.
 
– Anche quand’è in poesia! – soggiunse ridendo la moglie di Federigo.
 
La Norina era rimasta incantata: pensava a qualche cosa con una fissazione insolita in lei. Quando si riscosse, mormorò fra i denti: L’affare si fa serio… e di molto!…Speriamo che la mia lettera sia giunta in tempo! E se no, pazienza! Sono cose di questo mondo.
 
Quindi, data una scrollatina di spalle, riprese la sua solita spensieratezza e il suo solito buon umore, e rivoltasi verso il giornalista, gli domandò ridendo:
 
– E così, Leonetto, come funziona quel famoso vecchio termometro?..
 
Il giornalista voleva fare l’astratto, l’uomo assorto in gravi pensieri, ma la Norina, con una sbadataggine infantile e petulante, insisté:
 
– E quei poveri capelli? Sono rimasti sempre a trentanove e mezzo, oppure in questo tempo han figliato? La sapete, Valerio, la storia dei trentanove capelli e del vecchio termometro? – (e qui una grandissima risata).
 
– Basta, basta, Norina – disse Clarenza, impietosita dalle ineffabili torture, che pativa il povero Leonetto. – Come sei prolissa! quando cominci, non la finisci più!
 
In questo mentre, la Bettina entrò tutta frettolosa in sala, annunziando:
 
– La signora contessa Emilia.
 
Quadro di stupore e di sorpresa universale!
 
Dopo tutti i baci e tutti gli abbracci, che si scambiano in simili circostanze, tutte le donne che si vogliono bene e quelle che non si possono soffrire fra loro, Clarenza, per la prima, gridò, tenendo l’amica per tutte e due le mani.
 
– Ma questa è una carissima improvvisata!
 
– E Mario dov’è? – domandò l’Emilia.
 
– Mario per questa sera non lo potrai vedere! – soggiunse la Norina, tutta contenta che la sua lettera fosse arrivata in tempo.
 
– E perché non lo posso vedere?
 
– Perché partiva col treno delle otto e mezzo per San Giusto. Accompagnava il ministro.
 
– Lo zio dunque è stato qui?
 
– Si è trattenuto poche ore.
 
– L’avrei veduto tanto volentieri. E Federigo?.. Quella perla d’uomo di tuo marito? – disse volgendosi a Clarenza.
 
– Sta benissimo: ma anche lui è fuori. A quest’ora sarà in casa Appiani a fare la sua solita partita a scacchi fino a mezzanotte.
 
– Scommetto, Clarenza, che tu non mi aspettavi… stasera?…
 
– Io no!… – rispose l’altra, un po’ sconcertata dalle occhiate indagatrici e penetranti, colle quali la saettava la moglie di Mario. – Stasera non ti aspettavo… ma però sapevo che saresti stata qui fra due o tre giorni al più lungo.
 
– È vero!… ho voluto anticipare la mia gita di qualche ora… e ti dirò perché. È stato un capriccio… m’ero messa nell’idea di arrivare qui all’improvviso, senza che nessuno ne sapesse nulla… e specialmente Mario…
 
– Una sorpresa?
 
– Precisamente.
 
Così dicendo, l’Emilia prese per la mano le due amiche, e dopo averle condotte con molta disinvoltura verso il pianoforte, situato in un angolo della sala, disse loro pianissimo, e con un certo garbo comico della fisonomia:
 
– Con voi non ho misteri, e posso anche dirvi il motivo di questa bizzarra risoluzione. Pochi giorni addietro ho ricevuto per la posta una lettera, che veniva di qui…una lettera anonima e curiosissima…
 
– La mia lettera! – bisbigliò dentro di sé la Norina.. Ero certissima che avrebbe fatto il suo effetto.
 
– Comincerò dal dirvi che la lettera era firmata Folletto. -. e che, fra le altre cose, era piena di spropositi d’ortografia!…
 
– Sguaiata! – mormorò la sorella di Clarenza: poi aggiunse forte: – Bada veh! che forse saranno stati spropositi fatti apposta… per nascondere la mano della persona che scriveva.
 
– No, no – replicò vivacemente la contessa – ti assicuro che erano spropositi spontanei, legittimi, cascati giù dalla penna con tutta naturalezza. Ma questo importa poco. Io so benissimo il conto che si dovrebbe fare delle lettere anonime: ma bisognerebbe aver la forza di poterle strappare prima di leggerle. Una volta lette, è finita: ti paiono più vere delle lettere vere. Il fatto sta che Folletto si diverte a darmi dei ragguagli curiosi… molto curiosi sulla vita, che mio marito conduce qui -. (E l’Emilia, con una volubilità prodigiosa, fissava gli occhi in viso ora alla Clarenza, ora alla Norina: ma particolarmente poi alla Clarenza). – La lettera, chi lo sa perché, è scritta tutta in un linguaggio bizzarro; come quello delle favole del Clasio e del Pignotti. Figuratevi, per darvene un’idea, che parla d’un certo farfallone che per ingannare la solitudine e il mal umore si è messo a far la corte e a svolazzare intorno a un fiore: beninteso, dice Folletto, intorno a un fiore di giardino chiuso. Il farfallone e il fiore stanno vicinissimi di casa: quasi, sotto il medesimo tetto… Il fiore, per ora, ha resistito a tutte le tentazioni: ma se la sua virtù lo abbandonasse? Venite subito qua, conclude l’autore della lettera; la vostra presenza metterà giudizio alla farfalla: e così salverete l’onore del fiore e la tranquillità di quel buon uomo del giardiniere… Anzi mi ricordo benissimo, che, invece di giardiniere, c’è scritto gardinere, senza l’i.
 
– Gardinere? – ripeté la Norina impermalita. – Mi pare impossibile!
 
– Cioè?
 
– Voglio dire – soggiunse, ripigliandosi in tempo – mi pare impossibile che il signor Folletto non sappia che c’è bisogno dell’i per scrivere giardiniere. Sono i primi principii della lingua italiana, che sappiamo tutti a memoria come l’Avemmaria.
 
– Sia favola o storia? – domandò l’Emilia, senza perder d’occhio la fisonomia delle due sorelle. – che cosa ne dici, Clarenza?..
 
– Per me è tutta una favola – rispose la moglie di Federigo, studiandosi di dissimulare l’agitazione che aveva addosso. – Ma, bada! potrebbe anche darsi che ci fosse un po’ di storia.
 
– Nessuna di voi si è accorta mai di nulla?..
 
– Di nulla! proprio di nulla! – replicarono all’unisono le due sorelle.
 
– La credo una favola anch’io! – continuò a dire la contessa. – Più ci penso, e più mi pare impossibile che Mario potesse esser capace… specialmente ora… in questo momento…
 
– Per codesto, cara mia, io credo gli uomini capaci di qualunque cosa… fuori che d’una buona azione! – disse Clarenza con l’accento della bizza mal repressa.
 
– Con tutti i vostri discorsi, mi fate far la mezzanotte in casa! – soggiunse la Norina, contentissima di poter interrompere una conversazione, che minacciava di diventar pericolosa. – Io vado al teatro. Vuoi venire anche tu? – domandò all’Emilia.
 
– In quest’arnese da viaggio?
 
– Stai benissimo.
 
– Ebbene, verrò al teatro anch’io. Così la serata passerà più presto.
 
– Addio a poi, Clarenza! – disse la Norina, mettendosi la mantiglia sulle spalle.
 
– Come! tu rimani in casa? – chiese la contessa con un accento di curiosità singolarissima.
 
– Sì rimango in casa. Non mi sento benissimo.
 
– Ti senti male? Oh povera Clarenza! In questo caso, non vado al teatro neanch’io! Voglio restare a farti un po’ di compagnia.
 
– Ti prego, Emilia, non far complimenti con me!
 
– Ti dico che non vado!
 
– Bada, ti annoierai. Debbo avvertirti che quando mi prende questo maledettissimo dolor di capo, ho bisogno di dormire almeno un par d’ore.
 
– Dormi pure. Dormirò anch’io! Ne ho tanto bisogno. Figurati che mi sono alzata alle otto!…
 
– Fai come credi!…
 
– Eppoi… te ne voglio dire un’altra: qui, nel cuore, ho un presentimento curioso! Lo so da me che è una scioccheria, una cosa senza senso comune… ma pure mi son messa in capo che Mario… debba tornare a casa da un momento all’altro.
 
– Se ti dico che è partito!…
 
– Avrà detto di partire… ma poi è così sfatato!… Chi ti dice a te che non abbia fatto tardi?
 
– Dov’è, dov’è questa signora Emilia? – gridò Federigo, entrando in sala e andando a stringere la mano alla contessa.
 
– Come avete saputo del mio arrivo?..
 
– Quella buona donna della Bettina! Appena sono entrato in casa, la Bettina mi ha detto: sa, cavaliere, chi è arrivato?
 
– Cavaliere!… – domandò l’Emilia in atto di rallegrarsi.
 
– Per carità, contessa, chiamatemi Federigo, come mi avete chiamato finora! o ci guastiamo. Peccato del resto che siate arrivata un po’ tardi.
 
– Tardi?.. e perché? io spero, invece, di essere arrivata in tempo… almeno non voglio perder quest’illusione! – soggiunse l’altra con quel fare sbadato della persona che parla a caso: e nello stesso tempo lanciò alla Clarenza un’occhiata rapidissima, che parve uno di quei baleni di luce, prodotti da un piccolo specchio agitato sotto uno spiraglio di sole.
 
– Un’ora più presto – continuò Federigo – e avreste trovato Mario in casa. Ormai per questa sera ci vuol pazienza.
 
– E quando ha detto di tornare?..
 
– Forse, domani, col treno di mezzogiorno.
 
– È proprio partito?
 
– L’ho accompagnato io fino alla stazione: o per dir meglio, li ho accompagnati tutti e due, lui e il ministro.
 
– E avete aspettato che il treno partisse?
 
– No!
 
– Allora, ho sempre una speranza!
 
– Avrei aspettato volentieri, ma quel benedetto uomo di Mario ha cominciato a dire che l’aria era rinfrescata, e che io avrei fatto bene a venir subito a casa a mutarmi di vestito.
 
– È così pieno d’attenzioni mio marito, alle volte!
 
– A proposito di attenzioni, sapete che il vostro Mario mi ha fatto stasera una di quelle birichinate, che me ne ricorderò per tutta la vita!
 
– Che cosa vi ha fatto?
 
– Sentite, e giudicate voi se non passa quasi il limite dello scherzo. Appena uscito di casa, un’ora fa, siamo andati alla Locanda Maggiore, dove era albergato il ministro. Premetto che io gli aveva dichiarato anticipatamente che in nessun modo volevo esser presentato a Sua Eccellenza. Avevo le mie ragioni per serbare questo contegno e basta. È tutta una questione di principii, e coi principii non si scherza! Giunti che siamo alla locanda dico a Mario. «Vai pur tu, e fai tutto il tuo comodo: io ti aspetto qui fuori, passeggiando e pigliando una boccata d’aria.». Dopo pochi minuti, che ero lì sulla porta dell’albergo, eccoti che scende le scale un giovine, pulitamente vestito, il quale, presentandosi a me e titubando, mi dice: «Scusi: è il cavaliere Fabiani?». «Per ubbidirla» rispondo io. «Cavaliere! il signor ministro la prega di salire un momento da lui». «Grazie… non posso davvero… eppoi in questo abito». «Io la prego, cavaliere, da parte di Sua Eccellenza». «Un’altra volta… stasera è impossibile». Insomma, cavaliere di qui, cavaliere di là, cavaliere di sotto, cavaliere di sopra, ho dovuto arrendermi, e ho finito col rassegnarmi a salire le scale della Locanda Maggiore. Quelle scale saranno sempre il più gran rimorso della mia vita!
 
– Se indugiamo dell’altro – disse la Norina, alzando la voce – vedo bene che arriveremo a commedia finita.
 
– Io son pronto – replicò Valerio, infilandosi i guanti.
 
– E voi, Leonetto, ci accompagnate? – domandò la sorella di Clarenza.
 
– Sarei venuto volentierissimo anch’io: ma per l’appunto sono impegnato. Bisogna che fra un quarto d’ora mi trovi al municipio.
 
– Qualche matrimonio forse? – domandò Federigo.
 
– Precisamente – rispose il giornalista. – Sono testimonio alle nozze del marchesino di Santa Teodora con miss Edwige Clarence, la figlia del console americano.
 
– Stasera?.. proprio stasera? – chiese la Norina con una vivacità appassionata, che non seppe dissimulare.
 
– Fra una mezz’ora – replicò Leonetto.
 
– Sia ringraziato il cielo! – sclamò la furba vedovella, mutando istantaneamente di fisonomia, e diventando tutta tranquilla e sorridente. – Sia ringraziato il cielo! e ora ditemi un poco, signor Valerio, vi pare che le vostre paure fossero ragionate?
 
– Compatitemi, cara mia, sapete bene che chi ama, teme.
 
Intanto nelle stanze d’ingresso si udì una voce d’uomo, e un rumore di passi.
 
– Possibile! – gridò Federigo – ma se non sbaglio, questa è tutta la voce di Mario.
 
– Finalmente!… – disse il conte precipitandosi in sala, e correndo ad abbracciare sua moglie: – Questa è stata proprio una combinazione fortunata!… Pareva proprio che il cuore me lo dicesse!…
 
– E io che, a quest’ora, ti credevo già arrivato a San Giusto!…
 
– Debbo ringraziare il caso: il caso, stasera, è stato il mio angelo tutelare: figurati che mio zio ed io eravamo già entrati in vagone: la macchina soffiava: il treno stava per partire: quand’io mi accorgo, a un tratto, di aver dimenticata la sacca da viaggio nel caffè della stazione. Salto in terra, e corro verso il caffè… la sacca era sparita. «Chi ha preso la mia sacca?». «L’ho consegnata ad una guardia» risponde il caffettiere. «E dove me l’avrà portata?». «Forse nella stanza del capostazione». E via di corsa nell’ufficio del capostazione. L’ufficio era chiuso. Busso, chiamo, bestemmio… finalmente… la porta si apre… prendo la sacca… e torno in cerca del vagone… ma in quel momento la macchina fischia, il treno si muove… e io…
 
– E tu, com’è naturale, corri subito a casa, sapendo che qui ti aspettava… tua moglie…
 
– Non lo sapevo, di certo, ma ti giuro che me l’ero figurato – replicò Mario con quella naturalezza che acquista l’uomo quando ha imparato a dire la bugia collo stesso candore della verità.
 
– E ora che cosa facciamo? – domandò Federigo, consigliandosi colla conversazione sul modo migliore di passare il rimanente della serata.
 
– Propongo una cosa – disse Clarenza: – andiamo tutti al teatro.
 
– Io non ci vengo davvero – rispose la Norina con aria svogliata. – Oramai è tardi!
 
– C’era forse qualche commedia nuova? – domandò l’Emilia.
 
– Nuova? Non lo so. Ho visto sui giornali che stasera recitavano i Ragazzi grandi.
 
– Allora ho capito – disse Leonetto, sorridendo – è una commedia vecchissima, ma diverte sempre.
 
Il giorno dopo, il conte Mario e sua moglie, dovevano partire, giusta il loro fissato, per un lungo viaggio (un viaggio almeno di un anno, così dicevano i patti della riconciliazione) attraverso ai principali paesi della Germania.
 
Ma la contessa, per buona fortuna, fece osservare che era di venerdì: e le persone prudenti debbono scansare di mettersi in viaggio, nel giorno più funesto di tutta la settimana!
 
Concordi su questo punto, i due coniugi, invece di prendere il volo per Vienna, stimarono ben fatto di tornare per qualche giorno in famiglia – e la sera stessa partirono alla volta di Genova.
 
Il cerimoniale degli addii fu cordialissimo – e qualche volta commoventissimo.
 
La Clarenza, colto un frattempo, disse piano al conte, ridendo tutta contenta: – Povero Mario?… vi ho dato una bella lezione!…
 
– A me?
 
– Voglio sperare che non ve ne sarete avuto a male.
 
E potrete credere, Clarenza, che sarei stato capace?.. Ah! no, mille volte! la mia adorazione per voi aveva un limite sacro, inviolabile… l’amicizia per Federigo!
 
E Clarenza e il conte, in quel momento, parlavano in buona fede e credevano tutti e due di dire la verità.
 
Valerio com’era facile a prevedersi, finì collo sposare la Norina… per più motivi, e specialmente per far vedere che era un uomo di carattere serio, e non già un ragazzo – mentre la Norina, dal canto suo, si compiaceva di raccontare alle amiche intime (e tutte le amiche diventano amiche intime per una donna che ha bisogno di far sapere un segreto), si compiaceva, dunque, a raccontare che se avesse voluto, avrebbe potuto sposare il marchesino di Santa Teodora; ma che, invece, per dar retta al cuore, si era sacrificata (sic) e aveva fatto un matrimonio d’inclinazione.
 
Leonetto, il giornalista, innamorato fino agli occhi di Armanda – forse appunto perché dapprincipio ne aveva detto moltissimo male – l’avrebbe sposata anche subito – ma non osava farlo, per paura della marchesa Ortensia.
 
Per buona sorte la Provvidenza (si vede proprio che c’è una provvidenza anche per quelli che pigliano moglie), si recò a visitare la marchesa, sotto la forma di una bronchite acuta: e il giornalista, profittando della favorevole occasione, condusse dinanzi al sindaco quella fanciulla adorata, che il cielo manifestamente aveva creata apposta per lui.
 
Quando la notizia si divulgò per il paese, la Sorbelli, ch’era già in via di guarigione, dissimulò con disinvoltura il proprio risentimento. Il marchese, invece, andò su tutte le furie. Il pover’uomo non sapeva capacitarsi, come mai un amico suo di casa, come Leonetto, avesse potuto meditare e concludere un matrimonio, senza dirne prima una mezza parola almeno alla marchesa – alla marchesa che aveva fatto tanto per lui!
 
Dopo nove mesi, Armanda dié alla luce una bambina – alla quale Leonetto volle per forza che fosse imposto al fonte battesimale il nome di Ortensia.
 
La cosa dispiacque vivamente alla giovine madre: ma fece piacere alla Sorbelli, la quale, appena riseppe quest’episodio intimo di famiglia, dismesse il suo contegno fin’allora freddo e riservatissimo, e andò a far visita alla puerpera, parlandole per mezz’ora dei grandi pensieri della maternità e prognosticando da certi segni particolari, che la bambina, fatta grande, avrebbe avuto degli occhi bellissimi e una quantità di capelli straordinaria – come suo padre!
 
Da quel giorno in poi, Leonetto e la marchesa Ortensia ritornarono buonissimi amici, come prima; e quel galantuomo del marchese, riacquistata un po’ di tranquillità in casa, e detto addio alla politica (il paese non era ancora maturo per lui), si dedicò interamente allo studio del filugello, proponendosi di sciogliere il problema, se durante la malattia del seme, si potesse ottenere dal baco da seta almeno del cotone di primissima qualità!
 
Quanto alla Clarenza e all’Emilia, la commedia durò per quasi un anno: si scrivevano di tanto in tanto; si baciavano per lettera – ma, in sostanza, fra di loro non si potevano soffrire.
 
Venne finalmente un bel giorno, in cui la moglie di Federigo cessò improvvisamente ogni relazione e ogni corrispondenza amichevole colla contessa – e la ragione, a quanto pare, fu questa.
 
La Clarenza era venuta a sapere che Giorgio – quel Giorgio delle bagnature e dell’amor platonico coll’Emilia – per un seguito di combinazioni (tutte combinazioni, l’una meno combinazione dell’altra) aveva nuovamente riattaccato il cappello in casa di Mario.
 
Questo fatto, la stomacò (sono sue parole testuali); tant’è vero che parlandone a quattr’occhi con suo marito, era solita dire facendo colla bocca un atto di disgusto ineffabile: – Non mi fa meraviglia dell’Emilia, l’Emilia oramai è… quel che è! Chi davvero mi sorprende, è Mario!… E io che lo credevo un uomo d’onore!… Che roba!… che roba!…
 
Accadde in questo tempo che, una sera, Mario, arrivando da Genova, andò tutto pallido e trasfigurato a bussare alla casa dell’amico Fabiani.
 
Cos’è, cosa non è, alla fine Federigo poté capire che il conte, avendo giuocato pazzamente alla Borsa, si trovava dinanzi a un pauroso dilemma (pauroso, s’intende bene, in modo molto relativo!) vale a dire, o pagare – o far la figura del giuocatore onorato… che non paga i suoi debiti di giuoco!…
 
Federigo, che per date e fatto di Mario, si era trovato nominato cavaliere – poi sindaco – e che, per l’assistenza del medesimo santo, si sentiva già in odore di grand’ufficiale o di commendatore, proclamò il gran principio, che «l’amico all’occorrenza, deve sacrificarsi per l’amico», e il giorno dopo, col portafoglio pieno di fogli di Banca, partì per Genova, dicendo al conte: «Aspettami qui; al mio ritorno, ti dirò tutto, e aggiusteremo ogni cosa fra noi due!».
 
La consolazione di Mario, in quel momento, fu tanta e tale, che non potendo resistere a un impulso del cuore, gettò le braccia intorno al collo dell’amico, e lo baciò ripetutamente, bagnandogli le gote con qualche lacrima di profonda e incancellabile riconoscenza.
 
Federigo credeva di trattenersi a Genova un giorno o due, tutt’al più; invece si trattenne quattro. Quando ritornò a casa, la prima cosa che disse a Mario fu questa:
 
– Tutto è accomodato!. – ed era allegrissimo e soddisfatto, come se si fosse trattato di cosa sua.
 
Il conte, forzato da circostanze imperiose, dové partire la sera stessa.
 
Nell’atto di congedarsi e di uscir fuori dalla porta di casa, la Clarenza gli sussurrò, con un certo accento di voce e con una certa guardata d’occhi, che davano molto da pensare: – Appena arrivato, rammentati di scrivermi subito!…
 
Federigo, che per prudenza doveva essere un poco più distante, e che invece, per una inavvertenza imperdonabile, si trovava molto vicino, intese quelle parole, o almeno gli parve d’intenderle; – il fatto sta che, ripensandoci su, non poté chiudere un occhio in tutta la notte!
 
Meno male che la sera dopo andò a letto alle dieci, e si svegliò la mattina seguente a mezzogiorno preciso!
 
Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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Una mascherata di Carnevale – Carlo Collodi

Una mascherata di Carnevale - Carlo Collodi

Una mascherata di Carnevale – Carlo Collodi

Ogni volta che Cesarino andava o tornava dalla scuola, aveva preso il vizio di fermarsi a tutte le cantonate per leggere i cartelli dei teatri.
 
Questa era la sua grande passione.
 
E se per caso i cartelli annunziavano qualche commedia tutta da ridere, allora Cesarino cominciava subito a spappolarsi dalle risa, tale e quale come se si fosse trovato in teatro.
 
Un giorno (sul finire di Carnevale) gli venne fatto di leggere un gran cartellone che diceva così:
 
 R. TEATRO PAGLIANO
 
Domenica sera gran Festa di Ballo
 
con ingresso alle Maschere.La mascherata che sarà giudicatapiù bella e più sfarzosa
 
Riceverà un premio di Cento lire.
 
Appena letto quel cartello, il nostro Cesare non ebbe più bene di sé.
 
Nel tornare a casa, andava fantasticando:
 
«Se quelle cento lire le potessi vincere io!… Che bel signore che diventerei!… Metterei su carrozza e cavalli!… comprerei una bella villa con tanti poderi… e poi, tutti i quattrini che mi rimanessero in tasca, li darei alla mamma per le spese di casa… Eppure!… se avessi coraggio, tenterei davvero la fortuna! Chi mi dice che la mascherata inventata da me non riuscisse la più bella di tutte?… Per inventare una mascherata non ci vuol poi un gran talento!… Non è come il latino o la grammatica, ché quelle sono due cose uggiose, e per impararle bisogna essere sgobboni… Qui basta avere un po’ di genio! A buon conto, non bisogna dir nulla a nessuno; specialmente a’ miei fratelli. Guai se Orazio e Pierino sapessero qualche cosa!».
 
Nel dir così, si trovò quasi senza avvedersene alla porta di casa, e sonò il campanello.
 
Orazio, per l’appunto il suo fratello Orazio, fu quello che aprì.
 
«Giusto te!», disse Cesare con aria di gran mistero appena entrato in casa.
 
«Che t’hanno fatto?»
 
«Nulla… Ho detto così per ischerzo.»
 
«Eppure, a vederti in viso, si direbbe…»
 
«Nulla, ti ripeto, nulla. Se fossi matto a confidarmi con te!…»
 
«Hai forse qualche segreto?»
 
«Vedi! Se te lo dicessi, saresti capacissimo di andarlo subito a raccontare alla mamma. La mascherata la farò… oramai ho detto di farla… e la farò: ma te e Tonino non dovete saperne il gran nulla.»
 
«Quale mascherata?»
 
«Quella per andare domenica al teatro Pagliano, a vincere il premio…»
 
«E il premio sarebbe?»
 
«Cento lire alla più bella maschera della serata. Non lo dire a nessuno… ma la più bella maschera sarò io… capisci?…»
 
«Allora voglio mascherarmi anch’io…»
 
«Ma zitto, per carità: e non dir nulla a nessuno: specialmente a Pierino, che anderebbe subito a rifischiarlo alla mamma.»
 
«Ti pare che voglia dirlo a Pierino? Piuttosto mi taglierei la lingua… Eccolo!… è lui!»
 
In quel mentre entrò nella stanza, ballando e saltando, un ragazzetto di circa nove anni. Era Pierino, il minore de’ tre fratelli: il quale, senza perder tempo, gridò strillando come una calandra:
 
«Ditemi, ragazzi, si fa a mosca-cieca?».
 
«Abbiamo altro per la testa», rispose Cesare.
 
«Giusto a mosca-cieca!», soggiunse Orazio.
 
Pierino guardò maravigliato i suoi fratelli: e poi domandò:
 
«Che vi è accaduto qualche disgrazia?.»
 
«Finiscila, gua’, giuccherello!», disse Orazio.
 
«O dunque?…»
 
«Tu sei un gran curioso! E a farlo apposta non devi saper nulla!…»
 
«Nulla! il gran nulla!…»
 
«E poi, siamo giusti, le mascherate non sono cose per te.»
 
«Non sono cose da ragazzucci della tua età.»
 
«Che vuoi che il premio lo diano a te?»
 
«Sarebbe dato benino, e non canzono!»
 
«Ma di che premio parlate?»
 
«Delle cento lire, che daranno domenica sera al teatro Pagliano…»
 
«A chi le daranno?…», domandò Pierino, spalancando gli occhi.
 
«A te no di certo. Ma forse a me…», disse Cesare.
 
«E a me, soggiunse Orazio.»
 
«Che andate in maschera, voialtri?»
 
«Lo dicono.»
 
«E dove andate?»
 
«Al teatro Pagliano.»
 
«E quando?»
 
«Domenica sera.»
 
«Oh! bene! oh bene!», gridò Pierino. «Allora ci vengo anch’io.»
 
«Ma zitto! E non dir nulla a nessuno: specialmente alla mamma.»
 
«Per chi mi avete preso? per una spia?»
 
«A proposito», disse Cesare, «come ci dovremo mascherare?»
 
«Io non lo so», disse Pierino.
 
«Neanch’io», soggiunse Orazio.
 
«Silenzio tutti! M’è venuta in capo una bella idea! Ma proprio bella…»
 
«Sentiamola.»
 
«Ditemi, ragazzi; le volete davvero queste cento lire?»
 
«A me mi pare che tu ci canzoni…»
 
«Io non canzono nessuno. Le volete, sì o no, queste cento lire?»
 
«Io son contento se me ne dai quaranta», disse Pierino, ma le voglio tutte in soldi, perché le mi fanno più figura.»
 
«Se volete queste cento lire, date retta a quel che vi dico. Domenica sera ci dobbiamo mascherare tutti e tre, e la nostra mascherata deve somigliare a quella stampa colorita, che portò a casa l’altro giorno lo zio Eugenio…»
 
«Quale stampa?…», domandò Orazio.
 
«Quella che rappresenta la famiglia del gobbo Rigoletto.»
 
«E chi è questo Rigoletto?», chiese Pierino.
 
«Non lo conosci? Gli è quel gobbo rifatto in musica dal maestro Verdi… quello che dice:
 
La donna è mobile
 
Col fiume a letto…»
 
«S’è capito, s’è capito», disse Orazio.
 
«Io, com’è naturale», riprese Cesare, «mi vestirò da Re di Francia, e tu…»
 
«Mi dispiace di non essere gobbo», disse Orazio, «perché mi vestirei tanto volentieri da Rigoletto!»
 
«Al gobbo ti ci penso io: lascia fare a me…»
 
«E io?», domandò Pierino.
 
«Tu ti vestirai da Gilda, figliola di Rigoletto.»
 
«Io da figliola? Io per tua regola non faccio da figliola a nessuno: sono nato uomo e voglio mascherarmi da uomo: ne convieni?»
 
«Benissimo: vuol dire che invece di vestirti da figliola ti vestirai da figliolo di Rigoletto… Che vuoi che Rigoletto non avesse in famiglia nemmeno un maschio?»
 
«Così mi piace e ci sto.»
 
E i tre fratelli, contenti di questa bellissima trovata, cominciarono a ballare in tondo per la stanza, come se avessero già guadagnato le cento lire del premio.
 
Quand’ecco che Pierino, fermandosi tutt’a un tratto, domandò a’ suoi fratelli:
 
«Scusate, ragazzi, e i quattrini per comprare i vestiti da maschera dove sono?».
 
Nessuno rispose.
 
E i quattrini per entrare in teatro, chi ce li da?
 
La solita risposta.
 
II.
 
Quella sera andarono a letto mogi mogi. Cesare dormiva solo, e in un altro lettino accanto al suo, dormivano Orazio e Pierino.
 
«Peccato!», disse Cesare con un gran sospiro, prima di addormentarsi. «Quelle cento lire erano proprio nostre! Nessuno ce le poteva levare…»
 
«Sfido io!…», brontolò Orazio.
 
In quanto a Pierino non poté dir nulla, perché russava come un ghiro.
 
La mattina dopo, sul far del giorno, Cesare svegliò i suoi fratelli gridando:
 
«Allegri, ragazzi, allegri!… Ho bell’e trovato il modo di far la mascherata!».
 
«Davvero?», disse Orazio, allungandosi e sbadigliando.
 
«Quale mascherata?», domandò Pierino, col capo sempre fra il sonno.
 
«Ora vi dirò tutto. Volete sapere chi ci darà il vestiario?… Indovinatelo! Ce lo darà lo zio Eugenio.»
 
Lo zio Eugenio (un gran capo-ameno) era fratello della mamma dei ragazzi, e stava con gli altri in famiglia, avendo nella medesima casa anche il suo Studio di pittura.
 
«E come fai a sapere che il vestiario ce lo darà lui?»
 
«Ne sono sicuro… perché glielo porteremo via di nascosto.»
 
«Lo zio, dunque, ha tutto il vestiario per il Rigoletto?»
 
«Non è precisamente il vestiario del Rigoletto, ma ci corre poco. Sono strisce di raso rosso, verde, turchino, di tutti i colori: e con quelle strisce noi ci faremo i calzoni, i vestiti e i berretti…»
 
«Ma se tu fai da Re di Francia, ti ci vorrà la corona di Re», disse Orazio.
 
«Come sei ignorante!», replicò Cesare con una scrollatina di capo. «Ma non sai che i Re di una volta, quando andavano a spasso, non portavano in capo né corona né cappello?»
 
«O quando pioveva, come facevano?», domandò Pierino.
 
«Pigliavano l’ombrello, o se no, rimanevano in casa. Anche noialtri si sarebbe fatto così, ne convieni?»
 
«Tu discorri bene», soggiunse Pierino, «ma nella Storia Romana non c’è detto che gli Imperatori andassero fuori con l’ombrello…»
 
«E tu ci credi alla Storia Romana? Povero bambino, lo spendi bene il tu’ tempo!…»
 
Per farla breve, i tre fratelli entrarono nello studio dello zio, mentre lo zio era sempre a letto, e da una vecchia cassapanca gli portarono via un grosso fagotto di calzoni di seta, di sottoveste e di giubbe di raso e altre anticaglie d’ogni modello e colore.
 
Poi corsero a dare un’occhiata a quella famosa stampa che rappresentava – per dir come dicevano loro – tutta la famiglia di Rigoletto: e presi i necessari appunti, si rinchiusero in camera a lavorare.
 
Pierino, dopo averci pensato ben bene, si rassegnò a vestirsi da figliuola, invece che da figliuolo, e Cesare, avendo trovata una corona reale di cartone dorato, si rassegnò a portarla in capo.
 
La mattina dopo… volete crederlo? tutto il vestiario, a furia di spilli, di aghi e di punti infilati a caso, era già in ordine.
 
Come facessero, non saprei dirvelo davvero. Io so una cosa sola, ed è questa: che i ragazzi, anche quelli di poca levatura, dimostrano sempre moltissimo ingegno quando lavorano per i loro balocchi.
 
E i quattrini per entrare a teatro? Dove trovarli? Da chi farseli imprestare?
 
Chiederli alla mamma era inutile, perché sarebbe stato lo stesso che scoprire tutto il sotterfugio combinato fra loro.
 
A buon conto, avevano saputo che il biglietto d’ingresso al teatro costava una lira: dunque, essendo in tre, ci volevano almeno tre lire.
 
Inventando una scusa di libri da comprare, si provarono a chiederle allo zio Eugenio: e lo zio, famoso per queste burle, rispose subito:
 
«Volete tre lire sole? Io non faccio imprestiti così meschini! Chiedetemi cento, duecento, mille lire… e allora c’intenderemo…».
 
«Gua’», disse Pierino, «se lei ci fida anche cento lire, noi le si pigliano volentieri.»
 
«Sicuro che ve le fido! E perché non ve le dovrei fidare?»
 
«Dunque la ce le dia.»
 
«Portatemi il calamaio e un pezzo di foglio bianco.»
 
Quand’ebbe l’occorrente, lo zio scrisse sopra il pezzo di foglio:
 
Pagherete ai miei nipoti Cesare, Orazio e Pierino lire cento, che segnerete a mio debito.
 
Lo zio
 
«E ora», domandò Cesare, «da chi si vanno a prendere queste cento lire?»
 
«Alla Banca de’ Monchi.»
 
«E dov’è questa Banca?»
 
«Qui svolto. Appena usciti di casa, tirate giù a diritta, poi trovate una piazza, poi svoltate a sinistra, poi girate in dietro, traversate il ponte e appena fuori della barriera, lì c’è subito la Banca de’ Monchi.»
 
I tre ragazzi stettero attentissimi: ma non capirono nulla.
 
Fatto sta che Cesare, invece di andare a scuola, girò per tutta la città; e a quanti domandava della Banca de’ Monchi, tutti lo guardavano in viso e ridevano.
 
Tornato a casa, disse a’ suoi fratelli:
 
«Lo zio ce l’ha fatta!».
 
«Cioè?»
 
«La Banca de’ Monchi è una sua invenzione.»
 
«E ora come si rimedia?»
 
«Il rimedio ce l’avrei…»
 
«Dillo, dillo subito!», gridarono Orazio e Pierino.
 
«Ci state voialtri a vendere i libri di scuola?»
 
«Magari!… e poi come si ricomprano?»
 
«Con le cento lire del premio!»
 
«Benissimo! E così li avremo tutti novi.»
 
«E tutti rilegati…»
 
A furia di discorrere e di ragionarci su, quei tre monelli finirono per persuadersi che, a vendere i loro libri di scuola, facevano un’operazione d’oro.
 
Lo stesso giorno, Cesare, con un fagotto sotto il braccio, andò in cerca di un rivenditore di libri usati: e quand’ebbe in tasca le tre lire, gli parve di aver toccato il cielo con un dito.
 
III.
 
La sera che dovevano andare al teatro, finsero tutti e tre di avere un gran sonno: e come fecero bene la loro parte in commedia!…
 
«Io non posso più tenere gli occhi aperti», diceva Cesare.
 
«Io dormo e cammino», diceva Orazio.
 
«Un sonno come stasera, non l’ho avuto mai», diceva Pierino.
 
«Se avete sonno», disse la loro mamma, «è una malattia che si guarisce presto! Andate a letto e non se ne parli più.»
 
I tre ragazzi non se lo fecero ripetere: presero il loro candeliere e si chiusero in camera.
 
«È meglio che ci vestiamo subito», disse Cesare.
 
«E poi?»
 
«E poi s’entra a letto.»
 
«E quando viene la mamma a darci il solito bacio di tutte le sere?… Se ci trova vestiti da Rigoletti?…»
 
«Che discorsi! Prima di chiamar la mamma, si spenge la candela.»
 
«E se la mamma entra in camera col suo bravo lume acceso?»
 
«Hai ragione. Bisogna ricordarsi di star coperti perbene fino al collo…»
 
I tre ragazzi, in un batter d’occhio, s’infilarono i loro calzoni e le loro gualdrappe di seta, e si nascosero sotto i lenzuoli, lasciando fuori solamente la testa.
 
Dopo poco venne la mamma, e dato loro un bacio e la buona notte, accostò la porta di camera.
 
«Ora», disse Cesare, «bisogna stare in orecchio, per sentire quando la mamma va a letto. Attenti, dunque, e non ci lasciamo prendere dal sonno.»
 
«Dal sonno?», disse Orazio. «Io per tua regola, son bono a stare sveglio fino a domani.»
 
«O io?», disse Pierino. «Quando devo andare al teatro, non c’è caso che mi addormenti mai.»
 
Lascio pensare a voi come rimasero la mattina dopo, quando svegliandosi, si trovarono tutti e tre nel letto, mascherati!
 
«Meno male», disse Cesare, «che domani sera c’è un’altra festa da ballo. Anderemo a quella.»
 
«E il premio delle cento lire?», domandarono Orazio e Pierino.
 
«C’è anche il premio.»
 
Lesti lesti saltarono il letto, lesti lesti si spogliarono da Rigoletti e si rivestirono da ragazzi, e lesti lesti nascosero tutto il loro bagaglio in fondo a un piccolo armadio a muro.
 
Arrivati alla sera dipoi, ripeterono la medesima scena della gran sonnolenza e dell’entrare sotto i lenzuoli bell’e vestiti cogli abiti da maschera. Appena, però, si accorsero che la mamma, dopo averli baciati, era rientrata nella sua camera, saltarono dal letto e si posero a girandolare in su e in giù, tanto per non lasciarsi tradire dal sonno.
 
Aspetta, aspetta, aspetta, finalmente dopo un secolo sonarono le dieci.
 
«Dunque si va, o non si va? Se vogliamo andare, questa sarebbe l’ora», disse Cesare.
 
«E la chiave di casa l’hai presa?», domandò Orazio.
 
«Eccola qui.»
 
«E tu, Pierino, a che cosa pensi?»
 
«Per me, se si deve andare, andiamo: ma il core mi dice che questi sotterfugi ci porteranno disgrazia. Se la mamma, nel tempo che siamo al teatro, la si svegliasse?…»
 
«E perché si dovrebbe svegliare?»
 
«I casi son tanti! E se una volta svegliata, la venisse in camera nostra e non ci trovasse nessuno?…»
 
«Come sei uggioso! Benedetti i ragazzi e chi ci s’impiccia!», brontolò Cesare sottovoce.
 
Senza perdersi in altre chiacchiere, aprirono l’uscio di camera e parve loro di sentire qualcuno che si allontanasse in punta di piedi.
 
«Che sia lo zio Eugenio?», domandò Pierino, rattenendo il fiato.
 
«Quante paure! Lo Zio, per tua regola, è andato a letto prima di noi.»
 
E, per esserne più sicuri, nel passare davanti alla camera dello zio, stettero un po’ in ascolto, e lo sentirono russare come un contrabasso.
 
Giunti nella strada, richiusero la porta adagio adagio e senza far colpo.
 
La serata era freddissima, ma bella: uno stellato, che faceva innamorare a guardarlo!
 
I tre fratelli, tenendosi per la mano come tre buoni ragazzi che andassero a scuola, camminavano sul marciapiede: quand’ecco che sentirono dietro a loro una vocina di galletto che faceva: Chiù-chiù-chiù!
 
Si voltarono e videro una figura magra e tutta nera, con un paio di corna in testa, che saltava e faceva mille sgambetti.
 
«Che sia il diavolo?», domandò Pierino, cominciando a tremare.
 
«Ma che ti vai diavolando?», dissero i suoi fratelli. «Non vedi che è una maschera? Fermiamoci e lasciamola passare avanti.»
 
E si fermarono: ma il diavolo si fermò anche lui.
 
Allora i tre ragazzi, per non compromettersi, traversarono la strada e andarono dall’altra parte.
 
E il diavolo, anche lui, andò dall’altra parte.
 
«Che cosa vuole da noi?» gli domandò Cesare ingrossando la voce e facendo finta di non aver paura.
 
«Chiù-chiù!» rispose il diavolo facendo uno sgambetto.
 
«Noi andiamo per la nostra strada, e non si dà noia a nessuno.»
 
«Chiù-chiù.»
 
«Si levi di torno, sor impertinente, se no lo dico alle guardie.»
 
«E io lo dico alla mamma», urlò Pierino piangendo dalla paura.
 
«Chiù-chiù! Chiù-chiù! Chiù-chiù!…»
 
E il diavolo cominciò a urlare e a saltare in un modo spiritato.
 
I tre ragazzi impauriti si dettero a correre: e corri, corri, corri, arrivarono finalmente alla porta del teatro.
 
Entrati in platea, fra mezzo alla folla, credevano di essersi liberati da quel diavolaccio che li perseguitava: ma invece, dopo due minuti, sentirono intronarsi gli orecchi da un chiù-chiù che parve una fucilata a bruciapelo.
 
Che cosa dovevano fare?… A furia di spinte e di spintoni, e passando magari fra le gambe della gente, arrivarono a mettersi in fila davanti al palco della Commissione, che doveva giudicare le mascherate più belle.
 
Poveri figliuoli! Non l’avessero mai fatto!…
 
Appena arrivati lì, furono salutati da un fischio acutissimo e da una vociona che strillò:
 
«Chiù-chiù!… Fuori i ragazzi! Via i ragazzi! A letto i ragazzi!»
 
A questo grido sonoro e ripetuto, tutto il pubblico dei palchi e della platea si voltò: e vedendo quelle tre mascherucce, che pretendevano al premio, cominciò a sbellicarsi dalle risa e a ripetere in coro:
 
«Fuori i ragazzi!»
 
«Via i ragazzi!»
 
«A letto i ragazzi!»
 
Figuratevi il chiasso, il baccano e lo scompiglio, che nacque da un momento all’altro. In mezzo a quel pigia-pigia si sentì una voce di donna, che gridò:
 
«Mi hanno rubato il vezzo!»
 
Corsero subito le guardie: le quali, in tanto tramestìo, non sapendo su chi mettere le mani addosso, arrestarono le tre mascherucce che scappavano spaventate verso la porta del teatro.
 
«Ma perché ci arrestano?… Noi siamo innocenti!…» gridavano piangendo quei poveri ragazzi.
 
«Fra poco ne riparleremo», risposero le guardie, incamminandosi verso la Questura.
 
«Lo creda… noi non siamo ladri», diceva Cesare.
 
«Di chi siete figlioli?»
 
«Del nostro babbo e della nostra mamma.»
 
«Che mestiere fanno i vostri genitori?»
 
«Il babbo gli è fori di Firenze a far l’ingegnere e la mamma l’è a letto, che dorme…»
 
«E che cosa siete venuti a fare al teatro?»
 
«A vincere il premio.»
 
«Il premio ve lo daremo noi. Come mai siete scappati di casa?…»
 
«L’è una storia lunga…»
 
«I ragazzi, che scappano di casa, non possono esser nulla di bono…»
 
«Su questo l’ha ragione lei… non c’è nulla da dire… Ma la creda che siamo ragazzi perbene… e incapaci…»
 
«Lo vedremo fra poco.»
 
Nel dir così, le guardie spinsero i tre ragazzi dentro la porta di Questura: e un po’ con le buone e un po’ con le cattive, li fecero entrare nella stanza del Delegato.
 
Il Delegato per l’appunto dormiva.
 
Quando lo svegliarono, domandò:
 
«Che c’è di nuovo?»
 
«Tre ragazzi arrestati al veglione…»
 
«Ragazzi?», ripeté il Delegato, sbadigliando. «Metteteli in prigione. Domani ne riparleremo.»
 
Que’ poveri figliuoli piansero, pregarono, si raccomandarono… Ma inutilmente. La guardia aprì una porticina e tutti e tre furono cacciati in gattabuia.
 
Trovandosi soli e al buio, si presero l’uno con l’altro per la mano, stringendosi forte forte, per farsi fra loro un po’ di coraggio. E intanto che Cesarino e Orazio si sfogavano a piangere dirottamente, Pierino balbettò singhiozzando:
 
«Io te lo dissi, Cesarino… ma tu non mi volesti dar retta….»
 
«Icché tu mi dicesti?…»
 
«Quel che diceva la nostra povera nonna… che i sotterfugi portano sempre disgrazia.»
 
«Allora vuol dire che tutta la colpa è tua», gridò Cesare, arrabbiandosi.
 
«Sissignore, tutta la colpa è tua!», ripeté Orazio stizzito.
 
«Ma perché la colpa è mia?…»
 
«Perché dovevi raccontare il fissato della mascherata alla mamma, che ci avrebbe sgridato ben bene… e così ora, invece di trovarci qui in prigione, si sarebbe a casa a dormire ne’ nostri lettini.»
 
«E se dopo mi davi di spia?…»
 
«Che spia e non spia? Se tu avessi raccontato ogni cosa alla mamma… ci avresti risparmiato un monte di dispiaceri. La colpa è tutta tua.»
 
«Sissignore, tutta tua, tutta tua!», ripeté Orazio.
 
«Bella forza! Ve la pigliate con me, perché sono il più piccino!…»
 
E chi sa mai questo dialogo quanto sarebbe durato, se la porticina della prigione non si fosse aperta, e una vociona di fuori non avesse gridato.
 
«Su, su, ragazzi! Potete andarvene a casa vostra. Sveltezza nelle gambe e via!»
 
Come mai questo cambiamento di scena all’improvviso?… Si fa presto a capirlo: essendo stato scoperto e arrestato il ladro del vezzo, i tre ragazzi, riconosciuti innocenti, venivano lasciati in libertà.
 
Figuratevi la loro contentezza, quando si trovarono in mezzo alla strada, padronissimi di tornarsene a casa! Non sapendo che cosa dire, piangevano, ridevano e si abbracciavano.
 
E strada facendo, borbottavano fra loro:
 
«Ora, appena arrivati a casa, si sale le scale in punta di piedi…. E poi s’entra in camera… E adagino adagino ci spogliamo… E nascondiamo questi panni sotto il letto.»
 
«E domani si fa vista di aver dormito tutta la notte, e ci leviamo…»
 
«E poi di nascosto si riportano questi cenci nella cassapanca dello zio…»
 
«E poi si fa colazione come tutte le altre mattine…»
 
«E poi si va a scuola…»
 
«E i libri?…»
 
«Si dice alla mamma che li abbiamo perduti…»
 
«E così di questa brutta nottata, che c’è toccato a passare…»
 
«Nessuno ne saprà nulla…»
 
«Nemmeno la mamma.»
 
Con questi e con altri discorsi, si trovarono quasi senza avvedersene davanti alla porta di casa.
 
Ma sugli scalini della porta c’era seduto… indovinate chi?…
 
C’era seduto il diavolo, quel diavolo, loro accanito persecutore.
 
«Chiù-chiù! Dove andate?», domandò l’omo nero.
 
«Si vorrebbe andare in casa.»
 
«Di qui non si passa.»
 
«Scusi, sor diavolo», disse Pierino, «ma queste non sono azioni da persone di garbo.»
 
«Se volete passare, pagate il dazio.»
 
«Ma che dazio! La si figuri che in tutti e tre, non abbiamo un centesimo.»
 
«Chiù-chiù! Mi contenterò di questo spillone d’oro.»
 
E nel dir così, il diavolo prese un bello spillone che Pierino teneva appuntato sul petto.
 
«La mi renda lo spillone», gridò il ragazzo. «Lo spillone non è mio, e lo voglio rendere alla mamma…»
 
«Lascia correre, Pierino, se no ci rovini tutti!», dissero i suoi fratelli.
 
Il diavolo si tirò da parte, e i ragazzi entrarono in casa, richiudendo subito la porta.
 
La mattina dopo, lo zio Eugenio, prima di uscir di camera, chiamò Pierino e gli disse ridendo:
 
«Questa notte il diavolo è venuto a trovarmi e mi ha lasciato questo spillone d’oro per te.»
 
«Come?… quel diavolo?…»
 
«Io non posso dirti altro, perché non so altro.»
 
Il povero Pierino rimase di stucco. Raccontò subito il fatto ai fratelli: e tutti insieme, a furia di ragionarci sopra, finirono per persuadersi che il loro diavolo persecutore doveva essere stato lo zio Eugenio.
 
Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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Pinocchio (parte 2) – Carlo Collodi

Pinocchio (parte 2) - Carlo Collodi

Pinocchio (parte 2) – Carlo Collodi

La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto 
In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a un ramo della Quercia grande, pareva oramai più morto che vivo, la bella Bambina dai capelli turchini si affacciò daccapo alla finestra, e impietositasi alla vista di quell’infelice che, sospeso per il collo, ballava il trescone alle ventate di tramontana, battè per tre volte le mani insieme, e fece tre piccoli colpi.
 
 A questo segnale si sentì un gran rumore di ali che volavano con foga precipitosa, e un grosso falco venne a posarsi sul davanzale della finestra.
 
– Che cosa comandate, mia graziosa Fata? – disse il Falco abbassando il becco in atto di reverenza (perché bisogna sapere che la Bambina dai capelli turchini non era altro, in fin dei conti, che una buonissima Fata, che da più di mill’anni abitava nelle vicinanze di quel bosco):
 
– Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni a un ramo della Quercia grande?
 
– Lo vedo.
 
– Orbene: vola subito laggiù: rompi col tuo fortissimo becco il nodo che lo tiene sospeso in aria e posalo delicatamente sdraiato sull’erba a piè della Quercia.
 
Il Falco volò via e dopo due minuti tornò dicendo:
 
– Quel che mi avete comandato, è fatto.
 
– E come l’hai trovato? Vivo o morto?
 
– A vederlo, pareva morto, ma non dev’essere ancora morto perbene, perché, appena gli ho sciolto il nodo scorsoio che lo stringeva intorno alla gola, ha lasciato andare un sospiro, balbettando a mezza voce: «Ora mi sento meglio!».
 
Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece due piccoli colpi, e apparve un magnifico Can-barbone, che camminava ritto sulle gambe di dietro, tale e quale come se fosse un uomo.
 
Il Can-barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala. Aveva in capo un nicchiettino a tre punte gallonato d’oro, una parrucca bianca coi riccioli che gli scendevano giù per il collo, una giubba color di cioccolata coi bottoni di brillanti e con due grandi tasche per tenervi gli ossi che gli regalava a pranzo la padrona, un paio di calzoni corti di velluto cremisi, le calze di seta, gli scarpini scollati, e di dietro una specie di fodera da ombrelli, tutta di raso turchino, per mettervi dentro la coda, quando il tempo cominciava a piovere.
 
– Su da bravo, Medoro! – disse la Fata al Can-barbone; – Fai subito attaccare la più bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso sull’erba un povero burattino mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari pari su i cuscini della carrozza e portamelo qui. Hai capito?
 
Il Can-barbone, per fare intendere che aveva capito, dimenò tre o quattro volte la fodera di raso turchino, che aveva dietro, e partì come un barbero.
 
Di lì a poco, si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina color dell’aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell’interno di panna montata e di crema coi savoiardi. La carrozzina era tirata da cento pariglie di topini bianchi, e il Can-barbone, seduto a cassetta, schioccava la frusta a destra e a sinistra, come un vetturino quand’ha paura di aver fatto tardi.
 
Non era ancora passato un quarto d’ora, che la carrozzina tornò, e la Fata, che stava aspettando sull’uscio di casa, prese in collo il povero burattino, e portatolo in una cameretta che aveva le pareti di madreperla, mandò subito a chiamare i medici più famosi del vicinato.
 
E i medici arrivarono subito, uno dopo l’altro: arrivò, cioè, un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante.
 
– Vorrei sapere da lor signori, – disse la Fata, rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio, – vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia morto o vivo!…
 
A quest’invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso a Pinocchio: poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand’ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:
 
– A mio credere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!
 
– Mi dispiace, – disse la Civetta, – di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero!
 
– E lei non dice nulla? – domandò la Fata al Grillo-parlante.
 
– Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto. Del resto quel burattino lì non m’è fisonomia nuova: io lo conosco da un pezzo!…
 
Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto.
 
– Quel burattino lì, – seguitò a dire il Grillo-parlante, – è una birba matricolata…
 
Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito.
 
– è un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo. Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli.
 
– Quel burattino lì è un figliuolo disubbidiente, che farà morire di crepacuore il suo povero babbo!…
 
A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e di singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorché sollevati un poco i lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio.
 
– Quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione, – disse solennemente il Corvo.
 
– Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega, – soggiunse la Civetta, – ma per me, quando il morto piange è segno che gli dispiace a morire.
 
Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi: Però quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia e per gastigo gli cresce il naso
 
Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a Pinocchio e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accorse che era travagliato da un febbrone da non si dire.
 
Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d’acqua, e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:
 
– Bevila, e in pochi giorni sarai guarito.
 
Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po’ la bocca, e poi dimanda con voce di piagnisteo:
 
– è dolce o amara?
 
– è amara, ma ti farà bene.
 
– Se è amara, non la voglio.
 
– Dà retta a me: bevila.
 
– A me l’amaro non mi piace.
 
– Bevila: e quando l’avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per rifarti la bocca.
 
– Dov’è la pallina di zucchero?
 
– Eccola qui, – disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d’oro.
 
– Prima voglio la pallina di zucchero, e poi beverò quell’acquaccia amara…
 
– Me lo prometti?
 
– Sì…
 
La fata gli dette la pallina, e Pinocchio, dopo averla sgranocchiata e ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri:
 
– Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!… Mi purgherei tutti i giorni.
 
– Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d’acqua, che ti renderanno la salute.
 
Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro la punta del naso: poi se l’accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la punta del naso: finalmente disse:
 
– è troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere.
 
– Come fai a dirlo se non l’hai nemmeno assaggiata?
 
– Me lo figuro! L’ho sentita all’odore. Voglio prima un’altra pallina di zucchero… e poi la beverò!…
 
Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose in bocca un altro po’ di zucchero; e dopo gli presentò daccapo il bicchiere.
 
– Così non la posso bere! – disse il burattino, facendo mille smorfie.
 
– Perché?
 
– Perché mi dà noia quel guanciale che ho laggiù sui piedi.
 
La Fata gli levò il guanciale.
 
– è inutile! Nemmeno così la posso bere…
 
– Che cos’altro ti dà noia?
 
– Mi dà noia l’uscio di camera, che è mezzo aperto.
 
La Fata andò e chiuse l’uscio di camera.
 
– Insomma, – gridò Pinocchio, dando in uno scoppio di pianto, – quest’acquaccia amara, non la voglio bere, no, no, no!…
 
– Ragazzo mio, te ne pentirai…
 
– Non me n’importa…
 
– La tua malattia è grave…
 
– Non me n’importa…
 
– La febbre ti porterà in poche ore all’altro mondo…
 
– Non me n’importa…
 
– Non hai paura della morte?
 
– Punto paura!… Piuttosto morire, che bevere quella medicina cattiva.
 
A questo punto, la porta della camera si spalancò ed entrarono dentro quattro conigli neri come l’inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da morto.
 
– Che cosa volete da me? – gridò Pinocchio, rizzandosi tutto impaurito a sedere sul letto.
 
– Siamo venuti a prenderti, – rispose il coniglio più grosso.
 
– A prendermi?… Ma io non sono ancora morto!…
 
– Ancora no: ma ti restano pochi minuti di vita avendo tu ricusato di bevere la medicina, che ti avrebbe guarito dalla febbre!…
 
– O Fata, o Fata mia,- cominciò allora a strillare il burattino, – datemi subito quel bicchiere. Spicciatevi, per carità, perché non voglio morire no… non voglio morire…
 
E preso il bicchiere con tutt’e due le mani, lo votò in un fiato.
 
– Pazienza! – dissero i conigli. – Per questa volta abbiamo fatto il viaggio a ufo.
 
E tiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di camera bofonchiando e mormorando fra i denti.
 
Fatto sta che di lì a pochi minuti, Pinocchio saltò giù dal letto, bell’e guarito; perché bisogna sapere che i burattini di legno hanno il privilegio di ammalarsi di rado e di guarire prestissimo.
 
E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e allegro come un gallettino di primo canto, gli disse:
 
– Dunque la mia medicina t’ha fatto bene davvero?
 
– Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!…
 
– E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla?
 
– Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle medicine che del male.
 
– Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso a tempo può salvarli da una grave malattia e fors’anche dalla morte…
 
– Oh! ma un’altra volta non mi farò tanto pregare! Mi rammenterò di quei conigli neri, colla bara sulle spalle… e allora piglierò subito il bicchiere in mano, e giù!…
 
– Ora vieni un po’ qui da me e raccontami come andò che ti trovasti fra le mani degli assassini.
 
– Gli andò che il burattinaio Mangiafoco mi dette alcune monete d’oro, e mi disse: «Tò, portale al tuo babbo!» e io, invece, per la strada trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto per bene, che mi dissero: «Vuoi che codeste monete diventino mille e duemila? Vieni con noi, e ti condurremo al Campo dei Miracoli». E io dissi: «Andiamo»; e loro dissero: «Fermiamoci qui all’osteria del Gambero Rosso e dopo la mezzanotte ripartiremo». Ed io, quando mi svegliai, loro non c’erano più, perché erano partiti. Allora io cominciai a camminare di notte, che era un buio che pareva impossibile, per cui trovai per la strada due assassini dentro due sacchi da carbone, che mi dissero: «Metti fuori i quattrini»; e io dissi: «Non ce n’ho»; perché le quattro monete d’oro me l’ero nascoste in bocca, e uno degli assassini si provò a mettermi le mani in bocca, e io con un morso gli staccai la mano e poi la sputai, ma invece di una mano sputai uno zampetto di gatto. E gli assassini a corrermi dietro e, io corri che ti corro, finché mi raggiunsero, e mi legarono per il collo a un albero di questo bosco, col dire: «Domani torneremo qui, e allora sarai morto e colla bocca aperta, e così ti porteremo via le monete d’oro che hai nascoste sotto la lingua».
 
– E ora le quattro monete dove le hai messe? – gli domandò la Fata.
 
– Le ho perdute! – rispose Pinocchio; ma disse una bugia, perché invece le aveva in tasca. Appena detta la bugia, il suo naso, che era già lungo, gli crebbe subito due dita di più.
 
– E dove le hai perdute?
 
– Nel bosco qui vicino.
 
A questa seconda bugia il naso seguitò a crescere.
 
– Se le hai perdute nel bosco vicino, – disse la Fata, – le cercheremo e le ritroveremo: perché tutto quello che si perde nel vicino bosco, si ritrova sempre.
 
– Ah! ora che mi rammento bene, – replicò il burattino, imbrogliandosi, – le quattro monete non le ho perdute, ma senza avvedermene le ho inghiottite mentre bevevo la vostra medicina.
 
A questa terza bugia, il naso gli si allungò in un modo così straordinario, che il povero Pinocchio non poteva più girarsi da nessuna parte. Se si voltava di qui batteva il naso nel letto o nei vetri della finestra, se si voltava di là, lo batteva nelle pareti o nella porta di camera, se alzava un po’ di più il capo, correva il rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata.
 
E la Fata lo guardava e rideva.
 
– Perché ridete? – gli domandò il burattino, tutto confuso e impensierito di quel suo naso che cresceva a occhiate.
 
– Rido della bugia che hai detto.
 
– Come mai sapete che ho detto una bugia?
 
– Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo.
 
Pinocchio, non sapendo più dove nascondersi per la vergogna, si provò a fuggire di camera; ma non gli riuscì. Il suo naso era cresciuto tanto, che non passava più dalla porta.
 
Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le quattro monete nel Campo dè Miracoli
 
Come potete immaginarvelo, la Fata lasciò che il burattino piangesse e urlasse una buona mezz’ora, a motivo di quel suo naso che non passava più dalla porta di camera; e lo fece per dargli una severa lezione perché si correggesse dal brutto vizio di dire le bugie, il più brutto vizio che possa avere un ragazzo. Ma quando lo vide trasfigurato e cogli occhi fuori della testa dalla gran disperazione, allora, mossa a pietà, battè le mani insieme, e a quel segnale entrarono in camera dalla finestra un migliaio di grossi uccelli chiamati ~Picchi~, i quali, posatisi tutti sul naso di Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme e spropositato si trovò ridotto alla sua grandezza naturale.
 
– Quanto siete buona, Fata mia, – disse il burattino, asciugandosi gli occhi, – e quanto bene vi voglio!
 
– Ti voglio bene anch’io, – rispose la Fata, – e se tu vuoi rimanere con me, tu sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina…
 
– Io resterei volentieri… ma il mio povero babbo?
 
– Ho pensato a tutto. Il tuo babbo è stato digià avvertito: e prima che faccia notte, sarà qui.
 
– Davvero?… – gridò Pinocchio, saltando dall’allegrezza. – Allora, Fatina mia, se vi contentate, vorrei andargli incontro! Non vedo l’ora di poter dare un bacio a quel povero vecchio, che ha sofferto tanto per me!
 
– Vai pure, ma bada di non ti sperdere. Prendi la via del bosco, e sono sicurissima che lo incontrerai.
 
Pinocchio partì: e appena entrato nel bosco, cominciò a correre come un capriolo. Ma quando fu arrivato a un certo punto, quasi in faccia alla Quercia grande, si fermò, perché gli parve di aver sentito gente fra mezzo alle frasche. Difatti vide apparire sulla strada, indovinate chi?… la Volpe e il Gatto, ossia i due compagni di viaggio, coi quali aveva cenato all’osteria del Gambero Rosso.
 
– Ecco il nostro caro Pinocchio! – gridò la Volpe, abbracciandolo e baciandolo. – Come mai sei qui?
 
– Come mai sei qui? – ripetè il Gatto.
 
– è una storia lunga, – disse il burattino, – e ve la racconterò a comodo. Sappiate però che l’altra notte, quando mi avete lasciato solo nell’osteria, ho trovato gli assassini per la strada…
 
– Gli assassini?… O povero amico! E che cosa volevano?
 
– Mi volevano rubare le monete d’oro.
 
– Infami!… – disse la Volpe.
 
– Infamissimi! – ripetè il Gatto.
 
– Ma io cominciai a scappare, – continuò a dire il burattino, – e loro sempre dietro: finché mi raggiunsero e m’impiccarono a un ramo di quella quercia.
 
E Pinocchio accennò la Quercia grande, che era lì a due passi.
 
– Si può sentir di peggio? – disse la Volpe. – In che mondo siamo condannati a vivere? Dove troveremo un rifugio sicuro noi altri galantuomini?…
 
Nel tempo che parlavano così, Pinocchio si accorse che il Gatto era zoppo dalla gamba destra davanti, perché gli mancava in fondo tutto lo zampetto cogli unghioli: per cui gli domandò:
 
– Che cosa hai fatto del tuo zampetto?
 
Il Gatto voleva rispondere qualche cosa, ma s’imbrogliò. Allora la Volpe disse subito:
 
– Il mio amico è troppo modesto,- e per questo non risponde. Risponderò io per lui. Sappi dunque che un’ora fa abbiamo incontrato sulla strada un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame, che ci ha chiesto un po’ d’elemosina. Non avendo noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che cosa ha fatto l’amico mio, che ha davvero un cuore di Cesare?… Si è staccato coi denti uno zampetto delle sue gambe davanti e l’ha gettato a quella povera bestia, perché potesse sdigiunarsi. E la Volpe nel dir così, si asciugò una lacrima.
 
Pinocchio, commosso anche lui, si avvicinò al Gatto, sussurrandogli negli orecchi:
 
– Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!…
 
– E ora che cosa fai in questi luoghi? – domandò la Volpe al burattino.
 
– Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui di momento in momento.
 
– E le tue monete d’oro?
 
– Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all’osteria del Gambero Rosso.
 
– E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani mille e duemila! Perché non dai retta al mio consiglio? Perché non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?
 
– Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno.
 
– Un altro giorno sarà tardi, – disse la Volpe.
 
– Perché?
 
– Perché quel campo è stato comprato da un gran signore e da domani in là non sarà più permesso a nessuno di seminarvi i denari.
 
– Quant’è distante di qui il Campo dei miracoli?
 
– Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz’ora sei là: semini subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli duemila e stasera ritorni qui colle tasche piene. Vuoi venire con noi?
 
Pinocchio esitò un poco a rispondere, perché gli tornò in mente la buona Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo-parlante; ma poi finì col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore; finì, cioè, col dare una scrollatina di capo, e disse alla Volpe e al Gatto:
 
– Andiamo pure: io vengo con voi.
 
E partirono.
 
Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una città che aveva nome «Acchiappa-citrulli». Appena entrato in città, Pinocchio vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati, che sbadigliavano dall’appetito, di pecore tosate che tremavano dal freddo, di galline rimaste senza cresta e senza bargigli, che chiedevano l’elemosina d’un chicco di granturco, di grosse farfalle, che non potevano più volare, perché avevano venduto le loro bellissime ali colorite, di pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi vedere, e di fagiani che zampettavano cheti cheti, rimpiangendo le loro scintillanti penne d’oro e d’argento, oramai perdute per sempre.
In mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi passavano di tanto in tanto alcune carrozze signorili con dentro o qualche volpe, o qualche gazza ladra o qualche uccellaccio di rapina.
 
– E il Campo dei miracoli dov’è? – domandò Pinocchio.
 
– è qui a due passi.
 
Detto fatto traversarono la città e, usciti fuori dalle mura, si fermarono in un campo solitario che, su per giù, somigliava a tutti gli altri campi.
 
– Eccoci giunti, – disse la Volpe al burattino. – Ora chinati giù a terra, scava con le mani una piccola buca nel campo e mettici dentro le monete d’oro.
 
Pinocchio ubbidì. Scavò la buca, ci pose le quattro monete d’oro che gli erano rimaste: e dopo ricoprì la buca con un po’ di terra.
 
– Ora poi, – disse la Volpe, – vai alla gora qui vicina, prendi una secchia d’acqua e annaffia il terreno dove hai seminato.
 
Pinocchio andò alla gora, e perché non aveva lì per lì una secchia, si levò di piedi una ciabatta e, riempitala d’acqua, annaffiò la terra che copriva la buca. Poi domandò:
 
– C’è altro da fare?
 
– Nient’altro, – rispose la Volpe. – Ora possiamo andar via. Tu poi ritorna qui fra una ventina di minuti e troverai l’arboscello già spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete. Il povero burattino, fuori di sé dalla contentezza, ringraziò mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo.
 
– Noi non vogliamo regali, – risposero quei due malanni. – A noi ci basta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e siamo contenti come pasque.
 
Ciò detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se ne andarono per i fatti loro.
 
Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro e, per gastigo, si busca quattro mesi di prigione
 
Il burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a uno; e, quando gli parve che fosse l’ora, riprese subito la strada che menava al Campo dei miracoli.
 
E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. E intanto pensava dentro di sé:
 
– E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell’albero duemila?… E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila?… E se invece di cinquemila ne trovassi centomila? Oh che bel signore, allora, che diventerei!… Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosoli e di alchermes, e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna.
 
Così fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lì si fermò a guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi di monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti, e nulla: entrò sul campo… andò proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso e, dimenticando le regole del Galateo e della buona creanza, tirò fuori una mano di tasca e si dette una lunghissima grattatina di capo.
 
In quel mentre sentì fischiare negli orecchi una gran risata: e voltatosi in su, vide sopra un albero un grosso pappagallo che si spollinava le poche penne che aveva addosso.
 
– Perché ridi? – gli domandò Pinocchio con voce di bizza.
 
– Rido, perché nello spollinarmi mi son fatto il solletico sotto le ali.
 
Il burattino non rispose. Andò alla gora e riempita d’acqua la solita ciabatta, si pose nuovamente ad annaffiare la terra che ricuopriva le monete d’oro.
 
Quand’ecco che un’altra risata, anche più impertinente della prima, si fece sentire nella solitudine silenziosa di quel campo.
 
– Insomma, – gridò Pinocchio, arrabbiandosi, – si può sapere, Pappagallo mal educato, di che cosa ridi?
 
– Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si lasciano trappolare da chi è più furbo di loro.
 
– Parli forse di me?
 
– Sì, parlo di te, povero Pinocchio, di te che sei così dolce di sale, da credere che i denari si possano seminare e raccogliere nei campi, come si seminano i fagioli e le zucche. Anch’io l’ho creduto una volta, e oggi ne porto le pene. Oggi (ma troppo tardi!) mi son dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll’ingegno della propria testa.
 
– Non ti capisco, – disse il burattino, che già cominciava a tremare dalla paura.
 
– Pazienza! Mi spiegherò meglio, – soggiunse il Pappagallo. – Sappi dunque che, mentre tu eri in città, la Volpe e il Gatto sono tornati in questo campo: hanno preso le monete d’oro sotterrate, e poi sono fuggiti come il vento. E ora chi li raggiunge, è bravo!
 
Pinocchio restò a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del Pappagallo, cominciò colle mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca così profonda, che ci sarebbe entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non ci erano più.
 
Allora, preso dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato.
 
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione d’occhi, che lo tormentava da parecchi anni.
 
Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia.
 
Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima arte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello.
 
A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.
 
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
 
– Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione.
 
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.
 
E lì v’ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso fortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella città di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte le carceri e mandati fuori tutti i malandrini.
 
– Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io, – disse Pinocchio al carceriere.
 
– Voi no, – rispose il carceriere, – perché voi non siete del bel numero…
 
– Domando scusa, – replicò Pinocchio, – sono un malandrino anch’io.
 
– In questo caso avete mille ragioni, – disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare.
 
Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata; ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso alla tagliuola
 
Figuratevi l’allegrezza di Pinocchio, quando si sentì libero. Senza stare a dire che è e che non è, uscì subito fuori della città e riprese la strada che doveva ricondurlo alla Casina della Fata.
 
A motivo del tempo piovigginoso, la strada era diventata tutta un pantano e ci si andava fino a mezza gamba.
 
Ma il burattino non se ne dava per inteso.
 
Tormentato dalla passione di rivedere il suo babbo e la sua sorellina dai capelli turchini, correva a salti come un cane levriero, e nel correre le pillacchere gli schizzavano fin sopra il berretto. Intanto andava dicendo fra sé e sé:
 
– Quante disgrazie mi sono accadute… E me le merito! perché io sono un burattino testardo e piccoso… e voglio far sempre tutte le cose a modo mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene e che hanno mille volte più giudizio di me!… Ma da questa volta in là, faccio proponimento di cambiar vita e di diventare un ragazzo ammodo e ubbidiente… Tanto ormai ho bell’e visto che i ragazzi, a essere disubbidienti, ci scapitano sempre e non ne infilano mai una per il sù verso. E il mio babbo mi avrà aspettato?… Ce lo troverò a casa della Fata? è tanto tempo, pover’uomo, che non lo vedo più, che mi struggo di fargli mille carezze e di finirlo dai baci! E la Fata mi perdonerà la brutta azione che le ho fatto?… E pensare che ho ricevuto da lei tante attenzioni e tante cure amorose… e pensare che se oggi son sempre vivo, lo debbo a lei! Ma si può dare un ragazzo più ingrato e più senza cuore di me?…
 
Nel tempo che diceva così, si fermò tutt’a un tratto spaventato e fece quattro passi indietro.
 
Che cosa aveva veduto?…
 
Aveva veduto un grosso Serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come una cappa di camino.
 
Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanatosi più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi, aspettando che il Serpente se ne andasse una buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della strada.
 
Aspettò un’ora; due ore; tre ore; ma il Serpente era sempre là, e, anche di lontano, si vedeva il rosseggiare dè suoi occhi di fuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.
 
Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al Serpente:
 
– Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare?
 
Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.
 
Allora riprese colla solita vocina:
 
– Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!… Si contenta dunque che io seguiti per la mia strada?
 
Aspettò un segno di risposta a quella dimanda: ma la risposta non venne: anzi il Serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare.
 
– Che sia morto davvero?… – disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza: e senza mettere tempo in mezzo, fece l’atto di scavalcarlo, per passare dall’altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all’improvviso, come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro, spaventato, inciampò e cadde per terra.
 
E per l’appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria.
 
Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocità incredibile il Serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strappò una vena sul petto: e quella volta morì davvero.
 
Allora Pinocchio ricominciò a correre per arrivare a casa della Fata prima che si facesse buio. Ma lungo la strada non potendo più reggere ai morsi terribili della fame, saltò in un campo coll’intenzione di cogliere poche ciocche d’uva moscadella. Non l’avesse mai fatto!
 
Appena giunto sotto la vite, ~crac~… sentì stringersi le gambe da due ferri taglienti, che gli fecero vedere quante stelle c’erano in cielo.
 
Il povero burattino era rimasto preso da una tagliuola appostata là da alcuni contadini per beccarvi alcune grosse faine, che erano il flagello di tutti i pollai del vicinato.
 
Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can da guardia a un pollaio
 
Pinocchio, come potete figurarvelo, si dette a piangere, a strillare, a raccomandarsi: ma erano pianti e grida inutili, perché lì all’intorno non si vedevano case, e dalla strada non passava anima viva.
 
Intanto si fece notte.
 
Un po’ per lo spasimo della tagliuola, che gli segava gli stinchi, e un po’ per la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei campi, il burattino principiava quasi a svenirsi; quando a un tratto vedendosi passare una Lucciola di sul capo, la chiamò e le disse:
 
– O Lucciolina, mi faresti la carità di liberarmi da questo supplizio?…
 
– Povero figliuolo! – replicò la Lucciola, fermandosi impietosita a guardarlo. – Come mai sei rimasto colle gambe attanagliate fra codesti ferri arrotati?
 
– Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest’uva moscadella, e…
 
– Ma l’uva era tua?
 
– No…
 
– E allora chi t’ha insegnato a portar via la roba degli altri?…
 
– Avevo fame…
 
– La fame, ragazzo mio, non è una buona ragione per potere appropriarsi la roba che non è nostra…
 
– è vero, è vero! – gridò Pinocchio piangendo, – ma un’altra volta non lo farò più.
 
A questo punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore di passi, che si avvicinavano.
 
Era il padrone del campo che veniva in punta di piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che mangiavano di nottetempo i polli, fosse rimasta al trabocchetto della tagliuola.
 
E la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la lanterna di sotto il pastrano, s’accorse che, invece di una faina, c’era rimasto preso un ragazzo.
 
– Ah, ladracchiolo! – disse il contadino incollerito, – dunque sei tu che mi porti via le galline?
 
– Io no, io no! – gridò Pinocchio, singhiozzando. – Io sono entrato nel campo per prendere soltanto due grappoli d’uva!…
 
– Chi ruba l’uva è capacissimo di rubare anche i polli. Lascia fare a me, che ti darò una lezione da ricordartene per un pezzo.
 
E aperta la tagliuola, afferrò il burattino per la collottola e lo portò di peso fino a casa, come si porterebbe un agnellino di latte.
 
Arrivato che fu sull’aia dinanzi alla casa, lo scaraventò in terra: e tenendogli un piede sul collo, gli disse:
 
– Oramai è tardi e voglio andare a letto. I nostri conti li aggiusteremo domani. Intanto, siccome oggi mi è morto il cane che mi faceva la guardia di notte, tu prenderai subito il suo posto. Tu mi farai da cane di guardia.
 
Detto fatto, gl’infilò al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni di ottone, e glielo strinse in modo da non poterselo levare passandoci la testa dentro. Al collare c’era attaccata una lunga catenella di ferro: e la catenella era fissata nel muro.
 
– Se questa notte, – disse il contadino, – cominciasse a piovere, tu puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c’è sempre la paglia che ha servito di letto per quattr’anni al mio povero cane. E se per disgrazia venissero i ladri, ricordati di stare a orecchi ritti e di abbaiare.
 
Dopo quest’ultimo avvertimento, il contadino entrò in casa chiudendo la porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio rimase accovacciato sull’aia, più morto che vivo, a motivo del freddo, della fame e della paura. E di tanto in tanto, cacciandosi rabbiosamente le mani dentro al collare, che gli serrava la gola, diceva piangendo:
 
– Mi sta bene!… Pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo svogliato, il vagabondo… ho voluto dar retta ai cattivi compagni, e per questo la sfortuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino per bene, come ce n’è tanti, se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col mio povero babbo, a quest’ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa d’un contadino. Oh, se potessi rinascere un’altra volta!… Ma oramai è tardi, e ci vuol pazienza! Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne proprio dal cuore, entrò dentro il casotto e si addormentò.
 
Pinocchio scuopre i ladri e, in ricompensa di essere stato fedele, vien posto in libertà
 
Ed era già più di due ore che dormiva saporitamente; quando verso la mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio e da un pissi-pissi di vocine strane, che gli parve di sentire nell’aia. Messa fuori la punta del naso dalla buca del casotto, vide riunite a consiglio quattro bestiuole di pelame scuro, che parevano gatti. Ma non erano gatti: erano faine, animaletti carnivori, ghiottissimi specialmente di uova e di pollastrine giovani. Una di queste faine, staccandosi dalle sue compagne, andò alla buca del casotto e disse sottovoce:
 
– Buona sera, Melampo.
 
– Io non mi chiamo Melampo, – rispose il burattino.
 
– O dunque chi sei?
 
– Io sono Pinocchio.
 
– E che cosa fai costì?
 
– Faccio il cane di guardia.
 
– O Melampo dov’è? dov’è il vecchio cane, che stava in questo casotto?
 
– è morto questa mattina.
 
– Morto? Povera bestia! Era tanto buono!… Ma giudicandoti alla fisonomia, anche te mi sembri un cane di garbo.
 
– Domando scusa, io non sono un cane!…
 
– O chi sei?
 
– Io sono un burattino.
 
– E fai da cane di guardia?
 
– Purtroppo: per mia punizione!…
 
– Ebbene, io ti propongo gli stessi patti, che avevo col defunto Melampo: e sarai contento.
 
– E questi patti sarebbero?
 
– Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di notte questo pollaio, e porteremo via otto galline. Di queste galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s’intende bene, che tu faccia finta di dormire e non ti venga mai l’estro di abbaiare e di svegliare il contadino.
 
– E Melampo faceva proprio così? – domandò Pinocchio.
 
– Faceva così, e fra noi e lui siamo andati sempre d’accordo. Dormi dunque tranquillamente, e stai sicuro che prima di partire di qui, ti lasceremo sul casotto una gallina bell’e pelata, per la colazione di domani. Ci siamo intesi bene?
 
– Anche troppo bene!… – rispose Pinocchio: e tentennò il capo in un certo modo minaccioso, come se avesse voluto dire: «Fra poco ci riparleremo!».
 
Quando le quattro faine si credettero sicure del fatto loro, andarono difilato al pollaio, che rimaneva appunto vicinissimo al casotto del cane, e aperta a furia di denti e di unghioli la porticina di legno, che ne chiudeva l’entratina, vi sgusciarono dentro, una dopo l’altra. Ma non erano ancora finite d’entrare, che sentirono la porticina richiudersi con grandissima violenza.
 
Quello che l’aveva richiusa era Pinocchio; il quale, non contento di averla richiusa, vi posò davanti per maggior sicurezza una grossa pietra, a guisa di puntello.
 
E poi cominciò ad abbaiare: e, abbaiando proprio come se fosse un cane di guardia, faceva colla voce ~bu-bu-bu-bu~.
 
A quell’abbaiata, il contadino saltò dal letto e, preso ii fucile e affacciatosi alla finestra, domandò:
 
– Che c’è di nuovo?
 
– Ci sono i ladri! – rispose Pinocchio.
 
– Dove sono?
 
– Nel pollaio.
 
– Ora scendo subito.
 
E infatti, in men che non si dice ~amen~, il contadino scese: entrò di corsa nel pollaio e, dopo avere acchiappate e rinchiuse in un sacco le quattro faine, disse loro con accento di vera contentezza:
 
– Alla fine siete cascate nelle mie mani! Potrei punirvi, ma sì vil non sono! Mi contenterò, invece, di portarvi domani all’oste del vicino paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà a uso lepre dolce e forte. E’ un onore che non vi meritate, ma gli uomini generosi come me non badano a queste piccolezze!…
 
Quindi, avvicinatosi a Pinocchio, cominciò a fargli molte carezze, e, fra le altre cose, gli domandò:
 
– Com’hai fatto a scuoprire il complotto di queste quattro ladroncelle? E dire che Melampo, il mio fido Melampo, non s’era mai accorto di nulla…
 
Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare quel che sapeva: avrebbe potuto, cioè, raccontare i patti vergognosi che passavano fra il cane e le faine: ma ricordatosi che il cane era morto, pensò subito dentro di sé: – A che serve accusare i morti?… I morti son morti, e la miglior cosa che si possa fare è quella di lasciarli in pace!…
 
– All’arrivo delle faine sull’aia, eri sveglio o dormivi? – continuò a chiedergli il contadino.
 
– Dormivo, – rispose Pinocchio, – ma le faine mi hanno svegliato coi loro chiacchiericci, e una è venuta fin qui al casotto per dirmi: «Se prometti di non abbaiare e di non svegliare il padrone, noi ti regaleremo una pollastra bell’e pelata!…». Capite, eh? Avere la sfacciataggine di fare a me una simile proposta! Perché bisogna sapere che io sono un burattino, che avrò tutti i difetti di questo mondo: ma non avrò mai quello di star di balla e di reggere il sacco alla gente disonesta!
 
– Bravo ragazzo! – gridò il contadino, battendogli sur una spalla. – Cotesti sentimenti ti fanno onore: e per provarti la mia grande soddisfazione, ti lascio libero fin d’ora di tornare a casa.
E gli levò il collare da cane.
 
Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell’acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto
 
Appena Pinocchio non sentì più il peso durissimo e umiliante di quel collare intorno al collo, si pose a scappare attraverso i campi, e non si fermò un solo minuto, finché non ebbe raggiunta la strada maestra, che doveva ricondurlo alla Casina della Fata.
 
Arrivato sulla strada maestra, si voltò in giù a guardare nella sottoposta pianura, e vide benissimo a occhio nudo il bosco, dove disgraziatamente aveva incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra mezzo agli alberi, inalzarsi la cima di quella Quercia grande, alla quale era stato appeso ciondoloni per il collo: ma guarda di qua, guarda di là, non gli fu possibile di vedere la piccola casa della bella Bambina dai capelli turchini.
 
Allora ebbe una specie di tristo presentimento e datosi a correre con quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trovò in pochi minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c’era più. C’era, invece, una piccola pietra di marmo sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole:
 
QUI GIACE
 
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
 
MORTA DI DOLORE
 
PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
 
FRATELLINO PINOCCHIO
 
Come rimanesse il burattino, quand’ebbe compitate alla peggio quelle parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e coprendo di mille baci quel marmo mortuario, dette in un grande scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre, sebbene negli occhi non avesse più lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti erano così strazianti e acuti, che tutte le colline all’intorno ne ripetevano l’eco.
 
E piangendo diceva:
 
– O Fatina mia, perché sei morta?… perché, invece di te, non sono morto io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona?… E il mio babbo, dove sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, che voglio stare sempre con lui, e non lasciarlo più! più! più!… O Fatina mia, dimmi che non è vero che sei morta!… Se davvero mi vuoi bene… se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci… ritorna viva come prima!… Non ti dispiace a vedermi solo e abbandonato da tutti? Se arrivano gli assassini. mi attaccheranno daccapo al ramo dell’albero… e allora morirò per sempre. Che vuoi che faccia qui, solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? Dove anderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova? Oh! sarebbe meglio, cento volte meglio, che morissi anch’io! Sì, voglio morire!… ih! ih! ih!…
 
E mentre si disperava a questo modo, fece l’atto di volersi strappare i capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non poté nemmeno levarsi il gusto di ficcarci dentro le dita.
 
Intanto passò su per aria un grosso Colombo, il quale soffermatosi, a ali distese, gli gridò da una grande altezza:
 
– Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù?
 
– Non lo vedi? piango! – disse Pinocchio alzando il capo verso quella voce e strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta.
 
– Dimmi, – soggiunse allora il Colombo – non conosci per caso fra i tuoi compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio?
 
– Pinocchio?… Hai detto Pinocchio? – ripetè il burattino saltando subito in piedi. – Pinocchio sono io!
 
Il Colombo, a questa risposta, si calò velocemente e venne a posarsi a terra. Era più grosso di un tacchino.
 
– Conoscerai dunque anche Geppetto? – domandò al burattino.
 
– Se lo conosco? E’ il mio povero babbo! Ti ha forse parlato di me? Mi conduci da lui? Ma è sempre vivo? Rispondimi per carità: è sempre vivo?
 
– L’ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare.
 
– Che cosa faceva?
 
– Si fabbricava da sé una piccola barchetta per traversare l’Oceano. Quel pover’uomo sono più di quattro mesi che gira per il mondo in cerca di te: e non avendoti potuto trovare, ora si è messo in capo di cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo.
 
– Quanto c’è di qui alla spiaggia? – domandò Pinocchio con ansia affannosa.
 
– Più di mille chilometri.
 
– Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le tue ali!…
 
– Se vuoi venire, ti ci porto io.
 
– Come?
 
– A cavallo sulla mia groppa. Sei peso di molto?…
 
– Peso? tutt’altro! Son leggiero come una foglia.
 
E lì, senza stare a dir altro, Pinocchio saltò sulla groppa al Colombo e messa una gamba di qua e l’altra di là, come fanno i cavallerizzi, gridò tutto contento: – Galoppa, galoppa, cavallino, ché mi preme di arrivar presto!…
 
Il Colombo prese l’aire e in pochi minuti arrivò col volo tanto in alto, che toccava quasi le nuvole. Giunto a quell’altezza straordinaria, il burattino ebbe la curiosità di voltarsi in giù a guardare: e fu preso da tanta paura e da tali giracapi che, per evitare il pericolo di venir disotto, si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura.
 
Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse:
 
– Ho una gran sete!
 
– E io una gran fame! – soggiunse Pinocchio.
 
– Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo in viaggio, per essere domattina all’alba sulla spiaggia del mare. Entrarono in una colombaia deserta, dove c’era soltanto una catinella piena d’acqua e un cestino ricolmo di veccie.
 
Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le veccie: a sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma quella sera ne mangiò a strippapelle, e quando l’ebbe quasi finite, si voltò al Colombo e gli disse:
 
– Non avrei mai creduto che le veccie fossero così buone!
 
– Bisogna persuadersi, ragazzo mio, – replicò il Colombo, – che quando la fame dice davvero e non c’è altro da mangiare, anche le veccie diventano squisite! La fame non ha capricci né ghiottonerie!
 
Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in viaggio, e via! La mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare. Il Colombo posò a terra Pinocchio, e non volendo nemmeno la seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione, riprese subito il volo e sparì.
 
La spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava guardando il mare.
 
– Che cos’è accaduto? – domandò Pinocchio a una vecchina.
 
– Gli è accaduto che un povero babbo, avendo perduto il figliolo, gli è voluto entrare in una barchetta per andare a cercarlo di là dal mare; e il mare oggi è molto cattivo e la barchetta sta per andare sott’acqua…
 
– Dov’è la barchetta?
 
– Eccola laggiù, diritta al mio dito, – disse la vecchia, accennando una piccola barca che, veduta in quella distanza, pareva un guscio di noce con dentro un omino piccino piccino.
 
Pinocchio appuntò gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato attentamente, cacciò un urlo acutissimo gridando:
 
– Gli è il mì babbo! gli è il mì babbo!
 
Intanto la barchetta, sbattuta dall’infuriare dell’onde, ora spariva fra i grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e Pinocchio ritto sulla punta di un alto scoglio non finiva più dal chiamare il suo babbo per nome e dal fargli molti segnali colle mani e col moccichino da naso e perfino col berretto che aveva in capo.
 
E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia, riconoscesse il figliuolo, perché si levò il berretto anche lui e lo salutò e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato volentieri indietro, ma il mare era tanto grosso, che gl’impediva di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra.
 
Tutt’a un tratto, venne una terribile ondata, e la barca sparì.
 
Aspettarono che la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide più tornare.
 
– Pover’omo! – dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera si mossero per tornarsene alle loro case.
 
Quand’ecco che udirono un urlo disperato, e, voltandosi indietro, videro un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio, si gettava in mare gridando:
 
– Voglio salvare il mio babbo!
 
Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava come un pesce. Ora si vedeva sparire sott’acqua, portato dall’impeto dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima distanza dalla terra. Alla fine lo persero d’occhio e non lo videro più.
 
– Povero ragazzo! – dissero alIora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera tornarono alle loro case.
 
Pinocchio arriva all’isola delle Api industriose e ritrova la Fata
 
Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al suo povero babbo, nuotò tutta quanta la notte.
 
E che orribile nottata fu quella! Diluviò, grandinò, tuonò spaventosamente, e con certi lampi che pareva di giorno.
 
Sul far del mattino, gli riuscì di vedere poco distante una lunga striscia di terra. Era un’isola in mezzo al mare.
 
Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Le onde, rincorrendosi e accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro, come se fosse stato un fuscello o un filo di paglia. Alla fine, e per sua buona fortuna, venne un’ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo scaraventò di peso sulla rena del lido.
 
Il colpo fu così forte che, battendo in terra, gli crocchiarono tutte le costole e tutte le congiunture: ma si consolò subito col dire:
 
– Anche per questa volta l’ho proprio scampata bella!
 
Intanto a poco a poco il cielo si rasserenò; il sole apparve fuori in tutto il suo splendore e il mare diventò tranquillissimo e buono come un olio.
 
Allora il burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli e si pose a guardare di qua e di là se per caso avesse potuto scorgere su quella immensa spianata d’acqua una piccola barchetta con un omino dentro. Ma dopo aver guardato ben bene, non vide altro dinanzi a sé che cielo, mare e qualche vela di bastimento, ma cosi lontana, che pareva una mosca.
 
– Sapessi almeno come si chiama quest’isola! – andava dicendo. – Sapessi almeno se quest’isola è abitata da gente di garbo, voglio dire da gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi; ma a chi mai posso domandarlo? A chi, se non c’è nessuno?…
 
Quest’idea di trovarsi solo, solo, solo in mezzo a quel gran paese disabitato, gli messe addosso tanta malinconia, che stava lì lì per piangere; quando tutt’a un tratto vide passare, a poca distanza dalla riva, un grosso pesce, che se ne andava tranquillamente per i fatti suoi, con tutta la testa fuori dell’acqua. Non sapendo come chiamarlo per nome, il burattino gli gridò a voce alta, per farsi sentire:
 
– Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola?
 
– Anche due, – rispose il pesce, il quale era un Delfino così garbato, come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo.
 
– Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest’isola vi sono dei paesi dove si possa mangiare, senza pericolo d’esser mangiati?
 
– Ve ne sono sicuro, – rispose il Delfino. – Anzi, ne troverai uno poco lontano di qui.
 
– E che strada si fa per andarvi?
 
– Devi prendere quella viottola là, a mancina, e camminare sempre diritto al naso. Non puoi sbagliare.
 
– Mi dica un’altra cosa. Lei che passeggia tutto il giorno e tutta la notte per il mare, non avrebbe incontrato per caso una piccola barchettina con dentro il mì babbo?
 
– E chi è il tuo babbo?
 
– Gli è il babbo più buono del mondo, come io sono il figliuolo più cattivo che si possa dare.
 
– Colla burrasca che ha fatto questa notte, – rispose il delfino, – la barchettina sarà andata sott’acqua.
 
– E il mio babbo?
 
– A quest’ora l’avrà inghiottito il terribile Pesce-cane, che da qualche giorno è venuto a spargere lo sterminio e la desolazione nelle nostre acque.
 
– Che è grosso di molto questo Pesce-cane? – domandò Pinocchio, che digià cominciava a tremare dalla paura.
 
– Se gli è grosso!… – replicò il Delfino. – Perché tu possa fartene un’idea, ti dirò che è più grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe comodamente tutto il treno della strada ferrata colla macchina accesa.
 
– Mamma mia! – gridò spaventato il burattino: e rivestitosi in fretta e furia, si voltò al delfino e gli disse: – Arrivedella, signor pesce: scusi tanto l’incomodo e mille grazie della sua garbatezza.
 
Detto ciò, prese subito la viottola e cominciò a camminare di un passo svelto; tanto svelto, che pareva quasi che corresse. E a ogni più piccolo rumore che sentiva, si voltava subito a guardare indietro, per la paura di vedersi inseguire da quel terribile pesce-cane grosso come una casa di cinque piani e con un treno della strada ferrata in bocca.
 
Dopo mezz’ora di strada, arrivò a un piccolo paese detto «Il paese delle Api industriose». Le strade formicolavano di persone che correvano di qua e di là per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da fare. Non si trovava un ozioso o un vagabondo nemmeno a cercarlo col lumicino.
 
– Ho capito, – disse subito quello svogliato di Pinocchio, – questo paese non è fatto per me! Io non son nato per lavorare! Intanto la fame lo tormentava, perché erano oramai passate ventiquattr’ore che non aveva mangiato più nulla; nemmeno una pietanza di veccie.
 
Che fare?
 
Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po’ di lavoro, o chiedere in elemosina un soldo o un boccone di pane.
 
A chiedere l’elemosina si vergognava: perché il suo babbo gli aveva predicato sempre che l’elemosina hanno il diritto di chiederla solamente i vecchi e gl’infermi. I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di assistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d’età o di malattia, si trovano condannati a non potersi più guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno l’obbligo di lavorare: e se non lavorano e patiscono la fame, tanto peggio per loro.
 
In quel frattempo, passò per la strada un uomo tutto sudato e trafelato, il quale da sé tirava con gran fatica due carretti carichi di carbone.
 
Pinocchio, giudicandolo dalla fisonomia per un buon uomo, gli si accostò e, abbassando gli occhi dalla vergogna, gli disse sottovoce:
 
– Mi fareste la carità di darmi un soldo, perché mi sento morir dalla fame?
 
– Non un soldo solo, – rispose il carbonaio, – ma te ne do quattro, a patto che tu m’aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di carbone.
 
– Mi meraviglio! – rispose il burattino quasi offeso, – per vostra regola io non ho fatto mai il somaro: io non ho mai tirato il carretto!…
 
– Meglio per te! – rispose il carbonaio. – Allora, ragazzo mio, se ti senti davvero morir dalla fame, mangia due belle fette della tua superbia e bada di non prendere un’indigestione.
 
Dopo pochi minuti passò per la via un muratore, che portava sulle spalle un corbello di calcina.
 
– Fareste, galantuomo, la carità d’un soldo a un povero ragazzo, che sbadiglia dall’appetito?
 
– Volentieri; vieni con me a portar calcina, – rispose il muratore, – e invece d’un soldo, te ne darò cinque.
 
– Ma la calcina è pesa, – replicò Pinocchio, – e io non voglio durar fatica.
 
– Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio, – divertiti a sbadigliare, e buon pro ti faccia.
 
In men di mezz’ora passarono altre venti persone, e a tutte Pinocchio chiese un po’ d’elemosina, ma tutte gli risposero:
 
– Non ti vergogni? Invece di fare il bighellone per la strada, và piuttosto a cercarti un po’ di lavoro, e impara a guadagnarti il pane! Finalmente passò una buona donnina che portava due brocche d’acqua.
 
– Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d’acqua alla vostra brocca? – disse Pinocchio, che bruciava dall’arsione della sete.
 
– Bevi pure, ragazzo mio! – disse la donnina, posando le due brocche in terra.
 
Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbottò a mezza voce, asciugandosi la bocca:
 
– La sete me la sono levata! Così mi potessi levar la fame!… La buona donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito:
 
– Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d’acqua, ti darò un bel pezzo di pane.
 
Pinocchio guardò la brocca, e non rispose né sì né no.
 
– E insieme col pane ti darò un bel piatto di cavolfiore condito coll’olio e coll’aceto, – soggiunse la buona donna.
 
Pinocchio dette un’altra occhiata alla brocca, e non rispose né sì né no.
 
– E dopo il cavolfiore ti darò un bel confetto ripieno di rosolio. – Alle seduzioni di quest’ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe più resistere e, fatto un animo risoluto, disse:
 
– Pazienza! Vi porterò la brocca fino a casa!
 
La brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza da portarla colle mani, si rassegnò a portarla in capo.
 
Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola tavola apparecchiata e gli pose davanti il pane, il cavolfiore condito e il confetto.
 
Pinocchio non mangiò, ma diluviò. Il suo stomaco pareva un quartiere rimasto vuoto e disabitato da cinque mesi.
 
Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della fame, allora alzò il capo per ringraziare la sua benefattrice; ma non aveva ancora finito di fissarla in volto, che cacciò un lunghissimo ~ohhh!~… di maraviglia e rimase là incantato, cogli occhi spalancati, colla forchetta per aria e colla bocca piena di pane e di cavolfiore.
 
– Che cos’è mai tutta questa maraviglia? – disse ridendo la buona donna.
 
– Egli è… – rispose balbettando Pinocchio, – egli è… egli è… che voi somigliate… voi mi rammentate… sì, sì, sì, la stessa voce… gli stessi occhi.. gli stessi capelli… sì, sì, sì… anche voi avete i capelli turchini… come lei!… O Fatina mia!… O Fatina mia!… ditemi che siete voi, proprio voi!… Non mi fate più piangere! Se sapeste!… Ho pianto tanto, ho patito tanto..
 
E nel dir così, Pinocchio piangeva dirottamente, e gettandosi ginocchioni per terra, abbracciava i ginocchi di quella donnina misteriosa.
 
Pinocchio promette alla Fata di essere buono e di studiare, perché è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo
 
In sulle prime la buona donnina cominciò col dire che lei non era la piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi oramai scoperta e non volendo mandare più a lungo la commedia, fini col farsi riconoscere, e disse a Pinocchio:
 
– Birba d’un burattino! Come mai ti sei accorto che ero io?
 
– Gli è il gran bene che vi voglio quello che me l’ha detto.
 
– Ti ricordi? Mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma.
 
– L’ho caro dimolto, perché così, invece di sorellina, vi chiamerò la mia mamma. Gli è tanto tempo che mi struggo di avere una mamma come tutti gli altri ragazzi!… Ma come avete fatto a crescere cosi presto?
 
– è un segreto.
 
– Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch’io. Non lo vedete? Sono sempre rimasto alto come un soldo di cacio.
 
– Ma tu non puoi crescere, – replicò la Fata.
 
– Perché?
 
– Perché i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini.
 
– Oh! sono stufo di far sempre il burattino! – gridò Pinocchio, dandosi uno scappellotto. – Sarebbe ora che diventassi anch’io un uomo come tutti gli altri.
 
– E lo diventerai, se saprai meritartelo…
 
– Davvero? E che posso fare per meritarmelo?
 
– Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene.
 
– O che forse non sono?
 
– Tutt’altro! I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece…
 
– E io non ubbidisco mai.
 
– I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu…
 
– E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l’anno.
 
– I ragazzi perbene dicono sempre la verità…
 
– E io sempre le bugie.
 
– I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola…
 
– E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poi voglio mutar vita.
 
– Me lo prometti?
 
– Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene e voglio essere la consolazione del mio babbo… Dove sarà il mio povero babbo a quest’ora?
 
– Non lo so.
 
– Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare?
 
– Credo di sì: anzi ne sono sicura.
 
A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che prese le mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tanta foga, che pareva quasi fuori di sé. Poi, alzando il viso e guardandola amorosamente, le domandò:
 
– Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta?
 
– Par di no, – rispose sorridendo la Fata.
 
– Se tu sapessi, che dolore e che serratura alla gola che provai, quando lessi ~qui giace~…
 
– Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. La sincerità del tuo dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di cuore, anche se sono un po’ monelli e avvezzati male, c’è sempre da sperar qualcosa: ossia, c’è sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. Ecco perché son venuta a cercarti fin qui. Io sarò la tua mamma…
– Oh! che bella cosa! – gridò Pinocchio saltando dall’allegrezza.
 
– Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io.
 
– Volentieri, volentieri, volentieri!
 
– Fino da domani, – soggiunse la Fata, – tu comincerai coll’andare a scuola.
 
Pinocchio diventò subito un po’ meno allegro.
 
– Poi sceglierai a tuo piacere un’arte o un mestiere…
 
Pinocchio diventò serio.
 
– Che cosa brontoli fra i denti? – domandò la Fata con accento risentito.
 
– Dicevo… – mugolò il burattino a mezza voce, – che oramai per andare a scuola mi pare un po’ tardi…
 
– Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non è mai tardi.
 
– Ma io non voglio fare né arti né mestieri…
 
– Perché?
 
– Perché a lavorare mi par fatica.
 
– Ragazzo mio, – disse la Fata, – quelli che dicono cosi, finiscono quasi sempre o in carcere o all’ospedale. L’uomo, per tua regola, nasca ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall’ozio! L’ozio è una bruttissima malattia, e bisogna guarirla subito, fin da ragazzi: se no, quando siamo grandi, non si guarisce più. Queste parole toccarono l’animo di Pinocchio, il quale rialzando vivacemente la testa disse alla Fata:
 
– Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai, perché, insomma, la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l’hai promesso, non è vero?
 
– Te l’ho promesso, e ora dipende da te.
 
Pinocchio va cò suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile Pescecane
 
Il giorno dopo Pinocchio andò alla scuola comunale.
 
Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella loro scuola un burattino! Fu una risata, che non finiva più. Chi gli faceva uno scherzo, chi un altro; chi gli levava il berretto di mano; chi gli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli coll’inchiostro due grandi baffi sotto il naso; e chi si attentava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani per farlo ballare.
 
Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; ma finalmente, sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli, che più lo tafanavano e si pigliavano gioco di lui, e disse loro a muso duro:
 
– Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone. Io rispetto gli altri e voglio essere rispettato.
 
– Bravo berlicche! Hai parlato come un libro stampato! – urlarono quei monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di loro, più impertinente degli altri allungò la mano coll’idea di prendere il burattino per la punta del naso.
 
Ma non fece a tempo: perché Pinocchio stese la gamba sotto la tavola e gli consegnò una pedata negli stinchi.
 
– Ohi! che piedi duri! – urlò il ragazzo stropicciandosi il livido che gli aveva fatto il burattino.
 
– E che gomiti!… anche più duri dei piedi! – disse un altro che, per i suoi scherzi sguaiati, s’era beccata una gomitata nello stomaco.
 
Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata Pinocchio acquistò subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un bene dell’anima.
 
E anche il maestro se ne lodava, perché lo vedeva attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l’ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita.
 
Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni: e fra questi, c’erano molti monelli conosciutissimi per la loro poca voglia di studiare e di farsi onore.
 
Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non mancava di dirgli e di ripetergli più volte:
 
– Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno prima o poi col farti perdere l’amore allo studio e, forse forse, col tirarti addosso qualche grossa disgrazia.
 
– Non c’è pericolo! – rispondeva il burattino, facendo una spallucciata e toccandosi coll’indice in mezzo alla fronte, come per dire: «C’è tanto giudizio qui dentro!».
 
Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso scuola, incontrò un branco dei soliti compagni, che andandogli incontro, gli dissero:
 
– Sai la gran notizia?
 
– No.
 
– Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane, grosso come una montagna.
 
– Davvero?… Che sia quel medesimo Pesce-cane di quando affogò il mio povero babbo?
 
– Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vieni anche tu?
 
– Io, no: voglio andare a scuola.
 
– Che t’importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con una lezione di più o con una di meno, si rimane sempre gli stessi somari.
 
– E il maestro che dirà?
 
– Il maestro si lascia dire. E’ pagato apposta per brontolare tutto il giorno.
 
– E la mia mamma?… – Le mamme non sanno mai nulla, – risposero quei malanni.
 
– Sapete che cosa farò? – disse Pinocchio. –
 
Il Pesce-cane voglio vederlo per certe mie ragioni… ma anderò a vederlo dopo la scuola.
 
– Povero giucco! – ribattè uno del branco. –
 
Che credi che un pesce di quella grossezza voglia star lì a fare il comodo tuo? Appena s’è annoiato, piglia il dirizzone per un’altra parte, e allora chi s’è visto s’è visto.
 
– Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? – domandò il burattino.
 
– Fra un’ora, siamo bell’e andati e tornati.
 
– Dunque, via! e chi più corre, è più bravo! – gridò Pinocchio.
 
Dato cosi il segnale della partenza, quel branco di monelli, coi loro libri e i loro quaderni sotto il braccio, si messero a correre attraverso ai campi; e Pinocchio era sempre avanti a tutti: pareva che avesse le ali ai piedi.
 
Di tanto in tanto, voltandosi indietro, canzonava i suoi compagni rimasti a una bella distanza, e nel vederli, ansanti, trafelati, polverosi e con tanto di lingua fuori, se la rideva proprio di cuore. Lo sciagurato in quel momento non sapeva a quali paure e a quali orribili disgrazie andava incontro!…
 
Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno dè quali essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri
 
Giunto che fu sulla spiaggia, Pinocchio dette subito una grande occhiata sul mare; ma non vide nessun Pesce-cane.
 
Il mare era tutto liscio come un gran cristallo da specchio.
 
– O il Pesce-cane dov’è? – domandò, voltandosi ai compagni.
 
– Sarà andato a far colazione, – rispose uno di loro, ridendo.
 
– O si sarà buttato sul letto per far un sonnellino, – soggiunse un altro, ridendo più forte che mai.
 
Da quelle risposte sconclusionate e da quelle risatacce grulle, Pinocchio capì che i suoi compagni gli avevano fatto una brutta celia, dandogli ad intendere una cosa che non era vera; e pigliandosela a male, disse a loro con voce di bizza:
 
– E ora? Che sugo ci avete trovato a darmi ad intendere la storiella del Pesce-cane?
 
– Il sugo c’è sicuro!… – risposero in coro quei monelli.
 
– E sarebbe?…
 
– Quello di farti perdere la scuola e di farti venire con noi. Non ti vergogni a mostrarti tutti i giorni così preciso e cosi diligente alle lezioni? Non ti vergogni a studiar tanto, come fai?
 
– E se io studio, che cosa ve ne importa?
 
– A noi ce ne importa moltissimo perché ci costringi a fare una brutta figura col maestro…
 
– Perché?
 
– Perché gli scolari che studiano fanno sempre scomparire quelli, come noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo scomparire! Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!…
 
– E allora che cosa devo fare per contentarvi?
 
– Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, la lezione e il maestro, che sono i nostri tre grandi nemici.
 
– E se io volessi seguitare a studiare?
 
– Noi non ti guarderemo più in faccia, e alla prima occasione ce la pagherai!…
 
– In verità mi fate quasi ridere, – disse il burattino con una scrollatina di capo.
 
– Ehi, Pinocchio! – gridò allora il più grande di quei ragazzi, andandogli sul viso. – Non venir qui a fare lo smargiasso: non venir qui a far tanto il galletto!… Perché se tu non hai paura di noi, noi non abbiamo paura di te! Ricordati che tu sei solo e noi siamo in sette.
 
– Sette come i peccati mortali, – disse Pinocchio con una gran risata.
 
– Avete sentito? Ci ha insultati tutti! Ci ha chiamati col nome di peccati mortali!…
 
– Pinocchio! chiedici scusa dell’offesa… se no, guai a te!…
 
– Cucù! – fece il burattino, battendosi coll’indice sulla punta del naso, in segno di canzonatura.
 
– Pinocchio! la finisce male!…
 
– Cucù!
 
– Ne toccherai quanto un somaro!…
 
– Cucù!
 
– Ritornerai a casa col naso rotto!…
 
– Cucù!
 
– Ora il cucù te lo darò io! – gridò il più ardito di quei monelli. – Prendi intanto quest’acconto e serbalo per la cena di stasera.
 
E nel dir così gli appiccicò un pugno sul capo.
 
Ma fu, come si suol dire, botta e risposta; perché il burattino, come c’era da aspettarselo, rispose con un altro pugno: e lì, da un momento all’altro, il combattimento diventò generale e accanito.
 
Pinocchio, sebbene fosse solo, si difendeva come un eroe. Con quei suoi piedi di legno durissimo lavorava così bene, da tener sempre i suoi nemici a rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano arrivare e toccare, ci lasciavano sempre un livido per ricordo.
 
Allora i ragazzi, indispettiti di non potersi misurare col burattino a corpo a corpo, pensarono bene di metter mano ai proiettili, e sciolti i fagotti dè loro libri di scuola, cominciarono a scagliare contro di lui i ~Sillabari~, le ~Grammatiche~, i ~Giannettini~, i ~Minuzzoli~, i ~Racconti~ del Thouar, il ~Pulcino~ della Baccini e altri libri scolastici: ma il burattino, che era d’occhio svelto e ammalizzito, faceva sempre civetta a tempo, sicché i volumi, passandogli di sopra al capo, andavano tutti a cascare nel mare.
 
Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei libri fossero roba da mangiare, correvano a frotte a fior d’acqua; ma dopo avere abboccata qualche pagina o qualche frontespizio, la risputavano subito facendo con la bocca una certa smorfia, che pareva volesse dire: «Non è roba per noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto meglio!»
 
Intanto il combattimento s’inferociva sempre più, quand’ecco che un grosso Granchio, che era uscito fuori dell’acqua e s’era adagio adagio arrampicato fin sulla spiaggia, gridò con una vociaccia di trombone infreddato:
 
– Smettetela, birichini che non siete altro! Queste guerre manesche fra ragazzi e ragazzi raramente vanno a finir bene. Qualche disgrazia accade sempre!…
 
Povero Granchio! Fu lo stesso che avesse predicato al vento. Anzi quella birba di Pinocchio, voltandosi indietro a guardarlo in cagnesco, gli disse sgarbatamente:
 
– Chetati, Granchio dell’uggia!… Faresti meglio a succiare due pasticche di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola. Vai piuttosto a letto e cerca di sudare!
 
In quel frattempo i ragazzi, che avevano finito oramai di tirare tutti i loro libri, occhiarono lì a poca distanza il fagotto dei libri del burattino, e se ne impadronirono in men che non si dice.
 
Fra questi libri, v’era un volume rilegato in cartoncino grosso, colla costola e colle punte di cartapecora. Era un ~Trattato di Aritmetica~. Vi lascio immaginare se era peso dimolto!
 
Uno di quei monelli agguantò quel volume e, presa di mira la testa di Pinocchio, lo scagliò con quanta forza aveva nel braccio: ma invece di cogliere il burattino, colse nella testa uno dei compagni; il quale diventò bianco come un panno lavato, e non disse altro che queste parole:
 
– O mamma mia, aiutatemi… perché muoio!
 
Poi cadde disteso sulla rena del lido.
 
Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaventati si dettero a scappare a gambe e in pochi minuti non si videro più.
 
Ma Pinocchio rimase lì, e sebbene per il dolore e per lo spavento, anche lui fosse più morto che vivo, nondimeno corse a inzuppare il suo fazzoletto nell’acqua del mare e si pose a bagnare la tempia del suo povero compagno di scuola. E intanto piangendo dirottamente e disperandosi, lo chiamava per nome e gli diceva:
 
– Eugenio!… povero Eugenio mio!… apri gli occhi, e guardami!… Perché non mi rispondi? Non sono stato io, sai, che ti ho fatto tanto male! Credilo, non sono stato io!… Apri gli occhi, Eugenio…
 
Se tieni gli occhi chiusi, mi farai morire anche me…
 
O Dio mio! come farò ora a tornare a casa?… Con che coraggio potrò presentarmi alla mia buona mamma? Che sarà di me?… Dove fuggirò?… Dove andrò a nascondermi?… Oh! quant’era meglio, mille volte meglio che fossi andato a scuola!… Perche ho dato retta a questi compagni, che sono la mia dannazione?… E il maestro me l’aveva detto!… e la mia mamma me lo aveva ripetuto: «Guardati dai cattivi compagni!»-. Ma io sono un testardo… un caparbiaccio… lascio dir tutti, e poi fo sempre a modo mio!… E dopo mi tocca a scontarle… E così, da che sono al mondo, non ho mai avuto un quarto d’ora di bene. Dio mio! Che sarà di me, che sarà di me, che sarà di me?…
 
E Pinocchio continuava a piangere, e berciare, a darsi pugni nel capo e a chiamar per nome il povero Eugenio: quando sentì a un tratto un rumore sordo di passi che si avvicinavano.
 
Si voltò: erano due carabinieri
 
– Che cosa fai così sdraiato per terra? – domandarono a Pinocchio.
 
– Assisto questo mio compagno di scuola.
 
– Che gli è venuto male?
 
– Par di sì!..
 
– Altro che male! – disse uno dei carabinieri, chinandosi e osservando Eugenio da vicino. – Questo ragazzo è stato ferito in una tempia: chi è che l’ha ferito?
 
– Io no, – balbettò il burattino che non aveva più fiato in corpo.
 
– Se non sei stato tu, chi è stato dunque che l’ha ferito?
 
– Io no, – ripetè Pinocchio.
 
– E con che cosa è stato ferito?
 
– Con questo libro. – E il burattino raccattò di terra il Trattato di Aritmetica, rilegato in cartone e cartapecora, per mostrarlo al carabiniere.
 
– E questo libro di chi è?
 
– Mio.
 
– Basta così: non occorre altro. Rizzati subito e vieni via con noi.
 
– Ma io…
 
– Via con noi!
 
– Ma io sono innocente…
 
– Via con noi!
 
Prima di partire, i carabinieri chiamarono alcuni pescatori, che in quel momento passavano per l’appunto colla loro barca vicino alla spiaggia, e dissero loro:
 
– Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel capo. Portatelo a casa vostra e assistetelo. Domani torneremo a vederlo.
 
Quindi si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due, gl’intimarono con accento soldatesco:
 
– Avanti! e cammina spedito! se no, peggio per te!
 
Senza farselo ripetere, il burattino cominciò a camminare per quella viottola, che conduceva al paese. Ma il povero diavolo non sapeva più nemmeno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di sognare, e che brutto sogno! Era fuori di sé. I suoi occhi vedevano tutto doppio: le gambe gli tremavano: la lingua gli era rimasta attaccata al palato e non poteva più spiccicare una sola parola. Eppure, in mezzo a quella specie di stupidità e di rintontimento, una spina acutissima gli bucava il cuore: il pensiero, cioè, di dover passare sotto le finestre di casa della sua buona Fata, in mezzo ai carabinieri. Avrebbe preferito piuttosto di morire.
 
Erano già arrivati e stavano per entrare in paese, quando una folata di vento strapazzone levò di testa a Pinocchio il berretto, portandoglielo lontano una decina di passi.
 
– Si contentano, – disse il burattino ai carabinieri, – che vada a riprendere il mio berretto?
 
– Vai pure: ma facciamo una cosa lesta.
 
Il burattino andò, raccattò il berretto… ma invece di metterselo in capo, se lo mise in bocca fra i denti, e poi cominciò a correre di gran carriera verso la spiaggia del mare. Andava via come una palla di fucile.
 
I carabinieri, giudicando che fosse difficile raggiungerlo, gli aizzarono dietro un grosso cane mastino, che aveva guadagnato il primo premio in tutte le corse dei cani. Pinocchio correva, e il cane correva più di lui: per cui tutta la gente si affacciava alle finestre e si affollava in mezzo alla strada, ansiosa di veder la fine di questo palio feroce.
 
Ma non poté levarsi questa voglia, perché il cane mastino e Pinocchio sollevarono lungo la strada un tal polverone, che dopo pochi minuti non fu più possibile di veder nulla.
 
Pinocchio corre pericolo di essere fritto in padella come un pesce
 
Durante quella corsa disperata, vi fu un momento terribile, un momento in cui Pinocchio si credé perduto: perché bisogna sapere che Alidoro (era questo il nome del can-mastino) a furia di correre e correre, l’aveva quasi raggiunto.
 
Basti dire che il burattino sentiva dietro di sé, alla distanza d’un palmo, l’ansare affannoso di quella bestiaccia e ne sentiva perfino la vampa calda delle fiatate.
 
Per buona fortuna la spiaggia era oramai vicina e il mare si vedeva lì a pochi passi.
 
Appena fu sulla spiaggia, il burattino spiccò un bellissimo salto, come avrebbe potuto fare un ranocchio, e andò a cascare in mezzo all’acqua. Alidoro invece voleva fermarsi; ma trasportato dall’impeto della corsa, entrò nell’acqua anche lui. E quel disgraziato non sapeva nuotare; per cui cominciò subito ad annaspare colle zampe per reggersi a galla: ma più annaspava e più andava col capo sott’acqua.
 
Quando torno a rimettere il capo fuori, il povero cane aveva gli occhi impauriti e stralunati, e, abbaiando, gridava.
 
– Affogo! Affogo!
 
– Crepa! – gli rispose Pinocchio da lontano, il quale si vedeva oramai sicuro da ogni pericolo.
 
– Aiutami, Pinocchio mio!… salvami dalla morte!…
 
A quelle grida strazianti, il burattino, che in fondo aveva un cuore eccellente, si mosse a compassione, e voltosi al cane gli disse:
 
– Ma se io ti aiuto a salvarti, mi prometti di non darmi più noia e di non corrermi dietro?
 
– Te lo prometto! Te lo prometto! Spicciati per carità, perché se indugi un altro mezzo minuto, son bell’e morto.
 
Pinocchio esitò un poco: ma poi ricordandosi che il suo babbo gli aveva detto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai, andò nuotando a raggiungere Alidoro, e, presolo per la coda con tutte e due le mani, lo portò sano e salvo sulla rena asciutta del lido.
 
Il povero cane non si reggeva più in piedi. Aveva bevuto, senza volerlo, tant’acqua salata, che era gonfiato come un pallone. Per altro il burattino, non volendo fare a fidarsi troppo, stimò cosa prudente di gettarsi novamente in mare; e, allontanandosi dalla spiaggia, gridò all’amico salvato:
 
– Addio, Alidoro, fai buon viaggio e tanti saluti a casa.
 
– Addio, Pinocchio, – rispose il cane; – mille grazie di avermi liberato dalla morte. Tu mi hai fatto un gran servizio: e in questo mondo quel che è fatto è reso. Se capita l’occasione, ci riparleremo.
 
Pinocchio seguitò a nuotare, tenendosi sempre vicino alla terra. Finalmente gli parve di esser giunto in un luogo sicuro; e dando un’ occhiata alla spiaggia, vide sugli scogli una specie di grotta, dalla quale usciva un lunghissimo pennacchio di fumo.
 
– In quella grotta, – disse allora fra sé, – ci deve essere del fuoco. Tanto meglio! Anderò a rasciugarmi e a riscaldarmi, e poi?… E poi sarà quel che sarà.
 
Presa questa risoluzione, si avvicinò alla scogliera; ma quando fu lì per arrampicarsi, sentì qualche cosa sotto l’acqua che saliva, saliva, saliva e lo portava per aria. Tentò subito di fuggire, ma oramai era tardi, perché con sua grandissima maraviglia si trovò rinchiuso dentro a una grossa rete in mezzo a un brulichio di pesci d’ogni forma e grandezza, che scodinzolando si dibattevano come tant’anime disperate.
 
E nel tempo stesso vide uscire dalla grotta un pescatore così brutto, ma tanto brutto, che pareva un mostro marino. Invece di capelli aveva sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde; verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi, verde la barba lunghissima, che gli scendeva fin quaggiù. Pareva un grosso ramarro ritto su i piedi di dietro.
 
Quando il pescatore ebbe tirata fuori la rete dal mare, gridò tutto contento:
 
– Provvidenza benedetta! Anch’oggi potrò fare una bella scorpacciata di pesce!
 
– Manco male, che io non sono un pesce! – disse Pinocchio dentro di sé, ripigliando un po’ di coraggio.
 
La rete piena di pesci fu portata dentro la grotta, una grotta buia e affumicata, in mezzo alla quale friggeva una gran padella d’olio, che mandava un odorino di moccolaia da mozzare il respiro.
 
– Ora vediamo un po’ che pesci abbiamo presi!
 
– disse il pescatore verde; e ficcando nella rete una manona così spropositata, che pareva una pala da fornai, tirò fuori una manciata di triglie.
 
– Buone queste triglie! – disse, guardandole e annusandole con compiacenza. E dopo averle annusate, le scaraventò in una conca senz’acqua.
 
Poi ripetè più volte la solita operazione; e via via che cavava fuori gli altri pesci, sentiva venirsi l’acquolina in bocca e gongolando diceva:
 
– Buoni questi naselli!…
 
– Squisiti questi muggini!…
 
– Deliziose queste sogliole!…
 
– Prelibati questi ragnotti!…
 
– Carine queste acciughe col capo!…
 
Come potete immaginarvelo, i naselli, i muggini, le sogliole, i ragnotti e le acciughe, andarono tutti alla rinfusa nella conca, a tener compagnia alle triglie.
 
L’ultimo che restò nella rete fu Pinocchio.
 
Appena il pescatore l’ebbe cavato fuori, sgranò dalla maraviglia i suoi occhioni verdi, gridando quasi impaurito:
 
– Che razza di pesce è questo? Dei pesci fatti a questo modo non mi ricordo di averne mai mangiati!
 
E tornò a guardarlo attentamente, e dopo averlo guardato ben bene per ogni verso, finì col dire:
 
– Ho già capito: dev’essere un granchio di mare.
 
Allora Pinocchio mortificato di sentirsi scambiare per un granchio, disse con accento risentito:
 
– Ma che granchio e non granchio? Guardi come lei mi tratta! Io per sua regola sono un burattino.
 
– Un burattino? – replicò il pescatore. – Dico la verità, il pesce burattino è per me un pesce nuovo! Meglio così! Ti mangerò più volentieri.
 
– Mangiarmi? Ma la vuol capire che io non sono un pesce? O non sente che parlo, e ragiono come lei? – è verissimo, – soggiunse il pescatore, – e siccome vedo che sei un pesce, che hai la fortuna di parlare e di ragionare, come me, così voglio usarti anch’io i dovuti riguardi.
 
– E questi riguardi sarebbero?…
 
– In segno di amicizia e di stima particolare, lascerò a te la scelta del come vuoi essere cucinato. Desideri essere fritto in padella, oppure preferisci di essere cotto nel tegame colla salsa di pomidoro?
 
– A dir la verità, – rispose Pinocchio, – se io debbo scegliere, preferisco piuttosto di essere lasciato libero, per potermene tornare a casa mia.
 
– Tu scherzi? Ti pare che io voglia perdere l’occasione di assaggiare un pesce cosi raro? Non capita mica tutti i giorni un pesce burattino in questi mari. Lascia fare a me: ti friggerò in padella assieme a tutti gli altri pesci, e te ne troverai contento. L’esser fritto in compagnia è sempre una consolazione.
 
L’infelice Pinocchio, a quest’antifona, cominciò a piangere, a strillare, a raccomandarsi e piangendo diceva: – Quant’era meglio, che fossi andato a scuola!… Ho voluto dar retta ai compagni, e ora la pago! Ih!… Ih!… Ih!…
 
E perché si divincolava come un anguilla e faceva sforzi incredibili, per isgusciare dalle grinfie del pescatore verde, questi prese una bella buccia di giunco, e dopo averlo legato per le mani e per i piedi, come un salame, lo gettò in fondo alla conca cogli altri.
 
Poi, tirato fuori un vassoiaccio di legno, pieno di farina, si dette a infarinare tutti quei pesci; e man mano che li aveva infarinati, li buttava a friggere dentro la padella.
 
I primi a ballare nell’olio bollente furono i poveri naselli: poi toccò ai ragnotti, poi ai muggini, poi alle sogliole e alle acciughe, e poi venne la volta di Pinocchio. Il quale a vedersi così vicino alla morte (e che brutta morte!) fu preso da tanto tremito e da tanto spavento, che non aveva più né voce né fiato per raccomandarsi.
 
Il povero figliuolo si raccomandava cogli occhi!
 
Ma il pescatore verde, senza badarlo neppure, lo avvoltolò cinque o sei volte nella farina, infarinandolo così bene dal capo ai piedi, che pareva diventato un burattino di gesso.
 
Poi lo prese per il capo, e…
 
Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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Pinocchio (parte 3) – Carlo Collodi

Pinocchio (parte 3) - Carlo Collodi

Pinocchio (parte 3) – Carlo Collodi

Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno dopo non sarà più un burattino, ma diventerà un ragazzo. Gran colazione di caffè-e-latte per festeggiare questo grande avvenimento Mentre il pescatore era proprio sul punto di buttar Pinocchio nella padella, entrò nella grotta un grosso cane condotto là dall’odore acutissimo e ghiotto della frittura.
 
– Passa via! – gli gridò il pescatore minacciandolo e tenendo sempre in mano il burattino infarinato.
 
Ma il povero cane aveva una fame per quattro, e mugolando e dimenando la coda, pareva che dicesse: «Dammi un boccon di frittura e ti lascio in pace».
 
 – Passa via, ti dico! – gli ripetè il pescatore; e allungò la gamba per tirargli una pedata.
 
Allora il cane che, quando aveva fame davvero, non era avvezzo a lasciarsi posar mosche sul naso, si rivoltò ringhioso al pescatore, mostrandogli le sue terribili zanne.
 
In quel mentre si udì nella grotta una vocina fioca fioca, che disse:
 
– Salvami, Alidoro!… Se non mi salvi, son fritto!
 
Il cane riconobbe subito la voce di Pinocchio e si accorse con sua grandissima maraviglia che la vocina era uscita da quel fagotto infarinato che il pescatore teneva in mano.
 
Allora che cosa fa? Spicca un gran lancio da terra, abbocca quel fagotto infarinato e tenendolo leggermente coi denti, esce correndo dalla grotta, e via come un baleno!
 
Il pescatore, arrabbiatissimo di vedersi strappar di mano un pesce, che egli avrebbe mangiato tanto volentieri, si provò a rincorrere il cane; ma fatti pochi passi, gli venne un nodo di tosse e dovè tornarsene indietro.
 
Intanto Alidoro, ritrovata che ebbe la viottola che conduceva al paese, si fermò e posò delicatamente in terra l’amico Pinocchio.
 
– Quanto ti debbo ringraziare! – disse il burattino.
 
– Non c’è bisogno, – replicò il cane. – Tu salvasti me, e quel che è fatto, è reso. Si sa: in questo mondo bisogna tutti aiutarsi l’uno coll’altro.
 
– Ma come mai sei capitato in quella grotta?
 
– Ero sempre qui disteso sulla spiaggia più morto che vivo, quando il vento mi ha portato da lontano un odorino di frittura. Quell’odorino mi ha stuzzicato l’appetito, e io gli sono andato dietro.
 
Se arrivavo un minuto più tardi!…
 
– Non me lo dire! – urlò Pinocchio che tremava ancora dalla paura. – Non me lo dire! Se tu arrivavi un minuto più tardi, a quest’ora io ero bell’e fritto, mangiato e digerito. Brrr!… mi vengono i brividi soltanto a pensarvi!…
 
Alidoro, ridendo, stese la zampa destra verso il burattino, il quale gliela strinse forte forte in segno di grande amicizia: e dopo si lasciarono.
 
Il cane riprese la strada di casa: e Pinocchio, rimasto solo, andò a una capanna lì poco distante, e domandò a un vecchietto che stava sulla porta a scaldarsi al sole:
 
– Dite, galantuomo, sapete nulla di un povero ragazzo ferito nel capo e che si chiamava Eugenio?…
 
– Il ragazzo è stato portato da alcuni pescatori in questa capanna, e ora…
 
Ora sarà morto!… – interruppe Pinocchio con gran dolore.
 
– No: ora è vivo, ed è già ritornato a casa sua.
 
– Davvero, davvero? – gridò il burattino, saltando dall’allegrezza. – Dunque la ferita non era grave?
 
– Ma poteva riuscire gravissima e anche mortale, – rispose il vecchietto, – perché gli tirarono sul capo un grosso libro rilegato in cartone.
 
– E chi glielo tirò?
 
– Un suo compagno di scuola: un certo Pinocchio…
 
– E chi è questo Pinocchio? – domandò il burattino facendo lo gnorri.
 
– Dicono che sia un ragazzaccio, un vagabondo, un vero rompicollo…
 
– Calunnie! Tutte calunnie!
 
– Lo conosci tu questo Pinocchio?
 
– Di vista! – rispose il burattino.
 
– E tu che concetto ne hai? – gli chiese il vecchietto.
 
– A me mi pare un gran buon figliuolo, pieno di voglia di studiare, ubbidiente, affezionato al suo babbo e alla sua famiglia…
 
Mentre il burattino sfilava a faccia fresca tutte queste bugie, si toccò il naso e si accorse che il naso gli s’era allungato più d’un palmo. Allora tutto impaurito cominciò a gridare:
 
– Non date retta, galantuomo, a tutto il bene che ve ne ho detto: perché conosco benissimo Pinocchio e posso assicurarvi anch’io che è davvero un ragazzaccio, un disubbidiente e uno svogliato, che invece di andare a scuola, va coi compagni a fare lo sbarazzino!
 
Appena ebbe pronunziate queste parole, il suo naso raccorcì e tornò della grandezza naturale, come era prima.
 
– E perché sei tutto bianco a codesto modo? – gli domandò a un tratto il vecchietto.
 
– Vi dirò… senza avvedermene, mi sono strofinato a un muro, che era imbiancato di fresco, – rispose il burattino, vergognandosi a confessare che lo avevano infarinato come un pesce, per poi friggerlo in padella.
 
– O della tua giacchetta, dè tuoi calzoncini e del tuo berretto che cosa ne hai fatto?
 
– Ho incontrato i ladri e mi hanno spogliato.
 
Dite, buon vecchio, non avreste per caso da darmi un po’ di vestituccio, tanto perché io possa ritornare a casa?
 
– Ragazzo mio, in fatto di vestiti, io non ho che un piccolo sacchetto, dove ci tengo i lupini. Se vuoi, piglialo: eccolo là.
 
E Pinocchio non se lo fece dire due volte: prese subito il sacchetto dei lupini che era vuoto, e dopo averci fatto colle forbici una piccola buca nel fondo e due buche dalle parti, se lo infilò a uso camicia. E vestito leggerino a quel modo, si avviò verso il paese.
 
Ma, lungo la strada, non si sentiva punto tranquillo; tant’è vero che faceva un passo avanti e uno indietro e, discorrendo da se solo, andava dicendo:
 
– Come farò a presentarmi alla mia buona Fatina? Che dirà quando mi vedrà?… Vorrà perdonarmi questa seconda birichinata?… Scommetto che non me la perdona!… Oh! Non me la perdona di certo…
 
E mi sta il dovere: perché io sono un monello che prometto sempre di correggermi, e non mantengo mai!…
 
Arrivò al paese che era già notte buia, e perché faceva tempaccio e l’acqua veniva giù a catinelle, andò diritto diritto alla casa della Fata coll’animo risoluto di bussare alla porta e di farsi aprire.
 
Ma, quando fu lì, sentì mancarsi il coraggio, e invece di bussare si allontanò, correndo, una ventina di passi. Si avvicinò una seconda volta alla porta, e non concluse nulla: si avvicinò una terza volta, e nulla: la quarta volta prese, tremando, il battente di ferro in mano, e bussò un piccolo colpettino.
 
Aspetta, aspetta, finalmente dopo mezz’ora si aprì una finestra dell’ultimo piano (la casa era di quattro piani) e Pinocchio vide affacciarsi una grossa Lumaca, che aveva un lumicino acceso sul capo, la quale disse:
 
– Chi è a quest’ora?
 
– La Fata è in casa? – domandò il burattino.
 
– La Fata dorme e non vuol essere svegliata: ma tu chi sei?
 
– Sono io!
 
– Chi io?
 
– Pinocchio.
 
– Chi Pinocchio?
 
– Il burattino, quello che sta in casa colla Fata.
 
– Ah! ho capito, – disse la Lumaca. – Aspettami costì, che ora scendo giù e ti apro subito.
 
– Spicciatevi, per carità, perché io muoio dal freddo.
 
– Ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta.
 
Intanto passò un’ora, ne passarono due, e la porta non si apriva: per cui Pinocchio, che tremava dal freddo, dalla paura e dall’acqua che aveva addosso, si fece cuore e bussò una seconda volta, e bussò più forte. A quel secondo colpo si aprì una finestra del piano di sotto e si affacciò la solita Lumaca.
 
– Lumachina bella, – gridò Pinocchio dalla strada, – sono due ore che aspetto ! E due ore, a questa serataccia, diventano più lunghe di due anni. Spicciatevi, per carità.
 
– Ragazzo mio – gli rispose dalla finestra quella bestiola tutta pace e tutta flemma, – ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta.
 
E la finestra si richiuse.
 
Di lì a poco suonò la mezzanotte: poi il tocco, poi le due dopo mezzanotte, e la porta era sempre chiusa.
 
Allora Pinocchio, perduta la pazienza, afferrò con rabbia il battente della porta per bussare un gran colpo da far rintronare tutto il casamento: ma il battente che era di ferro, diventò a un tratto un’anguilla viva, che sgusciandogli dalle mani sparì nel rigagnolo d’acqua in mezzo alla strada.
 
– Ah, sì? – gridò Pinocchio sempre più accecato dalla collera. – Se il battente è sparito, io seguiterò a bussare a furia di calci.
 
E tiratosi un poco indietro, lasciò andare una solennissima pedata nell’uscio della casa. Il colpo fu così forte, che il piede penetrò nel legno fino a mezzo: e quando il burattino si provò a ricavarlo fuori, fu tutta fatica inutile: perché il piede c’era rimasto conficcato dentro, come un chiodo ribadito.
 
Figuratevi il povero Pinocchio ! Dovè passare tutto il resto della notte con un piede in terra e con quell’altro per aria.
 
La mattina, sul far del giorno, finalmente la porta si aprì.
 
Quella brava bestiola della Lumaca, a scendere dal quarto piano fino all’uscio di strada, ci aveva messo solamente nove ore. Bisogna proprio dire che avesse fatto una sudata!
 
– Che cosa fate con codesto piede conficcato nell’uscio? – domandò ridendo al burattino.
 
– E’ stata una disgrazia. Vedete un po’, Lumachina bella, se vi riesce di liberarmi da questo supplizio.
 
– Ragazzo mio, così ci vuole un legnaiolo, e io non ho mai fatto la legnaiola.
 
– Pregate la Fata da parte mia!…
 
– La Fata dorme e non vuol essere svegliata.
 
– Ma che cosa volete che io faccia inchiodato tutto il giorno a questa porta?
 
– Divertiti a contare le formicole che passano per la strada.
 
– Portatemi almeno qualche cosa da mangiare, perché mi sento rifinito.
 
– Subito! – disse la Lumaca.
 
Difatti dopo tre ore e mezzo Pinocchio la vide tornare con un vassoio d’argento in capo. Nel vassoio c’era un pane, un pollastro arrosto e quattro albicocche mature.
 
– Ecco la colazione che vi manda la Fata, – disse la Lumaca.
 
Alla vista di quella grazia di Dio, il burattino sentì consolarsi tutto.
 
Ma quale fu il suo disinganno, quando incominciando a mangiare, si dovè accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di cartone e le quattro albicocche di alabastro, colorite al naturale.
 
Voleva piangere, voleva darsi alla disperazione, voleva buttar via il vassoio e quel che c’era dentro: ma invece, o fosse il gran dolore o la gran languidezza di stomaco, fatto sta che cadde svenuto.
 
Quando si riebbe, si trovò disteso sopra un sofà, e la Fata era accanto a lui.
 
– Anche per questa volta ti perdono, – gli disse la Fata, – ma guai a te se me ne fai un’altra delle tue!…
 
Pinocchio promise e giurò che avrebbe studiato, e che si sarebbe condotto sempre bene. E mantenne la parola per tutto il resto dell’anno. Difatti, agli esami delle vacanze, ebbe l’onore di essere il più bravo della scuola; e i suoi portamenti, in generale, furono giudicati così lodevoli e soddisfacenti, che la Fata, tutta contenta, gli disse:
 
– Domani finalmente il tuo desiderio sarà appagato!
 
– Cioè?
 
– Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un ragazzo perbene.
 
Chi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto sospirata, non potrà mai figurarsela. Tutti i suoi amici e compagni di scuola dovevano essere invitati per il giorno dopo a una gran colazione in casa della Fata, per festeggiare insieme il grande avvenimento: e la Fata aveva fatto preparare dugento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di sotto e di sopra. Quella giornata prometteva d’essere molto bella e molto allegra, ma…
 
Disgraziatamente, nella vita dei burattini c’è sempre un ~ma~, che sciupa ogni cosa.
 
Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il Paese dei Balocchi
 
Com’è naturale, Pinocchio chiese subito alla Fata il permesso di andare in giro per la città a fare gli inviti: e la Fata gli disse:
 
– Vai pure a invitare i tuoi compagni per la colazione di domani: ma ricordati di tornare a casa prima che faccia notte. Hai capito?
 
– Fra un’ora prometto di essere bell’e ritornato, – replicò il burattino.
 
– Bada, Pinocchio! I ragazzi fanno presto a promettere: ma il più delle volte, fanno tardi a mantenere.
 
– Ma io non sono come gli altri: io, quando dico una cosa, la mantengo.
 
– Vedremo. Caso poi tu disubbidissi, tanto peggio per te.
 
– Perché?
 
– Perché i ragazzi che non danno retta ai consigli di chi ne sa più di loro, vanno sempre incontro a qualche disgrazia.
 
– E io l’ho provato! – disse Pinocchio. – Ma ora non ci ricasco più!
 
– Vedremo se dici il vero.
 
Senza aggiungere altre parole, il burattino salutò la sua buona Fata, che era per lui una specie di mamma, e cantando e ballando uscì fuori della porta di casa.
 
In poco più d’un’ora, tutti i suoi amici furono invitati. Alcuni accettarono subito e di gran cuore: altri da principio si fecero un po’ pregare; ma quando seppero che i panini da inzuppare nel caffè-e-latte sarebbero stati imburrati anche dalla parte di fuori, finirono tutti col dire: «Verremo anche noi, per farti piacere».
 
Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava di nome Romeo: ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte.
 
Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola: ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Difatti andò subito a cercarlo a casa, per invitarlo alla colazione, e non lo trovò: tornò una seconda volta, e Lucignolo non c’era: tornò una terza volta, e fece la strada invano.
 
Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca di là, finalmente lo vide nascosto sotto il portico di una casa di contadini.
 
– Che cosa fai costì? – gli domandò Pinocchio, avvicinandosi.
 
– Aspetto la mezzanotte, per partire…
 
– Dove vai?
 
– Lontano, lontano, lontano!
 
– E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!…
 
– Che cosa volevi da me?
 
– Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi è toccata?
 
– Quale?
 
– Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come te, e come tutti gli altri.
 
– Buon pro ti faccia.
 
– Domani, dunque, ti aspetto a colazione a casa mia.
 
– Ma se ti dico che parto questa sera.
 
– A che ora?
 
– Fra poco.
 
– E dove vai?
 
– Vado ad abitare in un paese… che è il più bel paese di questo mondo: una vera cuccagna!…
 
– E come si chiama?
 
– Si chiama il Paese dei Balocchi. Perché non vieni anche tu?
 
– Io? no davvero!
 
– Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese più salubre per noialtri ragazzi? Lì non vi sono scuole: lì non vi sono maestri: lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica. Figurati che le vacanze dell’autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll’ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!…
 
– Ma come si passano le giornate nel Paese dei Balocchi?
 
– Si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo. Che te ne pare?
 
– Uhm!… – fece Pinocchio: e tentennò leggermente il capo, come dire: «è una vita che farei volentieri anch’io!».
 
– Dunque, vuoi partire con me? Sì o no? Risolviti.
 
– No, no, no e poi no. Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo perbene, e voglio mantenere la promessa. Anzi, siccome vedo che il sole va sotto, così ti lascio subito e scappo via. Dunque addio e buon viaggio.
 
– Dove corri con tanta furia?
 
– A casa. La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte.
 
– Aspetta altri due minuti.
 
– Faccio troppo tardi.
 
– Due minuti soli.
 
– E se poi la Fata mi grida?
 
– Lasciala gridare. Quando avrà gridato ben bene, si cheterà, – disse quella birba di Lucignolo.
 
– E come fai? Parti solo o in compagnia?
 
– Solo? Saremo più di cento ragazzi.
 
– E il viaggio lo fate a piedi?
 
– A mezzanotte passerà di qui il carro che ci deve prendere e condurre fin dentro ai confini di quel fortunatissimo paese.
 
– Che cosa pagherei che ora fosse mezzanotte!…
 
– Perché?
 
– Per vedervi partire tutti insieme.
 
– Rimani qui un altro poco e ci vedrai.
 
– No, no: voglio ritornare a casa.
 
– Aspetta altri due minuti.
 
– Ho indugiato anche troppo. La Fata starà in pensiero per me.
 
– Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli?
 
– Ma dunque, – soggiunse Pinocchio, – tu sei veramente sicuro che in quel paese non ci sono punte scuole?…
 
– Neanche l’ombra.
 
– E nemmeno maestri?…
 
– Nemmen’uno.
 
– E non c’è mai l’obbligo di studiare?
 
– Mai, mai, mai!
 
– Che bel paese! – disse Pinocchio, sentendo venirsi l’acquolina in bocca. – Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me lo figuro!…
 
– Perché non vieni anche tu?
 
– E inutile che tu mi tenti! Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo di giudizio, e non voglio mancare alla parola.
 
– Dunque addio, e salutami tanto le scuole ginnasiali!… E anche quelle liceali, se le incontri per la strada.
 
– Addio, Lucignolo: fai buon viaggio, divertiti e rammentati qualche volta degli amici.
 
Ciò detto, il burattino fece due passi in atto di andarsene: ma poi, fermandosi e voltandosi all’amico, gli domandò:
 
– Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane sieno composte di sei giovedì e di una domenica?
 
– Sicurissimo.
 
– Ma lo sai di certo che le vacanze abbiano principio col primo di gennaio e finiscano coll’ultimo di dicembre?
 
– Di certissimo!
 
– Che bel paese! – ripetè Pinocchio, sputando dalla soverchia consolazione.
 
Poi, fatto un animo risoluto, soggiunse in fretta e furia:
 
– Dunque, addio davvero: e buon viaggio.
 
– Addio.
 
– Fra quanto partirete?
 
– Fra due ore!
 
– Peccato! Se alla partenza mancasse un’ora sola, sarei quasi quasi capace di aspettare.
 
– E la Fata?…
 
– Oramai ho fatto tardi!… E tornare a casa un’ora prima o un’ora dopo, è lo stesso.
 
– Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida?
 
– Pazienza! La lascerò gridare. Quando avrà gridato ben bene, si cheterà.
 
Intanto si era già fatta notte e notte buia: quando a un tratto videro muoversi in lontananza un lumicino… e sentirono un suono di bubboli e uno squillo di trombetta, così piccolino e soffocato, che pareva il sibilo di una zanzara!
– Eccolo! – gridò Lucignolo, rizzandosi in piedi.
 
– Chi è? – domandò sottovoce Pinocchio.
 
– E’ il carro che viene a prendermi. Dunque, vuoi venire, sì o no?
 
– Ma è proprio vero, – domandò il burattino, – che in quel paese i ragazzi non hanno mai l’obbligo di studiare?
 
– Mai, mai, mai!
 
– Che bel paese!… che bel paese!… che bel paese!…
 
Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio, con sua grande maraviglia, sente spuntarsi un bel paio d’orecchie asinine e diventa un ciuchino, con la coda e tutto
 
Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare il più piccolo rumore, perché le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci.
 
Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma di diverso pelame.
 
Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e altri rigati a grandi strisce gialle e turchine. Ma la cosa più singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutti le altre bestie da tiro o da soma, avevano ai piedi degli stivali da uomo di vacchetta bianca.
 
E il conduttore del carro?…
 
Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.
 
Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di Paese dei Balocchi.
 
Difatti il carro era già tutto pieno di ragazzetti fra gli otto e i dodici anni, ammonticchiati gli uni sugli altri, come tante acciughe nella salamoia. Stavano male, stavano pigiati, non potevano quasi respirare: ma nessuno diceva ~ohi!~, nessuno si lamentava. La consolazione di sapere che fra poche ore sarebbero giunti in un paese, dove non c’erano né libri, né scuole, né maestri, li rendeva così contenti e rassegnati, che non sentivano né i disagi, né gli strapazzi, né la fame, né la sete, né il sonno.
 
Appena che il carro si fu fermato, l’omino si volse a Lucignolo e con mille smorfie e mille manierine, gli domandò sorridendo:
 
– Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu in quel fortunato paese?
 
– Sicuro che ci voglio venire.
 
– Ma ti avverto, carino mio, che nel carro non c’è più posto. Come vedi, è tutto pieno!…
 
– Pazienza! – replicò Lucignolo, – se non c’è posto dentro, io mi adatterò a star seduto sulle stanghe del carro.
 
E spiccato un salto, montò a cavalcioni sulle stanghe.
 
– E tu, amor mio?… – disse l’omino volgendosi tutto complimentoso a Pinocchio. – Che intendi fare? Vieni con noi, o rimani?…
 
– Io rimango, – rispose Pinocchio. – Io voglio tornarmene a casa mia: voglio studiare e voglio farmi onore alla scuola, come fanno tutti i ragazzi perbene.
 
– Buon pro ti faccia!
 
– Pinocchio! – disse allora Lucignolo. – Dai retta a me: vieni via con noi e staremo allegri.
 
– No, no, no!
 
– Vieni via con noi e staremo allegri, – gridarono altre quattro voci di dentro al carro.
 
– Vieni via con noi e staremo allegri, – urlarono tutte insieme un centinaio di voci di dentro al carro.
 
– E se vengo con voi, che cosa dirà la mia buona Fata? – disse il burattino che cominciava a intenerirsi e a ciurlar nel manico.
 
– Non ti fasciare il capo con tante melanconie. Pensa che andiamo in un paese dove saremo padroni di fare il chiasso dalla mattina alla sera!
 
Pinocchio non rispose: ma fece un sospiro: poi fece un altro sospiro: poi un terzo sospiro; finalmente disse:
 
– Fatemi un po’ di posto: voglio venire anch’io !…
 
– I posti son tutti pieni, – replicò l’omino, – ma per mostrarti quanto sei gradito, posso cederti il mio posto a cassetta…
 
– E voi?…
 
– E io farò la strada a piedi.
 
– No, davvero, che non lo permetto. Preferisco piuttosto di salire in groppa a qualcuno di questi ciuchini! – gridò Pinocchio.
 
Detto fatto, si avvicinò al ciuchino manritto della prima pariglia e fece l’atto di volerlo cavalcare: ma la bestiola, voltandosi a secco, gli dette una gran musata nello stomaco e lo gettò a gambe all’aria.
 
Figuratevi la risatona impertinente e sgangherata di tutti quei ragazzi presenti alla scena.
 
Ma l’omino non rise. Si accostò pieno di amorevolezza al ciuchino ribelle, e, facendo finta di dargli un bacio, gli staccò con un morso la metà dell’orecchio destro.
 
Intanto Pinocchio, rizzatosi da terra tutto infuriato, schizzò con un salto sulla groppa di quel povero animale. E il salto fu così bello, che i ragazzi, smesso di ridere, cominciarono a urlare: «Viva Pinocchio!» e a fare una smanacciata di applausi, che non finivano più.
 
Quand’ecco che all’improvviso il ciuchino alzò tutt’e due le gambe di dietro, e dando una fortissima sgropponata, scaraventò il povero burattino in mezzo alla strada sopra un monte di ghiaia.
 
Allora grandi risate daccapo: ma l’omino, invece di ridere, si sentì preso da tanto amore per quell’irrequieto asinello, che, con un bacio, gli portò via di netto la metà di quell’altro orecchio. Poi disse al burattino:
 
– Rimonta pure a cavallo e non aver paura. Quel ciuchino aveva qualche grillo per il capo: ma io gli ho detto due paroline negli orecchi e spero di averlo reso mansueto e ragionevole.
 
Pinocchio montò: e il carro cominciò a muoversi: ma nel tempo che i ciuchini galoppavano e che il carro correva sui ciotoli della via maestra, gli parve al burattino di sentire una voce sommessa e appena intelligibile, che gli disse:
 
– Povero gonzo! Hai voluto fare a modo tuo, ma te ne pentirai!
 
Pinocchio, quasi impaurito, guardò di qua e di là, per conoscere da qual parte venissero queste parole; ma non vide nessuno: i ciuchini galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro al carro dormivano, Lucignolo russava come un ghiro e l’omino seduto a cassetta, canterellava fra i denti:
 
Tutti la notte dormono
 
E io non dormo mai…
 
Fatto un altro mezzo chilometro, Pinocchio sentì la solita vocina fioca che gli disse:
 
– Tienlo a mente, grullerello! I ragazzi che smettono di studiare e voltano le spalle ai libri, alle scuole e ai maestri, per darsi interamente ai balocchi e ai divertimenti, non possono far altro che una fine disgraziata!… Io lo so per prova!… E te lo posso dire! Verrà un giorno che piangerai anche tu, come oggi piango io… ma allora sarà tardi !…
 
A queste parole bisbigliate sommessamente, il burattino, spaventato più che mai, saltò giù dalla groppa della cavalcatura e andò a prendere il suo ciuchino per il muso.
 
E immaginatevi come restò, quando s’accorse che il suo ciuchino piangeva… e piangeva proprio come un ragazzo!
 
– Ehi, signor omino, – gridò allora Pinocchio al padrone del carro, – sapete che cosa c’è di nuovo? Questo ciuchino piange.
 
– Lascialo piangere: riderà quando sarà sposo
 
– Ma che forse gli avete insegnato anche a parlare ?
 
– No: ha imparato da sé a borbottare qualche parola, essendo stato tre anni in una compagnia di cani ammaestrati.
 
– Povera bestia!…
 
– Via, via, – disse l’omino, – non perdiamo il nostro tempo a veder piangere un ciuco. Rimonta a cavallo, e andiamo: la notte è fresca e la strada è lunga.
 
Pinocchio obbedì senza rifiatare. Il carro riprese la sua corsa: e la mattina, sul far dell’alba, arrivarono felicemente nel Paese dei Balocchi.
 
Questo paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. La sua popolazione era tutta composta di ragazzi. I più vecchi avevano quattordici anni: i più giovani ne avevano otto appena. Nelle strade, un’allegria, un chiasso, uno strillio da levar di cervello! Branchi di monelli dappertutto. Chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi alla palla, chi andava in velocipede, chi sopra a un cavallino di legno; questi facevano a mosca-cieca, quegli altri si rincorrevano; altri, vestiti da pagliacci, mangiavano la stoppa accesa: chi recitava, chi cantava, chi faceva i salti mortali, chi si divertiva a camminare colle mani in terra e colle gambe in aria; chi mandava il cerchio, chi passeggiava vestito da generale coll’elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta; chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l’ovo; insomma un tal pandemonio, un tal passeraio, un tal baccano indiavolato, da doversi mettere il cotone negli orecchi per non rimanere assorditi. Su tutte le piazze si vedevano teatrini di tela, affollati di ragazzi dalla mattina alla sera, e su tutti i muri delle case si leggevano scritte col carbone delle bellissime cose come queste: ~Viva i balocci~ (invece di
 
~balocchi~): ~non voglamo più schole~ (invece di
 
~non vogliamo più scuole~): ~abbasso Larin Metica~
 
(invece di ~l’aritmetica~) e altri fiori consimili.
 
Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi, che avevano fatto il viaggio coll’omino, appena ebbero messo il piede dentro la città, si ficcarono subito in mezzo alla gran baraonda, e in pochi minuti, come è facile immaginarselo, diventarono gli amici di tutti. Chi più felice, chi più contento di loro?
 
In mezzo ai continui spassi e agli svariati divertimenti, le ore, i giorni, le settimane, passavano come tanti baleni.
 
– Oh! che bella vita! – diceva Pinocchio tutte le volte che per caso s’imbatteva in Lucignolo.
 
– Vedi, dunque, se avevo ragione?… – ripigliava quest’ultimo. – E dire che tu non volevi partire! E pensare che t’eri messo in capo di tornartene a casa dalla tua Fata, per perdere il tempo a studiare!…. Se oggi ti sei liberato dalla noia dei libri e delle scuole, lo devi a me, ai miei consigli, alle mie premure, ne convieni? Non vi sono che i veri amici che sappiano rendere di questi grandi favori.
 
– E’ vero, Lucignolo! Se oggi io sono un ragazzo veramente contento, è tutto merito tuo. E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva, parlando di te? Mi diceva sempre: «Non praticare quella birba di Lucignolo perché Lucignolo è un cattivo compagno e non può consigliarti altro che a far del male!…».
 
– Povero maestro! – replicò l’altro tentennando il capo. – Lo so purtroppo che mi aveva a noia e che si divertiva sempre a calunniarmi, ma io sono generoso e gli perdono!
 
– Anima grande! – disse Pinocchio, abbracciando affettuosamente l’amico e dandogli un bacio in mezzo agli occhi.
 
Intanto era già da cinque mesi che durava questa bella cuccagna di baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia né un libro, né una scuola, quando una mattina Pinocchio, svegliandosi, ebbe, come si suol dire, una gran brutta sorpresa che lo messe proprio di malumore.
 
A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare
 
E questa sorpresa quale fu?
 
Ve lo dirò io, miei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu che Pinocchio, svegliandosi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi il capo; e nel grattarsi il capo si accorse…
 
Indovinate un po’ di che cosa si accorse?
 
Si accorse con sua grandissima maraviglia che gli orecchi gli erano cresciuti più d’un palmo.
 
Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi piccini piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano neppure! Immaginatevi dunque come restò, quando si poté scorgere che i suoi orecchi, durante la notte, erano così allungati, che parevano due spazzole di padule.
 
Andò subito in cerca di uno specchio, per potersi vedere: ma non trovando uno specchio, empì d’acqua la catinella del lavamano, e specchiandovisi dentro, vide quel che non avrebbe mai voluto vedere: vide, cioè, la sua immagine abbellita di un magnifico paio di orecchi asinini.
 
Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna e la disperazione del povero Pinocchio!
 
Cominciò a piangere, a strillare, a battere la testa nel muro: ma quanto più si disperava, e più i suoi orecchi crescevano, crescevano e diventavano pelosi verso la cima. Al rumore di quelle grida acutissime, entrò nella stanza una bella Marmottina, che abitava il piano di sopra: la quale, vedendo il burattino in così grandi smanie, gli domandò premurosamente:
 
– Che cos’hai, mio caro casigliano?
 
– Sono malato, Marmottina mia, molto malato… e malato d’una malattia che mi fa paura! Te ne intendi tu del polso?
 
– Un pochino.
 
– Senti dunque se per caso avessi la febbre.
 
La Marmottina alzò la zampa destra davanti: e dopo aver tastato il polso di Pinocchio gli disse sospirando:
 
– Amico mio, mi dispiace doverti dare una cattiva notizia!…
 
– Cioè?
 
– Tu hai una gran brutta febbre!…
 
– E che febbre sarebbe?
 
– E’ la febbre del somaro.
 
– Non la capisco questa febbre! – rispose il burattino, che l’aveva pur troppo capita.
 
– Allora te la spiegherò io, – soggiunse la Marmottina. – Sappi dunque che fra due o tre ore tu non sarai più burattino, né un ragazzo…
 
– E che cosa sarò?
 
– Fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino vero e proprio, come quelli che tirano il carretto e che portano i cavoli e l’insalata al mercato.
 
– Oh! Povero me! Povero me! – gridò Pinocchio pigliandosi con le mani tutt’e due gli orecchi, e tirandoli e strapazzandoli rabbiosamente, come se fossero gli orecchi di un altro.
 
– Caro mio, – replicò la Marmottina per consolarlo, – che cosa ci vuoi tu fare? Oramai è destino. Oramai è scritto nei decreti della sapienza, che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giochi e in divertimenti, debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari.
 
– Ma davvero è proprio così? – domandò singhiozzando il burattino.
 
– Purtroppo è cosi! E ora i pianti sono inutili. Bisognava pensarci prima!
 
– Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo, Marmottina, è tutta di Lucignolo!…
 
– E chi è questo Lucignolo!…
 
– Un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa: io volevo essere ubbidiente: io volevo seguitare a studiare e a farmi onore… ma Lucignolo mi disse: «Perché vuoi annoiarti a studiare? Perché vuoi andare alla scuola? Vieni piuttosto con me, nel Paese dei Balocchi: lì non studieremo più: lì ci divertiremo dalla mattina alla sera e staremo sempre allegri».
 
– E perché seguisti il consiglio di quel falso amico? di quel cattivo compagno?
 
– Perché?… Perché, Marmottina mia, io sono un burattino senza giudizio… e senza cuore. Oh! se avessi avuto un zinzino di cuore, non avrei mai abbandonato quella buona Fata, che mi voleva bene come una mamma e che aveva fatto tanto per me!… E a quest’ora non sarei più un burattino… ma sarei invece un ragazzino a modo, come ce n’è tanti! Oh!… ma se incontro Lucignolo, guai a lui! Gliene voglio dire un sacco e una sporta!
 
E fece l’atto di volere uscire. Ma quando fu sulla porta, si ricordò che aveva gli orecchi d’asino, e vergognandosi di mostrarli al pubblico, che cosa inventò?… Prese un gran berretto di cotone, e, ficcatoselo in testa, se lo ingozzò fin sotto la punta del naso.
 
Poi uscì: e si dette a cercar Lucignolo dappertutto. Lo cercò nelle strade, nelle piazze, nei teatrini, in ogni luogo: ma non lo trovò. Ne chiese notizia a quanti incontrò per la via, ma nessuno l’aveva veduto.
 
Allora andò a cercarlo a casa: e arrivato alla porta bussò.
 
– Chi è? – domandò Lucignolo di dentro.
 
– Sono io! – rispose il burattino.
 
– Aspetta un poco, e ti aprirò.
 
Dopo mezz’ora la porta si aprì: e figuratevi come restò Pinocchio quando, entrando nella stanza, vide il suo amico Lucignolo con un gran berretto di cotone in testa, che gli scendeva fin sotto il naso.
 
Alla vista di quel berretto, Pinocchio sentì quasi consolarsi e pensò subito dentro di sé:
 
«Che l’amico sia malato della mia medesima malattia? Che abbia anche lui la febbre del ciuchino?…»
 
E facendo finta di non essersi accorto di nulla, gli domandò sorridendo:
 
– Come stai, mio caro Lucignolo?
 
– Benissimo: come un topo in una forma di cacio parmigiano.
 
– Lo dici proprio sul serio?
 
– E perché dovrei dirti una bugia?
 
– Scusami, amico: e allora perché tieni in capo codesto berretto di cotone che ti cuopre tutti gli orecchi?
 
– Me l’ha ordinato il medico, perché mi sono fatto male a questo ginocchio. E tu, caro burattino, perché porti codesto berretto di cotone ingozzato fin sotto il naso?
 
– Me l’ha ordinato il medico, perche mi sono sbucciato un piede.
 
– Oh! povero Pinocchio!…
 
– Oh! povero Lucignolo!…
 
A queste parole tenne dietro un lunghissimo silenzio, durante il quale i due amici non fecero altro che guardarsi fra loro in atto di canzonatura.
 
Finalmente il burattino, con una vocina melliflua e flautata, disse al suo compagno:
 
– Levami una curiosità, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di malattia agli orecchi?
 
– Mai!… E tu?
 
– Mai! Per altro da questa mattina in poi ho un orecchio, che mi fa spasimare.
 
– Ho lo stesso male anch’io.
 
– Anche tu?… E qual è l’orecchio che ti duole?
 
– Tutt’e due. E tu?
 
– Tutt’e due. Che sia la medesima malattia?
 
– Ho paura di sì?
 
– Vuoi farmi un piacere, Lucignolo?
 
– Volentieri! Con tutto il cuore.
 
– Mi fai vedere i tuoi orecchi?
 
– Perché no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio.
 
– No: il primo devi essere tu.
 
– No, carino! Prima tu, e dopo io!
 
– Ebbene, – disse allora il burattino, – facciamo un patto da buoni amici.
 
– Sentiamo il patto.
 
– Leviamoci tutt’e due il berretto nello stesso tempo: accetti?
 
– Accetto.
 
– Dunque attenti!
 
E Pinocchio cominciò a contare a voce alta:
 
– Uno! Due! Tre!
 
Alla parola ~tre!~ i due ragazzi presero i loro berretti di capo e li gettarono in aria.
 
E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutt’e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col dare in una bella risata.
 
E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che, sul più bello del ridere, Lucignolo tutt’a un tratto si chetò, e barcollando e cambiando colore, disse all’amico:
 
– Aiuto, aiuto, Pinocchio!
 
– Che cos’hai?
 
– Ohimè. Non mi riesce più di star ritto sulle gambe.
 
– Non mi riesce più neanche a me, – gridò Pinocchio, piangendo e traballando.
 
E mentre dicevano così, si piegarono tutt’e due carponi a terra e, camminando con le mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi e le loro schiene si coprirono di un pelame grigiolino chiaro, brizzolato di nero.
 
Ma il momento più brutto per què due sciagurati sapete quando fu? Il momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino.
 
Non l’avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutt’e due coro: ~j-a, j-a, j-a~.
 
In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori disse:
 
– Aprite! Sono l’Omino, sono il conduttore del carro che vi portò in questo paese. Aprite subito, o guai a voi!
 
Diventato un ciuchino vero, è portato a vendere, e lo compra il direttore di una compagnia di pagliacci per insegnargli a ballare e a saltare i cerchi; ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo
 
Vedendo che la porta non si apriva, l’Omino la spalancò con un violentissimo calcio: ed entrato che fu nella stanza, disse col suo solito risolino a Pinocchio e a Lucignolo:
 
– Bravi ragazzi! Avete ragliato bene, e io vi ho subito riconosciuti alla voce. E per questo eccomi qui.
 
A tali parole, i due ciuchini rimasero mogi mogi, colla testa giù, con gli orecchi bassi e con la coda fra le gambe.
 
Da principio l’Omino li lisciò, li accarezzò, li palpeggiò: poi, tirata fuori la striglia, cominciò a strigliarli perbene.
 
E quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti lustri come due specchi, allora messe loro la cavezza e li condusse sulla piazza del mercato, con la speranza di venderli e di beccarsi un discreto guadagno.
E i compratori, difatti, non si fecero aspettare.
 
Lucignolo fu comprato da un contadino, a cui era morto il somaro il giorno avanti, e Pinocchio fu venduto al direttore di una compagnia di pagliacci e di saltatori di corda, il quale lo comprò per ammaestrarlo e per farlo poi saltare e ballare insieme con le altre bestie della compagnia.
 
E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere che faceva l’Omino? Questo brutto mostriciattolo, che aveva una fisionomia tutta latte e miele, andava di tanto in tanto con un carro a girare per il mondo: strada facendo raccoglieva con promesse e con moine tutti i ragazzi svogliati, che avevano a noia i libri e le scuole: e dopo averli caricati sul suo carro, li conduceva nel Paese dei Balocchi, perché passassero tutto il loro tempo in giochi, in chiassate e in divertimenti. Quando poi quei poveri ragazzi illusi, a furia di baloccarsi sempre e di non studiare mai, diventavano tanti ciuchini, allora tutto allegro e contento s’impadroniva di loro e li portava a vendere sulle fiere e sui mercati. E così in pochi anni aveva fatto fior di quattrini ed era diventato milionario.
 
Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so: so, per altro, che Pinocchio andò incontro fin dai primi giorni a una vita durissima e strapazzata.
 
Quando fu condotto nella stalla, il nuovo padrone gli empì la greppia di paglia: ma Pinocchio, dopo averne assaggiata una boccata, la risputò.
 
Allora il padrone, brontolando, gli empì la greppia di fieno: ma neppure il fieno gli piacque.
 
– Ah! non ti piace neppure il fieno? – gridò il padrone imbizzito. – Lascia fare, ciuchino bello, che se hai dei capricci per il capo, penserò io a levarteli!…
 
E a titolo di correzione, gli affibbiò subito una frustata nelle gambe.
 
Pinocchio dal gran dolore, cominciò a piangere e a ragliare, e ragliando, disse:
 
– ~J-a, j-a~, la paglia non la posso digerire!…
 
– Allora mangia il fieno! – replicò il padrone che intendeva benissimo il dialetto asinino.
 
– ~J-a, j-a~, il fieno mi fa dolere il corpo!…
 
– Pretenderesti, dunque, che un somaro, par tuo, lo dovessi mantenere a petti di pollo e cappone in galantina? – soggiunse il padrone arrabbiandosi sempre più e affibbiandogli una seconda frustata.
 
A quella seconda frustata Pinocchio, per prudenza, si chetò subito e non disse altro.
 
Intanto la stalla fu chiusa e Pinocchio rimase solo: e perché erano molte ore che non aveva mangiato cominciò a sbadigliare dal grande appetito. E, sbadigliando, spalancava una bocca che pareva un forno.
 
Alla fine, non trovando altro nella greppia, si rassegnò a masticare un po’ di fieno: e dopo averlo masticato ben bene, chiuse gli occhi e lo tirò giù.
 
– Questo fieno non è cattivo, – poi disse dentro di sé, – ma quanto sarebbe stato meglio che avessi continuato a studiare!… A quest’ora, invece di fieno, potrei mangiare un cantuccio di pan fresco e una bella fetta di salame!… Pazienza!
 
La mattina dopo, svegliandosi, cercò subito nella greppia un altro po’ di fieno; ma non lo trovò perché l’aveva mangiato tutto nella notte.
 
Allora prese una boccata di paglia tritata: ma in quel mentre che la masticava si dovè accorgere che il sapore della paglia tritata non somigliava punto né al risotto alla milanese né ai maccheroni alla napoletana.
 
– Pazienza! – ripetè, continuando a masticare. – Che almeno la mia disgrazia possa servire di lezione a tutti i ragazzi disobbedienti e che non hanno voglia di studiare. Pazienza!… pazienza!
 
– Pazienza un corno! – urlò il padrone, entrando in quel momento nella stalla. – Credi forse, mio bel ciuchino, ch’io ti abbia comprato unicamente per darti da bere e da mangiare? Io ti ho comprato perché tu lavori e perché tu mi faccia guadagnare molti quattrini. Su, dunque, da bravo! Vieni con me nel Circo, e là ti insegnerà a saltare i cerchi, a rompere col capo le botti di foglio e a ballaré il valzer e la polca, stando ritto sulle gambe di dietro.
 
Il povero Pinocchio, per amore o per forza, dovè imparare tutte queste bellissime cose; ma, per impararle, gli ci vollero tre mesi di lezioni, e molte frustate da levare il pelo.
 
Venne finalmente il giorno, in cui il suo padrone poté annunziare uno spettacolo veramente straordinario. I cartelloni di vario colore, attaccati alle cantonate delle strade, dicevano cosi:
 
Quella sera, come potete figurarvelo, un’ora prima che cominciasse lo spettacolo, il teatro era pieno stipato.
 
Non si trovava più né un posto distinto, né un palco, nemmeno a pagarlo a peso d’oro.
 
Le gradinate del Circo formicolavano di bambini, di bambine e di ragazzi di tutte le età, che avevano la febbre addosso per la smania di veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio.
 
Finita la prima parte dello spettacolo, il direttore della compagnia, vestito in giubba nera, calzoni bianchi a coscia e stivaloni di pelle fin sopra ai ginocchi, si presentò all’affollatissimo pubblico, e, fatto un grande inchino, recitò con molta solennità il seguente spropositato discorso:
 
«Rispettabile pubblico, cavalieri e dame! L’umile sottoscritto essendo di passaggio per questa illustre metropolitana, ho voluto procrearmi l’onore nonché il piacere di presentare a questo intelligente e cospicuo uditorio un celebre ciuchino, che ebbe già l’onore di ballare al cospetto di Sua Maestà l’Imperatore di tutte le Corti principali d’Europa.
 
«E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza e compatiteci!»
 
Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi: ma gli applausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano alla comparsa del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era tutto agghindato a festa. Aveva una briglia nuova di pelle lustra, con fibbie e borchie d’ottone; due camelie bianche agli orecchi; la criniera divisa in tanti riccioli legati con fiocchettini d’argento attraverso alla vita, e la coda tutta intrecciata con nastri di velluto amaranto e celeste. Era, insomma, un ciuchino da innamorare!
 
Il direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste parole:
 
«Miei rispettabili auditori! Non starò qui a farvi menzogne delle grandi difficoltà da me soppressate per comprendere e soggiogare questo mammifero, mentre pascolava liberamente di montagna in montagna nelle pianure della zona torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina trasudi dà suoi occhi, conciossiaché essendo riusciti vanitosi tutti i mezzi per addomesticarlo al vivere dei quadrupedi civili, ho dovuto più volte ricorrere all’affabile dialetto della frusta. Ma ogni mia gentilezza invece di farmi da lui benvolere, me ne ha maggiormente cattivato l’animo. Io però, seguendo il sistema di Galles, trovai nel suo cranio una piccola cartagine ossea che la stessa Facoltà Medicea di Parigi riconobbe essere quello il bulbo rigeneratore dei capelli e della danza pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel ballo nonché nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate di foglio. Ammiratelo, e poi giudicatelo! Prima però di prendere cognato da voi, permettete, o signori, che io v’inviti al diurno spettacolo di domani sera: ma nell’apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua, allora lo spettacolo invece di domani sera, sarà posticipato a domattina, alle ore undici antimeridiane del pomeriggio».
 
E qui il direttore fece un’altra profondissima riverenza: quindi rivolgendosi a Pinocchio, gli disse:
 
– Animo, Pinocchio!… Avanti di dar principio ai vostri esercizi, salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e ragazzi!
 
Pinocchio, ubbidiente, piegò subito i due ginocchi davanti, fino a terra, e rimase inginocchiato fino a tanto che il direttore, schioccando la frusta, non gli gridò:
 
– Al passo!
 
Allora il ciuchino si rizzò sulle quattro gambe, e cominciò a girare intorno al Circo, camminando sempre di passo.
 
Dopo un poco il direttore grido:
 
– Al trotto! – e Pinocchio, ubbidiente al comando, cambiò il passo in trotto.
 
– Al galoppo!… – e Pinocchio staccò il galoppo.
 
– Alla carriera! – e Pinocchio si dette a correre di gran carriera.
 
Ma in quella che correva come un barbero, il direttore, alzando il braccio in aria, scaricò un colpo di pistola.
 
A quel colpo il ciuchino, fingendosi ferito, cadde disteso nel Circo, come se fosse moribondo davvero.
 
Rizzatosi da terra, in mezzo a uno scoppio di applausi, d’urli e di battimani, che andavano alle stelle, gli venne naturalmente di alzare la testa e di guardare in su… e guardando, vide in un palco una bella signora, che aveva al collo una grossa collana d’oro, dalla quale pendeva un medaglione.
 
Nel medaglione c’era dipinto il ritratto d’un burattino.
 
– Quel ritratto è il mio!… quella signora è la Fata! – disse dentro di sé Pinocchio, riconoscendola subito: e lasciandosi vincere dalla gran contentezza, si provò a gridare:
 
– Oh Fatina mia! oh Fatina mia!
 
Ma invece di queste parole, gli uscì dalla gola un raglio cosi sonoro e prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori, e segnatamente tutti i ragazzi che erano in teatro.
 
Allora il direttore, per insegnargli e per fargli intendere che non è buona creanza mettersi a ragliare in faccia al pubblico, gli diè col manico della frusta una bacchettata sul naso.
 
Il povero ciuchino, tirato fuori un palmo di lingua, durò a leccarsi il naso almeno cinque minuti, credendo forse così di rasciugarsi il dolore che aveva sentito.
 
Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!…
 
Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominciò a piangere dirottamente. Nessuno però se ne accorse e, meno degli altri, il direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, gridò:
 
– Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a questi signori con quanta grazia sapete saltare i cerchi.
 
Pinocchio si provò due o tre volte: ma ogni volta che arrivava davanti al cerchio, invece di attraversarlo, ci passava più comodamente di sotto. Alla fine spiccò un salto e l’attraversò: ma le gambe di dietro gli rimasero disgraziatamente impigliate nel cerchio: motivo per cui ricadde in terra dall’altra parte tutto in un fascio.
 
Quando si rizzò, era azzoppito, e a malapena poté ritornare alla scuderia.
 
– Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! – gridavano i ragazzi dalla platea, impietositi e commossi al tristissimo caso.
 
Ma il ciuchino per quella sera non si fece rivedere.
 
La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle bestie, quando l’ebbe visitato, dichiarò che sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita.
 
Allora il direttore disse al suo garzone di stalla:
 
– Che vuoi tu che mi faccia d’un somaro zoppo? Sarebbe un mangiapane a ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo.
 
Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore, il quale domandò al garzone di stalla:
 
– Quanto vuoi di cotesto ciuchino zoppo?
 
– Venti lire.
 
– Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per servirmene: lo compro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura, e con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale del mio paese.
 
Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere che fu per il povero Pinocchio, quando sentì che era destinato a diventare un tamburo!
 
Fatto sta che il compratore, appena pagati i venti soldi, condusse il ciuchino sopra uno scoglio ch’era sulla riva del mare; e messogli un sasso al collo e legatolo per una zampa con una fune che teneva in mano, gli diè improvvisamente uno spintone e lo gettò nell’acqua.
 
Pinocchio, con quel macigno al collo, andò subito a fondo; e il compratore, tenendo sempre stretta in mano la fune, si pose a sedere sullo scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto il tempo di morire affogato, per poi levargli la pelle.
 
Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci e ritorna ad essere un burattino come prima; ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal terribile Pesce-cane
 
Dopo cinquanta minuti che il ciuchino era sott’acqua, il compratore disse, discorrendo da sé solo:
 
– A quest’ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere bell’affogato. Ritiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle questo bel tamburo.
 
E cominciò a tirare la fune, con la quale lo aveva legato per una gamba: e tira, tira, tira, alla fine vide apparire a fior d’acqua… indovinate? Invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d’acqua un burattino vivo che scodinzolava come un’anguilla.
 
Vedendo quel burattino di legno, il pover’uomo credé di sognare e rimase lì intontito, a bocca aperta e con gli occhi fuori della testa.
 
Riavutosi un poco dal suo primo stupore, disse piangendo e balbettando:
 
– E il ciuchino che ho gettato in mare dov’è?
 
– Quel ciuchino son io! – rispose il burattino, ridendo.
 
– Tu?
 
– Io.
 
– Ah! mariuolo! Pretenderesti forse burlarti di me?
 
– Burlarmi di voi? Tutt’altro, caro padrone: io vi parlo sul serio.
 
– Ma come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora, stando nell’acqua sei diventato un burattino di legno?…
 
– Sarà effetto dell’acqua del mare. Il mare ne fa di questi scherzi.
 
– Bada, burattino, bada!… Non credere di divertirti alle mie spalle. Guai a te, se mi scappa la pazienza.
 
– Ebbene, padrone: volete sapere tutta la vera storia? Scioglietemi questa gamba e io ve la racconterò.
 
Quel buon pasticcione del compratore, curioso di conoscere la vera storia, gli sciolse subito il nodo della fune, che lo teneva legato: e allora Pinocchio, trovandosi libero come un uccello nell’aria prese a dirgli così:
 
– Sappiate dunque che io ero un burattino di legno come sono oggi: ma mi trovavo a tocco e non tocco di diventare un ragazzo, come in questo mondo ce n’è tanti: se non che per la mia poca voglia di studiare e per dar retta ai cattivi compagni, scappai di casa… e un bel giorno, svegliandomi, mi trovai cambiato in un somaro con tanto di orecchi… e con tanto di coda!… Che vergogna fu quella per me!… Una vergogna, caro padrone, che Sant’Antonio benedetto non la faccia provare neppure a voi! Portato a vendere sul mercato degli asini, fui comprato dal Direttore di una compagnia equestre, il quale si messe in capo di far di me un gran ballerino e un gran saltatore di cerchi; ma una sera durante lo spettacolo, feci in teatro una brutta cascata, e rimasi zoppo da tutt’e due le gambe. Allora il direttore non sapendo che cosa farsi d’un asino zoppo, mi mandò a rivendere, e voi mi avete comprato!
 
– Pur troppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora chi mi rende i miei poveri venti soldi?
 
– E perché mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare con la mia pelle un tamburo!… un tamburo!…
 
– Pur troppo!… E ora dove troverò un’altra pelle?
 
– Non vi date alla disperazione, padrone. Dei ciuchini ce n’è tanti, in questo mondo!
 
– Dimmi, monello impertinente: e la tua storia finisce qui?
 
– No, – rispose il burattino, – ci sono altre due parole, e poi è finita. Dopo avermi comprato, mi avete condotto in questo luogo per uccidermi; ma poi, cedendo a un sentimento pietoso d’umanità, avete preferito di legarmi un sasso al collo e di gettarmi in fondo al mare. Questo sentimento di delicatezza vi onora moltissimo, e io ve ne serberò eterna riconoscenza. Per altro, caro padrone, questa volta avete fatto i vostri conti senza la Fata…
 
– E chi è questa Fata?
 
– E la mia mamma, la quale somiglia a tutte quelle buone mamme, che vogliono un gran bene ai loro ragazzi e non li perdono mai d’occhio, e li assistono amorosamente in ogni disgrazia, anche quando questi ragazzi, per le loro scapataggini e per i loro cattivi portamenti, meriterebbero di essere abbandonati e lasciati in balia a se stessi. Dicevo, dunque, che la buona Fata, appena mi vide in pericolo di affogare, mandò subito intorno a me un branco infinito di pesci, i quali credendomi davvero un ciuchino bell’e morto, cominciarono a mangiarmi! E che bocconi che facevano! Non avrei mai creduto che i pesci fossero più ghiotti anche dei ragazzi! Chi mi mangiò gli orecchi, chi mi mangiò il muso, chi il collo e la criniera, chi la pelle delle zampe, chi la pelliccia della schiena… e fra gli altri, vi fu un pesciolino cosi garbato, che si degnò perfino di mangiarmi la coda.
 
– Da oggi in poi, – disse il compratore inorridito, – faccio giuro di non assaggiar più carne di pesce. Mi dispiacerebbe troppo di aprire una triglia o un nasello fritto e di trovargli in corpo una coda di ciuco!
 
– Io la penso come voi, – replicò il burattino, ridendo. – Del resto, dovete sapere che quando i pesci ebbero finito di mangiarmi tutta quella buccia asinina, che mi copriva dalla testa ai piedi, arrivarono,- com’è naturale, all’osso… o per dir meglio, arrivarono al legno, perché, come vedete, io son fatto di legno durissimo. Ma dopo dati i primi morsi, quei pesci ghiottoni si accorsero subito che il legno non era ciccia per i loro denti, e nauseati da questo cibo indigesto se ne andarono chi in qua chi in là, senza voltarsi nemmeno a dirmi grazie… Ed eccovi raccontato come qualmente voi, tirando su la fune, avete trovato un burattino vivo, invece d’un ciuchino morto.
 
– Io mi rido della tua storia, – gridò il compratore imbestialito. – Io so che ho speso venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei quattrini. Sai che cosa farò? Ti porterò daccapo al mercato, e ti rivenderò a peso di legno stagionato per accendere il fuoco nel caminetto.
 
– Rivendetemi pure: io sono contento, – disse Pinocchio.
 
Ma nel dir cosi, fece un bel salto e schizzò in mezzo all’acqua. E nuotando allegramente e allontanandosi dalla spiaggia, gridava al povero compratore:
 
– Addio, padrone; se avete bisogno di una pelle per fare un tamburo, ricordatevi di me.
 
E poi rideva e seguitava a nuotare: e dopo un poco, rivoltandosi indietro, urlava più forte:
 
– Addio, padrone: se avete bisogno di un po’ di legno stagionato, per accendere il caminetto, ricordatevi di me.
 
Fatto sta che in un batter d’occhio si era tanto allontanato, che non si vedeva quasi più: ossia, si vedeva solamente sulla superficie del mare un puntolino nero, che di tanto in tanto rizzava le gambe fuori dell’acqua e faceva capriole e salti, come un delfino in vena di buonumore.
 
Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco: e su in cima allo scoglio, una bella Caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi.
 
La cosa più singolare era questa: che la lana della Caprettina, invece di esser bianca, o nera, o pallata di due colori, come quella delle altre capre, era invece turchina, ma d’un color turchino sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina.
 
Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominciò a battere più forte! Raddoppiando di forza e di energia si diè a nuotare verso lo scoglio bianco: ed era già a mezza strada, quando ecco uscir fuori dall’acqua e venirgli incontro una orribile testa di mostro marino, con la bocca spalancata, come una voragine, e tre filari di zanne che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte.
 
E sapete chi era quel mostro marino?
 
Quel mostro marino era né più né meno quel gigantesco Pesce-cane, ricordato più volte in questa storia, e che per le sue stragi e per la sua insaziabile voracità, veniva soprannominato «l’Attila dei pesci e dei pescatori».
 
Immaginatevi lo spavento del povero Pinocchio alla vista del mostro. Cerco di scansarlo, di cambiare strada: cercò di fuggire: ma quella immensa bocca spalancata gli veniva sempre incontro con la velocità di una saetta.
 
– Affrettati, Pinocchio, per carità! – gridava belando la bella Caprettina.
 
E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con le gambe e coi piedi.
 
– Corri, Pinocchio, perché il mostro si avvicina!
 
E Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze, raddoppiava di lena nella corsa.
 
– Bada, Pinocchio!… il mostro ti raggiunge!… Eccolo!… Eccolo!… Affrettati per carità, o sei perduto!…
 
E Pinocchio a nuotar più lesto che mai, e via, e via, e via, come andrebbe una palla di fucile. E già era presso lo scoglio, e già la Caprettina, spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva le sue zampine davanti per aiutarlo a uscire dall’acqua!
 
Ma oramai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto: il mostro, tirando il fiato a sé, si bevve il povero burattino, come avrebbe bevuto un uovo di gallina: e lo inghiottì con tanta violenza e con tanta avidità, che Pinocchio, cascando giù in corpo al Pesce-cane, battè un colpo cosi screanzato, da restarne sbalordito per un quarto d’ora.
 
Quando ritornò in sé da quello sbigottimento, non sapeva raccapezzarsi, nemmeno lui, in che mondo si fosse. Intorno a sé c’era da ogni parte un gran buio: ma un buio così nero e profondo, che gli pareva di essere entrato col capo in un calamaio pieno d’inchiostro. Stette in ascolto e non senti nessun rumore: solamente di tanto in tanto sentiva battersi nel viso alcune grandi buffate di vento. Da principio non sapeva intendere da dove quel vento uscisse: ma poi capì che usciva dai polmoni del mostro. Perché bisogna sapere che il Pesce-cane soffriva moltissimo d’asma, e quando respirava, pareva proprio che tirasse la tramontana.
 
Pinocchio, sulle prime, s’ingegnò di farsi un poco di coraggio: ma quand’ebbe la prova e la riprova di trovarsi chiuso in corpo al mostro marino allora cominciò a piangere e a strillare: e piangendo diceva:
 
– Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c’è nessuno che venga a salvarmi?
 
– Chi vuoi che ti salvi, disgraziato?… – disse in quel buio una vociaccia fessa di chitarra scordata.
 
– Chi è che parla cosi? – domandò Pinocchio, sentendosi gelare dallo spavento.
 
– Sono io! sono un povero Tonno, inghiottito dal Pesce-cane insieme con te. E tu che pesce sei?
 
– Io non ho che vedere nulla coi pesci. Io sono un burattino.
 
– E allora, se non sei un pesce, perché ti sei fatto inghiottire dal mostro?
 
– Non son io, che mi son fatto inghiottire: gli è lui che mi ha inghiottito! Ed ora che cosa dobbiamo fare qui al buio?…
 
– Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt’e due!…
 
– Ma io non voglio esser digerito! – urlò Pinocchio, ricominciando a piangere.
 
– Neppure io vorrei esser digerito, – soggiunse il Tonno, – ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio!…
 
– Scioccherie! – gridò Pinocchio.
 
– La mia è un’opinione, – replicò il Tonno, – e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate!
 
– Insomma… io voglio andarmene di qui… io voglio fuggire…
 
– Fuggi, se ti riesce!…
 
– è molto grosso questo Pesce-cane che ci ha inghiottiti? – domandò il burattino.
 
– Figurati che il suo corpo è più lungo di un chilometro, senza contare la coda.
 
Nel tempo che facevano questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di veder lontan lontano una specie di chiarore.
 
– Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? – disse Pinocchio.
 
– Sarà qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà come noi il momento di esser digerito!….
 
– Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?
 
– Io te l’auguro di cuore, caro burattino.
 
– Addio, Tonno.
 
– Addio, burattino; e buona fortuna.
 
– Dove ci rivedremo?…
 
– Chi lo sa?… è meglio non pensarci neppure!
 
Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane… Chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete
 
Pinocchio, appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel buio, e cominciò a camminare a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, avviandosi un passo dietro l’altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano.
 
E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona, e quell’acqua sapeva di un odore così acuto di pesce fritto che gli pareva di essere a mezza quaresima.
 
E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato… che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
 
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
 
– Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!
 
– Dunque gli occhi mi dicono il vero? – replicò il vecchietto stropicciandosi gli occhi, – Dunque tu sé proprio il mì caro Pinocchio?
 
– Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero? Oh! babbino mio, come siete buono!… e pensare che io, invece… Oh! ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo e quante cose mi son andate per traverso! Figuratevi che il giorno che voi, povero babbino, col vendere la vostra casacca mi compraste l’Abbecedario per andare a scuola, io scappai a vedere i burattini, e il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perché gli cocessi il montone arrosto, che fu quello poi che mi dette cinque monete d’oro, perché le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il Gatto, che mi condussero all’osteria del Gambero Rosso dove mangiarono come lupi, e partito solo di notte incontrai gli assassini che si messero a corrermi dietro, e io via, e loro dietro, e io via e loro sempre dietro, e io via, finché m’impiccarono a un ramo della Quercia grande, dovecché la bella Bambina dai capelli turchini mi mandò a prendere con una carrozzina, e i medici, quando m’ebbero visitato, dissero subito: «Se non è morto, è segno che è sempre vivo», e allora mi scappò detto una bugia, e il naso cominciò a crescermi e non mi passava più dalla porta di camera, motivo per cui andai con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro monete d’oro, che una l’avevo spesa all’osteria, e il pappagallo si messe a ridere, e viceversa di duemila monete non trovai più nulla, la quale il giudice quando seppe che ero stato derubato, mi fece subito mettere in prigione, per dare una soddisfazione ai ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo d’uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola e il contadino di santa ragione mi messe il collare da cane perché facessi la guardia al pollaio, che riconobbe la mia innocenza e mi lasciò andare, e il Serpente, colla coda che gli fumava, cominciò a ridere e gli si strappò una vena sul petto e cosi ritornai alla Casa della bella Bambina, che era morta, e il Colombo vedendo che piangevo mi disse: «Ho visto il tù babbo che si fabbricava una barchettina per venirti a cercare», e io gli dissi: «Oh! se avessi l’ali anch’io», e lui mi disse: «Vuoi venire dal tuo babbo?», e io gli dissi: «Magari! ma chi mi ci porta», e lui mi disse: «Ti ci porto io», e io gli dissi: «Come?», e lui mi disse: «Montami sulla groppa», e così abbiamo volato tutta la notte, e poi la mattina tutti i pescatori che guardavano verso il mare mi dissero: «C’è un pover’uomo in una barchetta che sta per affogare», e io da lontano vi riconobbi subito, perché me lo diceva il core, e vi feci cenno di tornare alla spiaggia…
– Ti riconobbi anch’io, – disse Geppetto, – e sarei volentieri tornato alla spiaggia: ma come fare? Il mare era grosso e un cavallone m’arrovesciò la barchetta. Allora un orribile Pesce-cane che era lì vicino, appena m’ebbe visto nell’acqua corse subito verso di me, e tirata fuori la lingua, mi prese pari pari, e m’inghiottì come un tortellino di Bologna.
 
– E quant’è che siete chiuso qui dentro? – domandò Pinocchio.
 
– Da quel giorno in poi, saranno oramai due anni: due anni, Pinocchio mio, che mi son parsi due secoli!
 
– E come avete fatto a campare? E dove avete trovata la candela? E i fiammiferi per accenderla, chi ve li ha dati?
 
– Ora ti racconterò tutto. Devi dunque sapere che quella medesima burrasca, che rovesciò la mia barchetta, fece anche affondare un bastimento mercantile. I marinai si salvarono tutti, ma il bastimento colò a fondo e il solito Pesce-cane, che quel giorno aveva un appetito eccellente, dopo aver inghiottito me, inghiottì anche il bastimento…
 
– Come? Lo inghiottì tutto in un boccone?… – domandò Pinocchio maravigliato.
 
– Tutto in un boccone: e risputò solamente l’albero maestro, perché gli era rimasto fra i denti come una lisca. Per mia gran fortuna, quel bastimento era carico di carne conservata in cassette di stagno, di biscotto, ossia di pane abbrostolito, di bottiglie di vino, d’uva secca, di cacio, di caffè, di zucchero, di candele steariche e di scatole di fiammiferi di cera. Con tutta questa grazia di Dio ho potuto campare due anni: ma oggi sono agli ultimi sgoccioli: oggi nella dispensa non c’è più nulla, e questa candela, che vedi accesa, è l’ultima candela che mi sia rimasta…
 
– E dopo?…
 
– E dopo, caro mio, rimarremo tutt’e due al buio.
 
– Allora, babbino mio, – disse Pinocchio, – non c’è tempo da perdere. Bisogna pensar subito a fuggire…
 
– A fuggire?… e come?
 
– Scappando dalla bocca del Pesce-cane e gettandosi a nuoto in mare.
 
– Tu parli bene: ma io, caro Pinocchio, non so nuotare.
 
– E che importa?… Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle e io, che sono un buon nuotatore, vi porterò sano e salvo fino alla spiaggia.
 
– Illusioni, ragazzo mio! – replicò Geppetto, scotendo il capo e sorridendo malinconicamente. – Ti par egli possibile che un burattino, alto appena un metro, come sei tu, possa aver tanta forza da portarmi a nuoto sulle spalle?
 
– Provatevi e vedrete! A ogni modo, se sarà scritto in cielo che dobbiamo morire, avremo almeno la gran consolazione di morire abbracciati insieme.
 
E senza dir altro, Pinocchio prese in mano la candela, e andando avanti per far lume, disse al suo babbo:
 
– Venite dietro a me, e non abbiate paura. E così camminarono un bel pezzo, e traversarono tutto il corpo e tutto lo stomaco del Pesce-cane. Ma giunti che furono al punto dove cominciava la gran gola del mostro, pensarono bene di fermarsi per dare un’occhiata e cogliere il momento opportuno alla fuga.
 
Ora bisogna sapere che il Pesce-cane, essendo molto vecchio e soffrendo d’asma e di palpitazione di cuore, era costretto a dormir a bocca aperta: per cui Pinocchio, affacciandosi al principio della gola e guardando in su, poté vedere al di fuori di quell’enorme bocca spalancata un bel pezzo di cielo stellato e un bellissimo lume di luna.
 
– Questo è il vero momento di scappare, – bisbigliò allora voltandosi al suo babbo. – Il Pescecane dorme come un ghiro: il mare è tranquillo e ci si vede come di giorno. Venite dunque, babbino, dietro a me e fra poco saremo salvi.
 
Detto fatto, salirono su per la gola del mostro marino, e arrivati in quell’immensa bocca cominciarono a camminare in punta di piedi sulla lingua; una lingua così larga e così lunga, che pareva il viottolone d’un giardino. E già stavano lì lì per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel mare, quando, sul più bello, il Pesce-cane starnutì, e nello starnutire, dette uno scossone così violento, che Pinocchio e Geppetto si trovarono rimbalzati all’indietro e scaraventati novamente in fondo allo stomaco del mostro.
 
Nel grand’urto della caduta la candela si spense, e padre e figliuolo rimasero al buio.
 
– E ora?… – domandò Pinocchio facendosi serio.
 
– Ora ragazzo mio, siamo bell’e perduti.
 
– Perché perduti? Datemi la mano, babbino, e badate di non sdrucciolare!…
 
– Dove mi conduci?
 
– Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me e non abbiate paura.
 
Ciò detto, Pinocchio prese il suo babbo per la mano: e camminando sempre in punta di piedi, risalirono insieme su per la gola del mostro: poi traversarono tutta la lingua e scavalcarono i tre filari di denti. Prima però di fare il gran salto, il burattino disse al suo babbo:
 
– Montatemi a cavalluccio sulle spalle e abbracciatemi forte forte. Al resto ci penso io.
 
Appena Geppetto si fu accomodato per bene sulle spalle del figliuolo, Pinocchio, sicurissimo del fatto suo, si gettò nell’acqua e cominciò a nuotare. Il mare era tranquillo come un olio: la luna splendeva in tutto il suo chiarore e il Pesce-cane seguitava a dormire di un sonno così profondo, che non l’avrebbe svegliato nemmeno una cannonata.
 
Finalmente Pinocchio cessa d’essere un burattino e diventa un ragazzo
 
Mentre Pinocchio nuotava alla svelta per raggiungere la spiaggia, si accorse che il suo babbo, il quale gli stava a cavalluccio sulle spalle e aveva le gambe mezze nell’acqua, tremava fitto fitto, come se al pover’uomo gli battesse la febbre terzana.
 
Tremava di freddo o di paura? Chi lo sa? Forse un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Ma Pinocchio, credendo che quel tremito fosse di paura, gli disse per confortarlo:
 
– Coraggio babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo salvi.
 
– Ma dov’è questa spiaggia benedetta? – domandò il vecchietto diventando sempre più inquieto, e appuntando gli occhi, come fanno i sarti quando infilano l’ago. – Eccomi qui, che guardo da tutte le parti, e non vedo altro che cielo e mare.
 
– Ma io vedo anche la spiaggia, – disse il burattino. – Per vostra regola io sono come i gatti: ci vedo meglio di notte che di giorno.
 
Il povero Pinocchio faceva finta di essere di buonumore: ma invece… Invece cominciava a scoraggiarsi: le forze gli scemavano, il suo respiro diventava grosso e affannoso… insomma non ne poteva più, la spiaggia era sempre lontana.
 
Nuotò finché ebbe fiato: poi si voltò col capo verso Geppetto, e disse con parole interrotte:
 
– Babbo mio, aiutatemi… perché io muoio! E il padre e il figliuolo erano oramai sul punto di affogare, quando udirono una voce di chitarra scordata che disse:
 
– Chi è che muore?
 
– Sono io e il mio povero babbo!…
 
– Questa voce la riconosco! Tu sei Pinocchio!…
 
– Preciso: e tu?
 
– Io sono il Tonno, il tuo compagno di prigionia in corpo al Pesce-cane.
 
– E come hai fatto a scappare?
 
– Ho imitato il tuo esempio. Tu sei quello che mi hai insegnato la strada, e dopo te, sono fuggito anch’io.
 
– Tonno mio, tu capiti proprio a tempo! Ti prego per l’amor che porti ai Tonnini tuoi figliuoli: aiutaci, o siamo perduti.
 
– Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi tutt’e due alla mia coda, e lasciatevi guidare. In quattro minuti vi condurrò alla riva.
 
Geppetto e Pinocchio, come potete immaginarvelo accettarono subito l’invito: ma invece di attaccarsi alla coda, giudicarono più comodo di mettersi addirittura a sedere sulla groppa del Tonno.
 
– Siamo troppo pesi?… – gli domandò Pinocchio.
 
– Pesi? Neanche per ombra; mi par di avere addosso due gusci di conchiglia, – rispose il Tonno, il quale era di una corporatura così grossa e robusta, da parere un vitello di due anni.
 
Giunti alla riva, Pinocchio saltò a terra il primo, per aiutare il suo babbo a fare altrettanto; poi si voltò al Tonno, e con voce commossa gli disse:
 
– Amico mio, tu hai salvato il mio babbo! Dunque non ho parole per ringraziarti abbastanza! Permetti almeno che ti dia un bacio in segno di riconoscenza eterna!…
 
Il Tonno cacciò il muso fuori dall’acqua, e Pinocchio, piegandosi coi ginocchi a terra, gli posò un affettuosissimo bacio sulla bocca. A questo tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non c’era avvezzo, si sentì talmente commosso, che vergognandosi a farsi veder piangere come un bambino, ricacciò il capo sott’acqua e sparì.
 
Intanto s’era fatto giorno.
 
Allora Pinocchio, offrendo il suo braccio a Geppetto, che aveva appena il fiato di reggersi in piedi, gli disse:
 
– Appoggiatevi pure al mio braccio, caro babbino, e andiamo. Cammineremo pian pianino come le formicole, e quando saremo stanchi ci riposeremo lungo la via.
 
– E dove dobbiamo andare? – domandò Geppetto.
 
– In cerca di una casa o d’una capanna, dove ci diano per carità un boccon di pane e un po’ di paglia che ci serva da letto.
 
Non avevano ancora fatti cento passi, che videro seduti sul ciglione della strada due brutti ceffi, i quali stavano lì in atto di chiedere l’elemosina.
 
Erano il Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano più da quelli d’una volta. Figuratevi che il Gatto, a furia di fingersi cieco, aveva finito coll’accecare davvero: e la Volpe invecchiata, intignata e tutta perduta da una parte, non aveva più nemmeno la coda. Così è. Quella trista ladracchiola, caduta nella più squallida miseria, si trovò costretta un bel giorno a vendere perfino la sua bellissima coda a un merciaio ambulante, che la comprò per farsene uno scacciamosche.
 
– O Pinocchio, – gridò la Volpe con voce di piagnisteo, – fai un po’ di carità a questi due poveri infermi.
 
– Infermi! – ripetè il Gatto.
 
– Addio, mascherine! – rispose il burattino. – Mi avete ingannato una volta, e ora non mi ripigliate più.
 
– Credilo, Pinocchio, che oggi siamo poveri e disgraziati davvero!
 
– Davvero! – ripetè il Gatto.
 
– Se siete poveri, ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice: «I quattrini rubati non fanno mai frutto». Addio, mascherine!
 
– Abbi compassione di noi!…
 
– Di noi!…
 
– Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «La farina del diavolo va tutta in crusca».
 
– Non ci abbandonare!…
 
– …are! – ripetè il Gatto.
 
– Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «Chi ruba il mantello al suo prossimo, per il solito muore senza camicia».
 
E così dicendo, Pinocchio e Geppetto seguitarono tranquillamente per la loro strada: finché, fatti altri cento passi, videro in fondo a una viottola in mezzo ai campi una bella capanna tutta di paglia, e col tetto coperto d’embrici e di mattoni.
 
– Quella capanna dev’essere abitata da qualcuno, – disse Pinocchio. – Andiamo là e bussiamo.
 
Difatti andarono, e bussarono alla porta.
 
– Chi è? – disse una vocina di dentro.
 
– Siamo un povero babbo e un povero figliuolo, senza pane e senza tetto, – rispose il burattino.
 
– Girate la chiave, e la porta si aprirà, – disse la solita vocina.
 
Pinocchio girò la chiave, e la porta si apri. Appena entrati dentro, guardarono di qua, guardarono di là, e non videro nessuno.
 
– O il padrone della capanna dov’è? – disse Pinocchio maravigliato.
 
– Eccomi quassù!
 
Babbo e figliuolo si voltarono subito verso il soffitto, e videro sopra un travicello il Grillo-parlante:
 
– Oh! mio caro Grillino, – disse Pinocchio salutandolo garbatamente.
 
– Ora mi chiami il «tuo caro Grillino», non è vero? Ma ti rammenti di quando, per scacciarmi di casa tua, mi tirasti un martello di legno?…
 
– Hai ragione, Grillino! Scaccia anche me… tira anche a me un martello di legno: ma abbi pietà del mio povero babbo…
 
– Io avrò pietà del babbo e anche del figliuolo: ma ho voluto rammentarti il brutto garbo ricevuto, per insegnarti che in questo mondo, quando si può, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei giorni del bisogno.
 
– Hai ragione, Grillino, hai ragione da vendere e io terrò a mente la lezione che mi hai data. Ma mi dici come hai fatto a comprarti questa bella capanna?
 
– Questa capanna mi è stata regalata ieri da una graziosa capra, che aveva la lana d’un bellissimo colore turchino.
 
– E la capra dov’è andata? –
 
– Non lo so.
 
– E quando ritornerà?… – domandò Pinocchio, con vivissima curiosità.
 
– Non ritornerà mai. Ieri è partita tutta afflitta, e, belando, pareva che dicesse: «Povero Pinocchio… oramai non lo rivedrò più… il Pesce-cane a quest’ora l’avrà bell’e divorato!…».
 
– Ha detto proprio così?… Dunque era lei!… Era lei!… era la mia cara Fatina!… – cominciò a urlare Pinocchio, singhiozzando e piangendo dirottamente.
 
Quand’ebbe pianto ben bene, si rasciugò gli occhi e, preparato un buon lettino di paglia, vi distese sopra il vecchio Geppetto. Poi domandò al Grillo-parlante:
 
– Dimmi, Grillino: dove potrei trovare un bicchiere di latte per il mio povero babbo?
 
– Tre campi distante di qui c’è l’ortolano Giangio, che tiene le mucche. Và da lui e troverai il latte, che cerchi.
 
Pinocchio andò di corsa a casa dell’ortolano Giangio; ma l’ortoiano gli disse:
 
– Quanto ne vuoi del latte?
 
– Ne voglio un bicchiere pieno.
 
– Un bicchiere di latte costa un soldo. Comincia intanto dal darmi il soldo.
 
– Non ho nemmeno un centesimo, – rispose Pinocchio tutto mortificato e dolente.
 
– Male, burattino mio, – replicò l’ortolano. – Se tu non hai nemmeno un centesimo, io non ho nemmeno un dito di latte.
 
– Pazienza! – disse Pinocchio e fece l’atto di andarsene.
 
– Aspetta un po’, – disse Giangio. – Fra te e me ci possiamo accomodare. Vuoi adattarti a girare il bindolo?
 
– Che cos’è il bindolo?
 
– Gli è quell’ordigno di legno, che serve a tirar su l’acqua dalla cisterna, per annaffiare gli ortaggi.
 
– Mi proverò…
 
– Dunque, tirami su cento secchie d’acqua e io ti regalerò in compenso un bicchiere di latte.
 
– Sta bene.
 
Giangio condusse il burattino nell’orto e gl’insegnò la maniera di girare il bindolo. Pinocchio si pose subito al lavoro; ma prima di aver tirato su le cento secchie d’acqua, era tutto grondante di sudore dalla testa ai piedi. Una fatica a quel modo non l’aveva durata mai.
 
– Finora questa fatica di girare il bindolo, – disse l’ortolano, – l’ho fatta fare al mio ciuchino: ma oggi quel povero animale è in fin di vita.
 
– Mi menate a vederlo? – disse Pinocchio.
 
– Volentieri.
 
Appena che Pinocchio fu entrato nella stalla vide un bel ciuchino disteso sulla paglia, rifinito dalla fame e dal troppo lavoro.
 
Quando l’ebbe guardato fisso fisso, disse dentro di sé, turbandosi:
 
– Eppure quel ciuchino lo conosco! Non mi è fisonomia nuova!
 
E chinatosi fino a lui, gli domandò in dialetto asinino:
 
– Chi sei?
 
A questa domanda, il ciuchino apri gli occhi moribondi, e rispose balbettando nel medesimo dialetto:
 
– Sono Lu…ci…gno…lo.
 
E dopo richiuse gli occhi e spirò.
 
– Oh! povero Lucignolo! – disse Pinocchio a mezza voce: e presa una manciata di paglia, si rasciugò una lacrima che gli colava giù per il viso.
 
– Ti commovi tanto per un asino che non ti costa nulla? – disse l’ortolano. – Che cosa dovrei far io che lo comprai a quattrini contanti?
 
– Vi dirò… era un mio amico!…
 
– Tuo amico?
 
– Un mio compagno di scuola!…
 
– Come?! – urlò Giangio dando in una gran risata. – Come?! avevi dei somari per compagni di scuola!… Figuriamoci i belli studi che devi aver fatto!…
 
Il burattino, sentendosi mortificato da quelle parole, non rispose: ma prese il suo bicchiere di latte quasi caldo, e se ne tornò alla capanna.
 
E da quel giorno in poi, continuò più di cinque mesi a levarsi ogni mattina, prima dell’alba, per andare a girare il bindolo, e guadagnare così quel bicchiere di latte, che faceva tanto bene alla salute cagionosa del suo babbo. Né si contentò di questo: perché a tempo avanzato, imparò a fabbricare anche i canestri e i panieri di giunco: e coi quattrini che ne ricavava, provvedeva con moltissimo giudizio a tutte le spese giornaliere. Fra le altre cose, costruì da sé stesso un elegante carrettino per condurre a spasso il suo babbo alle belle giornate, e per fargli prendere una boccata d’aria.
 
Nelle veglie poi della sera, si esercitava a leggere e a scrivere. Aveva comprato nel vicino paese per pochi centesimi un grosso libro, al quale mancavano il frontespizio e l’indice, e con quello faceva la sua lettura. Quanto allo scrivere, si serviva di un fuscello temperato a uso penna; e non avendo né calamaio né inchiostro, lo intingeva in una boccettina ripiena di sugo di more e di ciliege.
 
Fatto sta, che con la sua buona volontà d’ingegnarsi, di lavorare e di tirarsi avanti, non solo era riuscito a mantenere quasi agiatamente il suo genitore sempre malaticcio, ma per di più aveva potuto mettere da parte anche quaranta soldi per comprarsi un vestitino nuovo.
 
Una mattina disse a suo padre:
 
– Vado qui al mercato vicino, a comprarmi una giacchettina, un berrettino e un paio di scarpe. Quando tornerò a casa, – soggiunse ridendo, – sarò vestito così bene, che mi scambierete per un gran signore.
 
E uscito di casa, cominciò a correre tutto allegro e contento. Quando a un tratto sentì chiamarsi per nome: e voltandosi, vide una bella Lumaca che sbucava fuori della siepe.
 
– Non mi riconosci? – disse la Lumaca.
 
– Mi pare e non mi pare…
 
– Non ti ricordi di quella Lumaca, che stava per cameriera con la Fata dai capelli turchini? Non ti rammenti di quella volta, quando scesi a farti lume e che tu rimanesti con un piede confitto nell’uscio di casa?
 
– Mi rammento di tutto, – gridò Pinocchio. – Rispondimi subito, Lumachina bella: dove hai lasciato la mia buona Fata? Che fa? Mi ha perdonato? Si ricorda sempre di me? Mi vuol sempre bene? E’ molto lontana da qui? Potrei andare a trovarla?
 
A tutte queste domande fatte precipitosamente e senza ripigliar fiato, la Lumaca rispose con la sua solita flemma:
 
– Pinocchio mio! La povera Fata giace in un fondo di letto allo spedale!…
 
– Allo spedale?…
 
– Pur troppo! Colpita da mille disgrazie, si è gravemente ammalata e non ha più da comprarsi un boccon di pane.
 
– Davvero?… Oh! Che gran dolore che mi hai dato! Oh! povera Fatina! Povera Fatina! Povera Fatina!… Se avessi un milione, correrei a portarglielo… Ma io non ho che quaranta soldi… eccoli qui: andavo giusto a comprarmi un vestito nuovo. Prendili, Lumaca, e và a portarli subito alla mia buona Fata.
 
– E il tuo vestito nuovo?…
 
– Che m’importa del vestito nuovo? Venderei anche questi cenci che ho addosso, per poterla aiutare! Và, Lumaca, spicciati: e fra due giorni ritorna qui, che spero di poterti dare qualche altro soldo. Finora ho lavorato per mantenere il mio babbo: da oggi in là, lavorerò cinque ore di più per mantenere anche la mia buona mamma. Addio, Lumaca, e fra due giorni ti aspetto.
 
La Lumaca, contro il suo costume, cominciò a correre come una lucertola nei grandi solleoni d’agosto.
 
Quando Pinocchio tornò a casa, il suo babbo gli domandò:
 
– E il vestito nuovo?
 
– Non m’è stato possibile di trovarne uno che mi tornasse bene. Pazienza!… Lo comprerò un’altra volta.
 
Quella sera Pinocchio, invece di vegliare fino alle dieci, vegliò fino alla mezzanotte suonata; e invece di far otto canestre di giunco ne fece sedici.
 
Poi andò a letto e si addormentò. E nel dormire, gli parve di vedere in sogno la Fata, tutta bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un bacio, gli disse così.
 
– Bravo Pinocchio! In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono amorosamente i propri genitori nelle loro miserie e nelle loro infermità, meritano sempre gran lode e grande affetto, anche se non possono esser citati come modelli d’ubbidienza e di buona condotta. Metti giudizio per l’avvenire, e sarai felice.
 
A questo punto il sogno finì, e Pinocchio si svegliò con tanto d’occhi spalancati.
 
Ora immaginatevi voi quale fu la sua maraviglia quando, svegliandosi, si accorse che non era più un burattino di legno: ma che era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri. Dette un’occhiata all’intorno e invece delle solite pareti di paglia della capanna, vide una bella camerina ammobiliata e agghindata con una semplicità quasi elegante. Saltando giù dal letto, trovò preparato un bel vestiario nuovo, un berretto nuovo e un paio di stivaletti di pelle, che gli tornavano una vera pittura.
 
Appena si fu vestito gli venne fatto naturalmente di mettere la mani nelle tasche e tirò fuori un piccolo portamonete d’avorio, sul quale erano scritte queste parole: «La Fata dai capelli turchini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta soldi e lo ringrazia tanto del suo buon cuore». Aperto il portamonete, invece dei quaranta soldi di rame, vi luccicavano quaranta zecchini d’oro, tutti nuovi di zecca.
 
Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d’essere un altro. Non vide più riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l’immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose.
 
In mezzo a tutte queste meraviglie, che si succedevano le une alle altre, Pinocchio non sapeva più nemmeno lui se era desto davvero o se sognava sempre a occhi aperti.
 
– E il mio babbo dov’è? – gridò tutt’a un tratto: ed entrato nella stanza accanto trovò il vecchio Geppetto sano, arzillo e di buonumore, come una volta, il quale, avendo ripreso subito la sua professione d’intagliatore in legno, stava appunto disegnando una bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di testine di diversi animali.
 
– Levatemi una curiosità, babbino: ma come si spiega tutto questo cambiamento improvviso? – gli domandò Pinocchio saltandogli al collo e coprendolo di baci.
 
– Questo improvviso cambiamento in casa nostra è tutto merito tuo, – disse Geppetto.
 
– Perché merito mio?…
 
– Perché quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie.
 
– E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?
 
– Eccolo là, – rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.
 
Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l’ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza:
 
– Com’ero buffo, quand’ero un burattino!… e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!…
 
Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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L’omino anticipato – Carlo Collodi

L’omino anticipato - Carlo Collodi

L’omino anticipato – Carlo Collodi

1. Il signor Gigino.
 
Quando lo conobbi io, aveva appena dieci anni. Di nome si chiamava Gigino.
 
Non era né bello né brutto. Aveva un par d’occhietti cerulei: i capelli biondissimi, d’un biondo chiaro come la stoppa: il naso un po’ ritto e voltato in su e le gambe un tantino magre più del bisogno.
 
Nell’insieme, poteva dirsi un buon figliuolo. A scuola non faceva miracoli, ma il maestro mostravasi contento: in casa poi era il cucco della mamma e l’occhio diritto del babbo. Guai se le sorelle e i fratelli maggiori avessero torto un capello a Gigino! C’era da far nascere una specie di finimondo.
 
 Volete che vi dica il più gran difetto di questo ragazzo? Durerete fatica a crederlo, eppure è così: il suo più gran difetto era quello di vergognarsi a passar per un ragazzo: voleva per forza parere un giovinotto, un uomo fatto!
 
A domandargli quanti anni avesse, per il solito rispondeva:
 
«Il babbo e la mamma dicono che ne ho dieci: ma lo dicono per farmi arrabbiare…»
 
«O dunque quanti anni hai?»
 
«A dir poco poco, ne devo avere dodici per i diciotto: un altr’anno sarò di leva…»
 
«Come fai a saperlo?»
 
«Chi può saperlo meglio di me? Gli anni sono miei, e nessuno me li può levare.»
 
Fatto sta che Gigino, mentre pretendeva di essere un giovinotto e un omino maturato prima del tempo, si dava a conoscere per un ragazzo più ragazzo di molti altri. Era bizzoso, capriccioso, svogliato, ghiotto di zucchero e di pasticcini: un po’ bugiardo: prepotente e permaloso co’ suoi compagni di scuola, e fanatico dei balocchi fino al segno di pigolare tutti i giorni qualche soldo per comprarsi un burattino o un cavallo di terra cotta col fischio nella coda.
 
Voi forse mi domanderete: «In qual modo, dunque, il signor Gigino mostrava questa sua gran passione di farsi credere un giovinotto?»
 
Ve lo dico subito: la sua passione stava tutta nel desiderio di potersi vestire da uomo, come il suo fratello maggiore che aveva oramai vent’anni compiti: vale a dire, invece del solito berrettino, avrebbe preferito un bel cappello a tuba: invece della giacchettina, un soprabito di panno nero, e invece della golettina rovesciata, che lascia libero il collo, un bel golettone ritto e inamidato, come il collare dei preti.
 
2. Il cappello a tuba.
 
Fra tutte queste galanterie, la più agognata per il nostro Gigino era il cappello a tuba.
 
Un giorno, sfogandosi con la Veronica, la cameriera che per il solito lo accompagnava a spasso, arrivò fino a dire: «Credilo, Veronica, per un cappello a tuba darei tutti i miei libri di scuola.»
 
«O perché non se la fa comprare dal babbo?» ripigliò la cameriera, ridendo come una matta.
 
«E perché ridi?» domandò Gigino impermalito.
 
«Rido, perché a vedere un ragazzo, come lei, col cappello a tuba, mi parrebbe di vedere un fungo porcino.»
 
«Povera donna! ti compatisco…»
 
«La mi compatisca quanto la vuole, ma a me i ragazzi vestiti da ominini grandi mi somigliano tante maschere fuori di carnevale…»
 
La mattina dopo (era per l’appunto giovedì, giorno di vacanza per la scuola) il nostro Gigino, frugando nell’armadio di guardaroba, gli venne fatto di trovare un vecchio cappello di felpa, tutto bianco dalla polvere. Era un vecchio cappello del suo babbo.
 
Tutto allegro, come se avesse trovato un tesoro, se lo portò via di sotterfugio; e ritiratosi nella sua camera, si pose a spazzolarlo e a strigliarlo, come se fosse stato un cavallo.
 
Quel povero cappello in alcuni punti era diventato bianchiccio a cagione del pelo andato via: ma Gigino, senza perdersi d’animo, vi rimediò subito, e presa la boccettina dell’inchiostro, restituì alla felpa del cappello il suo bellissimo color morato.
 
Poi se lo pose in testa: ma il cappello era così largo, che gli calava fino al principio del naso.
 
Gigino non se ne dette per inteso: e andandosi a guardare nello specchio, cominciò a dire gongolando dalla gioia:
 
«Ecco qui… non sono più il medesimo: paio proprio un altro… neanche la mamma mi riconoscerebbe!… Bisogna convenire che il cappello a tuba è quello che fa parere uomini… Se gli uomini portassero i berretti, come noi, sarebbero tanti ragazzi… Che cosa pagherei di farmi vedere con questo cappello dai miei compagni di scuola!… Chi lo sa come m’invidierebbero!… E il maestro?… Scommetto che, se andassi a scuola con questo cappello, anche il maestro avrebbe un po’ di soggezione di me… Oh! che bell’idea!…».
 
Detto fatto, Gigino ebbe lì per lì una bellissima idea. Levatosi il cappello, corse da sua madre e le disse: «Ti contenti, mamma, che vada qui dal cartolaro, sulla cantonata, per comprare un quinternino di carta?»
 
«Mi prometti di tornar subito?»
 
«In un lampo.»
 
«E non ti fermare dinanzi alle vetrine delle botteghe.»
 
«Che mi credi un ragazzo?»
 
E senza stare a dir altro, Gigino ritornò in camera; e dopo due minuti era giù in mezzo alla strada, con in testa il suo bellissimo cappello a tuba, ritinto a nuovo.
 
La gente si voltava a guardarlo, e rideva: ma lui si pavoneggiava ed era contento come una pasqua.
 
Per altro le contentezze in questo mondo durano poco: tant’è vero che prima di arrivare alla bottega del cartolaro, il nostro Gigino incontrò due monelli di strada, che incominciarono a girargli d’intorno e a fargli delle grandi riverenze e dei grandi salamelecchi, gridando con quanto fiato avevano in gola:
 
«Sor Dottore, buon giorno a lei!… Ben arrivato sor Dottore!»
 
Altri monelli sopraggiunsero strillando:
 
«Guarda che bel Cappellone!… Sor Cappellone, la si rigiri!… Evviva Cappellone!…».
 
E lì grandi risate, urli, fischi, un baccano indiavolato, da levar di cervello.
 
Il povero Gigino, che avrebbe pagato Dio sa che cosa per aver le ali come un uccello e tornarsene volando a casa dalla sua mamma, si provò più volte a farsi largo e a svignarsela, ma i monelli, riunitisi in cerchio, gli chiudevano ogni via di salvezza.
 
«Mi pare una bella porcheria!» gridò piangendo. «Io vado per i fatti miei, e non do noia a nessuno… e non voglio che nessuno dia noia a me…»
 
«Bravo Cappellone, urlò un ragazzaccio, più sbarazzino degli altri. Bravo Cappellone!… tu ragioni meglio d’un libro stampato… e meriti la mancia.»
 
E nel dir così, gli diè sul cappello un colpo così screanzato, che il cocuzzolo volò via di netto, e il povero Gigino rimase con la sola tesa penzoloni intorno alla testa.
 
Figuratevi lo scoppio delle risate!
 
Appena tornato a casa, il nostro amico si chiuse in camera per bagnarsi con l’acqua fresca un bel graffio sul naso, raccapezzato in mezzo a quel gran parapiglia.
 
3. Il goletto insaldato.
 
Il graffio del naso non era ancora guarito per bene, che già il nostro amico Gigino, per la solita grulleria di vestire da uomo fatto, ne meditava un’altra delle sue.
 
Una mattina, avendo trovata la Veronica in guardaroba, che rassettava della biancheria, le disse con una manierina incantevole:
 
«Dimmi, Veronica, mi faresti un piacere?»
 
«Si figuri!»
 
«Ma prima mi devi promettere…»
 
«Che cosa?»
 
«Di non dir nulla alla mamma.»
 
«Si comincia male» osservò la cameriera, alzando la testa e guardando in viso il ragazzo. «Dev’essere dunque un segreto?»
 
«Un segreto, no… ma ecco, vorrei…»
 
«Animo via: sentiamo di che si tratta.»
 
«Si tratta di un goletto da collo del mio fratello Augusto.»
 
«Come c’entra il suo fratello Augusto?»
 
«Bisogna sapere che Augusto mi ha regalato uno de’ suoi goletti da collo: ma per me è troppo grande… e vorrei che tu mi facessi il piacere di ristringerlo.»
 
«E un ragazzino, come lei, vuol mettersi un golettaccio alto e insaldato a quel modo, che pare un collare? Quei goletti, abbia pazienza, staranno bene agli uomini e ai giovinotti, perché oramai la moda vuole così, e con la moda non ci si ragiona: ma i ragazzetti della sua età fanno miglior figura con la goletta arrovesciata, e che lascia scoperto e libero il collo. La tenga a mente, sor Gigino, che i ragazzi bisogna che vestano da ragazzi: se no, c’è da scambiarli per tanti uomini rimasti nanerucoli e piccini.»
 
«O che sarebbe una vergogna? Io sento che il babbo e la mamma, quando vogliono dire un gran bene di qualche ragazzo, lo sai come dicono? Dicono sempre: quello è un ragazzo che par proprio un omino.»
 
«Verissimo: ma non intendono dire che paia un omino, perché porta i goletti ritti e insaldati, come usano gli uomini: neanche per sogno! Intendono dire che il tale o il tal altro ragazzo pare un omino, perché non è bizzoso, perché non è scapato, perché ha giudizio, perché studia e si fa onore e perché preferisce i libri ai balocchi.»
 
«Basta, basta, Veronica: il resto me lo dirai un’altra volta. Me lo fai dunque questo piacere?»
 
«Eppure scommetto che se il suo babbo fosse tanto buono da comprarle un cappello a tuba, lei non si vergognerebbe a farsi vedere in mezzo alla strada con quella cupola in capo!»
 
Gigino guardò in viso la Veronica, e abbassando la voce domandò:
 
«Hai saputo forse qualche cosa?…».
 
«Di che?»
 
«Del cappello…»
 
«Cioè?»
 
«Dunque non sai nulla?… Meno male… Che cosa, dunque, dicevi?»
 
«Dicevo che lei sarebbe capacissimo di mettersi in testa un cappello a tuba e di andare magari a farsi vedere da tutti!…»
 
«Sicuro che ci anderei.»
 
«Ma non pensa ai fischi e alle risate dei monelli di strada?»
 
«Dimmi, Veronica, che hai saputo per caso qualche cosa?…»
 
«Di che?»
 
«Meno male: non hai saputo nulla!… Dicevi dunque?»
 
«Dicevo che i ragazzacci di strada sono anche impertinenti… e non so se si contenterebbero soltanto di ridere e di fischiare.»
 
«E che vuoi tu che mi facessero di peggio?»
 
«Chi lo sa! Potrebbero alzare le mani e sentirsi il pizzicorino di lasciar cadere sul suo cappello qualche solennissima latta…»
 
«Latta?… E che roba sono le latte?»
 
«Sono quei colpacci a mano aperta affibbiati per celia o per davvero sul cappello degli altri.»
 
«E se qualche ragazzaccio si pigliasse la confidenza di sciuparmi il cappello, tu credi che io non ne avrei il coraggio?…»
 
«Il coraggio di far che cosa?»
 
«Di scappare e di andar subito a raccontarlo alla mamma?… Per tua regola, io non ho paura di nessuno.»
 
«Lo so che lei è dimolto coraggioso: tant’è vero che la sera, quand’è entrato a letto, vuol sempre la candela accesa. Guai a lasciarlo al buio!»
 
«Che cosa c’entra la candela col coraggio? Il coraggio è una cosa, e la candela è un’altra: ne convieni? E poi devi sapere che il mio maestro di ginnastica ha promesso fra sei o sett’anni d’insegnarmi la scherma… e quando saprò la scherma… allora, te lo dico io, non avrò più paura di nessuno. Ma insomma, Veronica, me lo fai questo piacere, sì o no?»
 
Gigino, mi dispiace a doverlo dire, aveva un altro difetto, comunissimo del resto a molti ragazzi, quello, cioè, che quando cominciava a chiedere una cosa, non la finiva più, fino a tanto che non l’aveva ottenuta. E a furia di ripetere e di pigolare la medesima cosa diventava così noioso e così seccatore, da sfondare lo stomaco.
 
Prova ne sia che la Veronica, pur di levarsi di torno quel tormento, prese dispettosamente il goletto, e tagliatone un pezzo e ricucitolo alla meglio con pochi punti, lo ridusse adattato al collo del suo padroncino.
 
Chi più beato, chi più felice di Gigino? Ballando e saltando corse a rinchiudersi nella sua camerina, e lì tanto fece e tanto annaspò, che finalmente poté guardarsi nello specchio col suo nuovo goletto intorno al collo.
 
Ma il nuovo goletto era così alto e così duramente insaldato, che il povero figliuolo sentiva tagliarsi la gola! Non poteva più abbassare la testa: non poteva voltarsi né di qua né di là: pareva proprio un impiccato. Eppure quel giuccherello era contento, tanto contento, che sarebbe difficile figurarselo!
 
La sua prima idea fu quella di chiedere alla mamma il solito permesso per andare dal solito cartolaro a comprare le solite penne: ma poi, tornandogli in mente la gran disgrazia toccata all’infelice cappello a tuba, pensò meglio di scendere giù nel giardino. Se non foss’altro, scansando il pericolo d’incontrare i monelli di strada, si sarebbe levato il gusto di farsi vedere dal giardiniere, dalla moglie del giardiniere e dal loro bambinetto.
 
Appena arrivato sulla porta del giardino, il primo a venirgli incontro fu Melampo, un grosso cane da guardia, che cominciò subito a guardarlo male e a ringhiare, come se avesse voluto mangiarlo.
 
«Che cos’ha Melampo?» gridò Gigino al figliuolo del giardiniere. «Che forse non mi conosce più? Non riconosce il suo padrone?»
 
«Come vuol che faccia a riconoscerlo, con codesto golettone che gli fascia tutta la gola?… Lo creda, sor Gigino, duro fatica a riconoscerlo anch’io… Da ieri a oggi, l’è così imbruttito… con rispetto parlando!»
 
«Imbruttito?… Sarebbe a dire?…»
 
«Lo creda, sor Gigino, la mi pare un galletto, quando gli hanno tirato il collo… Che gli è venuto forse un tumore, Dio ci liberi tutti?»
 
«È meglio che me ne vada, senza risponderti… se no, te ne direi delle belle» masticò Gigino fra i denti: e si avviò verso il pergolato.
 
Ma costretto a camminare a testa alta e non potendo vedere dove metteva i piedi, inciampò dopo pochi passi in un secchione pieno d’acqua lasciato per dimenticanza nel mezzo, e cadde lungo disteso sulla ghiaia del viale.
 
E la sua caduta fu così divertente, che alcune galline, le quali stavano beccando lì dintorno, invece di fuggire spaventate, cominciarono a sbattere le ali e a fare coccodè coccodè, tale e quale come se ridessero di genio alla vista di quel ragazzo così buffo per il suo golettone insaldato. Basti dire che fra quelle galline, ve ne fu una che, nello sforzo del gran ridere, scodellò senza avvedersene un bellissimo ovo fresco.
 
Gigino, come potete immaginarvelo, tornò a casa tutto mortificato, e c’è da compatirlo! Se col suo goletto avesse messo di buon umore solamente il ragazzo del giardiniere, pazienza! Ma far ridere anche le galline, è troppo! Veramente, è troppo!
 
4. La scherma.
 
E qui bisogna ritornare un passo indietro, come dicono i raccontatori di novelle.
 
Dovete dunque sapere, miei piccoli e carissimi lettori, che il brutto caso di quel povero cappello a tuba, strapazzato, percosso e diviso in due pezzi sulla pubblica via, non rimase un segreto per i compagni di scuola del nostro amico Gigino.
 
Uno scolaro, per combinazione, venne a saperlo: e quando un ragazzo sa qualche cosa, potete aspettarvi che dopo cinque minuti lo sanno anche tutti gli altri ragazzi. Così sapessero tutti l’Aritmetica, la Storia e la Geografia!
 
Fatto sta, che fra i compagni di scuola di Gigino trovavasi un certo Amerigo chiamato di soprannome il Biondo, perché di capelli e di carnagione era biondo come un cannello di brace.
 
Il Biondo non aveva che una sola passione (bruttissima passione): quella di divertirsi e di ridere alle spalle degli altri ragazzi. Inventava per tutti qualche canzonatura o qualche scherzo impertinente. A chi le dava, e a chi le prometteva.
 
Figuratevi la sua contentezza, quando gli raccontarono la storia della famosa latta cascata sul cappello a tuba del povero Gigino!
 
Prese subito di mira l’amico, e non gli dètte più pace; non lo lasciò più ben’avere un minuto solo.
 
Tutte le volte che nell’andare a scuola s’imbatteva in lui, affibbiavagli subito un bello scappellotto sul berretto: e poi, fingendosi dolente e mortificato, diceva con voce di piagnisteo:
 
«Scusa, sai: mi pareva che tu avessi in testa il cappello a tuba!… Non lo farò più!…».
 
Il nostro Gigino, a questi scherzi sguaiati ci soffriva, proprio ci soffriva: e avrebbe dato volentieri una buona lezione al suo accanito persecutore: ma la paura era quella che lo tratteneva: e la paura è stata sempre una gran tara per tutte quelle persone che vorrebbero aver coraggio.
 
Alla fine, non potendone più, fece un animo risoluto, e disse al suo maestro di ginnastica:
 
«Senta, signor maestro, io vorrei che lei m’insegnasse subito la scherma».
 
«Che cosa vuoi far della scherma?»
 
«Voglio battermi…»
 
«Con chi?»
 
«Con nessuno.»
 
«Benissimo: il signor Nessuno è l’unico avversario adattato per te!» urlò il maestro, dando in una gran risata.
 
«Eppure anche il babbo dice sempre che, quando sarò più grande, dovrò imparare la scherma…»
 
«Quando sarai più grande, sì: ma che cosa vuoi far oggi della scherma? oggi che sei un ragazzino alto poco più d’un soldo di cacio? oggi che non hai nemmeno la forza di reggere in mano il fioretto?…»
 
«Scusi: che cosa sarebbe il fioretto?»
 
«Te lo spiegherò un’altra volta.»
 
«Scusi, signor maestro: non potrebbe darmi qualche lezione, tanto per cominciare?…»
 
«Voglio contentarti. Per oggi t’insegnerò il modo di stare in guardia.»
 
«Mi dispiace… ma in guardia oggi non ci posso stare, perché dopo la scuola, mi aspettano a casa».
 
Il maestro fece di tutto per non dare in uno scoppio di risa: quindi riprese:
 
«Animo! Mettiti là, ritto, impettito della persona. Benissimo! Ora porta la mano sinistra dietro la schiena… Nossignore! codesta non è la mano sinistra: codesta è la destra… Va bene così: ora con la destra impugna questo bastoncino, che farà da fioretto».
 
«Scusi, signor Maestro, che cos’è il fioretto?»
 
«Te lo spiegherò un’altra volta. Ora allunga il braccio destro, e facendo un passo in avanti, muoviti verso di me, come se tu volessi colpirmi.»
«E poi?»
 
«E poi la lezione è finita.»
 
«È tutta questa la scherma?»
 
«Per la tua età, ne hai imparata anche troppa e te ne avanza».
 
Dopo quella lezione di scherma, Gigino diventò una specie di gigante Golia. Nessuno gli faceva più paura. Tant’è vero che un giorno, essendosi preso a parole col Biondo, gli disse sul viso:
 
«Sono stufo delle tue sguajataggini: dopo la scuola ci batteremo».
 
Detto fatto, i due avversari si ritrovarono insieme sopra una piazzetta deserta, uno di faccia all’altro.
 
«Attento!» disse Gigino al Biondo. «Allunga il braccio destro, e passa la mano sinistra dietro la schiena.»
 
«Parli con me? Io per tua regola non ho tempo da perdere in tanti complimenti, e mi sbrigo subito.»
 
E senza aggiungere altre parole, caricò sulle spalle dell’avversario un carico di pugni, quanti potrebbe portarne un ciuchino.
 
Il nostro amico tornò a casa tutto indolenzito: e lungo la strada si consolava di tanto in tanto, dicendo fra sé:
 
«È vero che ne ho toccate! Ma quella lì non era scherma, quelli erano pugni».
 
5. La cascata da cavallo.
 
Venuto il tempo delle vacanze, Gigino andò a passare due mesi in campagna insieme con la sua mamma.
 
Il babbo rimase in città, perché essendo il tempo delle elezioni, e volendo riuscire eletto deputato alla Camera, aveva bisogno di girare dalla mattina alla sera come un fattorino della posta.
 
A poca distanza dalla villa del nostro amico c’era una casa colonica abitata dalla famigliola del contadino: vale a dire padre, madre e due ragazzetti.
 
Il maggiore di questi due ragazzi aveva forse la stessa età di Gigino, e si chiamava Cecco, il minore era un bambinetto di quattr’anni appena.
 
«Come si chiama questo bimbo?» domandò Gigino alla mamma.
 
«Il suo nome vero sarebbe Brandimarte: ma noi, qui in famiglia, gli si dice Formicola, perché egli è piccino come un baco da seta.»
 
Gigino, come potete immaginarvelo, passava tutte le sue giornate in casa del contadino, ed era diventato l’amico indivisibile di Cecco.
 
Una volta, fra le altre, gli domandò:
 
«Che cosa si potrebbe fare per divertirsi un poco?»
 
«Senta, sor Gigino, vuol dar retta a me? Io ci ho un bel carrettino di legno a quattro ruote: lei c’entri dentro, e farà da padrone, e io farò da cavallo e tirerò il carretto.»
 
«Codesti mi paiono balocchi da ragazzi!» disse Gigino, pigliando l’aria d’un uomo serio e sbadigliando senza averne voglia.
 
«O che lei è vecchio?»
 
«Non ti dirò di esser vecchio: ma oramai tutti mi scambiano per un giovinotto.»
 
«Io, per esempio», soggiunse Cecco, «se dovessi scambiarlo con qualcuno, lo scambierei con un ragazzo…»
 
«Un ragazzo io?… Ma non sai che fra dieci anni sarò di leva e mi toccherà a fare il soldato?»
 
«Io non ci ho colpa», rispose Cecco stringendosi nelle spalle.
 
«E fuori del carretto a quattro ruote, non avresti nessun altro passatempo?…»
 
«L’anno passato ce l’avevo…»
 
«Che cosa avevi?»
 
«Un cavallino bianco così addomesticato e alla mano, che veniva dietro come un pulcino, quando gli si butta il panico…»
 
«E ora è morto?»
 
«È lo stesso che sia morto, perché il padrone l’ha venduto.»
 
«E quando lo ricomprate il cavallo?»
 
«Il cavallo ce l’abbiamo, ma sarebbe quasi meglio di non averlo. Di quei cavallacci cattivi!… La si figuri, che a fargli una carezza, abbassa subito gli orecchi e mette fori certi dentoni, che paiono manichi di coltello.»
 
«E corre dimolto?»
 
«Gli è uno scappatore peggio di un berbero. Se l’avessi a montar io!… Neanche se mi ci cucissero sopra con lo spago.»
 
«Non ti vergogni di esser tanto pauroso?»
 
«No».
 
«Hai torto: un ragazzo della tua età dovrebbe avere molto più coraggio…»
 
«Lo so anch’io: ma per aver coraggio, bisognerebbe non aver paura.»
 
«Quando avevo la tua età, non c’era cavallo che mi mettesse in soggezione: anzi quanto più erano scappatori e focosi, e più ci avevo piacere.»
 
«Mi levi una curiosità», rispose Cecco, guardando il padroncino con un’aria un po’ canzonatoria, «che ne ha montati dimolti lei dei cavalli?»
 
«Te lo lascio immaginare!…»
 
«Per esempio… quanti?»
 
«Ci vorrebb’altro a contarli tutti!…»
 
«Dunque lei monterebbe anche il matto?»
 
«Chi è il matto?»
 
«Gli è appunto quel cavallaccio, che abbiamo nella stalla.»
 
«E perché lo chiamate il matto?»
 
«Perché è una bestia, con la quale non si può ragionare.»
 
«Mi conduci a vederlo?»
 
«La si figuri!»
 
I due ragazzi, senza far altre parole, si alzarono dalla panchina dove stavano seduti e si avviarono verso la stalla. Giunti alla porta, Gigino disse a Cecco:
 
«Mena fuori il matto!»
 
Cecco ubbidì.
 
Quando Gigino ebbe visto l’animale, disse scrollando il capo in atto di compassione:
 
«Questo, caro mio, non è un cavallo: questa è una pecora.»
 
«Eppure scommetto che lei…»
 
«Io?… Io per tua regola ho cavalcato certi cavalli, che tu non te li sogni nemmeno.»
 
(Si capisce bene che Gigino, parlando così, diceva un sacco di bugie: ma le diceva per la sua solita smania di farsi credere un giovinotto.)
 
«Vuol provare a montarci sopra, a bisdosso?»
 
«A bisdosso? cioè?»
 
«Vale a dire, senza sella.»
 
«Volentieri. Va’ a prendermi una sedia.»
 
«Che cosa ne vuol fare?»
 
«Ora lo vedrai.»
 
«Ma che un cavallerizzo, come lei, ha bisogno della sedia? Io, quando voglio montare a cavallo, mi attacco ai peli della criniera, spicco un bel salto, e in men che si dice, mi trovo con una gamba di qui e una di là…»
 
«Ognuno ha le sue opinioni: io, senza una sedia, non posso montare a cavallo.»
 
Cecco portò una seggiolaccia tutta sgangherata: Gigino vi si arrampicò, e inforcando il cavallo con la gamba sinistra, invece che con la destra, si trovò col viso e con tutta la persona voltata verso la coda dell’animale.
 
Allora Cecco, sbellicandosi dalle risa, cominciò a gridare:
 
«No, sor Gigino, no, l’ha sbagliato uscio: la si rigiri di lì; perché la testa del cavallo è da quell’altra parte».
 
«Lo so, lo so» rispose Gigino con molta disinvoltura «ma per tua regola quando io monto a cavallo, ho la precauzione di voltarmi prima dalla parte della coda…»
 
«Perché?»
 
«Perché, caro mio, le precauzioni non sono mai troppe.»
 
«Ora ho capito», disse Cecco, che non aveva capito nulla.
 
Intanto, a furia di sforzi inauditi, Gigino si rivoltò con tutta la persona verso la testa del cavallo: e compiuta appena questa difficile manovra, sarebbe sceso volentieri: ma gli mancò il tempo.
 
L’irrequieto animale, senza aspettare l’invito del cavaliere staccò subito un mezzo galoppo. Figuratevi Gigino! lui, che non aveva cavalcato mai altri cavalli, che un bellissimo puledro di legno, compratogli dalla sua mamma per regalo del Capo d’anno! Quanti salti e quanti balzelloni sulla groppa secca del Matto! Il povero figliuolo ora dondolava da una parte, ora dondolava dall’altra… e Cecco! Quella birba di Cecco, a gambe larghe in mezzo alla strada, godendosi la scena del suo padroncino, che da un momento all’altro era lì lì per fare un gran capitombolo, si mandava a male dalle grandi risate.
 
E il momento del capitombolo arrivò pur troppo. Gigino cadde, come un fagotto di cenci, fra la polvere della strada, e il cavallo, senza darsene per inteso, andò a mangiar erba nel campo vicino.
 
«S’è fatto molto male?» gli domandò Cecco, che era corso a gran carriera per aiutarlo.
 
«E perché mi dovrei esser fatto male?»
 
«È stata una brutta cascata!»
 
«Povero grullo! Che credi che sia cascato? Neanche per sogno. Volevo scendere, e nello scendere ho messo un piede in fallo e sono sdrucciolato. È una disgrazia che può accadere a tutti.»
 
«Davvero! L’altro giorno, per esempio, sdrucciolai anch’io…»
 
«Scendendo da cavallo?»
 
«No: mettendo un piede sopra una buccia di fico. E questo corno, che gli è venuto qui sulla fronte?…»
 
Gigino si toccò la fronte con la mano, e sentito che c’era davvero un piccolo gonfio, disse con la solita disinvoltura:
 
«Si vede che, nello scendere, ho battuto un ginocchio. Basta che io batta un ginocchio, perché mi venga subito un corno nella testa. Ho la pelle così delicata!…».
 
6. Il sigaro.
 
Volete saperne un’altra? Pochi giorni dopo, sull’ora del desinare, il nostro amico entrò in casa del contadino e trovò tutta la famigliola a tavola: vale a dire, Tonio, il capoccia, la sua moglie Betta, e i due ragazzi Cecco e Formicola, quest’ultimo chiamato così, perché (come già sapete) era piccolino e minuto quanto un baco da seta.
 
Che cos’era andato a fare il signor Gigino?
 
Oh! non abbiate paura che il suo bravo perché ce l’aveva! Altro se ce l’aveva!
 
Tonio e la Betta, tanto per far vedere il buon cuore, gli domandarono subito se voleva favorire, ossia se voleva prendere un morso di pane e di formaggio fresco.
 
Gigino ringraziò, e atteggiandosi a persona annoiata, s’intrattenne a cinguettare del più e del meno. Appena però si accorse che il desinare stava per finire, tirò fuori di tasca un bel sigaro toscano, e spezzandolo nel mezzo col garbo di un vecchio fumatore, ne offerse la metà al capoccia Tonio.
 
«Mi dispiace», disse il contadino tutto complimentoso, «mi dispiace di non poter fare onore alle sue grazie…»
 
«Perché?»
 
«Perché non fumo, e non ho mai fumato.»
 
«Davvero?»
 
«Il sigaro, con rispetto parlando, m’è parso sempre una gran porcheria. Lo dice anche il nostro medico…»
 
«Bravo furbo! E tu sei tanto bono da dar retta al medico?»
 
«Gli do retta sicuro! Cred’ella che il nostro medico sia uno zuccone? La se lo levi dal capo: è un omo che la sa lunga dimolto e ci vede bene, e quando i suoi malati moiono, gli è proprio segno che non volevano più campare.»
 
«E che cosa dice il vostro medico dei sigari?»
 
«Dice che i sigari sono la peste del genere umano e la sorgente di tutti i malanni che vengono sulla lingua, in gola e in fondo allo stomaco.»
 
«Grullerie! Ti pare che se i sigari facessero male davvero, il governo li lascerebbe vendere in tutte le botteghe?»
 
«Scusi: e lei che fuma?»
 
«Altro se fumo!»
 
Gigino, dicendo così, diceva al solito una grossa bugia, perché fino a quel giorno non aveva fumato mai.
 
«E il sigaro non gli guasta l’appetito?»
 
«Guastarmi l’appetito? a me? Per tua regola ho una salute di bronzo, e quando ho fumato un mazzo di sigari, sto meglio di prima. E tu, Cecco, sei fumatore?»
 
«Vorrei vedere anche questa!», gridò la Betta inviperita, alzandosi in piedi e puntando le mani sulla tavola.
 
«Io», rispose il ragazzo ridendo, «fumo qualche volta: ma fumo i sigari di cioccolata…»
 
«Ti compatisco!», disse Gigino. «Sei ancora troppo ragazzo per i nostri sigari… Mi vuoi dare un fiammifero acceso?»
 
«Volentieri.»
 
Cecco accese un fiammifero di legno e lo presentò al padroncino; il quale, trovandosi oramai all’impegno, si armò di un coraggio da leoni e ficcatosi mezzo sigaro fra le labbra, cominciò a fumarlo.
 
Tutti, com’è naturale, lo guardavano con maraviglia, come si guarderebbe una bestia rara: quand’ecco il bambinetto chiamato Formicola, che voltandosi alla mamma, disse con una vocina piagnucolosa:
 
«Mamma, lo fai smettere il sor Gigino?»
 
«Che cosa ti fa il sor Gigino?»
 
«Mi fa le boccacce!»
 
E Formicola aveva ragione: perché il nostro amico, fra una fumata e l’altra, faceva con la bocca certi versacci sguaiati, da metter quasi paura.
 
Poi tutt’a un tratto diventò bianco come un panno lavato. Avrebbe voluto rizzarsi in piedi, ma le gambe gli si ripiegavano.
 
«Si sente male?» gli domandò premurosamente la Betta.
 
Gigino si provò a rispondere qualche cosa: ma non ebbe fiato. Invece sbadigliò, e dopo uno sbadiglio lungo lungo, sputò tre o quattro volte e fece con la bocca un certo garbo… mi sono spiegato?
 
Allora Tonio corse subito a prendere una catinella… Fosse almeno arrivato a tempo!
 
Povero Gigino! Dopo un’ora di trambusto di stomaco, che somigliava alla morte, se ne tornò alla villa mezzo intontito: e salendo le scale, diceva fra sé e sé: «Quanto avrei fatto meglio a fumare un sigaro di cioccolata!…»
 
7. La giubba a coda di rondine.
 
Finita la villeggiatura, il bravo Gigino dové presentarsi agli esami per essere ammesso alla terza ginnasiale.
 
A sentir lui, era sicurissimo di uscir vittorioso: ma invece, come suol dirsi, rimase schiacciato.
 
Credete forse che se ne accorasse?
 
Nemmeno per sogno. Anzi, quando il babbo e la mamma lo rimproverarono per aver fatto una meschina figura e per aver perduto inutilmente un anno di scuola, volete sapere come rispose?
 
«Che cosa fa un anno di più o un anno di meno? Sono forse un vecchio? Ho appena nove anni, e non mi manca il tempo per ricattarmi.»
 
Sissignori! Quel monello, quando era spinto dalla vanità di vestirsi da giovinotto, si cresceva gli anni a manciate: quando poi voleva scusarsi della poca voglia di studiare, allora, a lasciarlo discorrere, ridiventava un bambino di nove o dieci anni appena.
 
Per altro, trovandosi qualche volta solo, andava rimuginando col pensiero la storia burrascosa del famoso cappello a tuba, la risata delle galline per il suo golettone inamidato, gli scapaccioni avuti dal Biondo, sebbene il Biondo non sapesse la scherma, la cascata da cavallo con l’accompagnamento d’un bel corno in mezzo alla testa, e le fumate di quel sigaro traditore, che lo aveva costretto a fare i gattini… modo pulito per non dire che lo aveva costretto a rimetter fuori alla luce del sole tutta la colazione divorata con tanto gusto poche ore prima.
 
E ripensando a tutte queste cose, e facendo nella sua testina un piccolo calcolo a mezz’aria, venne finalmente a capacitarsi che questa vanità di atteggiarsi a giovinotto prima del tempo, gli aveva fruttato più dispiaceri, che vere consolazioni di amor proprio soddisfatto.
 
E giurò sul serio di voler mutar vita e di rassegnarsi oramai a rimaner ragazzo fino a tanto che il calendario non gli avesse regalato qualche anno di più.
 
E mantenne il giuramento per parecchi mesi.
 
Ebbe in questo periodo di prova molte tentazioni: ma riuscì a spuntarle, e rimase sempre padrone del campo.
 
Ma purtroppo una sera…
 
Vi racconterò quest’ultima disgrazia di Gigino, ma ve la racconterò con parole quasi allegre per non farvi piangere.
 
Una sera, in casa sua, c’era festa da ballo.
 
Gigino, non volendo sfigurare di fronte agli altri, andò per tempo a chiudersi in camera: e lì si pettinò, si lisciò, e si agghindò, come un vero figurino di Parigi. Aveva una bella camicia bianca, col goletto rovesciato, e una giacchettina di panno nero, che gli tornava a pennello.
 
Quando sentì che il pianoforte accennava i primi preludi della polca e della marzurka, corse subito… ma prima di entrare in sala, fece capolino alla porta e vide…
 
Vide un brulichio di cravatte bianche e di giubbe a coda di rondine.
 
La giubba a coda di rondine era stata sempre la sua gran passione, il suo sogno dorato.
 
Prova ne sia che una volta, essendo venuto il sarto a riportargli una giacchettina di velluto, gli domandò in tutta segretezza:
 
«Scusi: a questa giacchettina non si potrebbero attaccare di dietro due falde?».
 
«Volendo, si può far tutte: ma le pare che la giubba sia un vestito adattato per i ragazzi della sua età?»
 
«Quanti anni bisogna avere per mettersi la giubba?»
 
«Per lo meno, diciotto o vent’anni.»
 
«Mi pare una bella prepotenza! Dunque, perché siamo ragazzi, dovremo sempre vestire a modo degli altri?…»
 
«Arrivedella sor Gigino.»
 
E il sarto se ne andò scrollando il capo e mordendosi i baffi.
 
La sera della festa da ballo, il nostro amico sentendosi rinfocolare la passione per la giubba, almanaccò col suo cervellino di grillo questo bellissimo ragionamento:
 
«Se mi mettessi la giubba del mio fratello Augusto?… Augusto è a Roma… e fino a lunedì non ritorna. La sua giubba mi torna benissimo… un po’ larga, se vogliamo, un po’ lunga… ma in mezzo a quella folla di ballerini e di ballerine, chi se ne avvede?».
 
E lì, fatto un animo risoluto, entrò nella camera del fratello, prese la giubba e se la infilò.
 
Figuratevi quando fece la sua comparsa in sala! Scoppiò una risata, che non finiva più. Ridevano tutti: anche il pianoforte. Una signorina, fra le altre, rise tanto e poi tanto, che venne presa da un singhiozzo convulso, e fu portata fuori della sala quasi svenuta.
 
Allora nacque un mezzo scompiglio.
 
Il pianoforte smesse di suonare: le coppie che ballavano, si sciolsero: la quadriglia rimase a mezzo, e tutti si affollarono per conoscere la causa di quello svenimento.
 
«Povera giovinetta! Ha riso troppo! e il troppo ridere qualche volta fa male!», dicevano alcuni.
 
«E il motivo di quel riso convulso?» domandavano altri.
 
«La giubba del sor Gigino.»
 
«Vediamola questa famosa giubba.»
 
«Vediamola davvero.»
 
E lì dintorno a Gigino, il quale impermalito di far da zimbello ai curiosi, dètte in uno scoppio di pianto e fuggì dalla sala come un gatto frustato.
 
Da quella sera in poi, Gigino, messo il capo a partito, si liberò dalla ridicola passione di vestirsi a uso giovinotto, prima del tempo.
 
E fece bene: perché i ragazzi, vestiti da ragazzi, figurano molto più di quel marmocchi, che hanno la pretesa di mascherarsi da omini anticipati.
 
Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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