I ragazzi grandi – Carlo Collodi

I ragazzi grandi – Carlo Collodi

I ragazzi grandi

– Bettina, accendi subito il caminetto – disse Clarenza, entrando in salotto e volgendo la sua parola a una donna sulla cinquantina, che stava spolverando con una spazzola di penne i mille ninnoli, di varia maniera, posati per ornamento sopra la mensola di un caminetto, sormontato da un grande specchio. – Nel momento – rispose la Bettina, e chinandosi per accomodare la legna, disse alla sua giovane padrona:
 
 – Indovini un po’, signora Clarenza, chi ho veduto or ora, per la strada, mentre tornavo a casa.
 
– Sarà un po’ difficile.
 
– Glie lo do a indovinare in mille.
 
– Figurati, se voglio stare a lambiccarmi il cervello. Spicciamoci: chi hai veduto?
 
– Il signor conte!…
 
– Come! Mario è qui?.. Mi pare quasi impossibile. A quest’ora sarebbe venuto a trovarci.
 
– Eppure era lui!
 
– Bada, Bettina, avrai sbagliato!…
 
– Era lui in persona… e si mantiene sempre un bell’uomo!…
 
– Lo credo. Sempre elegante?..
 
– Sempre lo stesso. Mi ricordo di quando, da giovinotto, veniva per casa e che tutti si credeva che fra lui e lei – (nel dir così la Bettina, accennò cogli occhi la sua padrona) – ci fosse veramente qualche cosa… eppoi…
 
– Eppoi, sul più bello tutte le speranze andarono in fumo, non è vero Bettina?.. – Nel profferir queste ultime parole, la Clarenza fece una di quelle risate artificiali, che non fanno ridere nessuno, nemmeno la persona che ride.
 
Dopo dieci minuti di silenzio, la Bettina, scrollando il capo, continuò:
 
– Peccato! che bella coppia sarebbe stata!…
 
– Non lo credere: Mario non era l’uomo per me! Troppo leggero di carattere: troppo volubile! troppo farfallone!… Mario, per tua regola, non sarà mai un uomo serio!…
 
– Ma un gran bell’uomo!
 
– Speriamo che l’Emilia gli avrà fatto metter giudizio!…
 
– Speriamolo davvero.
 
– In ogni modo, val più Federigo in un solo dito…
 
– Dicerto – replicò la Bettina, con accento di sincera convinzione. – Dicerto, il signor Federigo è una gran degna persona… ma ecco… secondo me, non ha la malizia di esser bello come il signor Mario!…
 
In questo mentre, Francesco si presentò sulla porta, annunziando: – Il signor conte Mario.
 
La Clarenza, colla rapidità del baleno, si dié un’ultima guardata allo specchio: quindi, preso il primo libro che gli capitò fra le mani, andò a sedersi dinanzi al caminetto.
 
– È permesso?
 
– Ma questo è un miracolo! una vera apparizione!… – disse Clarenza, voltandosi sorridendo verso la porta, e stendendo la mano al conte.
 
– Mia buona Clarenza! Anche a me mi pare di sognare! – replicò Mario, con un accento di mal dissimulata afflizione.
 
Clarenza, meravigliata, lo guardò fisso negli occhi: quindi, pigliando un tuono di voce carezzevole:
 
– Vi è accaduto forse qualchecosa?..
 
– Perché?..
 
– Dio mio! Avete addosso una cert’aria di mal umore, che fate proprio pietà… voi, una volta così allegro… così scapato…
 
– Non vi occupate di me, Clarenza, parliamo piuttosto di voi. Gli anni passano e non vi toccano. Sempre bella e fresca, come una camelia sulla pianta.
 
– Diavol mai! – replicò vivacemente Clarenza, un tantino impermalita del complimento – una donna, a venticinqu’anni, ha quasi il dovere di non esser brutta. Anche voi, sapete, Mario: se non aveste codest’aria di salcio piangente, si potrebbe dire che vi siete conservato come un ermellino nella canfora.
 
– No, amica mia – soggiunse il conte, abbassando di nuovo il tuono della voce – ormai io sono vecchio, un decrepito di trenta anni!…
 
– Ecco le solite frasi! A proposito: come sta l’Emilia? non mi avete detto nulla..
 
– Vi prego!… non tocchiamo questo tasto.
 
– Mi fate paura? È forse malata? – domandò Clarenza con vivissima ansietà.
 
– Peggio!…
 
– Mio Dio!… Morta?
 
– Peggio!…
 
– Peggio?.. – Clarenza rimase perplessa, stuonata, come fuori di sé: quindi illuminata quasi improvvisamente da un baleno, che traversò la sua mente, soggiunse piano e con voce compassionevole:
 
– Povero Mario! in questo caso comprendo benissimo il vostro dolore e lo rispetto…
 
Il conte si lasciò cascare sopra una poltrona, dove per alcuni minuti secondi rimase immobile e cogli occhi fissi a terra. Quando si risentì, il suo primo movimento fu quello di portarsi la mano sopra la testa, per assicurarsi colla punta delle dita se la scrinatura dei capelli avesse sofferta qualche perturbazione, in quella violenta scossa di tutta la persona.
 
– Mario!… e lui chi era? – domandò Clarenza esitando e abbassando gli occhi.
 
– Un mio compagno di collegio! l’amico del cuore.
 
– Infami! tutti così gli amici del cuore!
 
– Venne quest’estate a Genova. I medici gli avevano ordinato i bagni di mare. Il giorno stesso che arrivò lo incontrai alla posta. Era pallidissimo e mal’andato di salute. Sei solo? gli domandai. – Sì. – e dove abiti? M’immagino che non sarai sulla locanda. – Anzi sono appunto sulla locanda. – In codesto stato di salute? Tu hai bisogno di qualcuno che ti assista. – Ubbie, mi rispose sorridendo melanconicamente; all’occorrenza, so morire anche da me solo; e senza bisogno di aiuto. – Sciocchezza! tu verrai a casa mia, gli risposi in tuono imperativo. Io abito a venti passi di distanza dal mare. Ho un quartiere assai grande e assai comodo, perché ci sia sempre una camera e un salottino per gli amici. – Impossibile. – Ti ripeto che t’aspetto, e non facciamo complimenti inutili. Sì. – no, no – sì – il fatto sta che lo costrinsi ad accettare. Lo presentai a mia moglie, e dopo pochi giorni diventò di famiglia. La sera mi accompagnava al Club, e alle due dopo la mezzanotte veniva a riprendermi per tornare a casa insieme. Passarono così due mesi: le bagnature erano finite; l’amico si era completamente ristabilito… ma non parlava d’andarsene…
 
– E in tutto questo tempo non vedeste nulla? Non vi accorgeste di nulla?
 
– Clarenza mia – continuò Mario fremendo e lisciandosi con compiacenza le sue lunghe fedine – i mariti somigliano a quei disgraziati di cui parla il Vangelo: hanno gli occhi, e non vedono; hanno gli orecchi, e non intendono nulla. Una bella mattina, Giorgio… (così si chiamava quel miserabile) riceve un dispaccio da casa. Bisognava che partisse subito. Difatti partì, promettendo che sarebbe tornato dopo pochi giorni per riprendere la sua roba e per ringraziarci della cortese ospitalità che gli si era data.
 
A questo punto, ci furono due minuti di pausa e di raccoglimento, quindi il conte seguitò:
 
– Non starò a dirvi per quale strana combinazione, durante quella breve assenza, una lettera di Giorgio, che era destinata per l’Emilia, capitasse disgraziatamente nelle mie mani. Si vede proprio che gli innamorati colpevoli son come i ladri: i quali, dopo tanto ingegno e dopo tante cautele, finiscono prima o poi col fare qualche grande sciocchezza, che serve a scuoprirli e a metterli nelle mani della giustizia.
 
– E quella lettera?.. – domandò Clarenza con una curiosità impaziente.
 
– Da quella lettera potei comprendere che il falso amico… che il Giuda insidiava al mio onore!… Voi conoscete il mio carattere impetuoso, violento, subitaneo. Senza metter tempo in mezzo, mi presentai a mia moglie, come una tigre ferita. L’Emilia protestò della sua innocenza: pianse: pregò – e siccome una parola ne tira un’altra, così accadde una scena dolorosissima, al seguito della quale mia moglie ritornò presso sua madre, gridando e spergiurando che non avrebbe più rimesso il piede in casa mia… Partita l’Emilia, mi trovai solo! – solo come un cane. Risoluto, d’altra parte, per la mia dignità, a non fare nessun atto di scusa e di sottomissione, feci allestire la mia valigia, e fino da ieri sera eccomi qua, in un paese dove ho passato gli anni più belli della mia prima giovinezza; dove si può dire che sono conosciuto da tutti, e dove tutti mi vogliono bene.
 
– Povero Mario! E di lui?..
 
– Non ne ho saputo più nulla, e non voglio saperne nulla. Ma ditemi voi, Clarenza, se si può trovare un uomo più scellerato di quello?!… tradire così vilmente l’ospitalità dell’amico. Giorgio è un mostro.
 
– Giorgio è un uomo, come tutti gli altri. Io non scuso davvero la sua condotta! Dio me ne guardi! Ma Giorgio non è un’eccezione alla regola. Amico mio – continuò Clarenza, battendo leggermente e con grazia la sua bella manina sul braccio del conte – tenetelo bene a mente: ammesse certe date circostanze, tutti gli uomini si somigliano fra di loro.
 
– No, Clarenza, no – replicò Mario, quasi sdegnato e con accento vibrato. – Io, per esempio, sono stato un grande scapato: io, per dir come diceva mio padre, ne ho fatte di tutti i colori!… ma, vivaddio, sento che non sarei capace di un’azione indegna come questa!… Però la colpa è mia, tutta mia… e ora tocca a me a farne la penitenza.
 
– È vero la colpa è vostra; ma permettetemi, che ve lo dica: un po’ di colpa ce l’ha anche l’Emilia.
 
– Sono io, io, che ho condotto Giorgio in casa! Dunque tutta l’imprudenza è mia.
 
– Ma una moglie prudente – soggiunse Clarenza, assottigliando la voce con moltissimo garbo e staccando le parole, le une dalle altre – ma una moglie prudente avrebbe dovuto rimediare all’imprudenza del marito. Toccava all’Emilia, scusate se parlo così, a farvi notare la poca convenienza di mettervi un giovinotto per casa… se non foss’altro per riguardo al mondo!
 
– Non ne parliamo più, – interruppe Mario alzandosi e dandosi un’occhiata complessiva nello specchio, appeso al disopra del caminetto. Quindi continuò con un accento d’amarezza infinita.
 
– Se io vi dicessi che questa sciagura domestica ha spento per sempre il sorriso della mia vita.
 
– Fortunatamente non è stata una sciagura irreparabile! Meno male, che ve ne siete avveduto in tempo.
 
– Se io vi dicessi che la condotta abbominevole di Giorgio m’ha nauseato del mondo… mi ha messo in diffidenza con tutta la società!… Se io vi dicessi – (e qui la voce di Mario cominciò a tremare) – che tutte le volte che io mi trovo solo… mi assalgono tristissimi pensieri…e finisco… mi vergogno a dirlo… col vagheggiare il suicidio.
 
– Mario! – gridò Clarenza, impaurita – guardate bene che io non senta più sulla vostra bocca questa brutta parola!… Quanto tempo avete intenzione di trattenervi qui?..
 
– Non lo so neppur io: giro il mondo come un pazzo.
 
– Volete dar retta a me?
 
– Volentieri.
 
– Promettetelo.
 
– Lo prometto.
 
– In casa nostra, abbiamo un piccolo quartiere che dà sul giardino. È il quartiere destinato per il mio fratello Carlo, quando ritornerà da Berlino, dov’è a finire i suoi studi…
 
– Vi ringrazio – disse Mario, interrompendola – ma è impossibile, assolutamente impossibile.
 
– Voi avete bisogno di svago, di distrazione…
 
– Pur troppo!
 
– Voi, soprattutto, avete bisogno di non restar mai – solo!… La solitudine è sempre consigliera di tristi pensieri… e segnatamente per voi, per voi che avete un carattere così sensibile, così nervoso! –
 
– Non abbiate paura, Clarenza – disse Mario, sorridendo a fìor di labbra, e pigliando per la mano la sua graziosa interlocutrice.
 
– Non ho paura, io: ma se accadesse qualche sciocchezza, v’immaginate il rimorso, che sarebbe per tutti noi?…
 
– Parlatene almeno prima con Federigo.
 
– Non c’è Federigo che tenga; per vostra regola, in questa casa ci sono il marito e la moglie. Contenta io, contenti tutti.
 
– Donna veramente rara!… E dire che tanto tesoro di grazia e di spirito poteva esser mio!… Vi rammentate, Clarenza, di quei tempi famosi?…
 
– Io non mi rammento di nulla! – replicò l’altra con disinvoltura.
 
– Davvero?… Come non vi rammentate nemmeno di quella famosa festa da ballo, in casa di mia zia?…
 
– Vi ripeto che io non mi rammento di nulla: di nulla affatto. Mi rammento soltanto d’un proverbio, che dice: «Acqua passata non macina più».
 
– Ah! Clarenza! I proverbi qualche volta sono crudeli!…
 
– Saranno crudeli – soggiunse Clarenza ridendo, – ma sono molto comodi per troncare i discorsi uggiosi e inconcludenti.
 
Mario, che in quel momento si era dimenticato della sua sciagura coniugale (non è concesso a tutti di avere un’eccellente memoria!), si morse leggermente il labbro inferiore; poi, riattaccando la conversazione, continuò:
 
– E Federigo sta bene?
 
– Come un pesce nell’acqua – rispose Clarenza, per fargli capire che aveva letto i Masnadieri di Schiller.
 
– E il vostro commercio delle pelli prospera sempre?
 
– Vi avverto, Mario – osservò Clarenza con l’accento freddo di una persona mortificata nella parte più viva del suo amor proprio – che oramai è più d’un anno che Federigo si è ritirato affatto dal commercio. Abbandonò la mercatura per dedicarsi interamente alla vita politica!
 
– Come! – soggiunse il conte, dando in una gran risata. – Avete lasciato le pelli per la politica? Un brutto baratto, cara mia; ve ne avvedrete al bilancio!
 
– Pazienza! D’altra parte, noi abbiamo tanto, e forse qualche cosa più, per poter vivere agiatamente. Prova ne sia che Federigo, non avendo figli, ha fondato a tutte sue spese un educatorio per le fanciulle povere del comune.
 
– È una cosa che gli fa onore.
 
– Questo lo dite voi, e lo dicono tutti: ma il Ministero seguita a far l’indiano. Credete voi che quei signori si siano voluti ricordare una sola volta di mio marito?…
 
– Per altro – soggiunse Mario, studiandosi di dare alla sua voce il colore di un dolce rimprovero – se le voci sono vere, sento dire che Federigo è uno dei caporioni del partito dei malcontenti…
 
– Siamo giusti, amico mio – replicò Clarenza vivace mente – come volete che mio marito sia governativo, se non è nemmeno cavaliere?
 
Mario aprì la bocca a mezzo sbadiglio, tanto per nascondere il balenìo d’un risolino impertinente, che gli era spuntato, senza avvedersene, a fior di labbra; quindi riprese:
 
– Ditemi un’altra cosa: e Federigo conserva sempre le stesse abitudini?
 
– Quali abitudini?
 
– Voglio dire – continuò l’altro scherzando – porta sempre il solito cappello alla calabrese, la solita camicia quasi sempre sbottonata da collo, la solita cravatta di seta in colori?…
 
– Dico la verità – rispose Clarenza, indispettita e mortificata – sono tutte cose alle quali non ho fatto mai attenzione. Del resto – continuò con voce ironica e alzandosi in piedi – non tutti gli uomini hanno avuto dalla natura il dono di esser belli ed eleganti, come il signor conte Mario!…
 
– Domando scusa: non ho inteso punto di offendere, né di far confronti!…
 
– E allora, perché vi occupate tanto della toilette di mio marito?..
 
– Perché?.. Ah!… mi domandate perché?.. Perché, Clarenza mia, più ci guardo e più mi persuado che avreste dovuto nascere ai fortunati tempi ai Luigi XIV! La vostra mano era degna dei cavalieri più brillanti della corte del gran monarca.
 
– Badate, Mario! se cominciate a canzonarmi, vi lascio qui su due piedi e me ne vado – disse Clarenza, rimettendosi a sedere.
 
– Un’altra curiosità. E vostra sorella? non mi avete ancora detto nulla di quel caro diavoletto della Norina.
 
– Sta in casa con noi.
 
– Si è rimaritata?
 
– No.
 
– Pare impossibile: Così giovine e così graziosa!
 
– Vi dirò: mia sorella è la più buona figliuola di questo mondo: ma sta male un poco qui.
 
La Clarenza, profferendo quest’avverbio di luogo, si toccò coll’indice della mano in mezzo alla fronte. Poi continuò:
 
– Se il giudizio facesse da fedi di nascita, la Norina avrebbe appena dieci anni. Figuratevi, per dirvene una, che in questi giorni ha mandato indietro un magnifico partito. Conoscete, per caso, il signor Valerio?
 
– Se lo conosco! Siamo vecchi amici. Un bravissimo giovine e che sa fare molto bene i propri affari.
 
– Valerio è appunto la persona, alla quale Federigo ha ceduto tutto il suo traffico commerciale.
 
– E la Norina lo ha rifiutato?
 
– Rifiutato veramente, no; ma già è lo stesso: lo ha disgustato… stancato.
 
– E il perché si sa?
 
– Io lo so pur troppo. È un perché da ragazzi. A voi, antico amico di casa, posso anche farvene la confidenza.
 
Nel dir quest’ultime parole, Clarenza si alzò: e con passo leggerissimo andò a metter l’occhio allo spiraglio di una porta semichiusa, che rimaneva dalla parete opposta, in faccia al caminetto.
 
– Scusate la mia curiosità – disse il conte, che non capiva nulla in questo brano di pantomima – e tutta questa circospezione, perché?.. Ma sarebbe per caso un segreto di Stato?…
 
– Ho le mie buone ragioni – rispose Clarenza, tornando verso il caminetto; – bisogna sapere che la Norina spesso e volentieri si diverte a stare a sentire dietro agli usci.
 
– Nossignora, nossignora! – gridò una voce limpida e squillante come un campanello – la Norina non si è divertita mai a stare a sentire dietro agli usci. Ecco qui perché, mi è accaduto una volta… una sola volta… la mia signora sorella non l’ha fatta più finita!
 
La Norina, che era già entrata in sala improvvisamente, guardò la sorella in un certo modo tragico-comico, quasi volesse dire: carina! ci rivedremmo a quattr’occhi.
 
Quindi, cambiata fisonomia e fattasi tutta sorridente, si volse al conte e stendendogli la mano:
 
– Buon giorno – gli disse – signor Mario. Buon giorno e bene arrivato!
 
– Si parlava appunto di voi.
 
– Me l’ero figurato.
 
– Raccontavo, giusto, a Mario, lo sproposito che hai fatto – soggiunse Clarenza.
 
– Sproposito?.. quale sproposito?
 
– Quello di esserti disgustato il signor Valerio.
 
– Per carità… – fece la Norina, con l’accento piagnucoloso della persona annoiata – per carità…: non parliamo più di lui. Oramai è un motivo vecchio. Mi è venuto a noia come la pira del Trovatore.
 
– Hai torto!
 
– Pazienza! tanto peggio per me: se non foss’altro il nome di Valerio! Mi è parso sempre un nome da commedia.
 
– Mettiamo da parte le giuccherie: Valerio è un negoziante intelligente, che fra qualche anno sarà un bel signore…
 
– Ma sempre uggioso, sempre antipatico, sempre molesto. Insomma, io sento benissimo, che se lo sposassi, farei due disgraziati!… – disse la Norina, facendo colla bocca una smorfia curiosa, come se avesse parlato d’olio di fegato di merluzzo non depurato.
 
Clarenza guardò in viso la sua sorella; quindi aggiunse con accento ironico e stentato:
 
– Sì!… Sposerai quell’altro!…
 
– Ah! dunque c’è un altro? – domandò il conte, ficcandosi tutte e due le mani nelle tasche della sottoveste e mettendosi fra mezzo alle due giovani donne.
 
– Io non so nulla! – replicò Clarenza.
 
– Eccovi la spiegazione della favola – soggiunse francamente la Norina. – Bisogna sapere che la signora Clarenza si è messa in capo che io abbia ancora qualche speranza sul marchesino di Santa Teodora.
 
– Questa è la favola: io racconterò la morale – replicò Clarenza. – Bisogna sapere che il marchesino di Santa Teodora, dopo esser venuto per qualche tempo in casa nostra con molta frequenza, cominciò un bel giorno a diradare le sue visite… e finì poi come doveva finire.. cioè, col non venirci più!
 
– A buon conto, se n’è andato senza dire addio: dunque potrebbe ritornare.
 
– Sì, aspettalo.
 
– Non lo conosco punto questo Santa Teodora: è un bel giovine? – domandò il conte.
 
– È marchese! ecco tutta la sua bellezza!… – disse Clarenza: e avvicinatasi a Mario, gli sussurrò sottovoce:
 
– Per la smania di un titolo, la Norina sarebbe capace di commettere qualunque sciocchezza.
 
– Volete conoscerlo, Mario? – disse la Norina, tirando fuori da un piccolo portafoglio un ritratto in fotografia.
 
– Vediamolo – rispose il conte: e prese in mano il ritratto, per osservarlo. In quel mentre, la Norina gli bisbigliò velocemente negli orecchi:
 
– Vedete! Se domani, per disgrazia, diventassi marchesa, la Clarenza sarebbe capace di cavarmi gli occhi. Come son curiose certe debolezze! perché è toccato a lei un pellicciaio, così pretenderebbe che tutte le donne dovessero sposare dei negozianti di pelli!…
 
– Dunque, Mario?.. – interruppe Clarenza, che aveva indovinato l’argomento di quel cicaleccio, mormorato a fior di labbra.
 
– Avete ragione – disse il conte, andando a prendere il suo cappello, che aveva posato sopra una sedia. – Poiché volete così, vado subito a prendere la mia valigia.
 
– A proposito, Norina; ho da darti una notizia gradita: questo signore – (e Clarenza accennò Mario) diventa per qualche giorno ospite in casa nostra.
 
– Lo so! – rispose la Norina sbadatamente.
 
– Chi te l’ha detto? – domandò Clarenza vivacemente.
 
– È stato un caso – replicò la Norina, mendicando una scusa. – Traversava appunto il salotto verde, quand’ho sentito che tu dicevi…
 
– Capisco, capisco: il solito caso!… Del resto, il povero Mario è malatissimo di nervi… ed ha bisogno di svagarsi. Tocca dunque a noi a cercar tutti i mezzi per non dargli tempo di ricordarsi del suo malumore. La sera faremo un po’ di musica: qualche volta un po’ di ballo: e appena il tempo si rimetterà, anderemo a passare una bella giornata alla nostra villa di Belmonte…
 
– Cara Norina! – disse Mario dandosi alla sfuggita un’occhiata di compiacenza nello specchio – mi è cascata addosso una di quelle disgrazie!…
 
– Pur troppo!… – soggiunse sbadatamente la Norina.
 
– E come l’avete saputa?
 
– Sarà stata la solita combinazione, il solito caso!… – interruppe Clarenza, ridendo e guardando la sorella.
 
– Le forze mi hanno talmente abbandonato! – seguitò il conte, alzandosi con fatica dalla poltrona dov’era più sdraiato che seduto, – le forze mi hanno talmente abbandonato, che io sento benissimo che vado incontro a una gran malattia.
 
– Ubbie! esagerazioni! – disse la Norina. – Se tutti i dispiaceri coniugali portassero necessariamente seco una malattia, a quest’ora tutto il mondo sarebbe uno spedale…
 
– Che disinganno atroce! un amico, capite?.. un amico, che tradisce…
 
– Andate, Mario, andate a prendere la vostra roba.
 
– Avete ragione, Clarenza!… Compatitemi se mi ripeto troppo spesso… e rammentatevi che è un’opera di misericordia quella di sopportare le persone moleste! A fra poco.
 
E il conte se ne andò.
 
– Povero diavolo! eppure mi fa male! – disse Clarenza con accento di vera compassione.
 
– Io dico, invece, che gli sta bene!… Quando un uomo ha per moglie una donna giovane e graziosa, come è l’Emilia, prima di mettersi in casa un amico pericoloso, dovrebbe pensarci venti volte, eppoi non farne nulla.
 
– Bada veh! In questo caso, secondo me, la più colpevole è l’Emilia. Toccava a lei a protestare.
 
– Povera figliola! Chi lo sa! forse non prevedeva nulla di male… forse si credeva sicura di qualunque pericolo…
 
– Eh! cara mia – replicò Clarenza scrollando leggermente il capo – tutte ci crediamo sicure!… E il mondo? non lo conti per nulla? il mondo che è così chiacchierino, così pettegolo, così mettibocca?..
 
La Norina guardò in viso la sorella: e dette improvvisamente in una grandissima risata, mostrando trentadue denti di sfavillante bianchezza…
 
– E ora, di che ridi? – domandò Clarenza impermalita.
 
– Rido di te!
 
– Imbeci…!
 
Clarenza si riprese a tempo, e non finì la scortese parola.
 
– Tu che critichi tanto il poco giudizio dell’Emilia – continuò la Norina – mi sapresti dire, allora, perché hai ceduto a Mario il quartierino di nostro fratello?
 
– Che discorso è codesto?.. vorresti forse paragonare me coll’Emilia? L’Emilia sarà una buona donna… e una bravissima donna… ma in fondo in fondo, è una donna come ce ne sono tante. Quanto poi a me! (e qui alzò la voce) – posso dirle, cara la mia signora, che io mi sento sicura e sicura davvero…
 
– Tutte ci sentiamo sicure!… – soggiunse l’altra, con finissima canzonatura! ma poi, non c’è forse il mondo? quel mondaccio che è così lesto di lingua?…
 
– Il mondo sa con chi deve pigliarsela, e chi deve rispettare; il mondo sa che vi sono delle mogli che non ammettono nemmeno il sospetto. Per tua regola io sono come la moglie di Cesare.
 
– Di che Cesare?..
 
– Di Cesare, romano.
 
– Huh!… – fece la Norina, che era debolissima nella storia romana! forse l’avrò conosciuto questo Cesare, ma ora non ne lo ricordo!…
 
In questo mentre entrò nella sala il marito di Clarenza. Federigo era uomo sulla quarantina: non elegante, ma pulito: vegeto, liscio e colorito, come una melarosa: una di quelle fisonomie comunissime che, quando si vedono la prima volta, pare di averle incontrate le molte volte e conosciute sempre.
 
– Finalmente!… – disse entrando in sala e andandosi a buttare tutto di un pezzo sulla poltrona, che era dinanzi al caminetto.
 
– Che cos’hai fatto?.. – domandò Clarenza, senz’ombra di curiosità, quasiché conoscesse a memoria la risposta.
 
– Non ne posso più… sono stanco, sfinito. Da stamani in poi non ho avuto un momento di respiro. Cara mia – continuò, passandosi e ripassandosi il fazzoletto bianco dal principio della fronte fino a quattro dita dietro la nuca, sopra una strisciata di cranio lucido e pulito, quasi fosse d’avorio – cara mia! la popolarità, non lo nego, ha le sue dolcezze e le sue grandi soddisfazioni, ma pur troppo è seminata anche di noie e di dispiaceri. Se io avessi un figliuolo, gli direi contentati della modesta oscurità, e non far come tuo padre! Quando un uomo ha fatto tanto di diventar necessario al suo paese, addio pace, addio tranquillità, addio benessere. Per lui non c’è più bene, né giorno, né notte.
 
– E ora di dove vieni? – domandò Clarenza.
 
– Esco in questo momento dal Comitato elettorale. Finalmente, se Dio vuole, abbiamo trovato il nostro candidato.
 
– E sarebbe?
 
– Il marchese Sorbelli..
 
– Credevo qualche cosa di meglio – fece la Norina, torcendo un po’ la bocca – il marchese non è passato mai per un’aquila.
 
– Non sarà un’aquila – riprese Federigo – ma però è un uomo di carattere: tutto d’un pezzo. Non l’ho mai sentito dir bene di nessun Ministero!
 
– Parla bene? – chiese Clarenza.
 
– No – rispose il marito con la serietà dell’uomo che se ne intende – no: parla piuttosto male: ma legge benissimo: e questo è un gran requisito per un oratore. Voglio fargli un partito…
 
– Saprai che fra qualche giorno avremo qui Sua Eccellenza!… – disse Clarenza, appoggiando la voce con ironia su quest’ultime parole.
 
– Lo so, lo so! L’ho visto dai giornali.
 
– M’immagino che verrà qua per le elezioni?
 
– Si capisce bene. Un po’ per l’elezione e un po’ per albagia. Fa tanto piacere di ritornar ministri, nel paese dove siamo nati, e dove per tanti anni siamo stati uomini, come tutti gli altri.
 
– A proposito dei ministri – interruppe la moglie, con disinvoltura – sai chi abbiamo per ospite in questo momento?
 
– Chi?
 
– Il nipote di Sua Eccellenza.
 
– Mario?
 
– Lui in persona.
 
– Sapevo che Mario era qui – continuò Federigo – ma non sapevo che fosse alloggiato in casa nostra.
 
– Gli ho ceduto il quartiere di Carlo: ho fatto male?
 
– Hai fatto benissimo; sono avversario politico del ministro: ma voglio bene a quest’altro. Povero Mario!… in questi giorni ha avuto per casa una bella burrasca.
 
– Come lo sai?
 
– Ho ricevuto una lunghissima lettera dalla madre dell’Emilia.
 
– A quanto pare, è stata una cosa seria – disse Clarenza.
 
– Seria no!… – rispose Federigo – ma poteva diventar serissima. Risulta dai documenti che per ora si trattava semplicemente d’una chiassata… d’un amor platonico…
 
– Allora è un’inezia! – soggiunse la Norina, facendo colla bocca un certo garbo, come se volesse dire: «non c’è sugo!».
 
– Un’inezia? – replicò vivacemente Federigo – adagio un poco con quell’inezia!… Bisogna persuadersi, cara mia, che fra l’amor platonico e l’amare… senza Platone, c’è appena la distanza che divide il sigaro dalla cenere.
 
– Pare impossibile – osservò Clarenza, tenendo gli occhi incantati e fissi verso terra. – Non l’avrei mai creduto!… E la madre dell’Emilia che cosa scrive?
 
– Mi scrive un monte di cose… Mi scrive, che questa giuccheria avrebbe potuto benissimo restare abbuiata fra le pareti domestiche… ma quel benedetto figliuolo di Mario, credendo di tutelare il proprio onore, ne volle fare per forza una scena da teatro diurno… Mi scrive che l’Emilia è disperata, che non fa altro che piangere giorno e notte… e finisce in fondo col raccomandarsi a me perché veda di trovare il verso di rimettere d’accordo questi due sciagurati.
 
– Pensaci bene, prima! – disse Clarenza, appoggiando la voce su quest’avvertimento.
 
– A che cosa?
 
– Non ti caricare di legna verde. Se fossi in te me ne laverei le mani.
 
– No davvero: mi ci voglio provare. Se non riesco, pazienza; mi terranno conto della buona volontà. Si è veduto Valerio?
 
– Valerio? Che deve venir qui? – domandò Norina
 
– Così mi ha promesso! Ho da consegnargli queste carte… – e Federigo si levò di tasca un involto di fogli e andò a posarli sulla mensola del caminetto: poi, voltandosi verso la giovine cognata, che lo guardava fisso, seguitò sorridendo:
 
– Sai, Norina, che or ora, tornando a casa, m’è venuta per il capo una curiosa idea?..
 
– Un’idea? Sentiamola.
 
– Se io tentassi…
 
– Male! male… – interruppe l’altra.
 
– Lasciami finire, che Iddio ti benedica; se io tentassi – si capisce bene a tutto mio rischio e pericolo – di…riattivare le buone relazioni, come diciamo noi altri uomini politici.
 
– Tempo perso, Federigo! Te l’ho detto mille volte; e oggi te lo ripeto: non mi voglio rimaritare.
 
– Ne sei sicura?
 
– Sicurissima.
 
– Norina! tu fai uno sproposito.
 
– Pazienza! Maritandomi, ne farei due: uno per conto mio, e un altro per conto di quell’infelice…
 
– Ma la ragione di questa tua ostinazione?.. – domandò Federigo, quasi riscaldandosi.
 
– Te la dirò io – soggiunse Clarenza, collocandosi fra il marito e la sorella.
 
– Sentiamo un poco la celebre indovinatrice! – gridò con bizzosa ironia la Norina. – Peccato che tu non faccia anche i lunari e che tu non venda i numeri per il lotto!…
 
Clarenza, ridendo della bizza della sorella, si piegò verso l’orecchio di Federigo, sussurrandogli abbastanza forte, per essere intesa:
 
– Tutto fiato buttato via: la tua signora cognatina ha sempre qualche speranza!…
 
– Speranza di che?.. Ah! ora capisco! – disse Federigo, in atto di rammentarsi qualche cosa – ma, se non sbaglio, quella oramai è una speranza fallita.
 
– Un momento – interruppe la Norina, facendosi seria: – dichiaro che io non ho nessuna speranza: ma casomai l’avessi, non vedo perché si dovrebbe chiamare una speranza fallita.
 
– Dunque non sai nulla?..
 
– C’è forse qualche cosa di nuovo?
 
– Mi dispiace doverti dire che il marchesino di Santa Teodora, fino da ieri, è officialmente fidanzato della figlia del console americano.
 
– Lo sai di certo?
 
– Di certissimo. Me l’ha detto un’ora fa, alla Borsa, il segretario stesso del Consolato.
 
Ci furono due minuti di profondissimo silenzio. Poi la Norina, alzando il capo, domandò:
 
– È bella la sposa?
 
– Bella no – replicò Federigo – ma un modello di virtù e di dote. Cinquantamila franchi di rendita.
 
La Clarenza che, vedendo la sorella mortificata e confusa non poteva dissimulare un risolino di consolazione, diffuso per tutta la faccia, disse interrompendo:.
 
– Io vado a prendere la chiave del quartierino di Carlo. Voglio vedere da me stessa se ogni cosa è all’ordine.
 
E uscì dalla sala.
 
Rimasti soli – la Norina e Federigo – quest’ultimo domandò alla sua giovane cognata, che era rimasta quasi interdetta:.
 
– A che cosa pensi?
 
– Penso a quella povera disgraziata.
 
– A chi?
 
– Alla figlia del console… Secondo me non poteva capitar peggio. Il marchese di Santa Teodora passa per un giovane di spirito, ma in fondo non è altro che un imbecille. Figurati se io lo conosco bene!…
 
– Sono tutte cose, che io l’ho dette prima di te. Eppure… scommetto che l’avresti preferito a Valerio…
 
– Domando scusa: fra carattere e carattere non c’è confronto. Valerio è un uomo: e quell’altro è un ragazzo.
 
– Questo si chiama ragionare! Ah! Norina! Peccato che tu non abbia intenzione di rimaritarti!…
 
– Chi l’ha detto?
 
– Io no.
 
– Nemmen’io.
 
– Si vede, che non avrò capito bene! – disse Federigo, con accento di falsa mortificazione.
 
– O forse sono io, che mi sarò spiegata male. Insomma, ho voluto dire che io non intendo di rimaritarmi fino a tanto che non trovo una persona che mi vada a genio.
 
– Dico la verità: vorrei un po’ sapere perché quel povero Valerio ti è tanto antipatico?
 
– Ho non ho mai detto che mi sia antipatico… dico soltanto, che non mi piace. È troppo serio, troppo sostenuto…
 
– Ma un’eccellente persona.
 
– Non c’è che dire: ma suscettibile, permaloso, delicato peggio d’una donna!…
 
– Eppure – continuò Federigo, accostandosi e insistendo con un certo interesse – eppure, vedi, quantunque tu l’abbia trattato piuttosto male, sono convintissimo che basterebbe una tua mezza parola, perché… si potessero ripigliare le trattative, come diciamo noi altri uomini politici.
 
– Con un superbiosaccio di quella fatta?… Mi pare un po’ difficile.
 
– A buon conto, Valerio è stato innamorato morto di te… e l’amore, quando è stato di quello buono, è come le malattie di petto, ha la convalescenza lunga. Aggiungi poi che Valerio ha per me della gratitudine… della deferenza… Insomma, per farla finita, io scommetto che avrei accomodato ogni cosa.
 
– Bada, Federigo. Io, invece, ho una gran paura che ti saresti fatto canzonare.
 
– Sei contenta che mi ci provi?
 
– Padrone! Provati pure.
 
– Ma se, per caso, arrivo a convertirlo, spero che non mi farai fare la figura del Pulcinella.
 
– Diavol mai! Non son mica una bambina!
 
In questo mentre, Francesco si presentò sulla porta ed annunziò: – Il signor Valerio.
 
– A tempo! – disse Federigo.
 
– Io scappo! – soggiunse l’altra, sottovoce.
 
– Sarà una vittoria, o un fiasco? Che cosa ti dice il cuore?
 
– Come c’entra il cuore in queste ragazzate?.. – replicò vivacemente la Norina, e sparì.
 
Valerio entrò in sala. Era un giovine fra i trenta e i trentacinque anni: di statura mezzana: né bello, né brutto. Parlava adagio, rideva poco, camminava sempre dello stesso passo, e vestiva da un anno all’altro di nero. Queste quattro grandi qualità gli avevano procurato la reputazione di negoziante onesto, il posto di consigliere municipale e il grado di capitano nella guardia cittadina.
 
– Ecco, Valerio, il nostro piccolo contratto bell’e firmato – disse Federigo, porgendogli il quaderno che aveva posato, un quarto d’ora prima, sul caminetto.
 
– Andava bene? – domandò l’altro.
 
– Egregiamente.
 
– Ora, signor Federigo, non mi resta altro che ringraziarvi del vero favore che mi avete fatto.
 
– Di quale?
 
– Di avere acconsentito a rimanere per una piccolissima parte interessato nella mia casa commerciale.
 
– Si capisce bene, che è un segreto fra noi due. Io non voglio comparire in nulla, né impicciarmi di nulla.
 
– A me, mi basta di sapere che siete mio socio. Ecco la gran parola, la quale, se non foss’altro, mi pare che debba portarmi la buona fortuna.
 
– Oggi non siamo che soci di commercio! – soggiunse Federigo, pigliando a braccetto l’amico. – E dire che avremmo potuto essere qualche cosa di più!… fors’anche parenti!…
 
– La colpa non è stata mia.
 
– Non ci confondiamo. c’è stata un po’ di colpa da tutte e due le parti. Ma nulla di serio: il gran nulla. Tant’è vero che io ho creduto sempre – e lo credo anch’oggi – che con un po’ di buona volontà si potrebbe ristabilire l’entente cordiale, come diciamo noi altri uomini politici.
 
– Impossibile! Assolutamente impossibile!…
 
– E perché?
 
– Facciamoci a parlar chiari, signor Federigo. Io non sono più un ragazzo. Sono un uomo. La mia dignità personale non mi permette di far simili figure. No, no: quando abbiamo presa una risoluzione – bisogna che sia quella. Caso diverso, che cosa dovrebbe dire il mondo di me?
 
– Benedetto questo mondo! Lasciatelo dire: eppoi finirà col seccarsi la gola.
 
– Non posso!
 
– Ma perché?..
 
– Perché?.. Ci sono certe cose che si sentono, e che non si possono ridire colle parole. Questi pentimenti, questi ritornelli sono perdonabili nelle persone leggere, negli uomini di poca conseguenza. Quanto a me, vi confesso il vero, mi parrebbe di diventar ridicolo; mi parrebbe di far la parte di Don Fulgenzio negl’Innammorati di Goldoni.
 
– Che ostinato!
 
– Avete ragione: mille ragioni. Disgraziatamente il mio carattere è di quelli che si spezzano, ma non si piegano. Piuttosto soffro: mi rodo dentro di me; ma una debolezza, una ragazzata, mai!
 
– Mi dispiace. Proprio mi dispiace!
 
– Dispiace anche a me: ma, ve lo ripeto, la colpa non è mia: la colpa è tutta della signora Norina…
 
– E con qual diritto il signor Valerio si permette di giudicare le mie azioni? – domandò la Norina, entrando improvvisamente nella sala.
 
– Domando scusa: io dicevo… – balbettò Valerio, voltandosi tutto confuso.
 
– È forse lei il mio fidanzato?
 
– No davvero.
 
– Il mio tutore?
 
– Nemmeno per sogno.
 
– Il mio direttore spirituale?
 
– Dio me ne guardi!
 
– Dunque vorrei un po’ sapere con qual diritto il signor Valerio si occupa tanto di me?
 
– Ecco… le dirò… Prima di tutto bisogna sapere che il signor Federigo in questo momento, stava insistendo per persuadermi…
 
– So tutto.
 
– Tutto – replicò Valerio, maravigliato. – Com’è possibile?.
 
– Ripeto, che so tutto…
 
– Ma si tratta di una conversazione confidenzialissima, fatta ora, qui, fra noi due, a quattr’occhi…
 
– Non importa: per una certa combinazione ho inteso tutto.
 
– La solita combinazione… di stare a sentire – borbottò fra i denti Federigo, ammiccando comicamente la sua giovane cognata.
 
– Prima d’ogni altra cosa – seguitò a dire la Norina collo stesso tuono di voce e colla stessa velocità di parola – debbo osservare che Federigo non ha diritto d’impicciarsi degli affari miei; e che ha fatto male, anzi malissimo…
 
– Mi basta la sinfonia: il resto dell’opera me lo figuro! – interruppe Federigo; e colto il pretesto, se la svignò.
 
– Non c’è dubbio. Mio cognato ha fatto malissimo a insistere con tanto calore su questa… scioccheria. Dio sa che cosa vi sarete figurato!…
 
– Io?..
 
– Che cosa vi sarete messo per la testa! Forse nella vostra infinita vanità, avrete creduto che io mi struggessi proprio dalla passione!…
 
E la Norina accompagnò queste ultime parole con una risata quasi impertinente.
 
– Vi pare! – replicò modestamente Valerio.
 
– Forse vi sarete immaginato che io non potessi vivere senza di voi.
 
– Prego, signora Norina…
 
– Che, perduto voi, per me non ci fosse più speranza di trovar marito.
 
– Tutt’altro, tutt’altro.
 
– Ebbene, ricredetevi. Vi siete ingannato all’ingrosso. Voi – (e qui la Norina cambiò accento e abbassò leggermente la voce) – voi, ne convengo pienamente, siete una persona rispettabilissima: negoziante onorato…
 
– Troppo buona.
 
– Consigliere municipale…
 
– Grazie.
 
– Capitano della guardia nazionale. Insomma siete un giovine pregevole per mille titoli: ma credete forse di essere il solo?
 
– Non l’ho mai pensato.
 
– Voi valete molto, non c’è dubbio: ma credete forse che non ci sieno molti altri che valgono quanto voi?..
 
– Chi ne dubita?
 
– Siamo schietti, una volta! – disse Norina, mettendosi a sedere, e accennando a Valerio di accomodarsi. – Raccontiamo la cosa, come sta; voi siete venuto in casa mia: mi avete fatto un po’ di corte, come fanno tutti: finché un bel giorno, non so il perché, avete finito col chiedere la mia mano.
 
– Ed ebbi il vostro pieno consenso – soggiunse subito Valerio.
 
– Non corriamo troppo – replicò la Norina. – In quanto a questo pieno consenso, adagio. Non vi dissi veramente né sì, né no. Se ve lo ricordate bene, pigliammo tempo a riflettere e a studiare reciprocamente i nostri caratteri.
 
– Non mi pare che andasse precisamente così.
 
– Vi dico che andò così.
 
– Sarà come dite – soggiunse Valerio, piegando il capo in atto di sommissione forzata – mi dispiace, che disgraziatamente in certi casi, non si può consultare nemmeno il processo verbale.
 
– In quel frattempo – continuò la Norina, accavallando una gamba sull’altra, e facendo uscire di fondo al vestito la punta di un elegantissimo stivaletto di marrocchino dorato. – In quel frattempo, venne presentato in casa nostra il marchese di Santa Teodora… un giovine educato… distinto…
 
– Anzi, distintissimo.
 
– Era mio dovere mostrarmi gentile con lui, come con tutti gli altri.
 
– Forse…
 
– Forse che cosa?
 
– Forse un po’ troppo gentile!…
 
– Troppo?.. Non me ne accorsi mai.
 
– Me ne accorsi io!
 
– Difatti, ne pigliaste ombra… e cominciaste subito a fare l’adirato… il fiero, il cattivo…
 
– Cara Norina, era una questione di sentimento.
 
– Ma che sentimento? era una questione di vanità, tutta di vanità. Vi sono degli uomini che a lasciarli fare, pretenderebbero dalle donne l’adorazione perpetua.
 
– Io non sono di questi uomini! – disse Valerio con fierezza.
 
– Né io di quelle donne! – replicò l’altra. – Il fatto sta che il vostro contegno, sostenuto e quasi disprezzante, cominciò a impormi una certa freddezza…
 
– Norina! chiamiamola freddezza.
 
– Amico mio, se voi andate in cerca di amori a grande effetto, di passioni teatrali, di sentimentalismi al chiaro di luna, io non sono la donna per voi. Io amo il ritegno e la compostezza, in tutto, anche nell’amore!
 
– Mi sarò ingannato.
 
– Il fatto, mi pare, parla chiaro da sé: dopo poche settimane, il marchese di Santa Teodora, forse in grazia della mia troppa cortesia, a suo riguardo! cominciò a diradare le visite e finì coll’allontanarsi del tutto. Oggi poi, come forse sapete, è promesso sposo della figlia del console americano.
 
– Ma perché, Norina, non vi degnaste allora di togliermi dal mio inganno? di farmi vedere il mio errore? l’insussistenza de’ miei sospetti? la stranezza della mia fissazione?
 
– Io? Dio me ne guardi. Piuttosto la morte, che scendere all’umiliazione di giustificare la mia condotta. Non ve lo nascondo, Valerio: i vostri dubbi… i vostri sospetti, mi hanno offeso… mi hanno fatto male! molto male. Ma non importa. Non sentirete mai sulle mie labbra un lamento, né una parola di rimprovero. Oggi che fra noi due tutto è finito – tutto! – posso parlare liberamente… e ne ringrazio Iddio. Questo sfogo, vedete, mi toglie dal cuore un’oppressione dolorosa!…
 
– Norina, e perché avete detto che fra noi tutto è finito?
 
– Curiosa domanda!
 
– E non potrei ridomandare il vostro affetto e la vostra mano?
 
– Valerio! non vi consiglio a farlo. A un uomo, come voi, a un uomo del vostro carattere, certi sentimenti non convengono. Sono cose scusabili appena a diciott’anni.
 
– Non capisco – insisté Valerio, mortificato. – Non sarò dunque padrone di riconoscere che mi sono ingannato? che ho avuto torto?
 
– Padronissimo! Ma il mondo!… che cosa dirà il mondo?…
 
– Il mondo dirà quel che vuole. Alla fin dei conti, io non sono schiavo delle ciarle dei pettegoli e degli oziosi.
 
– Pensateci bene, Valerio. C’è il caso che i begli spiriti vi paragonino al Don Fulgenzio di Goldoni.
 
– Mi faranno ridere di compassione.
 
– Come! voi, così misurato, così pauroso dei cicaleggi e delle cronache dei maldicenti, oggi mi venite fuori a fare l’indipendente?.. l’uomo che se la ride?.. Ditemi Valerio: non volete per caso prendervi giuoco di me?
 
– Norina! – disse Valerio in atto supplichevole, pigliando la mano della sua graziosa interlocutrice, e stringendola con passione.
 
– Non vi credo. Lasciatemi.
 
– Ascoltate!…
 
– Non voglio sentir nulla.
 
– Norina! una parola… una sola parola… vi supplico…vi scongiuro… – e nel dir così accadde a Valerio quel che per il solito accade agli innamorati sulla scena: si trovò, senza avvedersene, quasi in ginocchio dinanzi alla sua bella.
 
In questo punto entrò nella stanza Clarenza. Valerio si rizzò in piedi colla velocità d’una molla d’acciaio.
 
– Scusate, amico – disse Clarenza, ridendo – mi dispiace di avervi scomodato. Restate pure in ginocchio: non fate complimenti. Buone nuove, a quel che pare?
 
– Sì – rispose la Norina. – La pace è firmata: ma non gli ho ancora perdonato il grandissimo torto che mi ha fatto…
 
– Non ne parliamo più – interruppe Valerio. – Sarà mia cura di farmelo perdonare.
 
– E così?.. – domandò Federigo, soffermandosi sulla porta.
 
– Vieni avanti. Tutto è accomodato. Bisogna pensare daccapo a questo regalo di nozze – disse Clarenza, mostrandosi molto più allegra della sorella.
 
– Bravi! così mi piace! – soggiunse Federigo, mettendosi in mezzo ai due fidanzati. – Già io l’avevo detto sempre: fra quei due ragazzi ci dev’essere un equivoco, un malinteso…
 
– E difatti era un malinteso – disse Valerio. – A proposito – ripigliò il marito di Clarenza – scusa se salto di palo in frasca: ma qui non c’è tempo da perdere. bisogna cominciare a occuparsi di queste elezioni.
 
– Quanto a me, son pronto. Ma…
 
– Ma che?
 
– Debbo dirlo con tutta franchezza? mi pare che il nostro candidato abbia pochissime simpatie, qui in paese.
 
– Gliele procureremo.
 
– Il marchese Sorbelli è un galantuomo: ma bisogna convenire che ha addosso una gran tara.
 
– Quale?
 
– La moglie. La marchesa è antipatica a tutti.
 
– Sta un po’ a vedere, da qui in avanti, bisognerà che un candidato abbia anche la moglie simpatica, se vuole essere eletto!…
 
– Non dico questo.
 
– La marchesa, ne convengo anch’io, è un po’ superba, un po’ cattedratica, ma del resto è una donna di molto merito… e vale molto più di suo marito. Anzi, fra pochi minuti l’aspetto qui.
 
– Che cosa vuole da te? – domandò Clarenza.
 
– Vuol farmi sentire il manifesto elettorale di suo marito… vuol sapere se ci trovo nulla da ridire. Una bella garbatezza, non è vero? Lo spettacolo di questa aristocrazia, che viene a bussare alle porte della borghesia, in cerca di consigli, mi fa sperare bene dell’avvenire del paese.
 
– Sento dire che il deputato governativo ha fatto molti proseliti. Fra qualche giorno avrà anche il rinforzo del ministro in persona – disse Clarenza.
 
– Che venga questo signor ministro – replicò Federigo – io lo attendo a piè fermo. Non vedo l’ora di misurarmi con lui.
 
– Davvero – soggiunse Clarenza, – che quei signori del Ministero non hanno diritto di averti per amico! Ti hanno trattato, come il bidello del municipio.
 
– Come c’entra l’avermi trattato in un modo piuttosto che in un altro? Qui non è questione di persona; è questione di principii, cara mia: i principii passano, e le persone…
 
– Ovvero – soggiunse Clarenza – i principii restano, e le persone…
 
– Domando scusa! – gridò Federigo. – Sono le persone che restano…
 
– Non voglio contraddirti – osservò modestamente la moglie – ma ho sentito dir sempre: le persone passano, e i principii restano.
 
– Hai sentito dir male; moltissimo male perché io, invece, ho veduto sempre che i principii passano e le persone restano. In ogni modo, che venga il signor ministro e ci riparleremo.
 
– Il signor Mario – disse Bettina, affacciandosi sulla porta di mezzo.
 
– Caro Federigo; io sono tuo ospite – disse Mario, stendendogli la mano.
 
– È un regalo che Clarenza mi ha improvvisato – replicò l’altro, abbracciandolo e baciandolo.
 
Mario, avendo veduto Valerio e la Norina che parlavano fra loro, in strettissimo colloquio, si voltò sorridendo a Clarenza, domandandole sottovoce:
 
– Sbaglio, o mi era stato detto che fra quei due signori?…
 
– Verissimo – rispose Clarenza – ma oggi è cambiato improvvisamente il vento…
 
– Compatisco la Norina! – aggiunse Mario; – è una donna, e la donna è sinonimo di debolezza; ma mi fa meraviglia di lui! – (e accennò Valerio).
 
– Caro mio – replicò la moglie di Federigo – se sapeste alle volte come sono buffi gli uomini seri!
 
– Ho avuto in questo momento una lettera dalla tua suocera – sussurrò Federigo, avvicinandosi piano piano all’orecchio del conte.
 
– M’immagino che cosa ti avrà scritto! Che ne dici eh? Una donna che adoravo e per la quale avrei messo tutte e due le mani nel fuoco.
 
– Cose di questo mondo, amico mio! Il proverbio lo dice: chi non vuole infarinarsi, non vada al mulino.
 
– E quello scellerato?..
 
– Tieni a mente, Mario! sono appunto gli amici, dai quali bisogna guardarsi… Ma siamo giusti: come mai un uomo di spirito, che ha per moglie una graziosa donnina, può pensare a mettersi per casa?..
 
– Lo so! Lo so!
 
– Mario, è stata grossa. A me, dico la verità, non mi sarebbe accaduto dicerto. Ci vuole occhio, capisci, occhio! Debbo per altro dirti che mi son preso l’incarico di aggiustare ogni cosa e di riconciliarvi.
 
– Per carità, non parliamo di riconciliazione. Sento il sangue che mi va alla testa.
 
– Basta così, ne discorreremo a tempo opportuno.
 
– Voltati in qua – disse a un tratto Clarenza, pigliando suo marito per un braccio, e dandogli un’occhiata da capo ai piedi.
 
– Che cosa c’è di nuovo? – domandò Federigo.
 
– Nulla di nuovo – rispose l’altra. – Anzi, le solite cose: la solita camicia sbottonata, la solita cravatta, messa senza garbo né grazia!… Pare impossibile che tu non abbia da avere un po’ di amor proprio… Dice bene una certa persona, – (e Clarenza guardò alla sfuggita Mario) -a non sapere chi sei, ci sarebbe da scambiarti per un fattor di campagna, o per un negoziante d’olio.
 
– Guarda quanti casi, stamani! Eppure sono stato sempre così.
 
– Hai fatto sempre male!
 
– Bisognava dirmelo prima.
 
– Te lo dico oggi e basta. Se non vuoi avere nessun riguardo per te, potresti averne almeno un poco per tua moglie… mi pare!…
 
– Io non ci capisco più nulla – disse Federigo sottovoce al conte. – È la prima volta che Clarenza fa una scenata simile.
 
– Donne, caro mio, donne: vale a dire sciarade ritte sopra due graziosi piedini (quando son graziosi): rebus difficili a spiegarsi, e che una volta spiegati, si vede bene che non son altro che una formula di vanità, o un’operazione di calcolo infinitesimale!
 
– Clarenza – soggiunse Federigo – è un’ottima donna: ma, pur troppo, la vanità è stata sempre il suo lato debole. Ella avrebbe avuto bisogno di nascere regina e di avere sposato il re dell’universo. All’opposto di me. Io, invece, posso avere tutti i difetti del mondo; ma la vanità non l’ho mai conosciuta.
 
– Davvero?..
 
– Mai! e te lo provo col fatto. Vorrei vedere un altro che fosse stato trattato come sono stato trattato io! Tu sai quel che mi costa l’Italia; ebbene, credi tu che lassù al Ministero abbiano dato segno di accorgersi che io sono nel mondo dei vivi?..
 
– Lo so, è un’ingiustizia; e voglio che ci sia rimediato. Ho scritto apposta al mio zio… riserbandomi poi a parlargliene a voce, quando sarà qui.
 
– Intendiamoci bene – disse Federigo, cambiando tuono di voce – se ti ho fatto questa confidenza inconcludente, non vorrei che tu potessi credere…
 
– Ti pare.
 
– Non ho chiesto mai nulla! e non voglio nulla! Lo sai di che panni ho vestito sempre: non ho dato mai nessun peso e nessuna importanza ai ciondoli. Mi son parsi sempre balocchi per i ragazzi…
 
– Eppure, se te ne mandassero uno… – disse Mario, sorridendo.
 
– Lo rimanderei. Oh! lo rimanderei, senza dubbio: è una questione di principio.
 
– Quand’è così, è inutile affatto che io spedisca la lettera..
 
– L’avevi di già scritta?
 
– Eccola qui: leggila e strappala.
 
– To’! mi meraviglio. Non ho mai strappato le lettere degli altri. Ecco una lettera, che entrerà probabilmente nel limbo delle lettere destinate a non aver mai nessuna risposta.
 
– Pazienza. E ora dimmi una cosa. A che ora passa di qui il treno postale?
 
– Alle tre precise.
 
– Sono le due e mezzo – disse Mario, guardando l’orologio. – Per oggi, non c’è più il tempo d’impostarla. La imposterò domani.
 
– Sì, sì, – replicò Federigo – puoi impostarla domani, doman l’altro, quell’altro, fra una settimana, fra un mese… Tanto è una lettera di nessuna urgenza.
 
– Di nessunissima.
 
– Per altro… ti faccio osservare che se la lettera premesse davvero…
 
– Ma se ti dico che non preme!
 
– Voglio dire, che se la lettera premesse davvero, si sarebbe in tempo a impostarla anche oggi.
 
– Come?
 
– Basterebbe mandarla alla stazione. Vuoi che la mandiamo?..
 
– Non mette conto.
 
– Perché vuoi fare dei complimenti con me?
 
– Non faccio complimenti. È una lettera di quelle che non aspettano risposta. La posso impostare domani, o quando me ne ricorderò – disse Mario, facendo lo svogliato.
 
– Dammi qua la lettera – insisté Federigo. – Così non foss’altro, ti levo un pensiero.
 
– Lascia correre: non c’è premura.
 
– Dammi qua la lettera. Ehi! Francesco! – E il servitore comparve sulla porta.
 
– Porta subito quella lettera all’ufficio postale della stazione.
 
– E il francobollo? – disse Francesco.
 
– Non vedi che è indirizzata al ministro? Prendi una vettura e spicciati.
 
– E se non facessi in tempo?
 
– Dammi qua, imbecille – disse Federigo, strappandogli la lettera di mano – a lasciarti fare, saresti capace anche di perderla.
 
E il marito di Clarenza prese in fretta e furia il suo cappello e il suo paletot.
 
– Dove vai? – domandò Mario.
 
– Lascia fare a me. A quest’ora, ero bell’e tornato. Se per caso arrivasse in questo frattempo la marchesa Sorbelli, che mi aspetti, fra due minuti son qui.
 
– Dov’è andato Federigo? – chiese Clarenza a Mario.
 
– Alla stazione. Ha voluto portar da sé la mia lettera per il ministro.
 
– Vi ringrazio Mario delle vostre premure… non tanto per me… quanto per mio marito. Quell’uomo oramai se n’è fatta una fissazione.
 
– Buon uomo, quel Federigo – disse Mario, incominciando un colloquio confidenziale e a mezza voce con Clarenza, mentre la Norina e Valerio ragionavano fra loro nell’angolo opposto della stanza – gran buon uomo quel Federigo!
 
– Una perla d’uomo! Per la nostra famiglia è stato qualche cosa di più d’un padre. Insomma, è lui che pensa a tutto, è lui che ha fatto una dote alla Norina, è lui che mantiene Carlo agli studi.
 
– Eccellente cuore!… Peccato che abbia la figura un po’ volgare… un po’ ordinarietta… Quanto stacco, Clarenza mia, fra voi e lui. Voi la foglia fine e delicata della camelia, lui, il gambo inelegante di qualche pianta grassa.
 
– Oramai è così – disse Clarenza, sospirando.
 
– Pare impossibile – continuò il conte – che una mano delicata ed aristocratica, come la vostra, abbia voluto fare una scelta così… curiosa.
 
– Vi avverto, Mario, che non ho nulla da pentirmi! – replicò l’altra, assumendo una certa aria di dignità.
 
– Ecco una nobile protesta! una protesta, che fa moltissimo onore al vostro carattere e al vostro bel cuore. Ma ditemi un po’, Clarenza, parliamoci qua a quattr’occhi e in tutta confidenza: se certe cose si potessero rifare due volte?..
 
– Se… se… se… Dando retta ai se, ci sarebbe da perdere la bussola e da dire un sacco di scioccherie.
 
– Creatura divina! E pensare che la Provvidenza mi aveva messo dinanzi agli occhi l’unica fanciulla, che avrebbe potuto essere l’amore e la felicità di tutta la mia vita… e io, imbecille!… sono passati due anni, e ancora non so darmene pace. Vi rammentate Clarenza, di quei tempi famosi?…
 
– Me ne rammento pur troppo.
 
– E di quella famosa festa da ballo?..
 
– Anche di quella.
 
– Cattiva! eppoi avete il cuore di venirmi a dire che «acqua passata non macina più».
 
– Non son io che lo dico, è il proverbio.
 
– Quante volte ho pensato a voi!… quante volte vi ho veduta ne’ miei sogni!…
 
– E l’Emilia? – domandò Clarenza, per dare un altro giro alla conversazione.
 
– Per carità, non me ne parlate – disse Mario.
 
– Sento dire che si sta già trattando per una riconciliazione.
 
– Mai, e poi mai! Fra me e quella donna c’è una barriera insormontabile.
 
– Lo credete davvero?
 
– Ne sono sicuro.
 
– Povera donna! Più imprudente, che colpevole. Credetelo, Mario, se fossi stata io nei piedi dell’Emilia, il vostro signor Giorgio non avrebbe dicerto trovato un quartiere disponibile in casa mia. Con me, no, mille volte no! A proposito di quartiere – continuò Clarenza, alzandosi in piedi – che cosa vi pare del quartierino che vi ho destinato?
 
– Un’oasi, un nido incantato.
 
– La vostra finestra, sul giardino, è appena due finestre distante dalla mia; tantoché alzandomi, la mattina, potrò darvi il buongiorno.
 
– Così potessi io sperare, la sera… mentre tutti dormono tranquillamente, augurarvi la buona notte – disse Mario, abbassando la voce, e stringendo la mano di Clarenza, con intenzione, come dicono i comici nel loro dialetto di palcoscenico.
 
– Ecco fatto, – disse Federigo, rientrando nella sala, tutto scalmanato – due minuti di più, e la lettera ci restava in tasca.
 
– Poco male – soggiunse Mario, continuando a fare l’indifferente.
 
– Pochissimo! – replicò il marito di Clarenza. – E la marchesa si è veduta?
 
– Ancora no.
 
– Sarebbe bella che mi mancasse. Dico la verità, questa poi me la legherei a dito.
 
– La signora marchesa Ortensia, – disse la Bettina, affacciandosi sulla porta.
 
– Ah! giusto, volevo dire – replicò Federigo, soddisfatto. – E dove l’hai fatta passare?
 
– Nel salotto verde.
 
– È sola?
 
– No, è col signor Leonetto.
 
– Mi pareva impossibile – osservò maliziosamente la Norina. – Vi pare che la marchesa possa uscir di casa una sola volta senza portarsi dietro il paggio?
 
– Con permesso – disse Federigo, aggiustandosi i capelli e il vestito, e uscendo fuori dalla sala.
 
– Bell’originale quel Leonetto – soggiunse il conte – sempre il medesimo sfatato.
 
– Dove l’avete veduto? – domandò Clarenza.
 
– L’ho incontrato ieri sera al Club.
 
– Sapete che è diventato direttore della «Gazzetta della Provincia»?
 
– Me l’ha detto lui. Leonetto non è un’arca di scienza: ma mantiene sempre giovane lo spirito.
 
– A me, mi è parso sempre una bella caricatura – soggiunse Valerio, – ha la smania di fare il cattivo, lo spirito forte, il nemico giurato del matrimonio.
 
– Nemico del matrimonio – domandò la Norina, ridendo, – io, invece, credo che se Iddio non gli tiene le sue sante mani in capo, corre in questo momento un gran pericolo di diventar marito.
 
– Davvero? – esclamarono tutti a una voce.
 
– Ci sono dei sintomi seri, molto seri! – continuò a dire la sorella di Clarenza. – Io so per esempio, che tutte le ore che gli restano libere, le passa in casa di quelle due signore (per un momento, le chiamerò così) che sono venute a stabilirsi qui da un mese, circa, e che furono raccomandate a lui.
 
– Non le conosco punto – disse Clarenza. – Sono belle?
 
– La figlia non c’è male: di sera, specialmente, non fa cattiva figura. Bionda, occhi celesti, un bel carnato: una ragazza, insomma, che può piacere. Se Leonetto capita un momento di qua, vi prometto di farlo cantare.
 
– È permesso! – disse Leonetto, con giuoco comico e confidenziale, entrando in sala.
 
– Venite avanti, scapato – rispose la Norina – ne abbiamo sapute delle belle sul conto vostro. Come vanno gli amori?
 
– Quali amori?
 
– Animo, non fate il forestiero, non mi venite a fare il turco in Italia…
 
– In verità, non capisco…
 
– Come vanno gli amori con quella biondissima persona?…
 
– Gli amori? Ah! capisco bene, signora Norina, che voi mi calunniate.
 
– Tutt’altro.
 
– E potreste supporre che un uomo, come me, possa pigliare una passione per quella povera figliuola?..
 
– Io la conosco soltanto di vista, ma mi pare una bella ragazza.
 
– Un occhio di sole – replicò scherzando Leonetto.
 
– Figuratevi che fra le tante bellezze, ha anche quella di scambiare un occhio.
 
– Non è vero! Gli occhi mi son parsi bellissimi.
 
– Mi spiego! l’occhio sinistro della signora Armanda…
 
– Ah! si chiama Armanda?..
 
– Provvisoriamente!…
 
– Che lingua d’inferno!…
 
– Dicevo dunque che l’occhio della signora Armanda è intermittente: scambia soltanto quando il tempo sta per mutarsi.
 
– Proprio? – chiesero tutti dando in una gran risata.
 
– Figuratevi che io senza guardare il termometro, conosco subito da quell’occhio, se il giorno dopo, uscendo di casa, avrò bisogno di prendere l’ombrello.
 
Un’altra risata generale.
 
– Tant’è vero, che io la chiamo l’occhio-Réaumur!
 
Terza risata prolungatissima.
 
– Siete un gran canzonatore – disse la Norina. – Ma badate, amico, che ne ho veduti cascare de’ più forti di voi.
 
– Può darsi benissimo – replicò il giornalista, dondolandosi sulla persona – ma in quanto a me credetelo pure che non ci sono pericoli: il diavolo tentatore con me perde il ranno e il sapone. Vi dirò poi un’altra cosa: la signora Armanda, fisicamente parlando, non risponde punto al mio sogno, al mio tipo della donna ideale. Io amo la donna svelta come il palmizio: l’occhio nero; la fisonomia pallida e sofferente, i capelli neri; e soprattutto, moltissimi capelli.
 
– Non ha molti capelli, la signora Armanda?
 
– Povera figliuola! Ne ha trentatré e mezzo: a quaranta non ci arriva!
 
Altra risata, in coro.
 
– Peraltro – soggiunse la Norina – bisogna convenire che ha un bel carnato.
 
– Questo è vero! Si dipinge con gusto.
 
– Lo sapete di certo che si dipinge?
 
– Mi par di sì.
 
– Eppure – insisté la graziosa vedovella – duro fatica a crederlo. In ogni modo, bisogna convenire che è dipinta molto bene.
 
– Come un quadro del Tiziano – replicò Leonetto, con comica serietà. – Del rimanente poi, è una bravissima e buonissima fgliuola.
 
– Bravissimo. Ora che l’avete demolita pezzo per pezzo, cominciate a dirne bene.
 
– La verità, sempre la verità!
 
– Mi fate una rabbia!…
 
– Ma il panegirico non è ancora finito. Armanda è istruita, di belle maniere, di un’educazione connpitissima. Parla l’inglese e il francese perfettamente. Quando sta al pianoforte, ha la grazia di Chopin, la mano di Fumagalli, il sentimento di Dohler. Canta le cose di Schubert e di Gordigiani con un garbo inarrivabile. Sa tutto Byron a memoria. Disegna, ricama, monta a cavallo… insomma vi dico che nel complesso è una di quelle care donnine che io darei volentieri per moglie a mio fratello minore – se avessi un fratello.
 
– E la vedete spesso?
 
– Quasi tutti i giorni. La sua casa è per me un piede-a-terra, un simpatico rifugio dalle noie della politica…
 
– E dalla seccatura della marchesa Sorbelli.
 
– Per carità, dite piano, che non vi senta. Ha l’orecchio disgraziatamente così squisito!
 
– Avete paura, eh? – disse la Norina, ridendo. – Per altro, vi compatisco: la marchesa non è una donna… è un uomo!
 
– Non è nemmeno un uomo… – replicò Leonetto sottovoce – è un dragone. Quando la natura le dette i baffi, sapeva quello che faceva.
 
– Se vi sentisse, sarebbe capace di mangiarvi!…
 
– Povero amico – interruppe Mario in tuono scherzoso – non ci mancherebb’altro che tu ti dovessi trovare nel brutto caso d’essere inghiottito vivo!
 
– Non ti nascondo – rispose l’altro – che mi dispiacerebbe moltissimo a far da Giona in corpo a quella balena.
 
– A proposito – disse Clarenza – prima che mi passi di mente vi avverto, signor Leonetto, che oggi siete a pranzo da noi. Accettate?
 
– Con tutto il piacere.
 
– È un regalo che faccio al signor conte Mario.
 
– Sempre il tipo della cortesia, quella amabilissima Clarenza – replicò il conte, inchinandosi con galanteria.
 
– Domani sera, poi, faremo un po’ di musica. Badate, Leonetto, di non mancare, sapete bene che siete necessario, indispensabile. Vi presento il primo tenore assoluto della nostra piccola Filarmonica di famiglia – disse la moglie di Federigo, volgendosi a Mario, e indicando il giornalista.
 
In questo punto, si udì la voce grave e sonora.
 
– Eccola – disse Leonetto, ricomponendosi, come fa l’alunno quando sente l’avvicinarsi del pedagogo. – Mi raccomando! fatemi il piacere di non scherzare…
 
– Vi pare. State tranquillo.
 
– La signora marchesa Ortensia – disse Federigo, presentando in sala una matrona sui quarant’anni, vegeta, forte, colorita, come un ufficiale di cavalleria di ritorno da una manovra a cavallo in piazza d’arme.
 
– Accomodatevi, marchesa – disse Clarenza, accennandole una poltrona in vicinanza del caminetto.
 
– Mi dispiace, ma non posso trattenermi – rispose la Sorbelli. – Vi saluto e scappo subito. Ho da fare mille bricciche: e prima di tornare a casa, voglio anche passare dalla mia amica la marchesa di Santa Teodora. Mi struggo di sapere con precisione le vere cause di questo piccolo scandalo.
 
– Di quale scandalo? – domandò la Norina.
 
– Come! non sapete nulla?
 
– Nulla.
 
– Allora, ve lo dirò io. È andato all’aria il matrimonio, già combinato, fra Rodolfo e la figlia del console americano.
 
– Proprio? – chiese la Norina, con interesse sempre crescente.
 
– Ve la do per sicura.
 
– E la ragione?..
 
– Non la conosco bene, ma suppergiù, me la figuro. Quel ragazzo di Rodolfo deve avere qualche amoretto clandestino… qualche’impegno… qualche passioncella misteriosa…
 
– Dico la verità, me l’aspettavo..
 
– Che cosa?
 
– Che questo matrimonio non dovesse andare a finir bene. Abbiamo alle volte certi presentimenti curiosi!… – osservò la Norina, dissimulando a stento una vivissima compiacenza.
 
– Del resto marchesa – disse Federigo, facendosi in mezzo – in compenso di un matrimonio andato a monte, sono lieto di notificarvene uno, combinato appena un’ora fa! – e il marito di Clarenza accennò la Norina e Valerio.
 
– Scusa, veh, Federigo – soggiunse subito la giovane cognata, quasi fosse rimasta offesa – mi pare che tu abbia corso un po’ troppo. Vorrei sapere come si fa a chiamarlo un matrimonio di già combinato?
 
– E non lo è forse? – chiese Valerio, a cui tremava quasi la voce.
 
– Domando scusa – replicò Norina tranquillamente: – è un matrimonio, che probabilmente si combinerà, ma che per ora non è combinato. Vi prego, marchesa, a notare questa piccola differenza. Ne convenite, Valerio?
 
– Convengo di tutto! – rispose l’altro; poi borbottò fra i denti: – Convengo anche che sono il primo imbecille dell’universo.
 
– E voi, signor Leonetto? – domandò Clarenza, tanto per divagare la conversazione. – Quando ci farete mangiare i confetti di nozze?
 
– Io marito? – replicò il giornalista, arricciandosi i baffi e dando in una gran risata. – Io marito? Credo che la cosa sarà un po’ difficile. Per vostra regola, in questo mondo vi sono due istituzioni, che mi hanno fatto sempre paura: il matrimonio e il sistema cellulare! Tutte le volte che io penso ai poveri mariti mi vien fatto naturalmente di spargere una furtiva lacrima sulla loro sorte infelicissima. E dire che in America si è fatta una guerra ciclopica per l’abolizione della schiavitù dei neri, condannati alla coltivazione delle canne da zucchero e del cotone, mentre poi sul vecchio continente abbiamo anche oggi tanti milioni di schiavi bianchi, destinati a coltivare la moglie, una coltivazione, credetelo a me, non meno faticosa di quella delle canne da zucchero e del cotone.
 
Tutti risero per complimento.
 
– Le vostre solite esagerazioni – disse la Norina.
 
– Non sono esagerazioni; è una professione di fede schietta e leale. Io ho amato sempre la mia libertà, la mia indipendenza completa.
 
– Questo è verissimo – affermò la marchesa Ortensia.
 
– È una gran bella cosa – continuò Leonetto, infiammandosi sempre più – quella di sentirsi liberi, come la rondine nell’aria: padroni di sé, della propria volontà, senza dipendere da nessuno, senza nessuno che ci possa comandare!…
 
– Dunque, Leonetto, venite o restate? – domandò la marchesa, interrompendolo. – Io me ne vado.
 
– Se non avete bisogno di me, mi tratterrei per un cert’affare!… – rispose il giornalista con un po’ d’esitazione.
 
– Fate pure! – replicò la Sorbelli, alzandosi e dandogli un’occhiataccia…
 
Leonetto, che capì l’antifona soggiunse subito:
 
– Cioè, marchesa, se mi permettete, vi accompagnerò fino dalla vostra cugina.
 
– Per me, ve lo ripeto, fate pure il vostro comodo – replicò l’altra con un tuono di voce ugualissimo e tranquillo. – Io sono affatto indifferente.
 
– Allora, Leonetto – disse Clarenza, – rammentatevi che alle cinque precise andiamo a tavola.
 
– Sarò puntuale, come il fato.
 
– Siete a pranzo qui, Leonetto? – domandò la marchesa, con flemma studiata, e guardando negli occhi il giornalista.
 
– Ho avuto il gentile invito pochi momenti fa… – rispose l’altro, dandosi l’aria della persona franca e disinvolta.
 
– Ma oggi non potete! – insisté la Sorbelli colla stessa flemma e col solito tuono di voce.
 
– Non posso?.. – e Leonetto, imbarazzato, soffiava sulla felpa del cappello, per dissimulare la propria confusione.
 
– Di certo, che non potete!… seppure non siete disposto a pranzare in due case, nello stesso giorno. Pensateci un po’ meglio e forse vi ricorderete che mio marito, fino da due giorni fa, vi ha invitato per oggi a casa sua…
 
Leonetto stava per rispondere che non ne sapeva nulla: ma un’occhiata della marchesa bastò per richiamarlo al proprio dovere. Difatti balbettò, imbrogliandosi…
 
– Sì, è vero!… cioè, sarà benissimo: ma si vede che me l’ero dimenticato… Che volete che ci faccia? Sono così astratto, che i pranzi mi passano dalla mente, da un momento all’altro.
 
– Pazienza! – soggiunse la moglie di Federigo, che aveva capito ogni cosa. – Io non voglio privare la marchesa di un commensale così gradito. Sarà per un’altra volta. Fatemi peraltro il favore di non dimenticarvi la chiassata di domani sera. Vi aspettiamo immancabilmente, per cantare insieme il nostro famoso duetto dell’Italiana in Algeri.
 
– Non dubitate, eccovi la mano.
 
– Scusate se metto bocca nei vostri discorsi – osservò la marchesa, stentando la parola, e volgendosi al giornalista, – ma mi pare che domani sera non sarete libero che tardissimo. Rammentatevi che avete preso l’impegno di accompagnarmi al ballo degli Asili infantili.
 
– Io?..
 
– Voi, voi! – ripeté l’altra, dandogli una occhiata d’intelligenza, che tradotta in lingua parlata, avrebbe dovuto dire: imbecille, rispondete a tono.
 
– Non mi pareva…
 
– Povero Leonetto! Si vede proprio che la politica vi ha fatto perdere affatto la bussola. Quasi quasi comincio a pentirmi di avervi procurata la direzione della «Gazzetta della Provincia».
 
– Sarà… come voi dite… – rispose Leonetto, stringendosi nelle spalle -…ma vi giuro sull’onor mio che non ne sapevo nulla… cioè, che me l’ero affatto dimenticato!…
 
– Dunque? – domandò Clarenza, annoiata di tutta quella commedia.
 
– Sono dispiacentissimo – rispose il giornalista, che per la vergogna era diventato quasi rosso, – ma domani sera non posso… La marchesa mi assicura che le ho promesso di accompagnarla… al ballo degli Asili infantili…e la colpa è tutta mia, se me lo sono dimenticato…
 
– Signore e signori! – disse la Sorbelli, congedandosi, quindi uscì dalla sala, accompagnata da Federigo e da Leonetto.
 
Mentre il giornalista stese la mano alla Norina, in atto di dire addio, questa gli bisbigliò, sorridente – È una gran fortuna, amico mio, quella di essere liberi e indipendenti, come siete voi! almeno, non siamo mai padroni di far nulla a modo nostro.
 
PARTE SECONDA
 
È passato un mese, dal giorno in cui Mario venne accolto in casa di Federigo.
 
– Stasera si è fatto notte più presto del solito. Che ore sono? – domandò Clarenza alla Bettina che aveva acceso un gran lume a moderatore, in mezzo alla tavola.
 
– Le cinque suonate ora – rispose la vecchia.
 
– La Norina dov’è?
 
– Credo, in camera sua.
 
– Ne sei sicura?
 
– Mi par di sì.
 
– Senti, Bettina, fammi un piacere – soggiunse la giovine padrona, abbassando la voce e con tuono carezzevole. – Vai di là, e con qualche scusa accertati se la Norina è proprio in camera.
 
Appena Clarenza fu sola, cominciò fra sé e sé questo monologo:
 
– Quand’è uscito di casa, or ora, mi ha fatto il solito segno… dunque dietro la cornice ci dev’essere una lettera – (e dicendo così, voltò gli occhi verso un quadretto, chiuso in una cornice e attaccato nella parete di mezzo) -…Già, di queste lettere non ne voglio più… è tanto tempo che lo dico… Questa è l’ultima di certo. Tutte le volte che devo montare sul canapè per frugare dietro a quella maladettissima cornice, m’entra la febbre addosso… Se non foss’altro, la paura! Con un frugolo per casa come la Norina, c’è da essere scoperti, senza neanche avvedersene! Almeno si levasse presto di fra i piedi, quella benedetta figliuola!…
 
– È in camera – disse la Bettina, sottovoce, rientrando nella stanza in punta di piedi.
 
– Mi basta così… voglio farle una celia. Puoi andartene.
 
E la Bettina uscì.
 
– Eppure, neppur’ora mi par d’essere sicura per bene – diceva Clarenza, guardando di qua e di là con so spetto, – un poco, sarà paura della Norina: ma un poco bisogna dire che è anche la coscienza… il rimorso di sapere che faccio una cosa… che non è bella. Dico la verità, io mi credeva più forte… Se credessi alle streghe, dubiterei che mi avessero stregata! Meno male che si tratta di ragazzate, di cose senza conseguenza… Eppoi non lo faccio per me… lo faccio per un altro, per dare a suo tempo una bella lezione a quel donnaiolo di Mario.
 
Intanto Clarenza, dopo aver dato un’ultima occhiata a tutti gli usci, che mettevano in sala, aveva abbassato il lume fino al punto di lasciare un fiochissimo barlume, ed era salita sul canapè.
 
Colla rapidità del baleno, ficcò una mano dietro al quadro, e prese un foglio che vi era nascosto: ma, quando fu per discendere, si spalancò improvvisamente la porta di faccia.
 
– Scommetto che sei stata tu, che mi hai mandata la Bettina in camera?.. – gridò la Norina, con una voce squillante, che pareva un campanello.
 
– To’?.. – rispose la sorella, rimasta zitta sul canapè e colle spalle voltate al muro.
 
– Prima di tutto, che cosa fai costassù per aria? –
 
– Nulla… – soggiunse l’altra, che non trovava le parole per rispondere. – voleva vedere da vicino questa Niobe.
 
– Brava! E per vederla meglio hai abbassato il lume.
 
– Che cosa dicevi della Bettina?…
 
– Dicevo che scommetterei che sei stata tu che me l’hai mandata in camera.
 
– Ebbene, sono stata io…, io in persona: e per questo?.. – disse Clarenza, scendendo dal canapè e andando a rialzare il lume.
 
– Allora vorrei sapere perché quell’imbecille si mette a far la diplomatica, la furba, la misteriosa…
 
– Non capisco.
 
– Figurati, che è venuta a picchiarmi nell’uscio. Che cosa vuoi?, le domando. Niente, mi risponde, voleva sapere se stava bene. Allora ho mangiato la foglia, e ho detto subito: qui c’è sotto qualche cosa…
 
– E, com’è naturale, sei corsa subito in punta di piedi… per vedere… per bracare… Chi lo sa che cosa ti sarai immaginato!
 
– Che cosa vuoi tu che m’immaginassi? Nonostante – seguitò la Norina, con un risolino impertinentissimo – mi ha fatto davvero una gran consolazione di vedere che tu ami la pittura, e che per goderla meglio, sei anche capace di montare sulle sedie e sui canapè, come fanno i ragazzi.
 
– Ah! se io fossi una gran signora – replicò Clarenza, facendo finta di non capire l’ironia maliziosetta di quelle parole. – Ah! se io fossi una gran signora, tappezzerei tutte le mie stanze di quadri.
 
– Io no: le tappezzerei di stoffa e di raso. È più pulito, e costa meno. I quadri mi piacevano da ragazza. Ti rammenti di quel Mosè sul Sinai, che nostro padre teneva nello studio? Anch’io, tutte le mattine, prima che lo studio si aprisse, avevo preso il vizio di montare sopra una seggiola per vedere il Mosè più da vicino. Ma sai perchè? perché dietro la cornice del quadro ci trovavo per il solito qualche lettera dimenticata.
 
– Adagio un poco cogli scherzi, Norina – disse Clarenza, facendosi seria, – ti prego a credere che dietro la Niobe non c’era nessuna lettera.
 
– Lo credo bene, e quand’anche ci fosse stata, tu avresti avuto abbastanza giudizio per non lasciarla lì col pericolo che andasse nelle mani degli altri!
 
Le due sorelle si guardarono in faccia: e dopo essersi squadrate ben bene da capo ai piedi, finirono tutte e due col dare in una grandissima risata.
 
– A proposito dei propositi. E Valerio ha risposto? – domandò Clarenza, per mutar discorso.
 
– Volevo vedere anche questa che non rispondesse.
 
Alle otto precise sarà qui, per accompagnarci al teatro.
 
– Povero Valerio: è il più buon diavolo di questo mondo.
 
– Fa il suo dovere, e nulla più.
 
– E tu non hai ancora deciso nulla?..
 
– Per ora no. Non ho nessuna fretta di rimaritarmi.
 
– Dimmi: spereresti per caso che il matrimonio di quella persona – (e Clarenza accompagnò la parola con un curioso balenìo degli occhi) – andasse a monte una seconda volta?…
 
– Io non ho bisogno di confessarmi. Dico soltanto che i casi sono più delle leggi… e che finché c’è fiato c’è speranza. Lo vedesti l’altra sera? Era in un palco quasi di faccia al nostro, con tutti i suoi futuri parenti… Non mi levò mai i cannocchiali d’addosso. E anche stasera la famiglia del console c’è di certo in teatro: il martedì e il giovedì non manca mai.
 
– E tu lo inviti per farti accompagnare?.. Ah? permettimi che te lo dica; è una cosa che non sta bene e ti fa grandissimo torto. Perché lusingarlo? Perché metterlo in mezzo? perché fargli fare, a sua insaputa una meschina figura? O non sarebbe meglio parlargli francamente e rendergli la sua libertà?..
 
– Sei curiosa! Sono forse io che lo tengo?
 
– Parliamoci francamente; tu non gli vuoi bene.
 
– Non è vero neanche codesto. Per voler bene, gli voglio bene…
 
– Sì, sì; ma non è di quel bene, come mi intendo
 
– Hai ragione: è un altro bene… per esempio, sul genere di quello che tu vuoi a Federigo.
 
– Norina! – disse Clarenza, facendo il cipiglio – Intendiamoci una volta per tutte; su questo non accetto scherzi.
 
– Calmati, Clarenza, calmati.
 
– C’è poco da calmarsi. Un altro discorso simile, e ci guastiamo per sempre; o fuori di casa tu, o fuori io.
 
– Vieni qua da me e sii buonina – replicò l’altra, passando affettuosamente il braccio intorno alla sorella. – Perché ci dobbiamo guastare? Perché s’ha da far la commedia, quando siamo a quattr’occhi? Pensaci un poco sopra e rispondimi; credi tu che per due donne come noi, colle idee e col carattere che abbiamo e con l’educazione che ci hanno dato in casa, credi tu davvero che Federigo e Valerio fossero gli uomini più adatti per essere i nostri mariti?
 
– Non ti occupare di me; parla piuttosto per conto tuo.
 
– Ebbene, parlerò per conto mio e ti confesserò francamente che può darsi benissimo che io finisca collo sposare Valerio: ma, Valerio non è il mio ideale.
 
– Dicevi lo stesso del tuo povero Ernesto. Me lo ricordo come se fosse ora.
 
– Ernesto era un angiolo: ma bisogna convenire che aveva un gran difetto: un difetto insoffribile. Impiegato fin da ragazzo ai telegrafi, gli si era attaccato il vizio del proprio impiego. Parlava pochissimo, e quando diceva qualche cosa pareva di sentire un dispaccio telegrafico. Mi rammento sempre di quella famosa sera di quando mi fece la sua prima dichiarazione. «Signora Norina» mi disse «io vi amo; sono onesto: telegrafista; risoluto accasarmi. Desidero conoscere vostre intenzioni». Che burla! mi aspettavo sempre che dicesse «risposta pagata!».
 
– Povero Ernesto! Come morì giovane!…
 
– Pur troppo! ma era tanto infelice! Del resto, sì: se io fossi padrona di scegliere, non mi vergogno a dirlo, sceglierei sempre per marito un uomo del genere del marchese di Santa Teodora. Un po’ scapato, un po’ leggero, un po’ rompicollo!… ma tanto simpatico. Non ti pare che abbia molta somiglianza coll’Artagnan dei Tre Moschettieri?
 
– Gua’; tutti i gusti son gusti!… – disse Clarenza, stringendosi nelle spalle.
 
– E questo – soggiunse l’altra – sia detto per conto mio; ora poi per conto tuo ti dirò…
 
– Non voglio saper nulla!…
 
– Federigo, non c’è che dire, è la più brava persona…
 
– Basta.
 
– Ma per te, per il tuo carattere ci sarebbe voluto…
 
– Basta, ti dico.
 
– Ci sarebbe voluto un uomo del genere…
 
– Basta! basta! basta. Mi sono spiegata, sì o no?
 
– Eh! quanto chiasso. Non aver paura, non ti dico altro! – e andandosene, borbottò fra i denti «Son venuta qui con un mezzo dubbio, e me ne vado con una mezza certezza. Meno male che ho pensato a rimediarci per tempo!…».
 
– Che la Norina si sia accorta di qualche cosa? – domandò a se stessa la Clarenza, quando rimase sola. – Non ci mancherebbe altro… Ho addosso una smania… una inquietudine, che mi fa battere il cuore e le tempie! Ma perché non piglio una buona risoluzione per tempo? Tant’è: oramai ne son convinta… lui è più forte di me… quel diavolo tentatore esercita sul mio spirito una malìa irresistibile. Non sono più padrona di dirgli una parola o di guardarlo in faccia, senza sentirmi il viso che mi prende fuoco. Quando è in casa, non vedo il momento che vada fuori… Quando è fuori sono agitata, pensierosa, di malumore… fino a tanto che non è tornato a casa…Infame d’un uomo!… eppoi ha il coraggio di lagnarsi di Giorgio, perché tradì l’ospitalità dell’amico! E lui non farebbe anche peggio?.. Ma… ma c’è un caso, signorino bello; io non sono l’Emilia! oh! si persuada pure che io non sono l’Emilia. Animo, animo. Qui ci vuole una gran risoluzione: una risoluzione eroica, e senza mettere tempo in mezzo. Intanto cominceremo dal bruciare questa lettera, senza leggerla. Ho fatto male a leggere le altre… ma questa deve andare sul fuoco.
 
E a Clarenza si voltò risolutamente verso il caminetto, e fece l’atto di gettar la lettera: ma poi si trattenne, pensando:
 
– E se sentissero l’odore del foglio bruciato? La Norina è così sospettosa! Dio, che cosa penserebbe. È meglio strapparla, sì: è meglio strapparla… Ecco fatto: così non ci si pensa più!
 
E la lettera, divisa in due pezzi, rimase fra le dita della Clarenza.
 
– Mi dispiace di non aver guardato la data. Voleva almeno sapere se la lettera era scritta d’oggi o d’ieri. Guardiamo se fosse possibile di raccapezzare il giorno.
 
E così dicendo, riunì alla meglio insieme i due pezzi lacerati della lettera.
 
Mentre Clarenza cercava cogli occhi la data, le venne fatto di posar gli occhi su queste parole:
 
– «Adorata Clarenza!».
 
– «Adorata»!… sfacciato che non è altro. È la prima volta che si prende con me una simile confidenza. E quaggiù che cosa dice?
 
– «Sono stanco di vedermi trattato con tanta crudeltà».
 
– Se è stanco, tanto meglio: sono stanca anch’io, e così ci troviamo perfettamente d’accordo. Ma la data? È un’ora che cerco la data e non mi riesce di trovarla. Vediamo un poco -. E Clarenza seguitò a scorrere coll’occhio la lettera, e, con visibile agitazione, lesse fra i denti:
 
– «Sono stanco di vedermi trattato con tanta crudeltà. Vi ho supplicato mille volte per ottenere da voi dieci minuti… dieci minuti soli di libertà, per un colloquio intimo…».
 
– Cucù! – fece Clarenza, interrompendosi – io non sono mica l’Emilia! Caro signor conte, per questa volta avete sbagliato – poi continuò a leggere.
 
– «Clarenza! se è vero che non sapete il modo di procurarvi questi dieci minuti di libertà, permettetemi che ve lo suggerisca io. Stasera avete fissato di andare al teatro. Non potreste lasciarvi andare vostra sorella e trovare una scusa per rimanere in casa? dubitereste forse di me? Io credo di meritarmi la vostra fiducia, ed è appunto un atto di fiducia quello che vi domando. Se voi me lo negate, io non son degno di rimanere un’ora di più in questa casa, e faccio giuro a Dio (che vede il candore della mia intenzione) di andarmene questa sera medesima».
 
– Dio volesse – disse Clarenza, gettando i pezzi della lettera nel fuoco. – Almeno così sarò fuori d’ogni pericolo! Così potrò riacquistare la pace e la tranquillità, che ho perduta. Ma se ne anderà davvero? Dovrò starmene alla sua promessa, al suo giuramento? No, no: a scanso di pentimenti, è meglio che ci provveda da me e subito.
 
E suonò il campanello.
 
– Dov’è il padrone?
 
– È nel suo studio col marchese Sorbelli – rispose la Bettina.
 
– Che cosa fanno?
 
– Urlano e strillano come due calandre.
 
– Ebbene: quando avranno finito d’urlare, dirai a Federigo che passi da me: ho bisogno assolutamente di vederlo: hai capito?..
 
– Buona notte, Clarenza – disse Federigo, entrando in sala col cappello in capo e il paletot infilato addosso, in atto di uscir di casa.
 
– Giusto te! Dove scappi con tanta fretta?
 
– C’è giù, in carrozza, il marchese Sorbelli, che mi aspetta. Ho promesso di presentarlo stasera al nostro piccolo Comitato elettorale. E tu e la Norina che cosa fate? Andate dunque al teatro?
 
– Credo di sì: Valerio almeno ha promesso di venirci a prendere.
 
– Oh! se ha promesso non vi manca di certo.
 
– Volevo dirti una cosa.
 
– Dopo il teatro, se non ti dispiace. Oramai c’è il marchese che mi aspetta, e non voglio fare aspettare. È una cosa d’urgenza.
 
– Ti sbrigo in due parole. È indispensabile, assolutamente indispensabile che Mario domani se ne vada di casa nostra.
 
– Clarenza! ci sarebbe forse qualche cosa? – domandò Federigo, turbandosi e guardando in viso sua moglie.
 
– Il signor marchese lo attende – disse la Bettina, affacciandosi sull’uscio di sala.
 
– Vengo subito. Clarenza raccontami tutto francamente.
 
– E perché ti allarmi così.
 
– Ma dunque che cosa è stato?
 
– Nulla, nulla, il gran nulla.
 
– Voglio saper tutto.
 
– E io ti dirò tutto. In questa casa ci sono due donne…che non sono né vecchie né brutte… Il paese è pettegolo: e io non voglio ciarle intorno casa.
 
– Dimmi… forse la Norina?..
 
– Io ti ripeto che non voglio ciarle: e Mario, al più tardi domattina deve uscire di casa nostra.
 
– Bisognerà dirglielo con buona maniera.
 
– Con buonissima.
 
– O non potresti dirglielo tu? – domandò Federigo a sua moglie.
 
– Io no!
 
– Ma chi è che ha messo Mario in casa nostra?
 
– Io.
 
– E tu, allora, licenzialo.
 
– Nossignore: è una parte che tocca a te.
 
– Ma perché tocca a me?
 
– Oh! bella!… parla… perché tu sei il marito.
 
– Clarenza!
 
– Oh! insomma, quando ti dico che non c’è e nulla, mi par quasi un’indiscretezza quella d’insistere!…
 
– Pazienza! la parte da doversi fare è un po’ dura, e l’avrei ceduta volentieri a te: ma se la ho da far’io, la farò io. È urgente di molto?
 
– Se si potesse, meglio stasera: se no, domattina di certo.
 
– Il signor marchese!… – disse la Bettina affacciandosi di nuovo sulla porta.
 
– Ha ragione: eccomi subito; dimmi Bettina: il signor Mario è in casa? – domandò Federigo, con quella fretta agitata d’un uomo, che vuol levarsi un pensiero, prima di uscir di casa.
 
– Il signor Mario è andato via alle due – rispose Bettina – e non è più tornato. Son venuti ad avvertirlo che era arrivato suo zio, e che era alloggiato alla Locanda Maggiore.
 
– Suo zio? – replicò Federigo; – dunque il ministro è in paese?
 
– Par di sì – rispose Clarenza.
 
– Sai tu se Mario ricevesse mai risposta a quella famosa lettera?
 
– Credo di no.
 
– L’ho caro! proprio caro! – gridò Federigo, ridendo coi denti. – Io glielo dissi: bada Mario: non la mandare codesta lettera: ti farai canzonare. Nossignore: la volle mandare per forza. Ti rammenterai che si raccomandò a me, perché gliela facessi portare all’uffizio postale della stazione. D’altra parte, meglio così: se per disgrazia lo zio ministro, avesse contentato il nipote, oggi mi troverei in un curioso imbarazzo.
 
– In quale?
 
– Capirai bene, che bisognerebbe, che io rimandassi indietro la Croce!
 
– Uhm!… forse no!
 
– Forse, sì.
 
– Forse, no.
 
– Non c’è forse che tenga, cara mia: o siamo uomini, o siamo ragazzi…
 
– Basta, basta; il resto lo so a memoria – disse Clarenza, annoiata.
 
– È una questione di principii…
 
– Se ti dico che il resto lo so.
 
– Padroni, padronissimi, que’ signori del Ministero di averla con me…
 
– Se seguiti un altro poco, me ne vado.
 
– Del resto, – disse Federigo, saltando di palo in frasca, – mi dispiace che questo licenziamento di Mario, sia di tanta urgenza: caso diverso…
 
– Caso diverso, cioè?
 
– Caso diverso era una questione che fra due o tre giorni, tutt’al più, si sarebbe sciolta da se stessa.
 
– Sarebbe a dire?
 
– Mario fra due o tre giorni se ne va di certo.
 
– E dove va?
 
– Probabilmente partirà per un lungo viaggio attraverso la Germania.
 
– Solo?
 
– No, con sua moglie.
 
– Come! coll’Emilia?.. animo via; ma questo è uno scherzo – disse Clarenza, ridendo.
 
– Non è uno scherzo: è storia.
 
– O non si era parlato di separazione?..
 
– Ma che separazione! se ti dico che tutto quel chiasso non fu altro che una ragazzata di Mario!
 
– Cosicché marito e moglie sono in via d’intendersi, di accomodarsi?
 
– Tutto merito mio! In questi venticinque o trenta giorni, ho avuto un carteggio attivissimo coll’Emilia e con sua madre.
 
– Bravo davvero? e non mi hai detto nulla? – disse Clarenza, nascondendo a mala pena la bizza, che aveva nel sangue.
 
– Avevo il sigillo di confessione, Mario mi aveva fatto giurare che le trattative della riconciliazione sarebbero rimaste un segreto fra noi due!
 
– Senti! senti! – replicò Clarenza, con un certo risolino di canzonatura, – dunque il signor Mario voleva che la cosa fosse un segreto per tutti?
 
Poi, mutando intonazione, continuò:
 
– Quanto a te, lascia che te lo dica: hai fatto malissimo a entrar di mezzo in questo pasticcio.
 
– Perché?
 
– Perché un uomo prudente non mette mai bocca nei pettegolezzi fra marito e moglie… se si erano guastati, tanto peggio per loro: dovevano pensare a sbrigarsela.
 
– Non ti credevo così cattiva.
 
– Io non son cattiva: credo piuttosto d’avere un po’ di giudizio anche per chi non ne ha! Già, vedo bene che sarà una riconciliazione posticcia… Fra un mese, tutt’al più, saranno daccapo: e te la voglio dar lunga.
 
– Io poi, spero di no. Nell’esser di mezzo a questa faccenda, mi son dovuto persuadere che quei ragazzi, in fin dei conti, si vogliono moltissimo bene.
 
– Povero Federigo! come sei ingenuo alla tua età!…
 
– Padrona di darmi dell’ingenuo quanto ti pare. Io, però, ho veduto tutte le lettere che si sono scambiate fra marito e moglie, in questi ultimi giorni, e ti assicuro che mi paiono innamorati, peggio di prima!
 
– Davvero? E tu ci credi sul serio? Gua’; può darsi benissimo che l’Emilia sia innamorata ancora! Non dico di no; povera figliuola, ha un carattere così leggero!… ma in quanto a Mario, ne dubito assai… oh! ne dubito assai.
 
– Anche Mario è innamorato, credilo!
 
– Mario, no.
 
– No? e com’è che lo sai?
 
– Lo so… perché lo so…
 
– Cioè?
 
– Me l’ha detto lui.
 
– Lui? e perché te l’ha detto?
 
– Oh bella! perché gliel’ho domandato.
 
– A dirti la verità, mi pare una domanda un po’ indiscreta.
 
– A me, invece, mi pare naturalissima.
 
– Ebbene, se vuoi saperla tutta, Mario ti ha detto una bugia.
 
– Ci riparleremo a suo tempo.
 
– Ne vuoi una riprova di più? Figurati che la Bettina mi ha raccontato che ieri mattina, essendo entrata improvvisamente in camera di Mario, lo ha trovato col ritratto di sua moglie in mano, che lo copriva di baci.
 
– Imbecille!… lezioso… – fece la Clarenza con un garbo ineffabile di nausea e di dispetto. – Certe svenevolezze in un uomo non le posso soffrire… E poi… resta da vedersi se quel ritratto era veramente quello di sua moglie.
 
– Per codesto, lo era di certo. Tant’è vero che la Bettina mi disse: «Com’è bella la moglie del signor Mario! Somiglia tutta alla signora Clarenza!…».
 
( – Era il mio ritratto! grande imprudente!… – pensò la moglie di Federigo dentro di sé, facendosi rossa in viso; quindi seguitò a dire). – E questa riconciliazione quando avrà luogo?
 
– Fra due o tre giorni. L’Emilia ha scritto che ci farà sapere, per mezzo del telegrafo, il giorno preciso e il treno col quale arriverà alla stazione.
 
– Voglio sperare che anderanno alla locanda…
 
– È probabile.
 
– Non c’è probabile, né improbabile. Intendiamoci bene che in casa non ce li voglio… Hai capito?.. E i patti di questa conciliazione?
 
– Semplicissimi. Non una parola, nemmeno una sola parola sull’accaduto. I due sposi, incontrandosi alla stazione, si abbraccieranno, si bacieranno…
 
– Cari!… cari!… veramente cari!… Vuoi che te lo dica? Certe giuccherie mi fanno quasi schifo!…
 
– Quando poi avranno finite tutte le formalità di rigore, si tratterranno una mezza giornata, tanto per avere il tempo di fare i bauli e prendere il volo verso le regioni del Nord. È stabilito e concordato reciprocamente che il pellegrinaggio, all’estero, non debba durare meno d’un anno.
 
– Un anno?..
 
– Un anno: così è fissato, per la gran ragione che il mondo, che è di lingua lunga e di memoria breve, abbia tutto il tempo necessario per poter dimenticare ogni cosa.
 
– E se Mario non volesse partire?.. – domandò Clarenza, che rideva come una matta; per non far vedere le lagrime, che aveva negli occhi.
 
– Codesta è un’idea – disse Federigo.
 
– Un’idea! Si fa presto a dire un’idea… Chi lo sa: alle volte gli uomini sono così capricciosi:…
 
– Scusa veh, Clarenza: ma se è lui, Mario stesso in persona, che ha messa questa condizione del viaggio d’un anno!
 
(- Infame:… – mormorò fra i denti Clarenza – e vorrebbe che stasera lo aspettassi in casa… Guai a lui, se mi capita dinanzi!).
 
– Il signor marchese Sorbelli… – disse la Bettina, quasi mortificata di dover ripetere la stessa cosa.
 
– Povero marchese! ha mille, duemila ragioni. Ora poi vengo subito… – e Federigo così dicendo, andò a riprendere con grandissima fretta il cappello e il paletot, che, durante la conversazione, aveva posati sulla tavola di mezzo.
 
– Senti vieni un momento qua! – soggiunse la moglie, trattenendolo per un braccio.
 
– Lasciami andare.
 
– Ho pensato a una cosa.
 
– A che cosa?
 
– Trattandosi di aver pazienza per tre o quattro giorni ancora, credo che sarebbe meglio di aspettare e non dirgli nulla.
 
– Ebbene, aspettiamo… Io faccio a modo tuo… Zitta! se non sbaglio, questo è Mario: è la sua voce di certo.
 
– Animo, Federigo – disse Clarenza, che voleva restar sola, – non far più aspettare quel povero marchese.
 
– Vado subito. Dico una parola a Mario, e scappo.
 
– Al solito. Permettimi che te lo dica: mi pare una bella mancanza d’educazione quella di costringere una persona rispettabile, come il marchese Sorbelli, a farti quasi il servitore.
 
– Non te ne dar pensiero – replicò Federigo sorridendo. – Il marchese per ora è candidato; tocca dunque a lui a fare il comodo mio; quando poi sarà deputato, non dubitare, che toccherà pur troppo a me a fargli l’anticamera.
 
– Sei un grand’ostinato. Ebbene, se non vuoi andartene tu, me ne anderò io – e la Clarenza uscì dalla sala, che aveva un diavolo per capello.
 
– Che c’è di nuovo? – domandò Federigo a Mario, con una curiosità infantile.
 
– C’è qualche cosa – rispose Mario, sorridendo – e avevo quasi paura di non trovarti in casa.
 
– Qualche cosa di premura? Ha scritto l’Emilia?
 
– No. Dall’Emilia oramai non aspettiamo altro che il telegramma dell’arrivo: c’è un’altra notizia… la sai?
 
– Quale?
 
– È arrivato mio zio.
 
– Ah! è arrivato?.. – soggiunse Federigo, con indifferenza.
 
– Non ne sapevi nulla?
 
– Nulla. D’altra parte, che interesse vuoi tu che abbia per me l’arrivo d’un ministro? fra me e gli uomini del Governo, c’è un oceano di mezzo.
 
– Per carità – disse Mario, scherzando – non parliamo d’oceani! Ho conosciuto certi oceani, in politica, che si sono rasciugati da un momento all’altro, e son diventati tanti rigagnoli da potersi passare a piedi asciutti. Come ti sarai figurato, mio zio non rispose mai a quella lettera…
 
– Era facile indovinarlo.
 
– Peraltro ha risposto col fatto.
 
– Col fatto? cioè? come sarebbe a dire?..
 
– Il signor marchese Sorbelli… – bisbigliò la Bettina, sottovoce, avvicinandosi al suo padrone.
 
– Gran seccatore! Due minuti e scendo subito.
 
– Dice così che non vuole più aspettare – soggiunse pianissimo la vecchia cameriera.
 
– Che se ne vada, allora! – replicò Federigo; quindi rivolgendosi a Mario:
 
– Dunque, mi dicevi?..
 
– Dicevo che il ministro mi ha consegnato un plico per te.
 
– Un plico per me?.. io non so di dover ricevere alcun plico dal Ministero.
 
– Caro mio; ambasciatore non porta pena – e così dicendo, Mario trasse di tasca un plico, e lo consegnò al marito di Clarenza, il quale, passandoci sopra gli occhi, vi lesse con voce quasi tremante: – «Al cavaliere Federigo Fabiani». Ah! finalmente!… – esclamò Federigo.
 
– Cioè?
 
– Voglio dire – rispose l’altro, frenando a stento la propria emozione. – Voglio dire che finalmente doveva capitarmi addosso anche questo malanno. Mario? abbi pazienza se te lo dico. ma mi hai fatto un brutto scherzo.
 
– Caro mio: io non ci ho colpa.
 
– Vedi un po’ in quale imbarazzo mi hai messo. Tu sai benissimo che io sono un uomo logico, un uomo conseguente…
 
– Ebbene.
 
– Ebbene, io non accetterei una distinzione, che mi viene da un Ministero, che ho sempre combattuto.
 
– Se non la vuoi; e tu rimandala.
 
– Rimandarla! è presto detto. E tuo zio?.. è un affronto bello e buono, che farei a lui.
 
– Se fossi in te, non avrei tanti riguardi; rimanderei la croce, e felicissima notte.
 
Federigo rimase muto e soprappensiero, per due minuti: poi, voltandosi all’amico, gli domandò tranquillamente:
 
– Dimmi un poco: come si costuma in queste circostanze disgraziate? Usa scrivere una lettera di ringraziamento?..
 
– Per il solito, sì.
 
– Ma io, resta inteso che non rispondo nulla – disse Federigo, ingrossando la voce.
 
– Padronissimo – rispose Mario, che aveva capito il debole dell’amico. – Nessuno ti può costringere a fare una cosa contro coscienza.
 
– Tutt’al più potrei rispondere due versi… due soli versi di formalità… tanto per far sapere che ho ricevuto il plico.
 
– Basta, e ce n’è d’avanzo.
 
Federigo andò al tavolino di mezzo, e preso un foglio da lettere, e postoselo davanti, disse a Mario:
 
– Fammi il piacere: tu che hai pratica in certe cose… dettami queste poche parole. Intendiamoci bene: parole liberalissime e senza ombra di cortigianeria.
 
– Vai pur là, e scrivi – replicò Mario, avvicinandosi al caminetto; e a voce alta, cominciò a dettare: – «Signor ministro».
 
– «Signor…» dimmi un poco – domandò l’altro, alzando il capo e smettendo di scrivere – non sarebbe meglio di dargli un po’ d’Eccellenza.
 
– Fai tu: ma la frase «Signor ministro» è molto più franca e più disinvolta.
 
– È vero; ma i ministri, credilo a me, ci tengono all’Eccellenza: le so certe cose. Vuoi fare a modo mio? Diamogli dell’Eccellenza.
 
– Diamogli dell’Eccellenza – soggiunse Mario, ridendo: poi seguitò a dettare: – «Sono sensibile all’onore…».
 
– Quel «sensibile» mi pare un po’ corto – osservò Federigo. – Se mettessimo invece «sensibilissimo?».
 
– Hai ragione. «Sensibilissimo» è più lungo. Dunque comincia così: «Sono sensibilissimo all’onore…».
 
– Onore… onore! – borbottò fra i denti Federigo. – E non credi che sarebbe meglio detto «all’alto onore?».
 
– Alto? in questo caso mi pare un vocabolo un po’ troppo ampolloso.
 
– Ampolloso, no. Anzi mi pare un vocabolo comunissimo e che si adopera continuamente. Diffatti si dice «alta stima» e alta considerazione… anche quando si scrive per non dir nulla.
 
– Vedo, amico mio – disse Mario, annoiato – che ne sai più di me: dunque scriviti da te la tua lettera: eppoi, se credi, gliela posso portar io.
 
– Mi farai un vero regalo – rispose Federigo. Quindi scrisse la lettera in pochi minuti, la chiuse in una busta, e, consegnandola al conte, gli disse con un tuono di voce cupo e malinconico: – Ora ho bisogno che tu mi dia una prova di vera amicizia.
 
– Parla.
 
– Tu sai il peso, che io ho sempre dato a questi gingilli, a questi giuocattoli da fanciulli…
 
– Lo so! lo so… – interruppe l’altro, ridendosela sotto i baffi.
 
– Orbene: vorrei che questa cosa restasse un segreto fra noi due: che non la sapesse nemmeno l’aria. Che vuoi che ti dica? Sento qualche cosa qui che mi ripugna – (e si toccava lo stomaco dalla parte del cuore). – Capisco che l’uomo è un animale di abitudine, e che in questo mondo ci si avvezza a tutto: ma, ora come ora, dico la verità, sento che non saprei rassegnarmi a sentirmi chiamare cavaliere.
 
– Intendo benissimo la tua ripugnanza… ed eccoti la mano. Giuro solennemente di non parlarne a nessuno.
 
– Siamo intesi: a nessuno!
 
– A nessuno!
 
Clarenza entrò in sala: forse credeva di trovarvi Mario solo: ma visto che c’era anche Federigo, rimase piuttosto male; e voltasi con garbo dispettoso verso il marito, gli disse:
 
– Come? sei sempre qui?
 
– Sempre qui! – rispose l’altro, senza alzare il capo, e accompagnando la risposta con una specie di sospiro.
 
– Che cos’hai? che cosa ti è accaduto?
 
– Nulla, nulla.
 
– Ditelo voi, Mario; che cosa c’è stato? – domandò Clarenza, un poco impensierita.
 
– Ti ripeto, che non c’è stato nulla – gridò Federigo, arrabbiandosi. – Una delle mie solite fortune. Guarda! – e, nel dir così, si cavò di tasca il plico del Ministero, e lo passò in mano alla moglie.
 
Clarenza posò gli occhi sull’indirizzo: e dopo aver vista la provenienza, e dopo aver letto sulla sopraccarta «Al cavalier Federigo Fabiani» restituì la lettera al marito, esclamando con vera consolazione:
 
– Oh! sia ringraziato il cielo! Finalmente sarai contento!
 
– Contento io? io? Vai pur là, che l’hai indovinata.
 
– Quanto a me, lo dico francamente, sono contentissima.
 
– Tutte uguali le donne! – disse Federigo, ingrossando la voce. – Avete una vanità che passa qualunque misura. Per altro, Clarenza, intendiamoci bene. Ti avverto una volta per tutte. Sappi che questa cosa deve restare un segreto fra noi tre – (accennando anche a Mario). – Dunque bada bene di non lo dire a nessuno! A nessuno, e specialmente a quella ciarliera della Norina.
 
– Signor cavaliere, i miei rispetti – disse la Norina, saltando in sala, e inchinandosi comicamente dinanzi cognato.
 
– Ah! Norina! – replicò Federigo, facendo l’impermalito – questa tua indiscretezza… questa tua smania di ficcare il naso dappertutto mi comincia a seccare. Con una donna, come te, fra i piedi. è inutile che in una casa ci sieno gli usci e le porte.
 
– Inutile?
 
– Inutilissimo. Perché almeno ho sentito dir sempre che gli usci erano fatti apposta per impedire agli altri che sappiano ciò che vogliamo che non si sappia.
 
– È un’idea anche codesta – soggiunse la Norina, ridendo. – Non tutti si pensa allo stesso modo. Io, per esempio, ho creduto sempre che gli usci fossero fatti unicamente per poter stare a sentire ciò che dicono gli altri. È un’opinione come la tua, e va rispettata.
 
– Non ne discorriamo più per oggi. Ti avverto di serbare il segreto: e non ne facciamo parola con nessuno! con nessuno. A proposito: ma che il marchese Sorbelli sia sempre giù ad aspettarmi? Sentiamo un poco.
 
E Federigo suonò il campanello.
 
– Ha suonato lei, signor Federigo?. – disse la Bettina, entrando in sala.
 
– Brava, Bettina! Così mi piace: chiamami sempre Federigo.
 
– O come vuol che lo chiami?
 
– Guai a te, se una volta, una volta sola, ti scappa detto cavaliere.
 
– Come! come! – gridò la vecchia cameriera, tutta allegra – che è stato fatto cavaliere, lei? l’ho caro davvero! era tanto, povero padrone, che se ne struggeva!…
 
– Mi struggevo, un corno! Non discorrer tanto, e guarda piuttosto a quel che ti dico: ti ripeto dunque che io mi chiamo Federigo, che voglio esser chiamato Federigo, e in casa mia non ci debbono essere né cavalieri, né commendatori. Dillo subito anche a Francesco e al cuoco.
 
– Non dubiti, signor cavaliere.
 
– Basta così. Volevo ora domandarti una cosa; il marchese è partito?
 
– Sarà quasi una mezz’ora – disse la Bettina. – Soffiava come un istrice. Se sapesse quante cosacce ha detto!…
 
– Contro me?
 
– Contro lei!
 
– Bravo signor marchese: faremo i conti a suo tempo. Lo aspetto, all’urna, non dubiti, lo aspetto all’urna! Curiosi questi nobilucci di vecchia data. Perché hanno un po’ di titolo, trovato fra i ragnateli di casa, gli par d’essere Dio sa che!… Quant’a me, per esempio, non baratterei la mia modestissima croce di cavaliere con tutti i loro stemmi gentilizi: dico bene?..
 
– Santamente! – soggiunse Mario; – dimmi una cosa: e ora, verso qual parte sei indirizzato?
 
– Che si domanda? – rispose Federigo, guardando l’orologio. – È la mia ora: io, secondo il mio solito (un’abitudine oramai di dieci anni), vado in casa Appiani a far la mia partita a scacchi.
 
– Non puoi lasciarla per una sera? – chiese il conte.
 
– Impossibile: son sicuro che questa notte non potrei dormire.
 
– Non ti dissimulo, che mi dispiace.
 
– Ti dispiace? e perché?
 
– Perché il ministro avrebbe desiderato di vederti.
 
– Me?.. – domandò Federigo, a cui la troppa e improvvisa contentezza fece mandar fuori una nota di falsetto.
 
– Te in persona. E aggiungi che io gli avevo promesso di accompagnarti stasera da lui!
 
– Hai fatto male… cioè, non dico che tu abbia fatto male… ma, insomma, che cosa vuole il signor ministro da me?
 
– Non lo so!
 
– Il conte non lo sa – interruppe Clarenza – ma è facile supporlo. Il ministro sa che tu sei un brav’uomo, un uomo onesto, una persona moltissimo influente… ed è naturale che desideri di conoscerti personalmente e di stringerti la mano.
 
– Troppo buono, il signor ministro: ma non ci vado! – disse Federigo, atteggiandosi a uomo inflessibile e resoluto.
 
– Pazienza! – replicò Mario, facendo l’atto di non voler più insistere.
 
– Ti prego, peraltro, di fargli le mie scuse.
 
– Non c’è bisogno di scuse. Hai le tue buone ragioni per non volerci venire, e basta così!
 
– E perché non ci vai? – domandò Clarenza, alla quale dispiaceva questa strana cocciutaggine del marito.
 
– Oh! bella! non ci vado, perché non mi conviene. È una questione di fierezza di carattere e di sentimento della propria dignità, e le donne non possono intendere certe cose.
 
– Io ti comprendo benissimo! – disse Mario, soffiandosi il naso, per tappare una risata insolentissima.
 
– E tu, quando ritorni da tuo zio?
 
– Ci ritorno subito: appena che esco di qui. Intanto gli porterò la tua lettera e gli farò le tue scuse.
 
– Se mi aspetti due minuti, possiamo fare un pezzo di strada insieme.
 
– Ho fretta.
 
– Due minuti soli.
 
– Ti prego dunque di far presto.
 
– Il tempo che ci vuole, per cambiarmi questo soprabito, che comincia a essere un po’ troppo grave per la stagione.
 
E Federigo uscì dalla sala.
 
– Ditemi, Mario, e vostro zio si trattiene molto? – domandò Clarenza, tanto per dir qualche cosa, e per dissimular la sua stizza per la Norina, che si ostinava a non volersene andare.
 
– Mio zio parte stasera col treno delle otto e mezzo per San Giusto.
 
– Senti!
 
– E, probabilmente, io gli terrò compagnia.
 
– Partite anche voi?.. – chiese Clarenza, strascicando la voce con un po’ di canzonatura.
 
– Non è punto difficile.
 
– E quando sarete di ritorno?
 
– Chi lo sa. Non lo so nemmeno io. Dipende tutto da una risposta, che aspetto… – disse, guardando negli occhi la graziosa moglie di Federigo, quindi soggiunse subito, per non dar tempo alla Norina di fantasticare:
 
– E queste due belle signore vanno poi stasera al teatro?
 
– Sì – rispose la Norina. – Aspettiamo giusto il signor Valerio, il quale ha promesso di accompagnarci.
 
– C’è una bella commedia?
 
– Non lo so davvero: io vado al teatro, per andare al teatro.
 
– E io vado al teatro per non restare in casa – soggiunse Clarenza, accentando leggermente le ultime parole.
 
– Scommetto che avete un po’ di paura a restar sola in casa? – domandò il conte, sorridendo con intenzione.
 
– L’avete indovinata! Ho paura della noia. Tre ore di solitudine sono troppo lunghe. Che ora avete, Mario?
 
– Le otto vicine.
 
– Se indugiate un altro poco, perderete il treno, e non potrete più accompagnare vostro zio.
 
– Aspetto quel benedetto uomo di Federigo… Oh! Ma c’è tutto il tempo necessario: il treno dovrebbe passare alle otto e mezzo, e ritarda sempre nove o dieci minuti…Scusate, signora Clarenza: e perché ridete?
 
– Rido a vedervi dire le bugie con tanta serietà.
 
– Cioè?
 
– Per vostra regola, voi stasera non partite!
 
– Vi giuro che parto. L’ho promesso a mio zio. E perché, scusatemi, dovrei dirvi una cosa per un’altra?..
 
– O San Giusto! – continuò a dire Clarenza, ridendo sguaiatamente di un riso forzato. – Guarda, per l’appunto!… E che cosa andate a fare a San Giusto?..
 
– Ho là qualche piccolo affaretto.
 
– Non è vero.
 
– Scusate Clarenza: ma perché mi date una mentita?
 
– Io non vi do nessuna mentita: vi dico semplicemente che non è vero! – replicò Clarenza, che, senza avvedersene, era diventata seria e quasi dispettosa.
 
– Il signor Leonetto! – disse il giornalista, affacciandosi in sala, e annunziando se medesimo.
 
– Oh! che miracolo è questo? – domandò la Norina, facendogli segno di venire innanzi.
 
– Scusatemi, mie belle signore, se vi disturbo: Federigo è uscito?
 
– Federigo sarà qui fra minuti – rispose Clarenza.
 
– Ho bisogno di vederlo per una certa cosa… d’urgenza… Intanto profitterò dell’occasione per stringergli la mano e per dargli il mi-rallegro.
 
– Come l’avete saputo?
 
– La Bettina mi ha detto tutto. Anzi, se vi contentate, vorrei fargli una specie di sorpresa… Vorrei annunziare la sua nomina nel giornale di domani.
 
E nel dir così trasse di tasca una matita e un pezzetto di carta; e, dopo avere scritto pochi versi, si voltò alla padrona di casa, dicendole:
 
– Scusate, signora Clarenza: vi dispiacerebbe di mandare il vostro Francesco alla stamperia del giornale con questo piccolo avviso? –
 
– Figuratevi!…
 
E Clarenza chiamò la Bettina, e le dié il biglietto, con ordine premuroso di farlo portar subito da Francesco alla stamperia del «Giornale della Provincia».
 
– Son pronto! – disse Federigo, entrando in sala, tutto vestito, in abito nero, cravatta bianca, guanti perlati e paletot chiaro sul braccio.
 
– Bene! bene! – gridò Mario ridendo – dunque ti sei pentito? vieni anche tu dal ministro?
 
– E perché?..
 
– Me lo figuro! ti vedo in abito di visita officiale!…
 
– Officiale?.. tutt’altro che officiale! Mi son cambiato vestito, perché con quell’altro scoppiavo dal caldo.
 
– Dunque, vieni o non vieni?
 
– Impossibile, credilo, impossibile! Chiedimi piuttosto un bicchier del mio sangue, e non ti dico di no… ma dal ministro…
 
– Ebbene, non se ne parli più: dunque io posso andarmene?
 
– Se mi aspetti, si fa la strada insieme e ti accompagno fin là.
 
– Fino a dove?
 
– Fino alla Locanda Maggiore. Per me, è tutta strada.
 
– Siamo giusti! Quando hai fatto tanto di arrivar lì, puoi anche salire le scale – disse Clarenza.
 
– Non salgo! quando ho detto che non salgo, non salgo. Tutt’al più, posso aspettarti giù abbasso, nella stanza del burò.
 
– E se il ministro, per caso, viene a sapere che sei giù ad aspettarmi…
 
– Oh! insomma: non salgo. Ti accompagno, ti aspetto, ma… ma non salirò mai le scale del potere.
 
Federigo, credendo di aver detto una bella cosa, si accarezzò il mento, con visibile compiacenza.
 
– Dunque, Federigo, ti si può stringere la mano? – domandò Leonetto, facendosi avanti.
 
– Caro mio. è un tegolo che mi è cascato all’improvviso sulla testa. Io ti giuro che non ne sapevo nulla! proprio il gran nulla!…
 
– Vedrai annunziata la tua nomina nel giornale di domani! – soggiunse il giornalista, per dirgli subito una cosa gradita.
 
– Hai fatto malissimo.
 
– Davvero?
 
– Avrei desiderato che di questa cosa se ne facesse un segreto! Non ti nascondo che mi hai dato un vero dispiacere!…
 
– Quand’è così, si fa presto a rimediarci… – disse Leonetto, avviandosi in fretta, per uscir dalla sala.
 
– E ora dove scappi? – gli domandò Federigo, trattenendolo per un braccio.
 
– Corro alla stamperia, a far sospendere l’annunzio. Siamo sempre in tempo.
 
– Oramai lascia andare – soggiunse il marito di Clarenza. – Poco bene e poco male: tanto si tratta del giornale della provincia. È un giornale che non lo legge nessuno.
 
– Il biglietto è già alla stamperia – disse Francesco, presentandosi sulla porta, con una sacca da viaggio in mano. – Dica signor Mario, questa sacca dove la devo portare?
 
– Alla stazione: e lasciala in consegna al signor Pietrino.
 
– È deciso davvero! – bisbigliò sottovoce Clarenza, mordendosi per la bizza il labbro di sotto.
 
– Dunque, mie belle signore, avete comandi da darmi per San Giusto? – disse il conte, con grazia e con moltissima indifferenza.
 
– Grazie, Mario – rispose la Norina.
 
– Allora buona notte e buon divertimento…
 
– E a rivederci a quando? – domandò Clarenza, ingegnandosi di far la disinvolta.
 
– Chi lo sa!… forse domani e forse fra una settimana.
 
Clarenza, che si era alzata in piedi, si avvicinò al conte, e cogliendo un momento che tutti gli altri parlavano fra loro, gli domandò pianissimo, ma con accento vibrato:
 
– Partite davvero?..
 
– Andate proprio al teatro? – sussurrò Mario, dando alla moglie di Federigo un’occhiata significantissima.
 
– Sbrighiamoci Mario – gridò Federigo, voltandosi a un tratto. – Ho fatto tardi; e gli scacchi mi aspettano.
 
E il conte e Federigo si congedarono in fretta e se ne andarono.
 
Norina si affacciò sulla porta, per accertarsi se Mario era proprio uscito; quindi uscì anche lei, dicendo alla sorella:
 
– Io vado, intanto, di là a prendere la mantiglia e il cappuccio: e tu?
 
– La mia toelette è bell’e fatta – disse Clarenza, guardandosi nello specchio. – Per quel teatro lì, è anche troppo lusso!…
 
Appena Leonetto rimase solo con la moglie di Federigo, prese una certa aria di collegiale vergognoso: e, quasi avesse avuto bisogno di cercare le parole adatte, per incominciare, balbettò confusamente…
 
– Ditemi… signora Clarenza, vorreste mettere una buona parola per me con vostro marito?
 
– Figuratevi; – rispose l’altra. – Con tutto il piacere. E di che si tratta?..
 
– Ecco di che si tratta… voi sapete dicerto… o anche se per caso non lo sapete, ve lo dico io, che c’è vacante il posto di direttrice nell’Istituto Azeglio… Vostro marito, come uno dei principali sovventori di quell’Istituto, ha molta voce in capitolo… Vorreste raccomandargli per quel posto una persona di mia conoscenza?..
 
– Di Vostra conoscenza? – replicò Clarenza, guardando il giornalista con una specie di curiosità maligna.
 
– Di mia conoscenza – soggiunse Leonetto seriamente – e che… m’interessa moltissimo!…
 
– Forse una vostra parente?
 
– Qualche cosa di più!
 
– Di più?.. e questa persona sarebbe?..
 
– La signorina Armanda, quella stessa della quale abbiamo parlato insieme qualche tempo fa.
 
– Ah! signor Leonetto! – disse Clarenza, alzandosi in piedi e coll’accento della persona offesa. – Dico la verità: mi fa meraviglia che possiate raccomandarmi per un impiego tanto delicato una persona… di quel genere!
 
– Domando scusa! – riprese il giornalista, che era diventato rosso come una ciliegia (bel fatto per un giornalista!). – Vi giuro, sull’onor mio, che quella giovine…
 
– E perché volete sciupare il tempo a giurare? Non vi rammentate che mi avete detto voi stesso, capite bene, voi stesso, che quella signorina girava per il mondo, facendosi chiamare provvisoriamente Armanda. Tocca forse a me a dirvi a qual famiglia appartengono le donne…senza domicilio fisso, e che cambiano di nome come di pettinatura?
 
– Signora Clarenza, avete ragione: – disse Leonetto confuso e mortificato. – Ma se io vi rispondessi che quel giorno, parlando con tanta leggerezza di Armanda, credevo di essere un giovane di spirito, mentre dopo mi son dovuto persuadere che non ero altro che un imbecille e un volgarissimo calunniatore?
 
– Non c’è dubbio – osservò Clarenza con grazia: – è una ritrattazione spontanea e fatta lealmente… ma ha un piccolo difetto…
 
– Quale?
 
– Giunge un pochino tardi.
 
– Non ho altro da aggiungere! – disse il giornalista, alzandosi in atto di volersi congedare.
 
– Sentite, Leonetto: non fuggite; ho anche io bisogno di chiedervi un favore.
 
– Son qua.
 
– Parlatene direttamente con mio marito di questa…persona… che v’interessa tanto; ma dispensatemi me dal metterci bocca.
 
– Ebbene, signora Clarenza – disse Leonetto con accento franco e risoluto – la mia delicatezza non mi permette di lasciarvi sotto la triste impressione che io abbia voluto abusare della vostra buona fede e della vostra squisita cortesia.
 
– Abusare?.. no davvero.
 
– A giustificazione della raccomandazione che vi ho fatto, sento il bisogno assoluto di confidarvi una cosa, che finora è un segreto per tutti. Fra qualche giorno Armanda porterà il mio nome!
 
– Come?.. voi?..
 
– È così, signora Clarenza…
 
– In questo caso, amor mio, sono mortificatissima di aver detto qualche parola forse un po’… acerba, ma spero vorrete convenir meco che la colpa, in fin dei conti, non è tutta mia.
 
– Ve lo ripeto: avete mille ragioni. Io sono stato un gran ragazzo: e oggi pago il fio della mia leggerezza…
 
– Consolatevi, Leonetto! – disse Clarenza sorridendo e stendendogli la mano – non siete il solo! Ne ho conosciuti degli altri, che hanno finito collo sposare la donna, della quale si erano lavati la bocca.
 
– E questo signor Valerio non si è veduto ancora? – domandò la Norina, entrando in sala, colla mantiglia sul braccio.
 
– Eccomi qua – disse Valerio presentandosi sulla porta di fondo. – Vi ho fatto forse aspettare?
 
– No davvero. Anzi possiamo trattenerci un altro poco. Quanto a me, non mi è piaciuto mai di arrivare in teatro, all’alzata del sipario. Sì, par di quella gentuccia, che va al teatro, proprio per lo spettacolo, non è vero?… E tu, Clarenza, che cosa fai che non mandi a prendere intanto la tua roba?
 
– Oramai non vengo più – rispose la moglie di Federigo, facendo l’annoiata, e appoggiandosi con stanchezza il capo alla spalliera della sedia. – Per questa sera, rimango in casa.
 
– Rimani in casa? – replicò vivacemente la sorella.
 
– Mi par fatica a uscire!… eppoi a dirti la verità, io sono come Valerio: mi diverto moltissimo alla musica: ma la prosa… oh! Dio!… la prosa!…
 
– Per me, – disse Valerio, – la prosa è sempre prosa.
 
– Anche quand’è in poesia! – soggiunse ridendo la moglie di Federigo.
 
La Norina era rimasta incantata: pensava a qualche cosa con una fissazione insolita in lei. Quando si riscosse, mormorò fra i denti: L’affare si fa serio… e di molto!…Speriamo che la mia lettera sia giunta in tempo! E se no, pazienza! Sono cose di questo mondo.
 
Quindi, data una scrollatina di spalle, riprese la sua solita spensieratezza e il suo solito buon umore, e rivoltasi verso il giornalista, gli domandò ridendo:
 
– E così, Leonetto, come funziona quel famoso vecchio termometro?..
 
Il giornalista voleva fare l’astratto, l’uomo assorto in gravi pensieri, ma la Norina, con una sbadataggine infantile e petulante, insisté:
 
– E quei poveri capelli? Sono rimasti sempre a trentanove e mezzo, oppure in questo tempo han figliato? La sapete, Valerio, la storia dei trentanove capelli e del vecchio termometro? – (e qui una grandissima risata).
 
– Basta, basta, Norina – disse Clarenza, impietosita dalle ineffabili torture, che pativa il povero Leonetto. – Come sei prolissa! quando cominci, non la finisci più!
 
In questo mentre, la Bettina entrò tutta frettolosa in sala, annunziando:
 
– La signora contessa Emilia.
 
Quadro di stupore e di sorpresa universale!
 
Dopo tutti i baci e tutti gli abbracci, che si scambiano in simili circostanze, tutte le donne che si vogliono bene e quelle che non si possono soffrire fra loro, Clarenza, per la prima, gridò, tenendo l’amica per tutte e due le mani.
 
– Ma questa è una carissima improvvisata!
 
– E Mario dov’è? – domandò l’Emilia.
 
– Mario per questa sera non lo potrai vedere! – soggiunse la Norina, tutta contenta che la sua lettera fosse arrivata in tempo.
 
– E perché non lo posso vedere?
 
– Perché partiva col treno delle otto e mezzo per San Giusto. Accompagnava il ministro.
 
– Lo zio dunque è stato qui?
 
– Si è trattenuto poche ore.
 
– L’avrei veduto tanto volentieri. E Federigo?.. Quella perla d’uomo di tuo marito? – disse volgendosi a Clarenza.
 
– Sta benissimo: ma anche lui è fuori. A quest’ora sarà in casa Appiani a fare la sua solita partita a scacchi fino a mezzanotte.
 
– Scommetto, Clarenza, che tu non mi aspettavi… stasera?…
 
– Io no!… – rispose l’altra, un po’ sconcertata dalle occhiate indagatrici e penetranti, colle quali la saettava la moglie di Mario. – Stasera non ti aspettavo… ma però sapevo che saresti stata qui fra due o tre giorni al più lungo.
 
– È vero!… ho voluto anticipare la mia gita di qualche ora… e ti dirò perché. È stato un capriccio… m’ero messa nell’idea di arrivare qui all’improvviso, senza che nessuno ne sapesse nulla… e specialmente Mario…
 
– Una sorpresa?
 
– Precisamente.
 
Così dicendo, l’Emilia prese per la mano le due amiche, e dopo averle condotte con molta disinvoltura verso il pianoforte, situato in un angolo della sala, disse loro pianissimo, e con un certo garbo comico della fisonomia:
 
– Con voi non ho misteri, e posso anche dirvi il motivo di questa bizzarra risoluzione. Pochi giorni addietro ho ricevuto per la posta una lettera, che veniva di qui…una lettera anonima e curiosissima…
 
– La mia lettera! – bisbigliò dentro di sé la Norina.. Ero certissima che avrebbe fatto il suo effetto.
 
– Comincerò dal dirvi che la lettera era firmata Folletto. -. e che, fra le altre cose, era piena di spropositi d’ortografia!…
 
– Sguaiata! – mormorò la sorella di Clarenza: poi aggiunse forte: – Bada veh! che forse saranno stati spropositi fatti apposta… per nascondere la mano della persona che scriveva.
 
– No, no – replicò vivacemente la contessa – ti assicuro che erano spropositi spontanei, legittimi, cascati giù dalla penna con tutta naturalezza. Ma questo importa poco. Io so benissimo il conto che si dovrebbe fare delle lettere anonime: ma bisognerebbe aver la forza di poterle strappare prima di leggerle. Una volta lette, è finita: ti paiono più vere delle lettere vere. Il fatto sta che Folletto si diverte a darmi dei ragguagli curiosi… molto curiosi sulla vita, che mio marito conduce qui -. (E l’Emilia, con una volubilità prodigiosa, fissava gli occhi in viso ora alla Clarenza, ora alla Norina: ma particolarmente poi alla Clarenza). – La lettera, chi lo sa perché, è scritta tutta in un linguaggio bizzarro; come quello delle favole del Clasio e del Pignotti. Figuratevi, per darvene un’idea, che parla d’un certo farfallone che per ingannare la solitudine e il mal umore si è messo a far la corte e a svolazzare intorno a un fiore: beninteso, dice Folletto, intorno a un fiore di giardino chiuso. Il farfallone e il fiore stanno vicinissimi di casa: quasi, sotto il medesimo tetto… Il fiore, per ora, ha resistito a tutte le tentazioni: ma se la sua virtù lo abbandonasse? Venite subito qua, conclude l’autore della lettera; la vostra presenza metterà giudizio alla farfalla: e così salverete l’onore del fiore e la tranquillità di quel buon uomo del giardiniere… Anzi mi ricordo benissimo, che, invece di giardiniere, c’è scritto gardinere, senza l’i.
 
– Gardinere? – ripeté la Norina impermalita. – Mi pare impossibile!
 
– Cioè?
 
– Voglio dire – soggiunse, ripigliandosi in tempo – mi pare impossibile che il signor Folletto non sappia che c’è bisogno dell’i per scrivere giardiniere. Sono i primi principii della lingua italiana, che sappiamo tutti a memoria come l’Avemmaria.
 
– Sia favola o storia? – domandò l’Emilia, senza perder d’occhio la fisonomia delle due sorelle. – che cosa ne dici, Clarenza?..
 
– Per me è tutta una favola – rispose la moglie di Federigo, studiandosi di dissimulare l’agitazione che aveva addosso. – Ma, bada! potrebbe anche darsi che ci fosse un po’ di storia.
 
– Nessuna di voi si è accorta mai di nulla?..
 
– Di nulla! proprio di nulla! – replicarono all’unisono le due sorelle.
 
– La credo una favola anch’io! – continuò a dire la contessa. – Più ci penso, e più mi pare impossibile che Mario potesse esser capace… specialmente ora… in questo momento…
 
– Per codesto, cara mia, io credo gli uomini capaci di qualunque cosa… fuori che d’una buona azione! – disse Clarenza con l’accento della bizza mal repressa.
 
– Con tutti i vostri discorsi, mi fate far la mezzanotte in casa! – soggiunse la Norina, contentissima di poter interrompere una conversazione, che minacciava di diventar pericolosa. – Io vado al teatro. Vuoi venire anche tu? – domandò all’Emilia.
 
– In quest’arnese da viaggio?
 
– Stai benissimo.
 
– Ebbene, verrò al teatro anch’io. Così la serata passerà più presto.
 
– Addio a poi, Clarenza! – disse la Norina, mettendosi la mantiglia sulle spalle.
 
– Come! tu rimani in casa? – chiese la contessa con un accento di curiosità singolarissima.
 
– Sì rimango in casa. Non mi sento benissimo.
 
– Ti senti male? Oh povera Clarenza! In questo caso, non vado al teatro neanch’io! Voglio restare a farti un po’ di compagnia.
 
– Ti prego, Emilia, non far complimenti con me!
 
– Ti dico che non vado!
 
– Bada, ti annoierai. Debbo avvertirti che quando mi prende questo maledettissimo dolor di capo, ho bisogno di dormire almeno un par d’ore.
 
– Dormi pure. Dormirò anch’io! Ne ho tanto bisogno. Figurati che mi sono alzata alle otto!…
 
– Fai come credi!…
 
– Eppoi… te ne voglio dire un’altra: qui, nel cuore, ho un presentimento curioso! Lo so da me che è una scioccheria, una cosa senza senso comune… ma pure mi son messa in capo che Mario… debba tornare a casa da un momento all’altro.
 
– Se ti dico che è partito!…
 
– Avrà detto di partire… ma poi è così sfatato!… Chi ti dice a te che non abbia fatto tardi?
 
– Dov’è, dov’è questa signora Emilia? – gridò Federigo, entrando in sala e andando a stringere la mano alla contessa.
 
– Come avete saputo del mio arrivo?..
 
– Quella buona donna della Bettina! Appena sono entrato in casa, la Bettina mi ha detto: sa, cavaliere, chi è arrivato?
 
– Cavaliere!… – domandò l’Emilia in atto di rallegrarsi.
 
– Per carità, contessa, chiamatemi Federigo, come mi avete chiamato finora! o ci guastiamo. Peccato del resto che siate arrivata un po’ tardi.
 
– Tardi?.. e perché? io spero, invece, di essere arrivata in tempo… almeno non voglio perder quest’illusione! – soggiunse l’altra con quel fare sbadato della persona che parla a caso: e nello stesso tempo lanciò alla Clarenza un’occhiata rapidissima, che parve uno di quei baleni di luce, prodotti da un piccolo specchio agitato sotto uno spiraglio di sole.
 
– Un’ora più presto – continuò Federigo – e avreste trovato Mario in casa. Ormai per questa sera ci vuol pazienza.
 
– E quando ha detto di tornare?..
 
– Forse, domani, col treno di mezzogiorno.
 
– È proprio partito?
 
– L’ho accompagnato io fino alla stazione: o per dir meglio, li ho accompagnati tutti e due, lui e il ministro.
 
– E avete aspettato che il treno partisse?
 
– No!
 
– Allora, ho sempre una speranza!
 
– Avrei aspettato volentieri, ma quel benedetto uomo di Mario ha cominciato a dire che l’aria era rinfrescata, e che io avrei fatto bene a venir subito a casa a mutarmi di vestito.
 
– È così pieno d’attenzioni mio marito, alle volte!
 
– A proposito di attenzioni, sapete che il vostro Mario mi ha fatto stasera una di quelle birichinate, che me ne ricorderò per tutta la vita!
 
– Che cosa vi ha fatto?
 
– Sentite, e giudicate voi se non passa quasi il limite dello scherzo. Appena uscito di casa, un’ora fa, siamo andati alla Locanda Maggiore, dove era albergato il ministro. Premetto che io gli aveva dichiarato anticipatamente che in nessun modo volevo esser presentato a Sua Eccellenza. Avevo le mie ragioni per serbare questo contegno e basta. È tutta una questione di principii, e coi principii non si scherza! Giunti che siamo alla locanda dico a Mario. «Vai pur tu, e fai tutto il tuo comodo: io ti aspetto qui fuori, passeggiando e pigliando una boccata d’aria.». Dopo pochi minuti, che ero lì sulla porta dell’albergo, eccoti che scende le scale un giovine, pulitamente vestito, il quale, presentandosi a me e titubando, mi dice: «Scusi: è il cavaliere Fabiani?». «Per ubbidirla» rispondo io. «Cavaliere! il signor ministro la prega di salire un momento da lui». «Grazie… non posso davvero… eppoi in questo abito». «Io la prego, cavaliere, da parte di Sua Eccellenza». «Un’altra volta… stasera è impossibile». Insomma, cavaliere di qui, cavaliere di là, cavaliere di sotto, cavaliere di sopra, ho dovuto arrendermi, e ho finito col rassegnarmi a salire le scale della Locanda Maggiore. Quelle scale saranno sempre il più gran rimorso della mia vita!
 
– Se indugiamo dell’altro – disse la Norina, alzando la voce – vedo bene che arriveremo a commedia finita.
 
– Io son pronto – replicò Valerio, infilandosi i guanti.
 
– E voi, Leonetto, ci accompagnate? – domandò la sorella di Clarenza.
 
– Sarei venuto volentierissimo anch’io: ma per l’appunto sono impegnato. Bisogna che fra un quarto d’ora mi trovi al municipio.
 
– Qualche matrimonio forse? – domandò Federigo.
 
– Precisamente – rispose il giornalista. – Sono testimonio alle nozze del marchesino di Santa Teodora con miss Edwige Clarence, la figlia del console americano.
 
– Stasera?.. proprio stasera? – chiese la Norina con una vivacità appassionata, che non seppe dissimulare.
 
– Fra una mezz’ora – replicò Leonetto.
 
– Sia ringraziato il cielo! – sclamò la furba vedovella, mutando istantaneamente di fisonomia, e diventando tutta tranquilla e sorridente. – Sia ringraziato il cielo! e ora ditemi un poco, signor Valerio, vi pare che le vostre paure fossero ragionate?
 
– Compatitemi, cara mia, sapete bene che chi ama, teme.
 
Intanto nelle stanze d’ingresso si udì una voce d’uomo, e un rumore di passi.
 
– Possibile! – gridò Federigo – ma se non sbaglio, questa è tutta la voce di Mario.
 
– Finalmente!… – disse il conte precipitandosi in sala, e correndo ad abbracciare sua moglie: – Questa è stata proprio una combinazione fortunata!… Pareva proprio che il cuore me lo dicesse!…
 
– E io che, a quest’ora, ti credevo già arrivato a San Giusto!…
 
– Debbo ringraziare il caso: il caso, stasera, è stato il mio angelo tutelare: figurati che mio zio ed io eravamo già entrati in vagone: la macchina soffiava: il treno stava per partire: quand’io mi accorgo, a un tratto, di aver dimenticata la sacca da viaggio nel caffè della stazione. Salto in terra, e corro verso il caffè… la sacca era sparita. «Chi ha preso la mia sacca?». «L’ho consegnata ad una guardia» risponde il caffettiere. «E dove me l’avrà portata?». «Forse nella stanza del capostazione». E via di corsa nell’ufficio del capostazione. L’ufficio era chiuso. Busso, chiamo, bestemmio… finalmente… la porta si apre… prendo la sacca… e torno in cerca del vagone… ma in quel momento la macchina fischia, il treno si muove… e io…
 
– E tu, com’è naturale, corri subito a casa, sapendo che qui ti aspettava… tua moglie…
 
– Non lo sapevo, di certo, ma ti giuro che me l’ero figurato – replicò Mario con quella naturalezza che acquista l’uomo quando ha imparato a dire la bugia collo stesso candore della verità.
 
– E ora che cosa facciamo? – domandò Federigo, consigliandosi colla conversazione sul modo migliore di passare il rimanente della serata.
 
– Propongo una cosa – disse Clarenza: – andiamo tutti al teatro.
 
– Io non ci vengo davvero – rispose la Norina con aria svogliata. – Oramai è tardi!
 
– C’era forse qualche commedia nuova? – domandò l’Emilia.
 
– Nuova? Non lo so. Ho visto sui giornali che stasera recitavano i Ragazzi grandi.
 
– Allora ho capito – disse Leonetto, sorridendo – è una commedia vecchissima, ma diverte sempre.
 
Il giorno dopo, il conte Mario e sua moglie, dovevano partire, giusta il loro fissato, per un lungo viaggio (un viaggio almeno di un anno, così dicevano i patti della riconciliazione) attraverso ai principali paesi della Germania.
 
Ma la contessa, per buona fortuna, fece osservare che era di venerdì: e le persone prudenti debbono scansare di mettersi in viaggio, nel giorno più funesto di tutta la settimana!
 
Concordi su questo punto, i due coniugi, invece di prendere il volo per Vienna, stimarono ben fatto di tornare per qualche giorno in famiglia – e la sera stessa partirono alla volta di Genova.
 
Il cerimoniale degli addii fu cordialissimo – e qualche volta commoventissimo.
 
La Clarenza, colto un frattempo, disse piano al conte, ridendo tutta contenta: – Povero Mario?… vi ho dato una bella lezione!…
 
– A me?
 
– Voglio sperare che non ve ne sarete avuto a male.
 
E potrete credere, Clarenza, che sarei stato capace?.. Ah! no, mille volte! la mia adorazione per voi aveva un limite sacro, inviolabile… l’amicizia per Federigo!
 
E Clarenza e il conte, in quel momento, parlavano in buona fede e credevano tutti e due di dire la verità.
 
Valerio com’era facile a prevedersi, finì collo sposare la Norina… per più motivi, e specialmente per far vedere che era un uomo di carattere serio, e non già un ragazzo – mentre la Norina, dal canto suo, si compiaceva di raccontare alle amiche intime (e tutte le amiche diventano amiche intime per una donna che ha bisogno di far sapere un segreto), si compiaceva, dunque, a raccontare che se avesse voluto, avrebbe potuto sposare il marchesino di Santa Teodora; ma che, invece, per dar retta al cuore, si era sacrificata (sic) e aveva fatto un matrimonio d’inclinazione.
 
Leonetto, il giornalista, innamorato fino agli occhi di Armanda – forse appunto perché dapprincipio ne aveva detto moltissimo male – l’avrebbe sposata anche subito – ma non osava farlo, per paura della marchesa Ortensia.
 
Per buona sorte la Provvidenza (si vede proprio che c’è una provvidenza anche per quelli che pigliano moglie), si recò a visitare la marchesa, sotto la forma di una bronchite acuta: e il giornalista, profittando della favorevole occasione, condusse dinanzi al sindaco quella fanciulla adorata, che il cielo manifestamente aveva creata apposta per lui.
 
Quando la notizia si divulgò per il paese, la Sorbelli, ch’era già in via di guarigione, dissimulò con disinvoltura il proprio risentimento. Il marchese, invece, andò su tutte le furie. Il pover’uomo non sapeva capacitarsi, come mai un amico suo di casa, come Leonetto, avesse potuto meditare e concludere un matrimonio, senza dirne prima una mezza parola almeno alla marchesa – alla marchesa che aveva fatto tanto per lui!
 
Dopo nove mesi, Armanda dié alla luce una bambina – alla quale Leonetto volle per forza che fosse imposto al fonte battesimale il nome di Ortensia.
 
La cosa dispiacque vivamente alla giovine madre: ma fece piacere alla Sorbelli, la quale, appena riseppe quest’episodio intimo di famiglia, dismesse il suo contegno fin’allora freddo e riservatissimo, e andò a far visita alla puerpera, parlandole per mezz’ora dei grandi pensieri della maternità e prognosticando da certi segni particolari, che la bambina, fatta grande, avrebbe avuto degli occhi bellissimi e una quantità di capelli straordinaria – come suo padre!
 
Da quel giorno in poi, Leonetto e la marchesa Ortensia ritornarono buonissimi amici, come prima; e quel galantuomo del marchese, riacquistata un po’ di tranquillità in casa, e detto addio alla politica (il paese non era ancora maturo per lui), si dedicò interamente allo studio del filugello, proponendosi di sciogliere il problema, se durante la malattia del seme, si potesse ottenere dal baco da seta almeno del cotone di primissima qualità!
 
Quanto alla Clarenza e all’Emilia, la commedia durò per quasi un anno: si scrivevano di tanto in tanto; si baciavano per lettera – ma, in sostanza, fra di loro non si potevano soffrire.
 
Venne finalmente un bel giorno, in cui la moglie di Federigo cessò improvvisamente ogni relazione e ogni corrispondenza amichevole colla contessa – e la ragione, a quanto pare, fu questa.
 
La Clarenza era venuta a sapere che Giorgio – quel Giorgio delle bagnature e dell’amor platonico coll’Emilia – per un seguito di combinazioni (tutte combinazioni, l’una meno combinazione dell’altra) aveva nuovamente riattaccato il cappello in casa di Mario.
 
Questo fatto, la stomacò (sono sue parole testuali); tant’è vero che parlandone a quattr’occhi con suo marito, era solita dire facendo colla bocca un atto di disgusto ineffabile: – Non mi fa meraviglia dell’Emilia, l’Emilia oramai è… quel che è! Chi davvero mi sorprende, è Mario!… E io che lo credevo un uomo d’onore!… Che roba!… che roba!…
 
Accadde in questo tempo che, una sera, Mario, arrivando da Genova, andò tutto pallido e trasfigurato a bussare alla casa dell’amico Fabiani.
 
Cos’è, cosa non è, alla fine Federigo poté capire che il conte, avendo giuocato pazzamente alla Borsa, si trovava dinanzi a un pauroso dilemma (pauroso, s’intende bene, in modo molto relativo!) vale a dire, o pagare – o far la figura del giuocatore onorato… che non paga i suoi debiti di giuoco!…
 
Federigo, che per date e fatto di Mario, si era trovato nominato cavaliere – poi sindaco – e che, per l’assistenza del medesimo santo, si sentiva già in odore di grand’ufficiale o di commendatore, proclamò il gran principio, che «l’amico all’occorrenza, deve sacrificarsi per l’amico», e il giorno dopo, col portafoglio pieno di fogli di Banca, partì per Genova, dicendo al conte: «Aspettami qui; al mio ritorno, ti dirò tutto, e aggiusteremo ogni cosa fra noi due!».
 
La consolazione di Mario, in quel momento, fu tanta e tale, che non potendo resistere a un impulso del cuore, gettò le braccia intorno al collo dell’amico, e lo baciò ripetutamente, bagnandogli le gote con qualche lacrima di profonda e incancellabile riconoscenza.
 
Federigo credeva di trattenersi a Genova un giorno o due, tutt’al più; invece si trattenne quattro. Quando ritornò a casa, la prima cosa che disse a Mario fu questa:
 
– Tutto è accomodato!. – ed era allegrissimo e soddisfatto, come se si fosse trattato di cosa sua.
 
Il conte, forzato da circostanze imperiose, dové partire la sera stessa.
 
Nell’atto di congedarsi e di uscir fuori dalla porta di casa, la Clarenza gli sussurrò, con un certo accento di voce e con una certa guardata d’occhi, che davano molto da pensare: – Appena arrivato, rammentati di scrivermi subito!…
 
Federigo, che per prudenza doveva essere un poco più distante, e che invece, per una inavvertenza imperdonabile, si trovava molto vicino, intese quelle parole, o almeno gli parve d’intenderle; – il fatto sta che, ripensandoci su, non poté chiudere un occhio in tutta la notte!
 
Meno male che la sera dopo andò a letto alle dieci, e si svegliò la mattina seguente a mezzogiorno preciso!
 
Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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Charles Perrault

Una mascherata di Carnevale – Carlo Collodi

Una mascherata di Carnevale - Carlo Collodi

Una mascherata di Carnevale – Carlo Collodi

Ogni volta che Cesarino andava o tornava dalla scuola, aveva preso il vizio di fermarsi a tutte le cantonate per leggere i cartelli dei teatri.
 
Questa era la sua grande passione.
 
E se per caso i cartelli annunziavano qualche commedia tutta da ridere, allora Cesarino cominciava subito a spappolarsi dalle risa, tale e quale come se si fosse trovato in teatro.
 
Un giorno (sul finire di Carnevale) gli venne fatto di leggere un gran cartellone che diceva così:
 
 R. TEATRO PAGLIANO
 
Domenica sera gran Festa di Ballo
 
con ingresso alle Maschere.La mascherata che sarà giudicatapiù bella e più sfarzosa
 
Riceverà un premio di Cento lire.
 
Appena letto quel cartello, il nostro Cesare non ebbe più bene di sé.
 
Nel tornare a casa, andava fantasticando:
 
«Se quelle cento lire le potessi vincere io!… Che bel signore che diventerei!… Metterei su carrozza e cavalli!… comprerei una bella villa con tanti poderi… e poi, tutti i quattrini che mi rimanessero in tasca, li darei alla mamma per le spese di casa… Eppure!… se avessi coraggio, tenterei davvero la fortuna! Chi mi dice che la mascherata inventata da me non riuscisse la più bella di tutte?… Per inventare una mascherata non ci vuol poi un gran talento!… Non è come il latino o la grammatica, ché quelle sono due cose uggiose, e per impararle bisogna essere sgobboni… Qui basta avere un po’ di genio! A buon conto, non bisogna dir nulla a nessuno; specialmente a’ miei fratelli. Guai se Orazio e Pierino sapessero qualche cosa!».
 
Nel dir così, si trovò quasi senza avvedersene alla porta di casa, e sonò il campanello.
 
Orazio, per l’appunto il suo fratello Orazio, fu quello che aprì.
 
«Giusto te!», disse Cesare con aria di gran mistero appena entrato in casa.
 
«Che t’hanno fatto?»
 
«Nulla… Ho detto così per ischerzo.»
 
«Eppure, a vederti in viso, si direbbe…»
 
«Nulla, ti ripeto, nulla. Se fossi matto a confidarmi con te!…»
 
«Hai forse qualche segreto?»
 
«Vedi! Se te lo dicessi, saresti capacissimo di andarlo subito a raccontare alla mamma. La mascherata la farò… oramai ho detto di farla… e la farò: ma te e Tonino non dovete saperne il gran nulla.»
 
«Quale mascherata?»
 
«Quella per andare domenica al teatro Pagliano, a vincere il premio…»
 
«E il premio sarebbe?»
 
«Cento lire alla più bella maschera della serata. Non lo dire a nessuno… ma la più bella maschera sarò io… capisci?…»
 
«Allora voglio mascherarmi anch’io…»
 
«Ma zitto, per carità: e non dir nulla a nessuno: specialmente a Pierino, che anderebbe subito a rifischiarlo alla mamma.»
 
«Ti pare che voglia dirlo a Pierino? Piuttosto mi taglierei la lingua… Eccolo!… è lui!»
 
In quel mentre entrò nella stanza, ballando e saltando, un ragazzetto di circa nove anni. Era Pierino, il minore de’ tre fratelli: il quale, senza perder tempo, gridò strillando come una calandra:
 
«Ditemi, ragazzi, si fa a mosca-cieca?».
 
«Abbiamo altro per la testa», rispose Cesare.
 
«Giusto a mosca-cieca!», soggiunse Orazio.
 
Pierino guardò maravigliato i suoi fratelli: e poi domandò:
 
«Che vi è accaduto qualche disgrazia?.»
 
«Finiscila, gua’, giuccherello!», disse Orazio.
 
«O dunque?…»
 
«Tu sei un gran curioso! E a farlo apposta non devi saper nulla!…»
 
«Nulla! il gran nulla!…»
 
«E poi, siamo giusti, le mascherate non sono cose per te.»
 
«Non sono cose da ragazzucci della tua età.»
 
«Che vuoi che il premio lo diano a te?»
 
«Sarebbe dato benino, e non canzono!»
 
«Ma di che premio parlate?»
 
«Delle cento lire, che daranno domenica sera al teatro Pagliano…»
 
«A chi le daranno?…», domandò Pierino, spalancando gli occhi.
 
«A te no di certo. Ma forse a me…», disse Cesare.
 
«E a me, soggiunse Orazio.»
 
«Che andate in maschera, voialtri?»
 
«Lo dicono.»
 
«E dove andate?»
 
«Al teatro Pagliano.»
 
«E quando?»
 
«Domenica sera.»
 
«Oh! bene! oh bene!», gridò Pierino. «Allora ci vengo anch’io.»
 
«Ma zitto! E non dir nulla a nessuno: specialmente alla mamma.»
 
«Per chi mi avete preso? per una spia?»
 
«A proposito», disse Cesare, «come ci dovremo mascherare?»
 
«Io non lo so», disse Pierino.
 
«Neanch’io», soggiunse Orazio.
 
«Silenzio tutti! M’è venuta in capo una bella idea! Ma proprio bella…»
 
«Sentiamola.»
 
«Ditemi, ragazzi; le volete davvero queste cento lire?»
 
«A me mi pare che tu ci canzoni…»
 
«Io non canzono nessuno. Le volete, sì o no, queste cento lire?»
 
«Io son contento se me ne dai quaranta», disse Pierino, ma le voglio tutte in soldi, perché le mi fanno più figura.»
 
«Se volete queste cento lire, date retta a quel che vi dico. Domenica sera ci dobbiamo mascherare tutti e tre, e la nostra mascherata deve somigliare a quella stampa colorita, che portò a casa l’altro giorno lo zio Eugenio…»
 
«Quale stampa?…», domandò Orazio.
 
«Quella che rappresenta la famiglia del gobbo Rigoletto.»
 
«E chi è questo Rigoletto?», chiese Pierino.
 
«Non lo conosci? Gli è quel gobbo rifatto in musica dal maestro Verdi… quello che dice:
 
La donna è mobile
 
Col fiume a letto…»
 
«S’è capito, s’è capito», disse Orazio.
 
«Io, com’è naturale», riprese Cesare, «mi vestirò da Re di Francia, e tu…»
 
«Mi dispiace di non essere gobbo», disse Orazio, «perché mi vestirei tanto volentieri da Rigoletto!»
 
«Al gobbo ti ci penso io: lascia fare a me…»
 
«E io?», domandò Pierino.
 
«Tu ti vestirai da Gilda, figliola di Rigoletto.»
 
«Io da figliola? Io per tua regola non faccio da figliola a nessuno: sono nato uomo e voglio mascherarmi da uomo: ne convieni?»
 
«Benissimo: vuol dire che invece di vestirti da figliola ti vestirai da figliolo di Rigoletto… Che vuoi che Rigoletto non avesse in famiglia nemmeno un maschio?»
 
«Così mi piace e ci sto.»
 
E i tre fratelli, contenti di questa bellissima trovata, cominciarono a ballare in tondo per la stanza, come se avessero già guadagnato le cento lire del premio.
 
Quand’ecco che Pierino, fermandosi tutt’a un tratto, domandò a’ suoi fratelli:
 
«Scusate, ragazzi, e i quattrini per comprare i vestiti da maschera dove sono?».
 
Nessuno rispose.
 
E i quattrini per entrare in teatro, chi ce li da?
 
La solita risposta.
 
II.
 
Quella sera andarono a letto mogi mogi. Cesare dormiva solo, e in un altro lettino accanto al suo, dormivano Orazio e Pierino.
 
«Peccato!», disse Cesare con un gran sospiro, prima di addormentarsi. «Quelle cento lire erano proprio nostre! Nessuno ce le poteva levare…»
 
«Sfido io!…», brontolò Orazio.
 
In quanto a Pierino non poté dir nulla, perché russava come un ghiro.
 
La mattina dopo, sul far del giorno, Cesare svegliò i suoi fratelli gridando:
 
«Allegri, ragazzi, allegri!… Ho bell’e trovato il modo di far la mascherata!».
 
«Davvero?», disse Orazio, allungandosi e sbadigliando.
 
«Quale mascherata?», domandò Pierino, col capo sempre fra il sonno.
 
«Ora vi dirò tutto. Volete sapere chi ci darà il vestiario?… Indovinatelo! Ce lo darà lo zio Eugenio.»
 
Lo zio Eugenio (un gran capo-ameno) era fratello della mamma dei ragazzi, e stava con gli altri in famiglia, avendo nella medesima casa anche il suo Studio di pittura.
 
«E come fai a sapere che il vestiario ce lo darà lui?»
 
«Ne sono sicuro… perché glielo porteremo via di nascosto.»
 
«Lo zio, dunque, ha tutto il vestiario per il Rigoletto?»
 
«Non è precisamente il vestiario del Rigoletto, ma ci corre poco. Sono strisce di raso rosso, verde, turchino, di tutti i colori: e con quelle strisce noi ci faremo i calzoni, i vestiti e i berretti…»
 
«Ma se tu fai da Re di Francia, ti ci vorrà la corona di Re», disse Orazio.
 
«Come sei ignorante!», replicò Cesare con una scrollatina di capo. «Ma non sai che i Re di una volta, quando andavano a spasso, non portavano in capo né corona né cappello?»
 
«O quando pioveva, come facevano?», domandò Pierino.
 
«Pigliavano l’ombrello, o se no, rimanevano in casa. Anche noialtri si sarebbe fatto così, ne convieni?»
 
«Tu discorri bene», soggiunse Pierino, «ma nella Storia Romana non c’è detto che gli Imperatori andassero fuori con l’ombrello…»
 
«E tu ci credi alla Storia Romana? Povero bambino, lo spendi bene il tu’ tempo!…»
 
Per farla breve, i tre fratelli entrarono nello studio dello zio, mentre lo zio era sempre a letto, e da una vecchia cassapanca gli portarono via un grosso fagotto di calzoni di seta, di sottoveste e di giubbe di raso e altre anticaglie d’ogni modello e colore.
 
Poi corsero a dare un’occhiata a quella famosa stampa che rappresentava – per dir come dicevano loro – tutta la famiglia di Rigoletto: e presi i necessari appunti, si rinchiusero in camera a lavorare.
 
Pierino, dopo averci pensato ben bene, si rassegnò a vestirsi da figliuola, invece che da figliuolo, e Cesare, avendo trovata una corona reale di cartone dorato, si rassegnò a portarla in capo.
 
La mattina dopo… volete crederlo? tutto il vestiario, a furia di spilli, di aghi e di punti infilati a caso, era già in ordine.
 
Come facessero, non saprei dirvelo davvero. Io so una cosa sola, ed è questa: che i ragazzi, anche quelli di poca levatura, dimostrano sempre moltissimo ingegno quando lavorano per i loro balocchi.
 
E i quattrini per entrare a teatro? Dove trovarli? Da chi farseli imprestare?
 
Chiederli alla mamma era inutile, perché sarebbe stato lo stesso che scoprire tutto il sotterfugio combinato fra loro.
 
A buon conto, avevano saputo che il biglietto d’ingresso al teatro costava una lira: dunque, essendo in tre, ci volevano almeno tre lire.
 
Inventando una scusa di libri da comprare, si provarono a chiederle allo zio Eugenio: e lo zio, famoso per queste burle, rispose subito:
 
«Volete tre lire sole? Io non faccio imprestiti così meschini! Chiedetemi cento, duecento, mille lire… e allora c’intenderemo…».
 
«Gua’», disse Pierino, «se lei ci fida anche cento lire, noi le si pigliano volentieri.»
 
«Sicuro che ve le fido! E perché non ve le dovrei fidare?»
 
«Dunque la ce le dia.»
 
«Portatemi il calamaio e un pezzo di foglio bianco.»
 
Quand’ebbe l’occorrente, lo zio scrisse sopra il pezzo di foglio:
 
Pagherete ai miei nipoti Cesare, Orazio e Pierino lire cento, che segnerete a mio debito.
 
Lo zio
 
«E ora», domandò Cesare, «da chi si vanno a prendere queste cento lire?»
 
«Alla Banca de’ Monchi.»
 
«E dov’è questa Banca?»
 
«Qui svolto. Appena usciti di casa, tirate giù a diritta, poi trovate una piazza, poi svoltate a sinistra, poi girate in dietro, traversate il ponte e appena fuori della barriera, lì c’è subito la Banca de’ Monchi.»
 
I tre ragazzi stettero attentissimi: ma non capirono nulla.
 
Fatto sta che Cesare, invece di andare a scuola, girò per tutta la città; e a quanti domandava della Banca de’ Monchi, tutti lo guardavano in viso e ridevano.
 
Tornato a casa, disse a’ suoi fratelli:
 
«Lo zio ce l’ha fatta!».
 
«Cioè?»
 
«La Banca de’ Monchi è una sua invenzione.»
 
«E ora come si rimedia?»
 
«Il rimedio ce l’avrei…»
 
«Dillo, dillo subito!», gridarono Orazio e Pierino.
 
«Ci state voialtri a vendere i libri di scuola?»
 
«Magari!… e poi come si ricomprano?»
 
«Con le cento lire del premio!»
 
«Benissimo! E così li avremo tutti novi.»
 
«E tutti rilegati…»
 
A furia di discorrere e di ragionarci su, quei tre monelli finirono per persuadersi che, a vendere i loro libri di scuola, facevano un’operazione d’oro.
 
Lo stesso giorno, Cesare, con un fagotto sotto il braccio, andò in cerca di un rivenditore di libri usati: e quand’ebbe in tasca le tre lire, gli parve di aver toccato il cielo con un dito.
 
III.
 
La sera che dovevano andare al teatro, finsero tutti e tre di avere un gran sonno: e come fecero bene la loro parte in commedia!…
 
«Io non posso più tenere gli occhi aperti», diceva Cesare.
 
«Io dormo e cammino», diceva Orazio.
 
«Un sonno come stasera, non l’ho avuto mai», diceva Pierino.
 
«Se avete sonno», disse la loro mamma, «è una malattia che si guarisce presto! Andate a letto e non se ne parli più.»
 
I tre ragazzi non se lo fecero ripetere: presero il loro candeliere e si chiusero in camera.
 
«È meglio che ci vestiamo subito», disse Cesare.
 
«E poi?»
 
«E poi s’entra a letto.»
 
«E quando viene la mamma a darci il solito bacio di tutte le sere?… Se ci trova vestiti da Rigoletti?…»
 
«Che discorsi! Prima di chiamar la mamma, si spenge la candela.»
 
«E se la mamma entra in camera col suo bravo lume acceso?»
 
«Hai ragione. Bisogna ricordarsi di star coperti perbene fino al collo…»
 
I tre ragazzi, in un batter d’occhio, s’infilarono i loro calzoni e le loro gualdrappe di seta, e si nascosero sotto i lenzuoli, lasciando fuori solamente la testa.
 
Dopo poco venne la mamma, e dato loro un bacio e la buona notte, accostò la porta di camera.
 
«Ora», disse Cesare, «bisogna stare in orecchio, per sentire quando la mamma va a letto. Attenti, dunque, e non ci lasciamo prendere dal sonno.»
 
«Dal sonno?», disse Orazio. «Io per tua regola, son bono a stare sveglio fino a domani.»
 
«O io?», disse Pierino. «Quando devo andare al teatro, non c’è caso che mi addormenti mai.»
 
Lascio pensare a voi come rimasero la mattina dopo, quando svegliandosi, si trovarono tutti e tre nel letto, mascherati!
 
«Meno male», disse Cesare, «che domani sera c’è un’altra festa da ballo. Anderemo a quella.»
 
«E il premio delle cento lire?», domandarono Orazio e Pierino.
 
«C’è anche il premio.»
 
Lesti lesti saltarono il letto, lesti lesti si spogliarono da Rigoletti e si rivestirono da ragazzi, e lesti lesti nascosero tutto il loro bagaglio in fondo a un piccolo armadio a muro.
 
Arrivati alla sera dipoi, ripeterono la medesima scena della gran sonnolenza e dell’entrare sotto i lenzuoli bell’e vestiti cogli abiti da maschera. Appena, però, si accorsero che la mamma, dopo averli baciati, era rientrata nella sua camera, saltarono dal letto e si posero a girandolare in su e in giù, tanto per non lasciarsi tradire dal sonno.
 
Aspetta, aspetta, aspetta, finalmente dopo un secolo sonarono le dieci.
 
«Dunque si va, o non si va? Se vogliamo andare, questa sarebbe l’ora», disse Cesare.
 
«E la chiave di casa l’hai presa?», domandò Orazio.
 
«Eccola qui.»
 
«E tu, Pierino, a che cosa pensi?»
 
«Per me, se si deve andare, andiamo: ma il core mi dice che questi sotterfugi ci porteranno disgrazia. Se la mamma, nel tempo che siamo al teatro, la si svegliasse?…»
 
«E perché si dovrebbe svegliare?»
 
«I casi son tanti! E se una volta svegliata, la venisse in camera nostra e non ci trovasse nessuno?…»
 
«Come sei uggioso! Benedetti i ragazzi e chi ci s’impiccia!», brontolò Cesare sottovoce.
 
Senza perdersi in altre chiacchiere, aprirono l’uscio di camera e parve loro di sentire qualcuno che si allontanasse in punta di piedi.
 
«Che sia lo zio Eugenio?», domandò Pierino, rattenendo il fiato.
 
«Quante paure! Lo Zio, per tua regola, è andato a letto prima di noi.»
 
E, per esserne più sicuri, nel passare davanti alla camera dello zio, stettero un po’ in ascolto, e lo sentirono russare come un contrabasso.
 
Giunti nella strada, richiusero la porta adagio adagio e senza far colpo.
 
La serata era freddissima, ma bella: uno stellato, che faceva innamorare a guardarlo!
 
I tre fratelli, tenendosi per la mano come tre buoni ragazzi che andassero a scuola, camminavano sul marciapiede: quand’ecco che sentirono dietro a loro una vocina di galletto che faceva: Chiù-chiù-chiù!
 
Si voltarono e videro una figura magra e tutta nera, con un paio di corna in testa, che saltava e faceva mille sgambetti.
 
«Che sia il diavolo?», domandò Pierino, cominciando a tremare.
 
«Ma che ti vai diavolando?», dissero i suoi fratelli. «Non vedi che è una maschera? Fermiamoci e lasciamola passare avanti.»
 
E si fermarono: ma il diavolo si fermò anche lui.
 
Allora i tre ragazzi, per non compromettersi, traversarono la strada e andarono dall’altra parte.
 
E il diavolo, anche lui, andò dall’altra parte.
 
«Che cosa vuole da noi?» gli domandò Cesare ingrossando la voce e facendo finta di non aver paura.
 
«Chiù-chiù!» rispose il diavolo facendo uno sgambetto.
 
«Noi andiamo per la nostra strada, e non si dà noia a nessuno.»
 
«Chiù-chiù.»
 
«Si levi di torno, sor impertinente, se no lo dico alle guardie.»
 
«E io lo dico alla mamma», urlò Pierino piangendo dalla paura.
 
«Chiù-chiù! Chiù-chiù! Chiù-chiù!…»
 
E il diavolo cominciò a urlare e a saltare in un modo spiritato.
 
I tre ragazzi impauriti si dettero a correre: e corri, corri, corri, arrivarono finalmente alla porta del teatro.
 
Entrati in platea, fra mezzo alla folla, credevano di essersi liberati da quel diavolaccio che li perseguitava: ma invece, dopo due minuti, sentirono intronarsi gli orecchi da un chiù-chiù che parve una fucilata a bruciapelo.
 
Che cosa dovevano fare?… A furia di spinte e di spintoni, e passando magari fra le gambe della gente, arrivarono a mettersi in fila davanti al palco della Commissione, che doveva giudicare le mascherate più belle.
 
Poveri figliuoli! Non l’avessero mai fatto!…
 
Appena arrivati lì, furono salutati da un fischio acutissimo e da una vociona che strillò:
 
«Chiù-chiù!… Fuori i ragazzi! Via i ragazzi! A letto i ragazzi!»
 
A questo grido sonoro e ripetuto, tutto il pubblico dei palchi e della platea si voltò: e vedendo quelle tre mascherucce, che pretendevano al premio, cominciò a sbellicarsi dalle risa e a ripetere in coro:
 
«Fuori i ragazzi!»
 
«Via i ragazzi!»
 
«A letto i ragazzi!»
 
Figuratevi il chiasso, il baccano e lo scompiglio, che nacque da un momento all’altro. In mezzo a quel pigia-pigia si sentì una voce di donna, che gridò:
 
«Mi hanno rubato il vezzo!»
 
Corsero subito le guardie: le quali, in tanto tramestìo, non sapendo su chi mettere le mani addosso, arrestarono le tre mascherucce che scappavano spaventate verso la porta del teatro.
 
«Ma perché ci arrestano?… Noi siamo innocenti!…» gridavano piangendo quei poveri ragazzi.
 
«Fra poco ne riparleremo», risposero le guardie, incamminandosi verso la Questura.
 
«Lo creda… noi non siamo ladri», diceva Cesare.
 
«Di chi siete figlioli?»
 
«Del nostro babbo e della nostra mamma.»
 
«Che mestiere fanno i vostri genitori?»
 
«Il babbo gli è fori di Firenze a far l’ingegnere e la mamma l’è a letto, che dorme…»
 
«E che cosa siete venuti a fare al teatro?»
 
«A vincere il premio.»
 
«Il premio ve lo daremo noi. Come mai siete scappati di casa?…»
 
«L’è una storia lunga…»
 
«I ragazzi, che scappano di casa, non possono esser nulla di bono…»
 
«Su questo l’ha ragione lei… non c’è nulla da dire… Ma la creda che siamo ragazzi perbene… e incapaci…»
 
«Lo vedremo fra poco.»
 
Nel dir così, le guardie spinsero i tre ragazzi dentro la porta di Questura: e un po’ con le buone e un po’ con le cattive, li fecero entrare nella stanza del Delegato.
 
Il Delegato per l’appunto dormiva.
 
Quando lo svegliarono, domandò:
 
«Che c’è di nuovo?»
 
«Tre ragazzi arrestati al veglione…»
 
«Ragazzi?», ripeté il Delegato, sbadigliando. «Metteteli in prigione. Domani ne riparleremo.»
 
Que’ poveri figliuoli piansero, pregarono, si raccomandarono… Ma inutilmente. La guardia aprì una porticina e tutti e tre furono cacciati in gattabuia.
 
Trovandosi soli e al buio, si presero l’uno con l’altro per la mano, stringendosi forte forte, per farsi fra loro un po’ di coraggio. E intanto che Cesarino e Orazio si sfogavano a piangere dirottamente, Pierino balbettò singhiozzando:
 
«Io te lo dissi, Cesarino… ma tu non mi volesti dar retta….»
 
«Icché tu mi dicesti?…»
 
«Quel che diceva la nostra povera nonna… che i sotterfugi portano sempre disgrazia.»
 
«Allora vuol dire che tutta la colpa è tua», gridò Cesare, arrabbiandosi.
 
«Sissignore, tutta la colpa è tua!», ripeté Orazio stizzito.
 
«Ma perché la colpa è mia?…»
 
«Perché dovevi raccontare il fissato della mascherata alla mamma, che ci avrebbe sgridato ben bene… e così ora, invece di trovarci qui in prigione, si sarebbe a casa a dormire ne’ nostri lettini.»
 
«E se dopo mi davi di spia?…»
 
«Che spia e non spia? Se tu avessi raccontato ogni cosa alla mamma… ci avresti risparmiato un monte di dispiaceri. La colpa è tutta tua.»
 
«Sissignore, tutta tua, tutta tua!», ripeté Orazio.
 
«Bella forza! Ve la pigliate con me, perché sono il più piccino!…»
 
E chi sa mai questo dialogo quanto sarebbe durato, se la porticina della prigione non si fosse aperta, e una vociona di fuori non avesse gridato.
 
«Su, su, ragazzi! Potete andarvene a casa vostra. Sveltezza nelle gambe e via!»
 
Come mai questo cambiamento di scena all’improvviso?… Si fa presto a capirlo: essendo stato scoperto e arrestato il ladro del vezzo, i tre ragazzi, riconosciuti innocenti, venivano lasciati in libertà.
 
Figuratevi la loro contentezza, quando si trovarono in mezzo alla strada, padronissimi di tornarsene a casa! Non sapendo che cosa dire, piangevano, ridevano e si abbracciavano.
 
E strada facendo, borbottavano fra loro:
 
«Ora, appena arrivati a casa, si sale le scale in punta di piedi…. E poi s’entra in camera… E adagino adagino ci spogliamo… E nascondiamo questi panni sotto il letto.»
 
«E domani si fa vista di aver dormito tutta la notte, e ci leviamo…»
 
«E poi di nascosto si riportano questi cenci nella cassapanca dello zio…»
 
«E poi si fa colazione come tutte le altre mattine…»
 
«E poi si va a scuola…»
 
«E i libri?…»
 
«Si dice alla mamma che li abbiamo perduti…»
 
«E così di questa brutta nottata, che c’è toccato a passare…»
 
«Nessuno ne saprà nulla…»
 
«Nemmeno la mamma.»
 
Con questi e con altri discorsi, si trovarono quasi senza avvedersene davanti alla porta di casa.
 
Ma sugli scalini della porta c’era seduto… indovinate chi?…
 
C’era seduto il diavolo, quel diavolo, loro accanito persecutore.
 
«Chiù-chiù! Dove andate?», domandò l’omo nero.
 
«Si vorrebbe andare in casa.»
 
«Di qui non si passa.»
 
«Scusi, sor diavolo», disse Pierino, «ma queste non sono azioni da persone di garbo.»
 
«Se volete passare, pagate il dazio.»
 
«Ma che dazio! La si figuri che in tutti e tre, non abbiamo un centesimo.»
 
«Chiù-chiù! Mi contenterò di questo spillone d’oro.»
 
E nel dir così, il diavolo prese un bello spillone che Pierino teneva appuntato sul petto.
 
«La mi renda lo spillone», gridò il ragazzo. «Lo spillone non è mio, e lo voglio rendere alla mamma…»
 
«Lascia correre, Pierino, se no ci rovini tutti!», dissero i suoi fratelli.
 
Il diavolo si tirò da parte, e i ragazzi entrarono in casa, richiudendo subito la porta.
 
La mattina dopo, lo zio Eugenio, prima di uscir di camera, chiamò Pierino e gli disse ridendo:
 
«Questa notte il diavolo è venuto a trovarmi e mi ha lasciato questo spillone d’oro per te.»
 
«Come?… quel diavolo?…»
 
«Io non posso dirti altro, perché non so altro.»
 
Il povero Pierino rimase di stucco. Raccontò subito il fatto ai fratelli: e tutti insieme, a furia di ragionarci sopra, finirono per persuadersi che il loro diavolo persecutore doveva essere stato lo zio Eugenio.
 
Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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Charles Perrault

Pinocchio (parte 2) – Carlo Collodi

Pinocchio (parte 2) - Carlo Collodi

Pinocchio (parte 2) – Carlo Collodi

La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto 
In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a un ramo della Quercia grande, pareva oramai più morto che vivo, la bella Bambina dai capelli turchini si affacciò daccapo alla finestra, e impietositasi alla vista di quell’infelice che, sospeso per il collo, ballava il trescone alle ventate di tramontana, battè per tre volte le mani insieme, e fece tre piccoli colpi.
 
 A questo segnale si sentì un gran rumore di ali che volavano con foga precipitosa, e un grosso falco venne a posarsi sul davanzale della finestra.
 
– Che cosa comandate, mia graziosa Fata? – disse il Falco abbassando il becco in atto di reverenza (perché bisogna sapere che la Bambina dai capelli turchini non era altro, in fin dei conti, che una buonissima Fata, che da più di mill’anni abitava nelle vicinanze di quel bosco):
 
– Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni a un ramo della Quercia grande?
 
– Lo vedo.
 
– Orbene: vola subito laggiù: rompi col tuo fortissimo becco il nodo che lo tiene sospeso in aria e posalo delicatamente sdraiato sull’erba a piè della Quercia.
 
Il Falco volò via e dopo due minuti tornò dicendo:
 
– Quel che mi avete comandato, è fatto.
 
– E come l’hai trovato? Vivo o morto?
 
– A vederlo, pareva morto, ma non dev’essere ancora morto perbene, perché, appena gli ho sciolto il nodo scorsoio che lo stringeva intorno alla gola, ha lasciato andare un sospiro, balbettando a mezza voce: «Ora mi sento meglio!».
 
Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece due piccoli colpi, e apparve un magnifico Can-barbone, che camminava ritto sulle gambe di dietro, tale e quale come se fosse un uomo.
 
Il Can-barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala. Aveva in capo un nicchiettino a tre punte gallonato d’oro, una parrucca bianca coi riccioli che gli scendevano giù per il collo, una giubba color di cioccolata coi bottoni di brillanti e con due grandi tasche per tenervi gli ossi che gli regalava a pranzo la padrona, un paio di calzoni corti di velluto cremisi, le calze di seta, gli scarpini scollati, e di dietro una specie di fodera da ombrelli, tutta di raso turchino, per mettervi dentro la coda, quando il tempo cominciava a piovere.
 
– Su da bravo, Medoro! – disse la Fata al Can-barbone; – Fai subito attaccare la più bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso sull’erba un povero burattino mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari pari su i cuscini della carrozza e portamelo qui. Hai capito?
 
Il Can-barbone, per fare intendere che aveva capito, dimenò tre o quattro volte la fodera di raso turchino, che aveva dietro, e partì come un barbero.
 
Di lì a poco, si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina color dell’aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell’interno di panna montata e di crema coi savoiardi. La carrozzina era tirata da cento pariglie di topini bianchi, e il Can-barbone, seduto a cassetta, schioccava la frusta a destra e a sinistra, come un vetturino quand’ha paura di aver fatto tardi.
 
Non era ancora passato un quarto d’ora, che la carrozzina tornò, e la Fata, che stava aspettando sull’uscio di casa, prese in collo il povero burattino, e portatolo in una cameretta che aveva le pareti di madreperla, mandò subito a chiamare i medici più famosi del vicinato.
 
E i medici arrivarono subito, uno dopo l’altro: arrivò, cioè, un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante.
 
– Vorrei sapere da lor signori, – disse la Fata, rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio, – vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia morto o vivo!…
 
A quest’invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso a Pinocchio: poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand’ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:
 
– A mio credere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!
 
– Mi dispiace, – disse la Civetta, – di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero!
 
– E lei non dice nulla? – domandò la Fata al Grillo-parlante.
 
– Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto. Del resto quel burattino lì non m’è fisonomia nuova: io lo conosco da un pezzo!…
 
Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto.
 
– Quel burattino lì, – seguitò a dire il Grillo-parlante, – è una birba matricolata…
 
Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito.
 
– è un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo. Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli.
 
– Quel burattino lì è un figliuolo disubbidiente, che farà morire di crepacuore il suo povero babbo!…
 
A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e di singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorché sollevati un poco i lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio.
 
– Quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione, – disse solennemente il Corvo.
 
– Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega, – soggiunse la Civetta, – ma per me, quando il morto piange è segno che gli dispiace a morire.
 
Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi: Però quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia e per gastigo gli cresce il naso
 
Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a Pinocchio e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accorse che era travagliato da un febbrone da non si dire.
 
Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d’acqua, e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:
 
– Bevila, e in pochi giorni sarai guarito.
 
Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po’ la bocca, e poi dimanda con voce di piagnisteo:
 
– è dolce o amara?
 
– è amara, ma ti farà bene.
 
– Se è amara, non la voglio.
 
– Dà retta a me: bevila.
 
– A me l’amaro non mi piace.
 
– Bevila: e quando l’avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per rifarti la bocca.
 
– Dov’è la pallina di zucchero?
 
– Eccola qui, – disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d’oro.
 
– Prima voglio la pallina di zucchero, e poi beverò quell’acquaccia amara…
 
– Me lo prometti?
 
– Sì…
 
La fata gli dette la pallina, e Pinocchio, dopo averla sgranocchiata e ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri:
 
– Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!… Mi purgherei tutti i giorni.
 
– Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d’acqua, che ti renderanno la salute.
 
Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro la punta del naso: poi se l’accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la punta del naso: finalmente disse:
 
– è troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere.
 
– Come fai a dirlo se non l’hai nemmeno assaggiata?
 
– Me lo figuro! L’ho sentita all’odore. Voglio prima un’altra pallina di zucchero… e poi la beverò!…
 
Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose in bocca un altro po’ di zucchero; e dopo gli presentò daccapo il bicchiere.
 
– Così non la posso bere! – disse il burattino, facendo mille smorfie.
 
– Perché?
 
– Perché mi dà noia quel guanciale che ho laggiù sui piedi.
 
La Fata gli levò il guanciale.
 
– è inutile! Nemmeno così la posso bere…
 
– Che cos’altro ti dà noia?
 
– Mi dà noia l’uscio di camera, che è mezzo aperto.
 
La Fata andò e chiuse l’uscio di camera.
 
– Insomma, – gridò Pinocchio, dando in uno scoppio di pianto, – quest’acquaccia amara, non la voglio bere, no, no, no!…
 
– Ragazzo mio, te ne pentirai…
 
– Non me n’importa…
 
– La tua malattia è grave…
 
– Non me n’importa…
 
– La febbre ti porterà in poche ore all’altro mondo…
 
– Non me n’importa…
 
– Non hai paura della morte?
 
– Punto paura!… Piuttosto morire, che bevere quella medicina cattiva.
 
A questo punto, la porta della camera si spalancò ed entrarono dentro quattro conigli neri come l’inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da morto.
 
– Che cosa volete da me? – gridò Pinocchio, rizzandosi tutto impaurito a sedere sul letto.
 
– Siamo venuti a prenderti, – rispose il coniglio più grosso.
 
– A prendermi?… Ma io non sono ancora morto!…
 
– Ancora no: ma ti restano pochi minuti di vita avendo tu ricusato di bevere la medicina, che ti avrebbe guarito dalla febbre!…
 
– O Fata, o Fata mia,- cominciò allora a strillare il burattino, – datemi subito quel bicchiere. Spicciatevi, per carità, perché non voglio morire no… non voglio morire…
 
E preso il bicchiere con tutt’e due le mani, lo votò in un fiato.
 
– Pazienza! – dissero i conigli. – Per questa volta abbiamo fatto il viaggio a ufo.
 
E tiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di camera bofonchiando e mormorando fra i denti.
 
Fatto sta che di lì a pochi minuti, Pinocchio saltò giù dal letto, bell’e guarito; perché bisogna sapere che i burattini di legno hanno il privilegio di ammalarsi di rado e di guarire prestissimo.
 
E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e allegro come un gallettino di primo canto, gli disse:
 
– Dunque la mia medicina t’ha fatto bene davvero?
 
– Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!…
 
– E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla?
 
– Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle medicine che del male.
 
– Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso a tempo può salvarli da una grave malattia e fors’anche dalla morte…
 
– Oh! ma un’altra volta non mi farò tanto pregare! Mi rammenterò di quei conigli neri, colla bara sulle spalle… e allora piglierò subito il bicchiere in mano, e giù!…
 
– Ora vieni un po’ qui da me e raccontami come andò che ti trovasti fra le mani degli assassini.
 
– Gli andò che il burattinaio Mangiafoco mi dette alcune monete d’oro, e mi disse: «Tò, portale al tuo babbo!» e io, invece, per la strada trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto per bene, che mi dissero: «Vuoi che codeste monete diventino mille e duemila? Vieni con noi, e ti condurremo al Campo dei Miracoli». E io dissi: «Andiamo»; e loro dissero: «Fermiamoci qui all’osteria del Gambero Rosso e dopo la mezzanotte ripartiremo». Ed io, quando mi svegliai, loro non c’erano più, perché erano partiti. Allora io cominciai a camminare di notte, che era un buio che pareva impossibile, per cui trovai per la strada due assassini dentro due sacchi da carbone, che mi dissero: «Metti fuori i quattrini»; e io dissi: «Non ce n’ho»; perché le quattro monete d’oro me l’ero nascoste in bocca, e uno degli assassini si provò a mettermi le mani in bocca, e io con un morso gli staccai la mano e poi la sputai, ma invece di una mano sputai uno zampetto di gatto. E gli assassini a corrermi dietro e, io corri che ti corro, finché mi raggiunsero, e mi legarono per il collo a un albero di questo bosco, col dire: «Domani torneremo qui, e allora sarai morto e colla bocca aperta, e così ti porteremo via le monete d’oro che hai nascoste sotto la lingua».
 
– E ora le quattro monete dove le hai messe? – gli domandò la Fata.
 
– Le ho perdute! – rispose Pinocchio; ma disse una bugia, perché invece le aveva in tasca. Appena detta la bugia, il suo naso, che era già lungo, gli crebbe subito due dita di più.
 
– E dove le hai perdute?
 
– Nel bosco qui vicino.
 
A questa seconda bugia il naso seguitò a crescere.
 
– Se le hai perdute nel bosco vicino, – disse la Fata, – le cercheremo e le ritroveremo: perché tutto quello che si perde nel vicino bosco, si ritrova sempre.
 
– Ah! ora che mi rammento bene, – replicò il burattino, imbrogliandosi, – le quattro monete non le ho perdute, ma senza avvedermene le ho inghiottite mentre bevevo la vostra medicina.
 
A questa terza bugia, il naso gli si allungò in un modo così straordinario, che il povero Pinocchio non poteva più girarsi da nessuna parte. Se si voltava di qui batteva il naso nel letto o nei vetri della finestra, se si voltava di là, lo batteva nelle pareti o nella porta di camera, se alzava un po’ di più il capo, correva il rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata.
 
E la Fata lo guardava e rideva.
 
– Perché ridete? – gli domandò il burattino, tutto confuso e impensierito di quel suo naso che cresceva a occhiate.
 
– Rido della bugia che hai detto.
 
– Come mai sapete che ho detto una bugia?
 
– Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo.
 
Pinocchio, non sapendo più dove nascondersi per la vergogna, si provò a fuggire di camera; ma non gli riuscì. Il suo naso era cresciuto tanto, che non passava più dalla porta.
 
Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le quattro monete nel Campo dè Miracoli
 
Come potete immaginarvelo, la Fata lasciò che il burattino piangesse e urlasse una buona mezz’ora, a motivo di quel suo naso che non passava più dalla porta di camera; e lo fece per dargli una severa lezione perché si correggesse dal brutto vizio di dire le bugie, il più brutto vizio che possa avere un ragazzo. Ma quando lo vide trasfigurato e cogli occhi fuori della testa dalla gran disperazione, allora, mossa a pietà, battè le mani insieme, e a quel segnale entrarono in camera dalla finestra un migliaio di grossi uccelli chiamati ~Picchi~, i quali, posatisi tutti sul naso di Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme e spropositato si trovò ridotto alla sua grandezza naturale.
 
– Quanto siete buona, Fata mia, – disse il burattino, asciugandosi gli occhi, – e quanto bene vi voglio!
 
– Ti voglio bene anch’io, – rispose la Fata, – e se tu vuoi rimanere con me, tu sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina…
 
– Io resterei volentieri… ma il mio povero babbo?
 
– Ho pensato a tutto. Il tuo babbo è stato digià avvertito: e prima che faccia notte, sarà qui.
 
– Davvero?… – gridò Pinocchio, saltando dall’allegrezza. – Allora, Fatina mia, se vi contentate, vorrei andargli incontro! Non vedo l’ora di poter dare un bacio a quel povero vecchio, che ha sofferto tanto per me!
 
– Vai pure, ma bada di non ti sperdere. Prendi la via del bosco, e sono sicurissima che lo incontrerai.
 
Pinocchio partì: e appena entrato nel bosco, cominciò a correre come un capriolo. Ma quando fu arrivato a un certo punto, quasi in faccia alla Quercia grande, si fermò, perché gli parve di aver sentito gente fra mezzo alle frasche. Difatti vide apparire sulla strada, indovinate chi?… la Volpe e il Gatto, ossia i due compagni di viaggio, coi quali aveva cenato all’osteria del Gambero Rosso.
 
– Ecco il nostro caro Pinocchio! – gridò la Volpe, abbracciandolo e baciandolo. – Come mai sei qui?
 
– Come mai sei qui? – ripetè il Gatto.
 
– è una storia lunga, – disse il burattino, – e ve la racconterò a comodo. Sappiate però che l’altra notte, quando mi avete lasciato solo nell’osteria, ho trovato gli assassini per la strada…
 
– Gli assassini?… O povero amico! E che cosa volevano?
 
– Mi volevano rubare le monete d’oro.
 
– Infami!… – disse la Volpe.
 
– Infamissimi! – ripetè il Gatto.
 
– Ma io cominciai a scappare, – continuò a dire il burattino, – e loro sempre dietro: finché mi raggiunsero e m’impiccarono a un ramo di quella quercia.
 
E Pinocchio accennò la Quercia grande, che era lì a due passi.
 
– Si può sentir di peggio? – disse la Volpe. – In che mondo siamo condannati a vivere? Dove troveremo un rifugio sicuro noi altri galantuomini?…
 
Nel tempo che parlavano così, Pinocchio si accorse che il Gatto era zoppo dalla gamba destra davanti, perché gli mancava in fondo tutto lo zampetto cogli unghioli: per cui gli domandò:
 
– Che cosa hai fatto del tuo zampetto?
 
Il Gatto voleva rispondere qualche cosa, ma s’imbrogliò. Allora la Volpe disse subito:
 
– Il mio amico è troppo modesto,- e per questo non risponde. Risponderò io per lui. Sappi dunque che un’ora fa abbiamo incontrato sulla strada un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame, che ci ha chiesto un po’ d’elemosina. Non avendo noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che cosa ha fatto l’amico mio, che ha davvero un cuore di Cesare?… Si è staccato coi denti uno zampetto delle sue gambe davanti e l’ha gettato a quella povera bestia, perché potesse sdigiunarsi. E la Volpe nel dir così, si asciugò una lacrima.
 
Pinocchio, commosso anche lui, si avvicinò al Gatto, sussurrandogli negli orecchi:
 
– Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!…
 
– E ora che cosa fai in questi luoghi? – domandò la Volpe al burattino.
 
– Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui di momento in momento.
 
– E le tue monete d’oro?
 
– Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all’osteria del Gambero Rosso.
 
– E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani mille e duemila! Perché non dai retta al mio consiglio? Perché non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?
 
– Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno.
 
– Un altro giorno sarà tardi, – disse la Volpe.
 
– Perché?
 
– Perché quel campo è stato comprato da un gran signore e da domani in là non sarà più permesso a nessuno di seminarvi i denari.
 
– Quant’è distante di qui il Campo dei miracoli?
 
– Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz’ora sei là: semini subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli duemila e stasera ritorni qui colle tasche piene. Vuoi venire con noi?
 
Pinocchio esitò un poco a rispondere, perché gli tornò in mente la buona Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo-parlante; ma poi finì col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore; finì, cioè, col dare una scrollatina di capo, e disse alla Volpe e al Gatto:
 
– Andiamo pure: io vengo con voi.
 
E partirono.
 
Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una città che aveva nome «Acchiappa-citrulli». Appena entrato in città, Pinocchio vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati, che sbadigliavano dall’appetito, di pecore tosate che tremavano dal freddo, di galline rimaste senza cresta e senza bargigli, che chiedevano l’elemosina d’un chicco di granturco, di grosse farfalle, che non potevano più volare, perché avevano venduto le loro bellissime ali colorite, di pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi vedere, e di fagiani che zampettavano cheti cheti, rimpiangendo le loro scintillanti penne d’oro e d’argento, oramai perdute per sempre.
In mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi passavano di tanto in tanto alcune carrozze signorili con dentro o qualche volpe, o qualche gazza ladra o qualche uccellaccio di rapina.
 
– E il Campo dei miracoli dov’è? – domandò Pinocchio.
 
– è qui a due passi.
 
Detto fatto traversarono la città e, usciti fuori dalle mura, si fermarono in un campo solitario che, su per giù, somigliava a tutti gli altri campi.
 
– Eccoci giunti, – disse la Volpe al burattino. – Ora chinati giù a terra, scava con le mani una piccola buca nel campo e mettici dentro le monete d’oro.
 
Pinocchio ubbidì. Scavò la buca, ci pose le quattro monete d’oro che gli erano rimaste: e dopo ricoprì la buca con un po’ di terra.
 
– Ora poi, – disse la Volpe, – vai alla gora qui vicina, prendi una secchia d’acqua e annaffia il terreno dove hai seminato.
 
Pinocchio andò alla gora, e perché non aveva lì per lì una secchia, si levò di piedi una ciabatta e, riempitala d’acqua, annaffiò la terra che copriva la buca. Poi domandò:
 
– C’è altro da fare?
 
– Nient’altro, – rispose la Volpe. – Ora possiamo andar via. Tu poi ritorna qui fra una ventina di minuti e troverai l’arboscello già spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete. Il povero burattino, fuori di sé dalla contentezza, ringraziò mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo.
 
– Noi non vogliamo regali, – risposero quei due malanni. – A noi ci basta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e siamo contenti come pasque.
 
Ciò detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se ne andarono per i fatti loro.
 
Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro e, per gastigo, si busca quattro mesi di prigione
 
Il burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a uno; e, quando gli parve che fosse l’ora, riprese subito la strada che menava al Campo dei miracoli.
 
E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. E intanto pensava dentro di sé:
 
– E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell’albero duemila?… E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila?… E se invece di cinquemila ne trovassi centomila? Oh che bel signore, allora, che diventerei!… Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosoli e di alchermes, e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna.
 
Così fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lì si fermò a guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi di monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti, e nulla: entrò sul campo… andò proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso e, dimenticando le regole del Galateo e della buona creanza, tirò fuori una mano di tasca e si dette una lunghissima grattatina di capo.
 
In quel mentre sentì fischiare negli orecchi una gran risata: e voltatosi in su, vide sopra un albero un grosso pappagallo che si spollinava le poche penne che aveva addosso.
 
– Perché ridi? – gli domandò Pinocchio con voce di bizza.
 
– Rido, perché nello spollinarmi mi son fatto il solletico sotto le ali.
 
Il burattino non rispose. Andò alla gora e riempita d’acqua la solita ciabatta, si pose nuovamente ad annaffiare la terra che ricuopriva le monete d’oro.
 
Quand’ecco che un’altra risata, anche più impertinente della prima, si fece sentire nella solitudine silenziosa di quel campo.
 
– Insomma, – gridò Pinocchio, arrabbiandosi, – si può sapere, Pappagallo mal educato, di che cosa ridi?
 
– Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si lasciano trappolare da chi è più furbo di loro.
 
– Parli forse di me?
 
– Sì, parlo di te, povero Pinocchio, di te che sei così dolce di sale, da credere che i denari si possano seminare e raccogliere nei campi, come si seminano i fagioli e le zucche. Anch’io l’ho creduto una volta, e oggi ne porto le pene. Oggi (ma troppo tardi!) mi son dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll’ingegno della propria testa.
 
– Non ti capisco, – disse il burattino, che già cominciava a tremare dalla paura.
 
– Pazienza! Mi spiegherò meglio, – soggiunse il Pappagallo. – Sappi dunque che, mentre tu eri in città, la Volpe e il Gatto sono tornati in questo campo: hanno preso le monete d’oro sotterrate, e poi sono fuggiti come il vento. E ora chi li raggiunge, è bravo!
 
Pinocchio restò a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del Pappagallo, cominciò colle mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca così profonda, che ci sarebbe entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non ci erano più.
 
Allora, preso dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato.
 
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione d’occhi, che lo tormentava da parecchi anni.
 
Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia.
 
Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima arte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello.
 
A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.
 
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
 
– Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione.
 
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.
 
E lì v’ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso fortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella città di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte le carceri e mandati fuori tutti i malandrini.
 
– Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io, – disse Pinocchio al carceriere.
 
– Voi no, – rispose il carceriere, – perché voi non siete del bel numero…
 
– Domando scusa, – replicò Pinocchio, – sono un malandrino anch’io.
 
– In questo caso avete mille ragioni, – disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare.
 
Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata; ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso alla tagliuola
 
Figuratevi l’allegrezza di Pinocchio, quando si sentì libero. Senza stare a dire che è e che non è, uscì subito fuori della città e riprese la strada che doveva ricondurlo alla Casina della Fata.
 
A motivo del tempo piovigginoso, la strada era diventata tutta un pantano e ci si andava fino a mezza gamba.
 
Ma il burattino non se ne dava per inteso.
 
Tormentato dalla passione di rivedere il suo babbo e la sua sorellina dai capelli turchini, correva a salti come un cane levriero, e nel correre le pillacchere gli schizzavano fin sopra il berretto. Intanto andava dicendo fra sé e sé:
 
– Quante disgrazie mi sono accadute… E me le merito! perché io sono un burattino testardo e piccoso… e voglio far sempre tutte le cose a modo mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene e che hanno mille volte più giudizio di me!… Ma da questa volta in là, faccio proponimento di cambiar vita e di diventare un ragazzo ammodo e ubbidiente… Tanto ormai ho bell’e visto che i ragazzi, a essere disubbidienti, ci scapitano sempre e non ne infilano mai una per il sù verso. E il mio babbo mi avrà aspettato?… Ce lo troverò a casa della Fata? è tanto tempo, pover’uomo, che non lo vedo più, che mi struggo di fargli mille carezze e di finirlo dai baci! E la Fata mi perdonerà la brutta azione che le ho fatto?… E pensare che ho ricevuto da lei tante attenzioni e tante cure amorose… e pensare che se oggi son sempre vivo, lo debbo a lei! Ma si può dare un ragazzo più ingrato e più senza cuore di me?…
 
Nel tempo che diceva così, si fermò tutt’a un tratto spaventato e fece quattro passi indietro.
 
Che cosa aveva veduto?…
 
Aveva veduto un grosso Serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come una cappa di camino.
 
Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanatosi più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi, aspettando che il Serpente se ne andasse una buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della strada.
 
Aspettò un’ora; due ore; tre ore; ma il Serpente era sempre là, e, anche di lontano, si vedeva il rosseggiare dè suoi occhi di fuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.
 
Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al Serpente:
 
– Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare?
 
Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.
 
Allora riprese colla solita vocina:
 
– Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!… Si contenta dunque che io seguiti per la mia strada?
 
Aspettò un segno di risposta a quella dimanda: ma la risposta non venne: anzi il Serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare.
 
– Che sia morto davvero?… – disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza: e senza mettere tempo in mezzo, fece l’atto di scavalcarlo, per passare dall’altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all’improvviso, come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro, spaventato, inciampò e cadde per terra.
 
E per l’appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria.
 
Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocità incredibile il Serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strappò una vena sul petto: e quella volta morì davvero.
 
Allora Pinocchio ricominciò a correre per arrivare a casa della Fata prima che si facesse buio. Ma lungo la strada non potendo più reggere ai morsi terribili della fame, saltò in un campo coll’intenzione di cogliere poche ciocche d’uva moscadella. Non l’avesse mai fatto!
 
Appena giunto sotto la vite, ~crac~… sentì stringersi le gambe da due ferri taglienti, che gli fecero vedere quante stelle c’erano in cielo.
 
Il povero burattino era rimasto preso da una tagliuola appostata là da alcuni contadini per beccarvi alcune grosse faine, che erano il flagello di tutti i pollai del vicinato.
 
Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can da guardia a un pollaio
 
Pinocchio, come potete figurarvelo, si dette a piangere, a strillare, a raccomandarsi: ma erano pianti e grida inutili, perché lì all’intorno non si vedevano case, e dalla strada non passava anima viva.
 
Intanto si fece notte.
 
Un po’ per lo spasimo della tagliuola, che gli segava gli stinchi, e un po’ per la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei campi, il burattino principiava quasi a svenirsi; quando a un tratto vedendosi passare una Lucciola di sul capo, la chiamò e le disse:
 
– O Lucciolina, mi faresti la carità di liberarmi da questo supplizio?…
 
– Povero figliuolo! – replicò la Lucciola, fermandosi impietosita a guardarlo. – Come mai sei rimasto colle gambe attanagliate fra codesti ferri arrotati?
 
– Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest’uva moscadella, e…
 
– Ma l’uva era tua?
 
– No…
 
– E allora chi t’ha insegnato a portar via la roba degli altri?…
 
– Avevo fame…
 
– La fame, ragazzo mio, non è una buona ragione per potere appropriarsi la roba che non è nostra…
 
– è vero, è vero! – gridò Pinocchio piangendo, – ma un’altra volta non lo farò più.
 
A questo punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore di passi, che si avvicinavano.
 
Era il padrone del campo che veniva in punta di piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che mangiavano di nottetempo i polli, fosse rimasta al trabocchetto della tagliuola.
 
E la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la lanterna di sotto il pastrano, s’accorse che, invece di una faina, c’era rimasto preso un ragazzo.
 
– Ah, ladracchiolo! – disse il contadino incollerito, – dunque sei tu che mi porti via le galline?
 
– Io no, io no! – gridò Pinocchio, singhiozzando. – Io sono entrato nel campo per prendere soltanto due grappoli d’uva!…
 
– Chi ruba l’uva è capacissimo di rubare anche i polli. Lascia fare a me, che ti darò una lezione da ricordartene per un pezzo.
 
E aperta la tagliuola, afferrò il burattino per la collottola e lo portò di peso fino a casa, come si porterebbe un agnellino di latte.
 
Arrivato che fu sull’aia dinanzi alla casa, lo scaraventò in terra: e tenendogli un piede sul collo, gli disse:
 
– Oramai è tardi e voglio andare a letto. I nostri conti li aggiusteremo domani. Intanto, siccome oggi mi è morto il cane che mi faceva la guardia di notte, tu prenderai subito il suo posto. Tu mi farai da cane di guardia.
 
Detto fatto, gl’infilò al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni di ottone, e glielo strinse in modo da non poterselo levare passandoci la testa dentro. Al collare c’era attaccata una lunga catenella di ferro: e la catenella era fissata nel muro.
 
– Se questa notte, – disse il contadino, – cominciasse a piovere, tu puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c’è sempre la paglia che ha servito di letto per quattr’anni al mio povero cane. E se per disgrazia venissero i ladri, ricordati di stare a orecchi ritti e di abbaiare.
 
Dopo quest’ultimo avvertimento, il contadino entrò in casa chiudendo la porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio rimase accovacciato sull’aia, più morto che vivo, a motivo del freddo, della fame e della paura. E di tanto in tanto, cacciandosi rabbiosamente le mani dentro al collare, che gli serrava la gola, diceva piangendo:
 
– Mi sta bene!… Pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo svogliato, il vagabondo… ho voluto dar retta ai cattivi compagni, e per questo la sfortuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino per bene, come ce n’è tanti, se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col mio povero babbo, a quest’ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa d’un contadino. Oh, se potessi rinascere un’altra volta!… Ma oramai è tardi, e ci vuol pazienza! Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne proprio dal cuore, entrò dentro il casotto e si addormentò.
 
Pinocchio scuopre i ladri e, in ricompensa di essere stato fedele, vien posto in libertà
 
Ed era già più di due ore che dormiva saporitamente; quando verso la mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio e da un pissi-pissi di vocine strane, che gli parve di sentire nell’aia. Messa fuori la punta del naso dalla buca del casotto, vide riunite a consiglio quattro bestiuole di pelame scuro, che parevano gatti. Ma non erano gatti: erano faine, animaletti carnivori, ghiottissimi specialmente di uova e di pollastrine giovani. Una di queste faine, staccandosi dalle sue compagne, andò alla buca del casotto e disse sottovoce:
 
– Buona sera, Melampo.
 
– Io non mi chiamo Melampo, – rispose il burattino.
 
– O dunque chi sei?
 
– Io sono Pinocchio.
 
– E che cosa fai costì?
 
– Faccio il cane di guardia.
 
– O Melampo dov’è? dov’è il vecchio cane, che stava in questo casotto?
 
– è morto questa mattina.
 
– Morto? Povera bestia! Era tanto buono!… Ma giudicandoti alla fisonomia, anche te mi sembri un cane di garbo.
 
– Domando scusa, io non sono un cane!…
 
– O chi sei?
 
– Io sono un burattino.
 
– E fai da cane di guardia?
 
– Purtroppo: per mia punizione!…
 
– Ebbene, io ti propongo gli stessi patti, che avevo col defunto Melampo: e sarai contento.
 
– E questi patti sarebbero?
 
– Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di notte questo pollaio, e porteremo via otto galline. Di queste galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s’intende bene, che tu faccia finta di dormire e non ti venga mai l’estro di abbaiare e di svegliare il contadino.
 
– E Melampo faceva proprio così? – domandò Pinocchio.
 
– Faceva così, e fra noi e lui siamo andati sempre d’accordo. Dormi dunque tranquillamente, e stai sicuro che prima di partire di qui, ti lasceremo sul casotto una gallina bell’e pelata, per la colazione di domani. Ci siamo intesi bene?
 
– Anche troppo bene!… – rispose Pinocchio: e tentennò il capo in un certo modo minaccioso, come se avesse voluto dire: «Fra poco ci riparleremo!».
 
Quando le quattro faine si credettero sicure del fatto loro, andarono difilato al pollaio, che rimaneva appunto vicinissimo al casotto del cane, e aperta a furia di denti e di unghioli la porticina di legno, che ne chiudeva l’entratina, vi sgusciarono dentro, una dopo l’altra. Ma non erano ancora finite d’entrare, che sentirono la porticina richiudersi con grandissima violenza.
 
Quello che l’aveva richiusa era Pinocchio; il quale, non contento di averla richiusa, vi posò davanti per maggior sicurezza una grossa pietra, a guisa di puntello.
 
E poi cominciò ad abbaiare: e, abbaiando proprio come se fosse un cane di guardia, faceva colla voce ~bu-bu-bu-bu~.
 
A quell’abbaiata, il contadino saltò dal letto e, preso ii fucile e affacciatosi alla finestra, domandò:
 
– Che c’è di nuovo?
 
– Ci sono i ladri! – rispose Pinocchio.
 
– Dove sono?
 
– Nel pollaio.
 
– Ora scendo subito.
 
E infatti, in men che non si dice ~amen~, il contadino scese: entrò di corsa nel pollaio e, dopo avere acchiappate e rinchiuse in un sacco le quattro faine, disse loro con accento di vera contentezza:
 
– Alla fine siete cascate nelle mie mani! Potrei punirvi, ma sì vil non sono! Mi contenterò, invece, di portarvi domani all’oste del vicino paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà a uso lepre dolce e forte. E’ un onore che non vi meritate, ma gli uomini generosi come me non badano a queste piccolezze!…
 
Quindi, avvicinatosi a Pinocchio, cominciò a fargli molte carezze, e, fra le altre cose, gli domandò:
 
– Com’hai fatto a scuoprire il complotto di queste quattro ladroncelle? E dire che Melampo, il mio fido Melampo, non s’era mai accorto di nulla…
 
Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare quel che sapeva: avrebbe potuto, cioè, raccontare i patti vergognosi che passavano fra il cane e le faine: ma ricordatosi che il cane era morto, pensò subito dentro di sé: – A che serve accusare i morti?… I morti son morti, e la miglior cosa che si possa fare è quella di lasciarli in pace!…
 
– All’arrivo delle faine sull’aia, eri sveglio o dormivi? – continuò a chiedergli il contadino.
 
– Dormivo, – rispose Pinocchio, – ma le faine mi hanno svegliato coi loro chiacchiericci, e una è venuta fin qui al casotto per dirmi: «Se prometti di non abbaiare e di non svegliare il padrone, noi ti regaleremo una pollastra bell’e pelata!…». Capite, eh? Avere la sfacciataggine di fare a me una simile proposta! Perché bisogna sapere che io sono un burattino, che avrò tutti i difetti di questo mondo: ma non avrò mai quello di star di balla e di reggere il sacco alla gente disonesta!
 
– Bravo ragazzo! – gridò il contadino, battendogli sur una spalla. – Cotesti sentimenti ti fanno onore: e per provarti la mia grande soddisfazione, ti lascio libero fin d’ora di tornare a casa.
E gli levò il collare da cane.
 
Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell’acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto
 
Appena Pinocchio non sentì più il peso durissimo e umiliante di quel collare intorno al collo, si pose a scappare attraverso i campi, e non si fermò un solo minuto, finché non ebbe raggiunta la strada maestra, che doveva ricondurlo alla Casina della Fata.
 
Arrivato sulla strada maestra, si voltò in giù a guardare nella sottoposta pianura, e vide benissimo a occhio nudo il bosco, dove disgraziatamente aveva incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra mezzo agli alberi, inalzarsi la cima di quella Quercia grande, alla quale era stato appeso ciondoloni per il collo: ma guarda di qua, guarda di là, non gli fu possibile di vedere la piccola casa della bella Bambina dai capelli turchini.
 
Allora ebbe una specie di tristo presentimento e datosi a correre con quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trovò in pochi minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c’era più. C’era, invece, una piccola pietra di marmo sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole:
 
QUI GIACE
 
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
 
MORTA DI DOLORE
 
PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
 
FRATELLINO PINOCCHIO
 
Come rimanesse il burattino, quand’ebbe compitate alla peggio quelle parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e coprendo di mille baci quel marmo mortuario, dette in un grande scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre, sebbene negli occhi non avesse più lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti erano così strazianti e acuti, che tutte le colline all’intorno ne ripetevano l’eco.
 
E piangendo diceva:
 
– O Fatina mia, perché sei morta?… perché, invece di te, non sono morto io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona?… E il mio babbo, dove sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, che voglio stare sempre con lui, e non lasciarlo più! più! più!… O Fatina mia, dimmi che non è vero che sei morta!… Se davvero mi vuoi bene… se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci… ritorna viva come prima!… Non ti dispiace a vedermi solo e abbandonato da tutti? Se arrivano gli assassini. mi attaccheranno daccapo al ramo dell’albero… e allora morirò per sempre. Che vuoi che faccia qui, solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? Dove anderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova? Oh! sarebbe meglio, cento volte meglio, che morissi anch’io! Sì, voglio morire!… ih! ih! ih!…
 
E mentre si disperava a questo modo, fece l’atto di volersi strappare i capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non poté nemmeno levarsi il gusto di ficcarci dentro le dita.
 
Intanto passò su per aria un grosso Colombo, il quale soffermatosi, a ali distese, gli gridò da una grande altezza:
 
– Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù?
 
– Non lo vedi? piango! – disse Pinocchio alzando il capo verso quella voce e strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta.
 
– Dimmi, – soggiunse allora il Colombo – non conosci per caso fra i tuoi compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio?
 
– Pinocchio?… Hai detto Pinocchio? – ripetè il burattino saltando subito in piedi. – Pinocchio sono io!
 
Il Colombo, a questa risposta, si calò velocemente e venne a posarsi a terra. Era più grosso di un tacchino.
 
– Conoscerai dunque anche Geppetto? – domandò al burattino.
 
– Se lo conosco? E’ il mio povero babbo! Ti ha forse parlato di me? Mi conduci da lui? Ma è sempre vivo? Rispondimi per carità: è sempre vivo?
 
– L’ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare.
 
– Che cosa faceva?
 
– Si fabbricava da sé una piccola barchetta per traversare l’Oceano. Quel pover’uomo sono più di quattro mesi che gira per il mondo in cerca di te: e non avendoti potuto trovare, ora si è messo in capo di cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo.
 
– Quanto c’è di qui alla spiaggia? – domandò Pinocchio con ansia affannosa.
 
– Più di mille chilometri.
 
– Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le tue ali!…
 
– Se vuoi venire, ti ci porto io.
 
– Come?
 
– A cavallo sulla mia groppa. Sei peso di molto?…
 
– Peso? tutt’altro! Son leggiero come una foglia.
 
E lì, senza stare a dir altro, Pinocchio saltò sulla groppa al Colombo e messa una gamba di qua e l’altra di là, come fanno i cavallerizzi, gridò tutto contento: – Galoppa, galoppa, cavallino, ché mi preme di arrivar presto!…
 
Il Colombo prese l’aire e in pochi minuti arrivò col volo tanto in alto, che toccava quasi le nuvole. Giunto a quell’altezza straordinaria, il burattino ebbe la curiosità di voltarsi in giù a guardare: e fu preso da tanta paura e da tali giracapi che, per evitare il pericolo di venir disotto, si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura.
 
Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse:
 
– Ho una gran sete!
 
– E io una gran fame! – soggiunse Pinocchio.
 
– Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo in viaggio, per essere domattina all’alba sulla spiaggia del mare. Entrarono in una colombaia deserta, dove c’era soltanto una catinella piena d’acqua e un cestino ricolmo di veccie.
 
Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le veccie: a sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma quella sera ne mangiò a strippapelle, e quando l’ebbe quasi finite, si voltò al Colombo e gli disse:
 
– Non avrei mai creduto che le veccie fossero così buone!
 
– Bisogna persuadersi, ragazzo mio, – replicò il Colombo, – che quando la fame dice davvero e non c’è altro da mangiare, anche le veccie diventano squisite! La fame non ha capricci né ghiottonerie!
 
Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in viaggio, e via! La mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare. Il Colombo posò a terra Pinocchio, e non volendo nemmeno la seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione, riprese subito il volo e sparì.
 
La spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava guardando il mare.
 
– Che cos’è accaduto? – domandò Pinocchio a una vecchina.
 
– Gli è accaduto che un povero babbo, avendo perduto il figliolo, gli è voluto entrare in una barchetta per andare a cercarlo di là dal mare; e il mare oggi è molto cattivo e la barchetta sta per andare sott’acqua…
 
– Dov’è la barchetta?
 
– Eccola laggiù, diritta al mio dito, – disse la vecchia, accennando una piccola barca che, veduta in quella distanza, pareva un guscio di noce con dentro un omino piccino piccino.
 
Pinocchio appuntò gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato attentamente, cacciò un urlo acutissimo gridando:
 
– Gli è il mì babbo! gli è il mì babbo!
 
Intanto la barchetta, sbattuta dall’infuriare dell’onde, ora spariva fra i grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e Pinocchio ritto sulla punta di un alto scoglio non finiva più dal chiamare il suo babbo per nome e dal fargli molti segnali colle mani e col moccichino da naso e perfino col berretto che aveva in capo.
 
E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia, riconoscesse il figliuolo, perché si levò il berretto anche lui e lo salutò e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato volentieri indietro, ma il mare era tanto grosso, che gl’impediva di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra.
 
Tutt’a un tratto, venne una terribile ondata, e la barca sparì.
 
Aspettarono che la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide più tornare.
 
– Pover’omo! – dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera si mossero per tornarsene alle loro case.
 
Quand’ecco che udirono un urlo disperato, e, voltandosi indietro, videro un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio, si gettava in mare gridando:
 
– Voglio salvare il mio babbo!
 
Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava come un pesce. Ora si vedeva sparire sott’acqua, portato dall’impeto dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima distanza dalla terra. Alla fine lo persero d’occhio e non lo videro più.
 
– Povero ragazzo! – dissero alIora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera tornarono alle loro case.
 
Pinocchio arriva all’isola delle Api industriose e ritrova la Fata
 
Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al suo povero babbo, nuotò tutta quanta la notte.
 
E che orribile nottata fu quella! Diluviò, grandinò, tuonò spaventosamente, e con certi lampi che pareva di giorno.
 
Sul far del mattino, gli riuscì di vedere poco distante una lunga striscia di terra. Era un’isola in mezzo al mare.
 
Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Le onde, rincorrendosi e accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro, come se fosse stato un fuscello o un filo di paglia. Alla fine, e per sua buona fortuna, venne un’ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo scaraventò di peso sulla rena del lido.
 
Il colpo fu così forte che, battendo in terra, gli crocchiarono tutte le costole e tutte le congiunture: ma si consolò subito col dire:
 
– Anche per questa volta l’ho proprio scampata bella!
 
Intanto a poco a poco il cielo si rasserenò; il sole apparve fuori in tutto il suo splendore e il mare diventò tranquillissimo e buono come un olio.
 
Allora il burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli e si pose a guardare di qua e di là se per caso avesse potuto scorgere su quella immensa spianata d’acqua una piccola barchetta con un omino dentro. Ma dopo aver guardato ben bene, non vide altro dinanzi a sé che cielo, mare e qualche vela di bastimento, ma cosi lontana, che pareva una mosca.
 
– Sapessi almeno come si chiama quest’isola! – andava dicendo. – Sapessi almeno se quest’isola è abitata da gente di garbo, voglio dire da gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi; ma a chi mai posso domandarlo? A chi, se non c’è nessuno?…
 
Quest’idea di trovarsi solo, solo, solo in mezzo a quel gran paese disabitato, gli messe addosso tanta malinconia, che stava lì lì per piangere; quando tutt’a un tratto vide passare, a poca distanza dalla riva, un grosso pesce, che se ne andava tranquillamente per i fatti suoi, con tutta la testa fuori dell’acqua. Non sapendo come chiamarlo per nome, il burattino gli gridò a voce alta, per farsi sentire:
 
– Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola?
 
– Anche due, – rispose il pesce, il quale era un Delfino così garbato, come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo.
 
– Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest’isola vi sono dei paesi dove si possa mangiare, senza pericolo d’esser mangiati?
 
– Ve ne sono sicuro, – rispose il Delfino. – Anzi, ne troverai uno poco lontano di qui.
 
– E che strada si fa per andarvi?
 
– Devi prendere quella viottola là, a mancina, e camminare sempre diritto al naso. Non puoi sbagliare.
 
– Mi dica un’altra cosa. Lei che passeggia tutto il giorno e tutta la notte per il mare, non avrebbe incontrato per caso una piccola barchettina con dentro il mì babbo?
 
– E chi è il tuo babbo?
 
– Gli è il babbo più buono del mondo, come io sono il figliuolo più cattivo che si possa dare.
 
– Colla burrasca che ha fatto questa notte, – rispose il delfino, – la barchettina sarà andata sott’acqua.
 
– E il mio babbo?
 
– A quest’ora l’avrà inghiottito il terribile Pesce-cane, che da qualche giorno è venuto a spargere lo sterminio e la desolazione nelle nostre acque.
 
– Che è grosso di molto questo Pesce-cane? – domandò Pinocchio, che digià cominciava a tremare dalla paura.
 
– Se gli è grosso!… – replicò il Delfino. – Perché tu possa fartene un’idea, ti dirò che è più grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe comodamente tutto il treno della strada ferrata colla macchina accesa.
 
– Mamma mia! – gridò spaventato il burattino: e rivestitosi in fretta e furia, si voltò al delfino e gli disse: – Arrivedella, signor pesce: scusi tanto l’incomodo e mille grazie della sua garbatezza.
 
Detto ciò, prese subito la viottola e cominciò a camminare di un passo svelto; tanto svelto, che pareva quasi che corresse. E a ogni più piccolo rumore che sentiva, si voltava subito a guardare indietro, per la paura di vedersi inseguire da quel terribile pesce-cane grosso come una casa di cinque piani e con un treno della strada ferrata in bocca.
 
Dopo mezz’ora di strada, arrivò a un piccolo paese detto «Il paese delle Api industriose». Le strade formicolavano di persone che correvano di qua e di là per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da fare. Non si trovava un ozioso o un vagabondo nemmeno a cercarlo col lumicino.
 
– Ho capito, – disse subito quello svogliato di Pinocchio, – questo paese non è fatto per me! Io non son nato per lavorare! Intanto la fame lo tormentava, perché erano oramai passate ventiquattr’ore che non aveva mangiato più nulla; nemmeno una pietanza di veccie.
 
Che fare?
 
Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po’ di lavoro, o chiedere in elemosina un soldo o un boccone di pane.
 
A chiedere l’elemosina si vergognava: perché il suo babbo gli aveva predicato sempre che l’elemosina hanno il diritto di chiederla solamente i vecchi e gl’infermi. I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di assistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d’età o di malattia, si trovano condannati a non potersi più guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno l’obbligo di lavorare: e se non lavorano e patiscono la fame, tanto peggio per loro.
 
In quel frattempo, passò per la strada un uomo tutto sudato e trafelato, il quale da sé tirava con gran fatica due carretti carichi di carbone.
 
Pinocchio, giudicandolo dalla fisonomia per un buon uomo, gli si accostò e, abbassando gli occhi dalla vergogna, gli disse sottovoce:
 
– Mi fareste la carità di darmi un soldo, perché mi sento morir dalla fame?
 
– Non un soldo solo, – rispose il carbonaio, – ma te ne do quattro, a patto che tu m’aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di carbone.
 
– Mi meraviglio! – rispose il burattino quasi offeso, – per vostra regola io non ho fatto mai il somaro: io non ho mai tirato il carretto!…
 
– Meglio per te! – rispose il carbonaio. – Allora, ragazzo mio, se ti senti davvero morir dalla fame, mangia due belle fette della tua superbia e bada di non prendere un’indigestione.
 
Dopo pochi minuti passò per la via un muratore, che portava sulle spalle un corbello di calcina.
 
– Fareste, galantuomo, la carità d’un soldo a un povero ragazzo, che sbadiglia dall’appetito?
 
– Volentieri; vieni con me a portar calcina, – rispose il muratore, – e invece d’un soldo, te ne darò cinque.
 
– Ma la calcina è pesa, – replicò Pinocchio, – e io non voglio durar fatica.
 
– Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio, – divertiti a sbadigliare, e buon pro ti faccia.
 
In men di mezz’ora passarono altre venti persone, e a tutte Pinocchio chiese un po’ d’elemosina, ma tutte gli risposero:
 
– Non ti vergogni? Invece di fare il bighellone per la strada, và piuttosto a cercarti un po’ di lavoro, e impara a guadagnarti il pane! Finalmente passò una buona donnina che portava due brocche d’acqua.
 
– Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d’acqua alla vostra brocca? – disse Pinocchio, che bruciava dall’arsione della sete.
 
– Bevi pure, ragazzo mio! – disse la donnina, posando le due brocche in terra.
 
Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbottò a mezza voce, asciugandosi la bocca:
 
– La sete me la sono levata! Così mi potessi levar la fame!… La buona donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito:
 
– Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d’acqua, ti darò un bel pezzo di pane.
 
Pinocchio guardò la brocca, e non rispose né sì né no.
 
– E insieme col pane ti darò un bel piatto di cavolfiore condito coll’olio e coll’aceto, – soggiunse la buona donna.
 
Pinocchio dette un’altra occhiata alla brocca, e non rispose né sì né no.
 
– E dopo il cavolfiore ti darò un bel confetto ripieno di rosolio. – Alle seduzioni di quest’ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe più resistere e, fatto un animo risoluto, disse:
 
– Pazienza! Vi porterò la brocca fino a casa!
 
La brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza da portarla colle mani, si rassegnò a portarla in capo.
 
Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola tavola apparecchiata e gli pose davanti il pane, il cavolfiore condito e il confetto.
 
Pinocchio non mangiò, ma diluviò. Il suo stomaco pareva un quartiere rimasto vuoto e disabitato da cinque mesi.
 
Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della fame, allora alzò il capo per ringraziare la sua benefattrice; ma non aveva ancora finito di fissarla in volto, che cacciò un lunghissimo ~ohhh!~… di maraviglia e rimase là incantato, cogli occhi spalancati, colla forchetta per aria e colla bocca piena di pane e di cavolfiore.
 
– Che cos’è mai tutta questa maraviglia? – disse ridendo la buona donna.
 
– Egli è… – rispose balbettando Pinocchio, – egli è… egli è… che voi somigliate… voi mi rammentate… sì, sì, sì, la stessa voce… gli stessi occhi.. gli stessi capelli… sì, sì, sì… anche voi avete i capelli turchini… come lei!… O Fatina mia!… O Fatina mia!… ditemi che siete voi, proprio voi!… Non mi fate più piangere! Se sapeste!… Ho pianto tanto, ho patito tanto..
 
E nel dir così, Pinocchio piangeva dirottamente, e gettandosi ginocchioni per terra, abbracciava i ginocchi di quella donnina misteriosa.
 
Pinocchio promette alla Fata di essere buono e di studiare, perché è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo
 
In sulle prime la buona donnina cominciò col dire che lei non era la piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi oramai scoperta e non volendo mandare più a lungo la commedia, fini col farsi riconoscere, e disse a Pinocchio:
 
– Birba d’un burattino! Come mai ti sei accorto che ero io?
 
– Gli è il gran bene che vi voglio quello che me l’ha detto.
 
– Ti ricordi? Mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma.
 
– L’ho caro dimolto, perché così, invece di sorellina, vi chiamerò la mia mamma. Gli è tanto tempo che mi struggo di avere una mamma come tutti gli altri ragazzi!… Ma come avete fatto a crescere cosi presto?
 
– è un segreto.
 
– Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch’io. Non lo vedete? Sono sempre rimasto alto come un soldo di cacio.
 
– Ma tu non puoi crescere, – replicò la Fata.
 
– Perché?
 
– Perché i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini.
 
– Oh! sono stufo di far sempre il burattino! – gridò Pinocchio, dandosi uno scappellotto. – Sarebbe ora che diventassi anch’io un uomo come tutti gli altri.
 
– E lo diventerai, se saprai meritartelo…
 
– Davvero? E che posso fare per meritarmelo?
 
– Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene.
 
– O che forse non sono?
 
– Tutt’altro! I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece…
 
– E io non ubbidisco mai.
 
– I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu…
 
– E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l’anno.
 
– I ragazzi perbene dicono sempre la verità…
 
– E io sempre le bugie.
 
– I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola…
 
– E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poi voglio mutar vita.
 
– Me lo prometti?
 
– Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene e voglio essere la consolazione del mio babbo… Dove sarà il mio povero babbo a quest’ora?
 
– Non lo so.
 
– Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare?
 
– Credo di sì: anzi ne sono sicura.
 
A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che prese le mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tanta foga, che pareva quasi fuori di sé. Poi, alzando il viso e guardandola amorosamente, le domandò:
 
– Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta?
 
– Par di no, – rispose sorridendo la Fata.
 
– Se tu sapessi, che dolore e che serratura alla gola che provai, quando lessi ~qui giace~…
 
– Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. La sincerità del tuo dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di cuore, anche se sono un po’ monelli e avvezzati male, c’è sempre da sperar qualcosa: ossia, c’è sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. Ecco perché son venuta a cercarti fin qui. Io sarò la tua mamma…
– Oh! che bella cosa! – gridò Pinocchio saltando dall’allegrezza.
 
– Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io.
 
– Volentieri, volentieri, volentieri!
 
– Fino da domani, – soggiunse la Fata, – tu comincerai coll’andare a scuola.
 
Pinocchio diventò subito un po’ meno allegro.
 
– Poi sceglierai a tuo piacere un’arte o un mestiere…
 
Pinocchio diventò serio.
 
– Che cosa brontoli fra i denti? – domandò la Fata con accento risentito.
 
– Dicevo… – mugolò il burattino a mezza voce, – che oramai per andare a scuola mi pare un po’ tardi…
 
– Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non è mai tardi.
 
– Ma io non voglio fare né arti né mestieri…
 
– Perché?
 
– Perché a lavorare mi par fatica.
 
– Ragazzo mio, – disse la Fata, – quelli che dicono cosi, finiscono quasi sempre o in carcere o all’ospedale. L’uomo, per tua regola, nasca ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall’ozio! L’ozio è una bruttissima malattia, e bisogna guarirla subito, fin da ragazzi: se no, quando siamo grandi, non si guarisce più. Queste parole toccarono l’animo di Pinocchio, il quale rialzando vivacemente la testa disse alla Fata:
 
– Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai, perché, insomma, la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l’hai promesso, non è vero?
 
– Te l’ho promesso, e ora dipende da te.
 
Pinocchio va cò suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile Pescecane
 
Il giorno dopo Pinocchio andò alla scuola comunale.
 
Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella loro scuola un burattino! Fu una risata, che non finiva più. Chi gli faceva uno scherzo, chi un altro; chi gli levava il berretto di mano; chi gli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli coll’inchiostro due grandi baffi sotto il naso; e chi si attentava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani per farlo ballare.
 
Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; ma finalmente, sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli, che più lo tafanavano e si pigliavano gioco di lui, e disse loro a muso duro:
 
– Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone. Io rispetto gli altri e voglio essere rispettato.
 
– Bravo berlicche! Hai parlato come un libro stampato! – urlarono quei monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di loro, più impertinente degli altri allungò la mano coll’idea di prendere il burattino per la punta del naso.
 
Ma non fece a tempo: perché Pinocchio stese la gamba sotto la tavola e gli consegnò una pedata negli stinchi.
 
– Ohi! che piedi duri! – urlò il ragazzo stropicciandosi il livido che gli aveva fatto il burattino.
 
– E che gomiti!… anche più duri dei piedi! – disse un altro che, per i suoi scherzi sguaiati, s’era beccata una gomitata nello stomaco.
 
Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata Pinocchio acquistò subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un bene dell’anima.
 
E anche il maestro se ne lodava, perché lo vedeva attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l’ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita.
 
Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni: e fra questi, c’erano molti monelli conosciutissimi per la loro poca voglia di studiare e di farsi onore.
 
Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non mancava di dirgli e di ripetergli più volte:
 
– Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno prima o poi col farti perdere l’amore allo studio e, forse forse, col tirarti addosso qualche grossa disgrazia.
 
– Non c’è pericolo! – rispondeva il burattino, facendo una spallucciata e toccandosi coll’indice in mezzo alla fronte, come per dire: «C’è tanto giudizio qui dentro!».
 
Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso scuola, incontrò un branco dei soliti compagni, che andandogli incontro, gli dissero:
 
– Sai la gran notizia?
 
– No.
 
– Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane, grosso come una montagna.
 
– Davvero?… Che sia quel medesimo Pesce-cane di quando affogò il mio povero babbo?
 
– Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vieni anche tu?
 
– Io, no: voglio andare a scuola.
 
– Che t’importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con una lezione di più o con una di meno, si rimane sempre gli stessi somari.
 
– E il maestro che dirà?
 
– Il maestro si lascia dire. E’ pagato apposta per brontolare tutto il giorno.
 
– E la mia mamma?… – Le mamme non sanno mai nulla, – risposero quei malanni.
 
– Sapete che cosa farò? – disse Pinocchio. –
 
Il Pesce-cane voglio vederlo per certe mie ragioni… ma anderò a vederlo dopo la scuola.
 
– Povero giucco! – ribattè uno del branco. –
 
Che credi che un pesce di quella grossezza voglia star lì a fare il comodo tuo? Appena s’è annoiato, piglia il dirizzone per un’altra parte, e allora chi s’è visto s’è visto.
 
– Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? – domandò il burattino.
 
– Fra un’ora, siamo bell’e andati e tornati.
 
– Dunque, via! e chi più corre, è più bravo! – gridò Pinocchio.
 
Dato cosi il segnale della partenza, quel branco di monelli, coi loro libri e i loro quaderni sotto il braccio, si messero a correre attraverso ai campi; e Pinocchio era sempre avanti a tutti: pareva che avesse le ali ai piedi.
 
Di tanto in tanto, voltandosi indietro, canzonava i suoi compagni rimasti a una bella distanza, e nel vederli, ansanti, trafelati, polverosi e con tanto di lingua fuori, se la rideva proprio di cuore. Lo sciagurato in quel momento non sapeva a quali paure e a quali orribili disgrazie andava incontro!…
 
Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno dè quali essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri
 
Giunto che fu sulla spiaggia, Pinocchio dette subito una grande occhiata sul mare; ma non vide nessun Pesce-cane.
 
Il mare era tutto liscio come un gran cristallo da specchio.
 
– O il Pesce-cane dov’è? – domandò, voltandosi ai compagni.
 
– Sarà andato a far colazione, – rispose uno di loro, ridendo.
 
– O si sarà buttato sul letto per far un sonnellino, – soggiunse un altro, ridendo più forte che mai.
 
Da quelle risposte sconclusionate e da quelle risatacce grulle, Pinocchio capì che i suoi compagni gli avevano fatto una brutta celia, dandogli ad intendere una cosa che non era vera; e pigliandosela a male, disse a loro con voce di bizza:
 
– E ora? Che sugo ci avete trovato a darmi ad intendere la storiella del Pesce-cane?
 
– Il sugo c’è sicuro!… – risposero in coro quei monelli.
 
– E sarebbe?…
 
– Quello di farti perdere la scuola e di farti venire con noi. Non ti vergogni a mostrarti tutti i giorni così preciso e cosi diligente alle lezioni? Non ti vergogni a studiar tanto, come fai?
 
– E se io studio, che cosa ve ne importa?
 
– A noi ce ne importa moltissimo perché ci costringi a fare una brutta figura col maestro…
 
– Perché?
 
– Perché gli scolari che studiano fanno sempre scomparire quelli, come noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo scomparire! Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!…
 
– E allora che cosa devo fare per contentarvi?
 
– Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, la lezione e il maestro, che sono i nostri tre grandi nemici.
 
– E se io volessi seguitare a studiare?
 
– Noi non ti guarderemo più in faccia, e alla prima occasione ce la pagherai!…
 
– In verità mi fate quasi ridere, – disse il burattino con una scrollatina di capo.
 
– Ehi, Pinocchio! – gridò allora il più grande di quei ragazzi, andandogli sul viso. – Non venir qui a fare lo smargiasso: non venir qui a far tanto il galletto!… Perché se tu non hai paura di noi, noi non abbiamo paura di te! Ricordati che tu sei solo e noi siamo in sette.
 
– Sette come i peccati mortali, – disse Pinocchio con una gran risata.
 
– Avete sentito? Ci ha insultati tutti! Ci ha chiamati col nome di peccati mortali!…
 
– Pinocchio! chiedici scusa dell’offesa… se no, guai a te!…
 
– Cucù! – fece il burattino, battendosi coll’indice sulla punta del naso, in segno di canzonatura.
 
– Pinocchio! la finisce male!…
 
– Cucù!
 
– Ne toccherai quanto un somaro!…
 
– Cucù!
 
– Ritornerai a casa col naso rotto!…
 
– Cucù!
 
– Ora il cucù te lo darò io! – gridò il più ardito di quei monelli. – Prendi intanto quest’acconto e serbalo per la cena di stasera.
 
E nel dir così gli appiccicò un pugno sul capo.
 
Ma fu, come si suol dire, botta e risposta; perché il burattino, come c’era da aspettarselo, rispose con un altro pugno: e lì, da un momento all’altro, il combattimento diventò generale e accanito.
 
Pinocchio, sebbene fosse solo, si difendeva come un eroe. Con quei suoi piedi di legno durissimo lavorava così bene, da tener sempre i suoi nemici a rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano arrivare e toccare, ci lasciavano sempre un livido per ricordo.
 
Allora i ragazzi, indispettiti di non potersi misurare col burattino a corpo a corpo, pensarono bene di metter mano ai proiettili, e sciolti i fagotti dè loro libri di scuola, cominciarono a scagliare contro di lui i ~Sillabari~, le ~Grammatiche~, i ~Giannettini~, i ~Minuzzoli~, i ~Racconti~ del Thouar, il ~Pulcino~ della Baccini e altri libri scolastici: ma il burattino, che era d’occhio svelto e ammalizzito, faceva sempre civetta a tempo, sicché i volumi, passandogli di sopra al capo, andavano tutti a cascare nel mare.
 
Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei libri fossero roba da mangiare, correvano a frotte a fior d’acqua; ma dopo avere abboccata qualche pagina o qualche frontespizio, la risputavano subito facendo con la bocca una certa smorfia, che pareva volesse dire: «Non è roba per noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto meglio!»
 
Intanto il combattimento s’inferociva sempre più, quand’ecco che un grosso Granchio, che era uscito fuori dell’acqua e s’era adagio adagio arrampicato fin sulla spiaggia, gridò con una vociaccia di trombone infreddato:
 
– Smettetela, birichini che non siete altro! Queste guerre manesche fra ragazzi e ragazzi raramente vanno a finir bene. Qualche disgrazia accade sempre!…
 
Povero Granchio! Fu lo stesso che avesse predicato al vento. Anzi quella birba di Pinocchio, voltandosi indietro a guardarlo in cagnesco, gli disse sgarbatamente:
 
– Chetati, Granchio dell’uggia!… Faresti meglio a succiare due pasticche di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola. Vai piuttosto a letto e cerca di sudare!
 
In quel frattempo i ragazzi, che avevano finito oramai di tirare tutti i loro libri, occhiarono lì a poca distanza il fagotto dei libri del burattino, e se ne impadronirono in men che non si dice.
 
Fra questi libri, v’era un volume rilegato in cartoncino grosso, colla costola e colle punte di cartapecora. Era un ~Trattato di Aritmetica~. Vi lascio immaginare se era peso dimolto!
 
Uno di quei monelli agguantò quel volume e, presa di mira la testa di Pinocchio, lo scagliò con quanta forza aveva nel braccio: ma invece di cogliere il burattino, colse nella testa uno dei compagni; il quale diventò bianco come un panno lavato, e non disse altro che queste parole:
 
– O mamma mia, aiutatemi… perché muoio!
 
Poi cadde disteso sulla rena del lido.
 
Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaventati si dettero a scappare a gambe e in pochi minuti non si videro più.
 
Ma Pinocchio rimase lì, e sebbene per il dolore e per lo spavento, anche lui fosse più morto che vivo, nondimeno corse a inzuppare il suo fazzoletto nell’acqua del mare e si pose a bagnare la tempia del suo povero compagno di scuola. E intanto piangendo dirottamente e disperandosi, lo chiamava per nome e gli diceva:
 
– Eugenio!… povero Eugenio mio!… apri gli occhi, e guardami!… Perché non mi rispondi? Non sono stato io, sai, che ti ho fatto tanto male! Credilo, non sono stato io!… Apri gli occhi, Eugenio…
 
Se tieni gli occhi chiusi, mi farai morire anche me…
 
O Dio mio! come farò ora a tornare a casa?… Con che coraggio potrò presentarmi alla mia buona mamma? Che sarà di me?… Dove fuggirò?… Dove andrò a nascondermi?… Oh! quant’era meglio, mille volte meglio che fossi andato a scuola!… Perche ho dato retta a questi compagni, che sono la mia dannazione?… E il maestro me l’aveva detto!… e la mia mamma me lo aveva ripetuto: «Guardati dai cattivi compagni!»-. Ma io sono un testardo… un caparbiaccio… lascio dir tutti, e poi fo sempre a modo mio!… E dopo mi tocca a scontarle… E così, da che sono al mondo, non ho mai avuto un quarto d’ora di bene. Dio mio! Che sarà di me, che sarà di me, che sarà di me?…
 
E Pinocchio continuava a piangere, e berciare, a darsi pugni nel capo e a chiamar per nome il povero Eugenio: quando sentì a un tratto un rumore sordo di passi che si avvicinavano.
 
Si voltò: erano due carabinieri
 
– Che cosa fai così sdraiato per terra? – domandarono a Pinocchio.
 
– Assisto questo mio compagno di scuola.
 
– Che gli è venuto male?
 
– Par di sì!..
 
– Altro che male! – disse uno dei carabinieri, chinandosi e osservando Eugenio da vicino. – Questo ragazzo è stato ferito in una tempia: chi è che l’ha ferito?
 
– Io no, – balbettò il burattino che non aveva più fiato in corpo.
 
– Se non sei stato tu, chi è stato dunque che l’ha ferito?
 
– Io no, – ripetè Pinocchio.
 
– E con che cosa è stato ferito?
 
– Con questo libro. – E il burattino raccattò di terra il Trattato di Aritmetica, rilegato in cartone e cartapecora, per mostrarlo al carabiniere.
 
– E questo libro di chi è?
 
– Mio.
 
– Basta così: non occorre altro. Rizzati subito e vieni via con noi.
 
– Ma io…
 
– Via con noi!
 
– Ma io sono innocente…
 
– Via con noi!
 
Prima di partire, i carabinieri chiamarono alcuni pescatori, che in quel momento passavano per l’appunto colla loro barca vicino alla spiaggia, e dissero loro:
 
– Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel capo. Portatelo a casa vostra e assistetelo. Domani torneremo a vederlo.
 
Quindi si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due, gl’intimarono con accento soldatesco:
 
– Avanti! e cammina spedito! se no, peggio per te!
 
Senza farselo ripetere, il burattino cominciò a camminare per quella viottola, che conduceva al paese. Ma il povero diavolo non sapeva più nemmeno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di sognare, e che brutto sogno! Era fuori di sé. I suoi occhi vedevano tutto doppio: le gambe gli tremavano: la lingua gli era rimasta attaccata al palato e non poteva più spiccicare una sola parola. Eppure, in mezzo a quella specie di stupidità e di rintontimento, una spina acutissima gli bucava il cuore: il pensiero, cioè, di dover passare sotto le finestre di casa della sua buona Fata, in mezzo ai carabinieri. Avrebbe preferito piuttosto di morire.
 
Erano già arrivati e stavano per entrare in paese, quando una folata di vento strapazzone levò di testa a Pinocchio il berretto, portandoglielo lontano una decina di passi.
 
– Si contentano, – disse il burattino ai carabinieri, – che vada a riprendere il mio berretto?
 
– Vai pure: ma facciamo una cosa lesta.
 
Il burattino andò, raccattò il berretto… ma invece di metterselo in capo, se lo mise in bocca fra i denti, e poi cominciò a correre di gran carriera verso la spiaggia del mare. Andava via come una palla di fucile.
 
I carabinieri, giudicando che fosse difficile raggiungerlo, gli aizzarono dietro un grosso cane mastino, che aveva guadagnato il primo premio in tutte le corse dei cani. Pinocchio correva, e il cane correva più di lui: per cui tutta la gente si affacciava alle finestre e si affollava in mezzo alla strada, ansiosa di veder la fine di questo palio feroce.
 
Ma non poté levarsi questa voglia, perché il cane mastino e Pinocchio sollevarono lungo la strada un tal polverone, che dopo pochi minuti non fu più possibile di veder nulla.
 
Pinocchio corre pericolo di essere fritto in padella come un pesce
 
Durante quella corsa disperata, vi fu un momento terribile, un momento in cui Pinocchio si credé perduto: perché bisogna sapere che Alidoro (era questo il nome del can-mastino) a furia di correre e correre, l’aveva quasi raggiunto.
 
Basti dire che il burattino sentiva dietro di sé, alla distanza d’un palmo, l’ansare affannoso di quella bestiaccia e ne sentiva perfino la vampa calda delle fiatate.
 
Per buona fortuna la spiaggia era oramai vicina e il mare si vedeva lì a pochi passi.
 
Appena fu sulla spiaggia, il burattino spiccò un bellissimo salto, come avrebbe potuto fare un ranocchio, e andò a cascare in mezzo all’acqua. Alidoro invece voleva fermarsi; ma trasportato dall’impeto della corsa, entrò nell’acqua anche lui. E quel disgraziato non sapeva nuotare; per cui cominciò subito ad annaspare colle zampe per reggersi a galla: ma più annaspava e più andava col capo sott’acqua.
 
Quando torno a rimettere il capo fuori, il povero cane aveva gli occhi impauriti e stralunati, e, abbaiando, gridava.
 
– Affogo! Affogo!
 
– Crepa! – gli rispose Pinocchio da lontano, il quale si vedeva oramai sicuro da ogni pericolo.
 
– Aiutami, Pinocchio mio!… salvami dalla morte!…
 
A quelle grida strazianti, il burattino, che in fondo aveva un cuore eccellente, si mosse a compassione, e voltosi al cane gli disse:
 
– Ma se io ti aiuto a salvarti, mi prometti di non darmi più noia e di non corrermi dietro?
 
– Te lo prometto! Te lo prometto! Spicciati per carità, perché se indugi un altro mezzo minuto, son bell’e morto.
 
Pinocchio esitò un poco: ma poi ricordandosi che il suo babbo gli aveva detto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai, andò nuotando a raggiungere Alidoro, e, presolo per la coda con tutte e due le mani, lo portò sano e salvo sulla rena asciutta del lido.
 
Il povero cane non si reggeva più in piedi. Aveva bevuto, senza volerlo, tant’acqua salata, che era gonfiato come un pallone. Per altro il burattino, non volendo fare a fidarsi troppo, stimò cosa prudente di gettarsi novamente in mare; e, allontanandosi dalla spiaggia, gridò all’amico salvato:
 
– Addio, Alidoro, fai buon viaggio e tanti saluti a casa.
 
– Addio, Pinocchio, – rispose il cane; – mille grazie di avermi liberato dalla morte. Tu mi hai fatto un gran servizio: e in questo mondo quel che è fatto è reso. Se capita l’occasione, ci riparleremo.
 
Pinocchio seguitò a nuotare, tenendosi sempre vicino alla terra. Finalmente gli parve di esser giunto in un luogo sicuro; e dando un’ occhiata alla spiaggia, vide sugli scogli una specie di grotta, dalla quale usciva un lunghissimo pennacchio di fumo.
 
– In quella grotta, – disse allora fra sé, – ci deve essere del fuoco. Tanto meglio! Anderò a rasciugarmi e a riscaldarmi, e poi?… E poi sarà quel che sarà.
 
Presa questa risoluzione, si avvicinò alla scogliera; ma quando fu lì per arrampicarsi, sentì qualche cosa sotto l’acqua che saliva, saliva, saliva e lo portava per aria. Tentò subito di fuggire, ma oramai era tardi, perché con sua grandissima maraviglia si trovò rinchiuso dentro a una grossa rete in mezzo a un brulichio di pesci d’ogni forma e grandezza, che scodinzolando si dibattevano come tant’anime disperate.
 
E nel tempo stesso vide uscire dalla grotta un pescatore così brutto, ma tanto brutto, che pareva un mostro marino. Invece di capelli aveva sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde; verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi, verde la barba lunghissima, che gli scendeva fin quaggiù. Pareva un grosso ramarro ritto su i piedi di dietro.
 
Quando il pescatore ebbe tirata fuori la rete dal mare, gridò tutto contento:
 
– Provvidenza benedetta! Anch’oggi potrò fare una bella scorpacciata di pesce!
 
– Manco male, che io non sono un pesce! – disse Pinocchio dentro di sé, ripigliando un po’ di coraggio.
 
La rete piena di pesci fu portata dentro la grotta, una grotta buia e affumicata, in mezzo alla quale friggeva una gran padella d’olio, che mandava un odorino di moccolaia da mozzare il respiro.
 
– Ora vediamo un po’ che pesci abbiamo presi!
 
– disse il pescatore verde; e ficcando nella rete una manona così spropositata, che pareva una pala da fornai, tirò fuori una manciata di triglie.
 
– Buone queste triglie! – disse, guardandole e annusandole con compiacenza. E dopo averle annusate, le scaraventò in una conca senz’acqua.
 
Poi ripetè più volte la solita operazione; e via via che cavava fuori gli altri pesci, sentiva venirsi l’acquolina in bocca e gongolando diceva:
 
– Buoni questi naselli!…
 
– Squisiti questi muggini!…
 
– Deliziose queste sogliole!…
 
– Prelibati questi ragnotti!…
 
– Carine queste acciughe col capo!…
 
Come potete immaginarvelo, i naselli, i muggini, le sogliole, i ragnotti e le acciughe, andarono tutti alla rinfusa nella conca, a tener compagnia alle triglie.
 
L’ultimo che restò nella rete fu Pinocchio.
 
Appena il pescatore l’ebbe cavato fuori, sgranò dalla maraviglia i suoi occhioni verdi, gridando quasi impaurito:
 
– Che razza di pesce è questo? Dei pesci fatti a questo modo non mi ricordo di averne mai mangiati!
 
E tornò a guardarlo attentamente, e dopo averlo guardato ben bene per ogni verso, finì col dire:
 
– Ho già capito: dev’essere un granchio di mare.
 
Allora Pinocchio mortificato di sentirsi scambiare per un granchio, disse con accento risentito:
 
– Ma che granchio e non granchio? Guardi come lei mi tratta! Io per sua regola sono un burattino.
 
– Un burattino? – replicò il pescatore. – Dico la verità, il pesce burattino è per me un pesce nuovo! Meglio così! Ti mangerò più volentieri.
 
– Mangiarmi? Ma la vuol capire che io non sono un pesce? O non sente che parlo, e ragiono come lei? – è verissimo, – soggiunse il pescatore, – e siccome vedo che sei un pesce, che hai la fortuna di parlare e di ragionare, come me, così voglio usarti anch’io i dovuti riguardi.
 
– E questi riguardi sarebbero?…
 
– In segno di amicizia e di stima particolare, lascerò a te la scelta del come vuoi essere cucinato. Desideri essere fritto in padella, oppure preferisci di essere cotto nel tegame colla salsa di pomidoro?
 
– A dir la verità, – rispose Pinocchio, – se io debbo scegliere, preferisco piuttosto di essere lasciato libero, per potermene tornare a casa mia.
 
– Tu scherzi? Ti pare che io voglia perdere l’occasione di assaggiare un pesce cosi raro? Non capita mica tutti i giorni un pesce burattino in questi mari. Lascia fare a me: ti friggerò in padella assieme a tutti gli altri pesci, e te ne troverai contento. L’esser fritto in compagnia è sempre una consolazione.
 
L’infelice Pinocchio, a quest’antifona, cominciò a piangere, a strillare, a raccomandarsi e piangendo diceva: – Quant’era meglio, che fossi andato a scuola!… Ho voluto dar retta ai compagni, e ora la pago! Ih!… Ih!… Ih!…
 
E perché si divincolava come un anguilla e faceva sforzi incredibili, per isgusciare dalle grinfie del pescatore verde, questi prese una bella buccia di giunco, e dopo averlo legato per le mani e per i piedi, come un salame, lo gettò in fondo alla conca cogli altri.
 
Poi, tirato fuori un vassoiaccio di legno, pieno di farina, si dette a infarinare tutti quei pesci; e man mano che li aveva infarinati, li buttava a friggere dentro la padella.
 
I primi a ballare nell’olio bollente furono i poveri naselli: poi toccò ai ragnotti, poi ai muggini, poi alle sogliole e alle acciughe, e poi venne la volta di Pinocchio. Il quale a vedersi così vicino alla morte (e che brutta morte!) fu preso da tanto tremito e da tanto spavento, che non aveva più né voce né fiato per raccomandarsi.
 
Il povero figliuolo si raccomandava cogli occhi!
 
Ma il pescatore verde, senza badarlo neppure, lo avvoltolò cinque o sei volte nella farina, infarinandolo così bene dal capo ai piedi, che pareva diventato un burattino di gesso.
 
Poi lo prese per il capo, e…
 
Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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